Libertà religiosa senza se e senza ma
fonte:
: Confronti, Settembre 2006
autore: Mostafa El Ayoubi
In Arabia Saudita è vietato praticare
– anche nel chiuso della propria casa – una religione
diversa da quella islamica di tradizione sunnita. Esiste addirittura
una polizia speciale incaricata di vigilare e reprimere le violazioni
e negli ultimi tempi ha fatto molto discutere la vicenda dell’arresto
di due etiopi e due eritrei di confessione cristiana avvenuto
a Jeddah. Ma, di fronte a episodi come questo, le comunità
islamiche che vivono in Europa (e godono di ampio margine di libertà
di opinione e di coscienza) fanno abbastanza per far sentire la
loro voce di condanna?
Nella nostra società odierna globalizzata,
caratterizzata da una sempre più crescente attenzione e
sensibilità al tema dei diritti umani e della libertà
di coscienza e d’espressione, parlare di polizia religiosa
può sembrare un fatto surreale. Invece non lo è!
Questo organo di controllo e di repressione esiste davvero in
un paese come l’Arabia Saudita. Il suo compito è
quello di vigilare e reprimere chi confessa pubblicamente, e non
solo, una religione diversa da quella islamica (di tradizione
sunnita). È notizia di qualche settimana fa (9 giugno)
la faccenda dell’arresto di due etiopi e due eritrei di
confessione cristiana avvenuto a Jeddah da parte della famigerata
polizia religiosa saudita Muttawa. E non si tratta di un episodio
isolato: circa un anno fa (28 maggio 2005) furono arrestati otto
indiani cristiani per lo stesso motivo. E tra l’inizio del
2005 e la prima metà di quest’anno sono stati incarcerati
più di 50 cristiani, per il semplice motivo di praticare
– e nemmeno pubblicamente – il loro culto. In effetti
il recente arresto dei quattro africani è avvenuto all’interno
di un’abitazione privata, durante la celebrazione di una
messa alla quale stavano partecipando un centinaio di persone,
tutti lavoratori immigrati (circa il 30% della popolazione è
composta da immigrati, molti dei quali cristiani).
La sistematica violazione dei diritti umani e
la negazione della libertà religiosa in questo paese è
oggetto da molti anni di continue denunce da parte delle organizzazioni
umanitarie internazionali, ma il governo saudita continua imperturbato
nella sua politica repressiva e discriminatoria nei confronti
delle minoranze politiche, etniche e religiose. Nonostante faccia
parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite, questo governo
non si riconosce pienamente nella Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo proclamata dall’Onu il 10 dicembre
del 1948. Per la famiglia reale saudita non è vincolante
l’articolo 18 della suddetta Dichiarazione, dove si afferma
che ogni individuo ha il diritto alla libertà di coscienza,
di pensiero e di religione; e che tale diritto include la libertà
di cambiare religione e la libertà di manifestare sia in
pubblico che in privato la propria religione; ma è vincolante
ciò che asserisce la legge islamica (la Sharia). In effetti,
la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam
proclamata nel 1990 dall’Organizzazione della conferenza
islamica ha una connotazione marcatamente confessionale e ha come
punto di riferimento saldo la Sharia. Nell’articolo 10 di
questa dichiarazione si legge che «l’Islam è
la religione naturale dell’essere umano e che nulla può
giustificare un cambiamento di religione». Questa inequivocabile
affermazione che ha le sue radici nella Sharia, giustifica di
fatto la discriminazione nei confronti delle altre religioni e
nega il diritto alla libertà religiosa. Oggi, in effetti,
il cristianesimo ed altri credi religiosi sono praticati in maniera
clandestina; gli unici luoghi di culto ammessi sono quelli islamici:
niente chiese, niente monasteri, niente templi. E inoltre, per
chi lascia l’islam per un’altra religione o crèdo,
è prevista la pena di morte.
Sebbene la negazione della libertà religiosa
in Arabia Saudita (come in molti altri paesi islamici) si inserisca
in un quadro ampio e complesso di violazioni di diritti umani
– basti pensare che in questo paese non si possono istituire
partiti politici, la donna non ha il diritto di voto, non può
guidare la macchina, è in vigore ancora oggi la legge del
taglione per alcuni reati come i furti e le rapine – ciò
non è un motivo valido per non scandalizzarsi e sdegnarsi
più di tanto di fronte ad atti di discriminazione e violenza
per motivi di appartenenza religiosa.
Il mondo cristiano ha faticato per secoli prima
di arrivare alla consapevolezza che la libertà religiosa
è un diritto, elementare e fisiologico, dell’uomo.
È ormai storia passata la frase di papa Pio VI che nel
1791, in reazione alla Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo
e del cittadino del 1789, disse che la libertà religiosa
è un «terribile diritto». Dopo tanta resistenza,
la Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II (1963), ha riconosciuto
ufficialmente il principio della libertà religiosa. E allora,
quanto tempo bisogna ancora aspettare prima che il mondo islamico
faccia un passo avanti in questa direzione?
È vero che oggi è quasi impossibile
mettere in discussione, dall’interno della divaricata realtà
islamica, la Sharia e le leggi che ne derivano e che regolamentano
la vita sociale, politica, economica e culturale di molti paesi
islamici. Allora ci chiediamo: che cosa stanno facendo le comunità
islamiche che vivono in Europa e godono di ampio margine di libertà
di opinione e di coscienza?
La diaspora musulmana in occidente, che oggi
chiede a gran voce – e a ragione – maggiore rispetto
e riconoscimento nei confronti della loro religione, deve, senza
se e senza ma, far sentire la sua voce e condannare atti riprovevoli
come quello dell’arresto di credenti cristiani avvenuto
a poche centinaia di chilometri dalla Mecca, la culla della loro
fede. Solo così il dialogo interreligioso, che da anni
si cerca faticosamente di costruire in Europa, può essere
autentico e credibile e contribuire a superare pregiudizi e conflitti
che contrappongono oggi i musulmani al resto del mondo.