Lunedì, 6 febbraio 2012 

 | nuovi movimenti religiosi | documentazione | diritto e religioni | area delle FAQ | Links suggeriti | Home
nuovi movimenti religiosi > Documentazione
   Diritto e Religioni  


Dai «culti ammessi» alla libertà religiosa

Libertà religiosa. Ugualmente libere di fronte alla legge. Quasi

Libertà religiosa: finalmente la legge?

Concilio Vaticano II


Libertà religiosa, proselitismo e conversioni forzate in alcuni recenti interventi della Santa Sede.


Libertà religiosa senza se e senza ma.


Libertà religiosa, ricetta contro il terrorismo


Archivio Ecumenico


25 anni di pontificato di papa Paolo Giovanni II

La Chiesa Cattolica è
totalitaria?


I battisti del sud si staccano dai fratelli
"troppo liberal"?


La parole del Papa
contro i profeti del
nuovo Laicismo.


La scelta di Dio

Libertà religiosa e di
coscienza (OLIR)


Confessioni religiose e
diritto (OLIR)


Il Parlamento Francese
vieta il velo


Non conculcare i valori così la società è più ricca

L'articolo 270 bis e la sua interpretazione

Libertà religiosa

Una porta per la cittadinanza

Scoprire i colori e i ritmi dell'altro (intervista a)


Kosovo senza pace

"Vi Supplico" accorato appello del Papa per la liberazione degli ostaggi

Messaggio del Papa per la giornata della Gioventù i

Giovanni Paolo II e la ricostruzione democratica dei Paesi dell’Est (.pdf)


Iraq, il mito del 30 giugno

Cour de Cassation sentenza 28 sett. 04

Cour de Cassation sentenza 5 ottobre 04

Conseil d'Etat. Section du contentieux

Turchi un ponte tra Europa e Islam

Trattamento giuridico minoranaza Islamica in europa

Europa e fenomeno Religioso

"Maria: grazia e speranza di Cristo"

La Rabbia di periferia non è musulmana

 


Libertà religiosa senza se e senza ma

fonte: : Confronti, Settembre 2006
autore: Mostafa El Ayoubi

In Arabia Saudita è vietato praticare – anche nel chiuso della propria casa – una religione diversa da quella islamica di tradizione sunnita. Esiste addirittura una polizia speciale incaricata di vigilare e reprimere le violazioni e negli ultimi tempi ha fatto molto discutere la vicenda dell’arresto di due etiopi e due eritrei di confessione cristiana avvenuto a Jeddah. Ma, di fronte a episodi come questo, le comunità islamiche che vivono in Europa (e godono di ampio margine di libertà di opinione e di coscienza) fanno abbastanza per far sentire la loro voce di condanna?

Nella nostra società odierna globalizzata, caratterizzata da una sempre più crescente attenzione e sensibilità al tema dei diritti umani e della libertà di coscienza e d’espressione, parlare di polizia religiosa può sembrare un fatto surreale. Invece non lo è! Questo organo di controllo e di repressione esiste davvero in un paese come l’Arabia Saudita. Il suo compito è quello di vigilare e reprimere chi confessa pubblicamente, e non solo, una religione diversa da quella islamica (di tradizione sunnita). È notizia di qualche settimana fa (9 giugno) la faccenda dell’arresto di due etiopi e due eritrei di confessione cristiana avvenuto a Jeddah da parte della famigerata polizia religiosa saudita Muttawa. E non si tratta di un episodio isolato: circa un anno fa (28 maggio 2005) furono arrestati otto indiani cristiani per lo stesso motivo. E tra l’inizio del 2005 e la prima metà di quest’anno sono stati incarcerati più di 50 cristiani, per il semplice motivo di praticare – e nemmeno pubblicamente – il loro culto. In effetti il recente arresto dei quattro africani è avvenuto all’interno di un’abitazione privata, durante la celebrazione di una messa alla quale stavano partecipando un centinaio di persone, tutti lavoratori immigrati (circa il 30% della popolazione è composta da immigrati, molti dei quali cristiani).

La sistematica violazione dei diritti umani e la negazione della libertà religiosa in questo paese è oggetto da molti anni di continue denunce da parte delle organizzazioni umanitarie internazionali, ma il governo saudita continua imperturbato nella sua politica repressiva e discriminatoria nei confronti delle minoranze politiche, etniche e religiose. Nonostante faccia parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite, questo governo non si riconosce pienamente nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclamata dall’Onu il 10 dicembre del 1948. Per la famiglia reale saudita non è vincolante l’articolo 18 della suddetta Dichiarazione, dove si afferma che ogni individuo ha il diritto alla libertà di coscienza, di pensiero e di religione; e che tale diritto include la libertà di cambiare religione e la libertà di manifestare sia in pubblico che in privato la propria religione; ma è vincolante ciò che asserisce la legge islamica (la Sharia). In effetti, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam proclamata nel 1990 dall’Organizzazione della conferenza islamica ha una connotazione marcatamente confessionale e ha come punto di riferimento saldo la Sharia. Nell’articolo 10 di questa dichiarazione si legge che «l’Islam è la religione naturale dell’essere umano e che nulla può giustificare un cambiamento di religione». Questa inequivocabile affermazione che ha le sue radici nella Sharia, giustifica di fatto la discriminazione nei confronti delle altre religioni e nega il diritto alla libertà religiosa. Oggi, in effetti, il cristianesimo ed altri credi religiosi sono praticati in maniera clandestina; gli unici luoghi di culto ammessi sono quelli islamici: niente chiese, niente monasteri, niente templi. E inoltre, per chi lascia l’islam per un’altra religione o crèdo, è prevista la pena di morte.

Sebbene la negazione della libertà religiosa in Arabia Saudita (come in molti altri paesi islamici) si inserisca in un quadro ampio e complesso di violazioni di diritti umani – basti pensare che in questo paese non si possono istituire partiti politici, la donna non ha il diritto di voto, non può guidare la macchina, è in vigore ancora oggi la legge del taglione per alcuni reati come i furti e le rapine – ciò non è un motivo valido per non scandalizzarsi e sdegnarsi più di tanto di fronte ad atti di discriminazione e violenza per motivi di appartenenza religiosa.

Il mondo cristiano ha faticato per secoli prima di arrivare alla consapevolezza che la libertà religiosa è un diritto, elementare e fisiologico, dell’uomo. È ormai storia passata la frase di papa Pio VI che nel 1791, in reazione alla Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, disse che la libertà religiosa è un «terribile diritto». Dopo tanta resistenza, la Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II (1963), ha riconosciuto ufficialmente il principio della libertà religiosa. E allora, quanto tempo bisogna ancora aspettare prima che il mondo islamico faccia un passo avanti in questa direzione?

È vero che oggi è quasi impossibile mettere in discussione, dall’interno della divaricata realtà islamica, la Sharia e le leggi che ne derivano e che regolamentano la vita sociale, politica, economica e culturale di molti paesi islamici. Allora ci chiediamo: che cosa stanno facendo le comunità islamiche che vivono in Europa e godono di ampio margine di libertà di opinione e di coscienza?

La diaspora musulmana in occidente, che oggi chiede a gran voce – e a ragione – maggiore rispetto e riconoscimento nei confronti della loro religione, deve, senza se e senza ma, far sentire la sua voce e condannare atti riprovevoli come quello dell’arresto di credenti cristiani avvenuto a poche centinaia di chilometri dalla Mecca, la culla della loro fede. Solo così il dialogo interreligioso, che da anni si cerca faticosamente di costruire in Europa, può essere autentico e credibile e contribuire a superare pregiudizi e conflitti che contrappongono oggi i musulmani al resto del mondo.

 

 
Sito ottimizzato per Microsoft Internet Explorer, risoluzione minima: 800x600