Iraq, il mito del 30 giugno
fonte:
Confronti, giugno 2004
autore: David Gabrielli
Il 30 giugno, lasciano intendere
Bush, Blair e Berlusconi, dovrebbe essere quasi una data magica,
perché una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza
dell'Onu cambierebbe lo status giuridico della occupazione militare
anglo-americana dell'Iraq, per aprire una nuova e immacolata situazione.
Questo quadro propagandistico occulta però la realtà
della situazione, perché aggrovigliatissimi sono i nodi
che, per portare alla pace, dovrà affrontare il piano del
rappresentante dell'Onu per l'Iraq, Lakhdar Brahimi.
Il 30 giugno, in Iraq, sarà forse il giorno
fatidico della "grande svolta" sbandierata da Berlusconi
e, secondo il premier italiano, assicurata da Bush e benedetta
dalle Nazioni Unite, o la mitica data coprirà solo una
semplice verniciatura che non scardinerà nella sostanza
lo status quo, e cioè l'illegale occupazione militare anglo-americana
di Baghdad?
La situazione cambia di ora in ora, e quando
questo numero della rivista arriverà ai nostri lettori
e lettrici, altri gravi eventi di cronaca come lampi nella notte
avranno illuminato la scena. Non cambiano però alcuni punti-chiave
sui quali occorre fare chiarezza assoluta.
"Passaggio alle Nazioni Unite", si
dice: dunque, una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza
dell'Onu laverebbe le colpe passate degli occupanti anglo-americani
con le acque purificatrici di un "battesimo" che inauguri
un corso immacolato? Occorre invece ribadire che l'eventuale,
nuova risoluzione dell'Onu non potrà sanare l'insanabile,
e cioè l'illegalità giuridica e morale della "guerra
preventiva" di Bush & Company, lanciata contro l'Iraq
per sgretolare armi di distruzione di massa mai trovate. È
in tale contesto che il governo Berlusconi ha inviato il contingente
italiano a Nassiriya. Dunque, se risoluzione ci sarà, essa
non potrà "assolvere" il passato ma, semplicemente,
preso atto dell'immane disastro provocato, tentare di limitarne
i danni e indicare una qualche via di uscita dal pantano mesopotamico.
Perciò, prima di parlare di speranze di
pace bisognerà esaminare accuratamente la nuova risoluzione;
un elenco dei problemi sul tappeto dice da solo la complessità
dell'impresa. Primo: quali saranno i poteri reali del nuovo governo
provvisorio, composto da personalità sciite, sunnite e
curde irachene, che dovrebbe governare il paese per prepararlo,
nel 2005, a libere elezioni politiche? Secondo: sarà davvero
l'Onu, o non saranno ancora gli Stati Uniti d'America, sotto la
sua copertura, a controllare l'Iraq? Terzo: se una forza multinazionale
dovrà controllare, ad interim, il paese, questa dovrebbe
essere composta solo da paesi non coinvolti con l'avventura anglo-americana
e, in particolare, da paesi arabi o comunque da paesi musulmani.
Ma accetteranno Bush e Blair di ritirarsi ammettendo così
la loro ingloriosa disfatta?
Questi nodi sono oggettivi, e nessun gioco di
prestigio politico potrà aggirarli. Ma essi hanno assunto
una maggiore attualità e drammaticità dopo che sono
state accertate le torture praticate da statunitensi e britannici
contro prigionieri iracheni. Torture che non sono solo deplorevoli
"effetti collaterali" di una "guerra giusta",
dovuti a qualche "mela marcia". No. Le torture sono
organiche alla guerra in atto, e volute dagli alti comandi delle
potenze occupanti per stroncare la resistenza irachena. Perché
la vera tortura, la vera mela marcia, è la guerra in sé.
Le barbarità (tra esse, anche la decapitazione del cittadino
statunitense per mano di un estremista islamico) sono le conseguenze
della guerra che, di per sé, scardina ogni principio di
umanità e di pietà.
"Siamo in Iraq per debellare il terrorismo",
ha detto Bush, hanno ribadito Blair e Berlusconi. Ma è
di tutta evidenza che proprio la "guerra preventiva"
ha rafforzato il terrorismo, facendo volare nell'Iraq post-saddamita
gruppi - come al-Qaeda - che prima non ci potevano metter becco.
"Siamo in Iraq per portare la democrazia", aggiungono
i tre B (moderna, immensamente tragica "Banda Bassotti").
Ma se le libere elezioni in gennaio apriranno le porte del potere
agli sciiti meno graditi all'Occidente, che si farà? In
nome della democrazia la Casa bianca annullerà la volontà
democraticamente espressa del variegato popolo iracheno? O pretenderà
di controllare comunque il petrolio che zampilla tra il Tigri
e l'Eufrate?
Per tutte queste ragioni, non annunciandosi nessuna
"vera svolta", bene ha fatto la sinistra italiana -
sia pure con deplorevole ritardo rispetto alla coraggiosa scelta
del premier spagnolo Zapatero - a chiedere il ritiro del contingente
italiano dall'Iraq. Se poi, quando sarà, il piano dell'inviato
dell'Onu per l'Iraq, Lakhdar Brahimi, aprirà davvero un
nuovo cammino, ci si confronterà con i nuovi dati. Ma,
prima, bisogna vedere le carte, ed essere consapevoli che quand'anche
il nuovo piano partisse, innumerevoli trappole potrebbero tagliargli
le gambe lungo il cammino. Presentare dunque il 30 giugno come
lo spartiacque tra un "prima" drammatico in Iraq e un
"dopo" in via di rassicurante pacificazione ha il sapore
di un imbroglio propagandistico. Il "peccato originale"
della "guerra preventiva" non ha ancora finito, purtroppo,
di generare mostri.
David Gabrielli