Venerdì, 10 settembre 2010 

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Le parole del Papa contro i profeti del nuovo Laicismo

fonte: il Giornale, 17/01/2004
autore: Massimo Introvigne

Nell’annuale incontro con il Corpo Diplomatico, del 12 gennaio 2004, il Papa (parlando in francese) ha affermato, con tanto di punto esclamativo che “la laicità non è laicismo!” e che “in certi paesi d’Europa” si afferma un atteggiamento che potrebbe mettere in pericolo il rispetto effettivo della libertà religiosa”.

Mentre la laicità, secondo Giovanni Paolo II, è un “luogo di comunicazione fra le diverse tradizioni spirituali e la nazione”, il laicismo è la separazione radicale- e non la semplice distinzione- fra religione e sfera pubblica.

Questa rottura si esprime sia nella politica interna, sia nella politica estera, con il rifiuto di riconoscere pubblicamente le “radici cristiane dell’Europa” e il ruolo di una Chiesa che pure è stata decisiva per “la restaurazione della democrazia in Europa Centrale e Orientale”.
 


Quali siano quei “certi paesi d’ Europa” è chiaro, e a Chirac devono essere fischiate non poco le orecchie. Dalla lotta contro le cosiddette “sette” alla questione del velo e degli altri simboli religiosi a scuola, il governo francese si è fatto portabandiera dell’ideologia laicista della separazione radicale fra fede e cultura pubblica. Ed è lo stesso governo francese che si è opposto con testarda intransigenza a ogni menzione dell’eredità cristiana nella Carta Costituzionale europea. Sui due punti- di politica interna ed estera- già i vescovi cattolici francesi avevano criticato esplicitamente Chirac.

La questione, tuttavia, è di rilievo generale, e merita essere sottratta alle polemiche spicciole. Sul tema diventato nuovamente essenziale dei rapporti tra religione e cultura, si confrontano laicismo, fondamentalismo e laicità.

Per il laicismo, tra fede e cultura ci deve essere totale separazione: una sorta di muraglia cinese che valuta negativamente ogni tentativo del credente di far diventare la sua fede cultura e di giudicare la cultura, quindi anche la politica, alla luce della fede. All’estremo opposto, vi è la posizione per cui fede e cultura, e anche fede e politica, coincidono o dovrebbero aspirare a coincidere in una sorta di fusione-che chi non condivide questo accostamento valuterà facilmente come confusione-, per cui ogni modo di produzione della cultura che non parta esplicitamente dalla fede, ogni politica che non sia direttamente e senza mediazioni religiosa, sarà considerata di volta in volta sospetta, ovvero totalmente inaccettabile se non demoniaca.

E’ questa la posizione del fondamentalismo, i cui sostenitori o si separano totalmente dalla società circostante vivendo in enclave o comunità che riducono al minimo il contatto con “gli altri”, ovvero decidono che è assolutamente necessario reagire al carattere intollerabile della società cambiandola e diventano movimenti religiosi di tipo attivista e rivoluzionario, con possibili derive verso la violenza.

Il Papa critica- senza chiamarla con questo nome- la posizione fondamentalista, ricordando che una “distinzione fra la comunità politica e le religioni” è in sé legittima e necessaria. “Ma – e qui il Pontefice ricorre ancora al punto esclamativo- distinguere non vuol dire ignorare!”.

Per la Chiesa cattolica tra fede e cultura vi è distinzione, non separazione. Si ritiene che la cultura, come la politica e tutte le realtà terrene e secolari , abbia una sua sfera di autonomia, ma che possa e debba essere giudicata dai credenti alla luce della fede e della morale. E’ quest’ultima, una posizione di “laicità”, un termine cui Giovanni Paolo II dà un valore positivo e che non coincide con il laicismo. La laicità, in quanto indica la strada di una collaborazione tra fede e cultura, non è

   
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