LIBERTA’ RELIGIOSA: RICETTA CONTRO
IL TERRORISMO
fonte:
Confronti, n. 10 ottobre 2004
autore: Eva Valvo
Esperti e membri di parlamentari nazionali e
sopranazionali di tutto il mondo si sono riuniti a Bruxelles dal
5 al 7 agosto nella seconda Conferenza interparlamentare su diritti
umani e libertà religiosa, per iniziativa dell’Irpp,
un organizzazione religiosa indipendente con sede a Washington
che mira a studiare e promuovere le interrelazioni tra la partecipazione
politica e le istituzioni religiose. La Conferenza che si riunisce
ogni ano, è un organismo fondato per consentire a parlamentari
di diversi paesi di coordinare le rispettive azioni nel campo
dei diritti umani, in particolare per quanto concerne la sfera
della libertà di religione e di coscienza (libertà
d’espressione, intolleranza religiosa, diritti delle minoranze
e dei migranti, tratta di esseri umani etc.) adottando gli standard
posti da strumenti internazionali quali la Dichiarazione universale
dei diritti umani e la Convenzione europea dei diritti umani,
la Conferenza si occupa anche del rafforzamento di tali diritti
a livello nazionale ed internazionale.
Un aspetto interessante della Conferenza è la pluralità
dell’approccio alla questione. Le sessioni previste, infatti,
hanno affrontato diverse aree tematiche: “Etnia, religione
e cittadinanza”; “Risposte all’antisemitismo”;
“Norme per il riconoscimento legale delle religioni”;
“Violenza domestica, tratta sessuale e diritti delle donne”;
“Terrorismo, sicurezza nazionale e libertà religiosa”.
Spesso l’approccio delle istituzioni religiose alla questione
dei diritti umani, invece, è più monocorde e riduttivo,
poiché concentra l’attenzione (in modo a volte esclusivo)
sul tema della libertà religiosa, che non è l’unico
diritto umano legato alla sfera del religioso.
La dichiarazione conclusiva approvata dalla Conferenza affronta
l’ampio spettro dei temi in programma, partendo dalla considerazione
che “la libertà religiosa è il primo diritto
umano”. Tale giudizio ha evidenti legami con il contesto
statunitense, come spiega Joseph K. Grieboski, fondatore e presidente
dell’Irpp:”La libertà religiosa è una
delle principali ragioni del successo della repubblica americana.
E’ la “prima libertà” della Costituzione,
le cui prime sedici parole…sono mirate ad incoraggiare l’iniziativa
religiosa.
Pur proteggendo il diritto di non credere, il primo emendamento
è basato sulla convinzione che i credenti possano fare
e facciano del bene a se stessi, ai propri correligionari e all’America
e che debbano essere incoraggiati in questa direzione. I nostri
fondatori non concepivano la religione come una “questione
privata” senza relazioni con la politica. Concepivano la
religione e le persone di fede come la pietra miliare della nostra
democrazia e della nostra vitalità nazionale.”.
Intendendo la libertà religiosa come equivalente della
libertà di coscienza, Grieboski osserva che essa, essendo
basata sul concetto universale di dignità della persona
umana, presuppone e favorisce altri diritti, come la libertà
di parola, di riunione e di stampa. In una prospettiva europea,
tuttavia, non è possibile sovrapporre in maniera automatica
religione e libertà di coscienza, poiché un contesto
storico ben diverso ha spesso visto in contrapposizione la religione
e il libero pensiero, fino a teorizzare concetti quali quello
di “religione oppio dei popoli” o quello di “fede
non religiosa”.
La dichiarazione finale della Conferenza afferma, poi, che una
società giusta deve fondarsi su un patto civile che preservi
i modi di vita e le strutture sociali radicate nelle diverse religioni.
Il documento sottolinea da una parte la dignità e il valore
di ogni singolo individuo e dall’altra mette in guardia
dai pregiudizi tuttora persistenti basati sull’identità
etnica, culturale e religiosa. L’accettazione ed il rispetto
delle differenze assumono tanto più valore se si pensa
ai tentativi di creare società omogenee, che nel secolo
scorso hanno portato alla guerra e al genocidio.
E’ molto importante che, nel censurare ogni forma di odio
sulla base dell’identità religiosa o culturale, la
dichiarazione riconosca e condanni gli allarmanti focolai di un
rinvigorito antisemitismo, soprattutto nell’Europa occidentale.
Si sente purtroppo la mancanza di un riferimento all’islamofobia.
Un’analisi congiunta dell’antisemitismo e dell’islamofobia,
infatti, aiuterebbe a mostrare la complessità del fenomeno
del “razzismo religioso”, pur tenendo a mente le specificità
di ciascun gruppo. Per fare solo un paio di esempi, i musulmani
e gli ebrei sono stati per secoli l’”altro”
emarginato in un Europa che voleva imporre un’identità
egemone cristiana e sono attualmente percepiti come gruppi legati
a situazioni di conflitto internazionale.
Il tema successivamente affrontato dalla dichiarazione è
quello della sicurezza nazionale e globale. La Conferenza afferma
che “la libertà di religione è un antidoto
al terrorismo, soprattutto quello d’ispirazione religiosa”,
poiché incoraggia l’accettazione del pluralismo,
ed impedisce il nascere di un clima di tensione, intolleranza
e sospetto che destabilizzerebbe la società. A queste considerazioni
potremmo aggiungerne un’altra di carattere più generale:
la promozione della sicurezza e la lotta al terrorismo devono
essere perseguite nel pieno rispetto dei diritti umani. Si potrebbe
ricordare,a tal proposito, che il 15 luglio 2002 il Comitato dei
ministri del Consiglio d’Europa ha pubblicato delle linee-guida
tristemente profetiche a riguardo, dove si afferma la necessità
di una lotta al terrorismo che operi nella piena legalità
e legittimità e che non faccia uso alcuno di torture o
trattamenti degradanti: “Non solo è possibile, ma
assolutamente necessario, lottare contro il terrorismo nel rispetto
dei diritti dell’uomo.
L’ultima area tematica affrontata dal documento finale della
Conferenza riguarda due aspetti complementari: da una parte la
diffusione globale dell’Aids, che costituisce un terribile
attacco ai diritti umani e necessita di provvedimenti internazionali
per l’istruzione, la prevenzione e la cura e, dall’altra,
la tratta di esseri umani. Sebbene non sia esplicita la connessione
tra tali temi e l’ambito religioso, è apprezzabile
la loro stessa presenza in un documento sui diritti umani e la
libertà religiosa.
Il documento si chiude con le parole di re Mohammed VI del Marocco,
che ospiterà la terza sessione della Conferenza interparlamentare
nel 2005: “E’ opportuno che questo tipo di iniziative
diventi l’azione fondante di una civiltà internazionale,
dove la complementarietà tra le persone sostituisca lo
scontro e dove la fede nella suprema necessità della cooperazione
vinca l’illusione dell’autosufficienza e dell’autarchia”.