TURCHIA UN PONTE TRA EUROPA E ISLAM
fonte:
: Laura Petreccia; Luigi Accattoli
autore: Lighthouse of the Harbour; Il Corriere
della sera, 21 dicembre 2004
Il “sì” qualificato della
Commissione europea, guidata da Romano Prodi, all’apertura
dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione
europea, è arrivato il 6 ottobre. Lo stesso giorno, ma
secoli prima, era una febbrile vigilia di guerra per le flotte
cristiane della Lega sacra- papato, Spagna, Venezia- che l’indomani,
7 ottobre 1571, avrebbero affrontato gli ottomani nel mare di
Lepanto, in Grecia. La battaglia fu aspra ma infine- mentre, si
racconta, seguendo da Roma quasi in visione lo scontro, Pio V
pregava la Madonna del Rosario perché la croce prevalesse
contro la mezzaluna- i “nostri”, i cristiani, vinsero.
Non vi è alcun collegamento diretto tra l’evento
di un tempo e quello attuale; ma la storia ci suggerisce analogie
che fanno pensare. Se, nel Cinquecento (ma fino all’Ottocento!)
l’Europa “cristiana”- pur dilaniata da feroci
lotte intestine- considerava il Gran Turco come il “nemico”
per eccellenza, l’”infedele”, oggi a Bruxelles
si vede con simpatia l’ipotesi che nella Ue entri la moderna
Turchia, nata alla fine della prima guerra mondiale dalle ceneri
del dissolto impero ottomano, e ispirata ad Ataturk. E’
del 17 dicembre, nel vertice dei capi di Stato e di governo dei
25 paesi dell’Unione la decisione per l’avvio formale
dei negoziati con Ankara. Il lieto fine dell’iter non si
profila scontato. Chirac, in Francia minaccia un referendum contro
la candidatura turca. Bossi, in Italia, anche.
La Santa Sede è ufficialmente neutrale sull’ingresso
della Turchia nell’Unione, ma tra le Chiese cristiane, all’interno
della Chiesa cattolica e persino dentro le mura vaticane vi sono
pareri contrastanti.
Aperta all’ingresso è la piccola comunità
cattolica turca (trentamila persone, con sei vescovi) che spera
nel miglioramento della propria condizione.
Per la stessa ragione è assolutamente favorevole all’ingresso
il patriarcato ortodosso di Costantinopoli. “Ci aspettiamo
una decisione positiva” aveva detto alla vigilia del summit
di Bruxelles il patriarca Bartolomeo I, parlando “come turco
e insieme a tutta la nazione”.
Attualmente sono due i cardinali del Vaticano che si sono pronunciati
con parere chiaro: il gesuita Roberto Tucci, favorevole (perché
comporterebbe l’ancoraggio di un grande paese islamico alla
democrazia europea) e il card. Ratzinger, che ha giudicato negativamente
una tale ipotesi (“culturalmente” la Turchia ha sempre
rappresentato “un altro continente rispetto all’Europa”).
L’incertezza che domina nella Curia romana è riassunta
dal cardinale Achille Silvestrini: “C’è preoccupazione
per la distanza culturale e le possibili conseguenze negative,
ma c’è anche l’avvertenza di un’opportunità
storica da cogliere- favorendo la democrazia turca sic rea un
polo d’attrazione positivo per tutto il mondo islamico-
e la sensazione che il processo di adesione in realtà venga
da lontano e difficilmente possa essere bloccato”.
Silvestrini ricorda quando rappresentava la Santa Sede alla Conferenza
di Helsinki e il delegato turco l’avvicinava per spiegargli
come il suo governo fosse contrario all’uso (nell’articolo
7 dell’Atto finale) dell’espressione “la libertà
della persona”. Il testo approvato infatti parla di “libertà
dell’individuo”. “Lì- dice Silvestrini-
si manifestava la lontananza culturale. L’interesse per
l’adesione viene invece dall’esigenza di aiutare i
cristiani che vivono laggiù. Ma occorre fare attenzione
a come si svilupperanno i fatti nei prossimi anni, in modo da
evitare che i vantaggi tanto attesi vengano rimangiati, una volta
avvenuto l’ingresso nell’Unione”.
La diplomazia vaticana non si pronuncia, perché le stanno
a cuore i cristiani turchi e il dialogo con l’Islam , ma
avverte anche la forza degli argomenti chi è contrario.
Il nunzio apostolico arcivescovo Edmond Farhat, intervistato dalla
televisione turca ad Ankara: Ntv: “Il Vaticano non è
contrario all’adesione della Turchia all’Unione Europea
e non vede l’Unione come un club cristiano, ma desidera
che la Turchia completi le riforme nel campo delle libertà
religiose e personali, prima di divenire membro dell’Unione.
Con queste parole il nunzio sottolinea le “attese”
della Santa Sede in merito alla questione, che erano state esposte
ai membri dell’Unione con due memorandum datati luglio e
settembre 2002: che –cioè- venissero poste quali
condizioni vincolanti per Ankara il rispetto della libertà
religiosa e dei diritti umani. Il secondo dei due memorandum segnalava
l’esigenza che le strutture delle Chiese ottenessero riconoscimento
giuridico e fossero autorizzate a possedere immobili a costruire
luoghi di culto, ad aprire scuole.
Della questione si è occupato anche il cardinale Ruini,
durante un incontro con i giornalisti, a conclusione dell’assemblea
della Cei del maggio 2003: invitò a “ponderarla bene”,
riconoscendo l’interesse all’ingresso da parte dei
“cristiani di quel Paese”, ma segnalando che “la
Turchia, pur avendo una costituzione laica, è una nazione
nei fatti fortemente islamica, molto popolosa e con una dinamica
demografica molto positiva”.
Ruini invitò anche- facendo sua un’espressione dell’arcivescovo
Jean-Louis Tauran, ora cardinale- a dare la precedenza “ad
altri Paesi che desiderano entrare nella Ue e che sono totalmente
europei, come la Moldavia e l’Ucraina”.
La posizione vaticana ufficiale è stata definita come “neutra”
dal cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, il 30 settembre
scorso: “la Santa Sede sui problemi politici è neutrale”.
Quella neutralità è stata così interpretata
l’altro ieri, dall’arcivescovo Giovanni Lajolo, responsabile
vaticano del rapporto con gli stati: “Chiediamo solo che
gli interessi economici e strategici non spingano al ribasso la
valutazione dell’osservanza dei diritti umani e, primo fra
tutti della libertà di religione”.
Monsignore Padovese dall’Anatolia
“Io parlo a nome della comunità
cattolica che vive in Turchia e dico che l’ingresso nell’Unione
Europea non potrebbe che essere vantaggioso per noi, i vista del
pieno riconoscimento delle nostre strutture, delle nostre attività
e della possibilità per i cattolici di accedere a tutte
le professioni: per esempio oggi non possono essere poliziotti”:
è il parere del vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico
dell’Anatolia, uno dei sei vescovi cattolici che vivono
in Turchia.
Eccellenza, come risponde a chi teme la diffusione
in Europa dell’Islamismo politico?
“E’ una valutazione dettata dalla paura, più
che da una percezione critica della realtà: la minaccia
islamista viene dal mondo arabo, non dalla Turchia. Non c’è
peggior errore che considerare l’Islam uguale dappertutto.
Se l’adesione all’Europa richiama la Turchia al rispetto
della sua laicità, no può che venirne un vantaggio
per tutti”.
Ma quello turco non è un mondo troppo
lontano da quello europeo?
“L’Europa è segnata dal muticulturalismo, si
pensi alla distanza culturale tra il Portogallo e la Svezia! Perché
escludere questa varietà culturale tra le altre? E qual
è l’elemento culturale dominante oggi in Europa”
sappiamo bene che per molti aspetti a dominare non sono i valori
cristiani”.
Una cosa è un contesto post-cristiano
e un’altra un contesto compattamente islamico…
“ma no bisogna neanche dimenticare che proprio qui, in Turchia,
sono le nostre radici cristiane: Paolo e Luca sono nati qui, buona
parte del Nuovo Testamento è stata scritta qui, o per comunità
che qui vivevano. Qui si sono tenuti i primi sette concili della
Chiesa indivisa e qui ha preso forma il Credo che cantiamo la
domenica nelle chiese”.
C’è anche chi teme un’invasione
turca dell’Europa, attraverso l’emigrazione…
“Si amplifica, con l’immigrazione, un fenomeno che
certamente sarà molto contenuto, perché la Turchia
ha buone possibilità di sviluppo economico e può
sfamare qui la sua popolazione. E del resto sappiamo già
che non bastano le frontiere a bloccare l’emigrazione dei
disperati”.
Che idea si è fatto della vita e della
cultura turca?
“sono 27 anni che faccio la spola tra l’Italia e la
Turchia, per studiare, da storico, quelle radici cristiane che
le dicevo. Ho organizzato convegni internazionali sugli apostoli
Pietro, Paolo e Giovanni a Efeso, a Tarso e ad Antiochia. In questi
anni ho visto una grande crescita di un clima culturale sempre
più europeo. Questo è un Paese che merita attenzione,
più di quanto non si avverta in Italia. E credo che anche
dal punto di vista cristiano possa essere vantaggioso, domani
avere la Turchia in Europa: sarà più facile presentare
al suo popolo il messaggio cristiano”.