|
La storia ebraica inizia nel deserto,
luogo dove gli Ebrei ricevettero la Torah e si
costituirono come popolo, imparando, nei quarant'anni di
viaggio in questo spazio fisico, a mantenere uno
stato di perfetta unione tra se stessi (le dodici tribù)
e Dio. A corredo di questo articolo utilizzerò delle
immagini della ricerca fotografica di Noah Fulberg sul
Sinai, come sfondo ad alcune riflessioni sul significato
della peregrinazione nel deserto.
Da sempre il viaggio nel deserto significa
viaggio nell'interiorità, rinascita spirituale.
Andiamo al Libro della Genesi, alla prima
comunicazione tra Dio e Abramo. Il primo ebreo,
Avraham ha-ivrì, cioè l'uomo che aveva
scelto di stare dall'altra parte, non riuscendo
più a tollerare il materialismo che lo circondava,
ricevette, come primo messaggio divino, l'ordine di
mettersi in viaggio: Lekh Lekhà (Lekh, vai
via, abbandona l'esteriorità e Lekhà, va dentro
te stesso). Vai nella Terra che Io ti mostrerò. E
il luogo da attraversare per arrivare alla Terra
Promessa è il deserto, che non è solo un luogo
geografico, ma uno stato di coscienza, grazie al
quale Avraham può ubbidire al comando Lekh
Lekhà.

E' lecito chiedersi perché per giungere a
tale stato di coscienza sia necessario un viaggio di
tipo fisico. La risposta a questo interrogativo è che in
genere, nella Torah, ogni descrizione della realtà
fisica, di ogni qualità materiale, è la metafora di un
qualcosa di spirituale (la bellezza degli occhi di
Rachel allude alla sua elevata statura morale, la
purezza dell'Acqua - che scende dall'Alto al basso -
rappresenta la Torah, etc.).
Per quanto riguarda il viaggio nel deserto
in particolare è fondamentale soffermarsi sul
significato della parola Derech, cammino, in due
passaggi susseguentisi nel Deuteronomio (VIII 2,6):
"Ti ricorderai di tutto il cammino
(derekh) lungo il quale il Signore Tuo Dio ti
ha fatto camminare per quarant'anni nel deserto."
"Osserverai i comandamenti dell'Eterno,
tuo Dio, camminando per le Sue Vie (bederakhai)
e avendo Timore di Lui. Perché l'Eterno il Tuo Dio ti
conduce in un paese pieno di rivi d'acqua, di torrenti
che si spandono nella valle e sulla
montagna."
Nella seconda parte dell'ultimo paragrafo
notiamo che l'esperienza del mondo fisico (il viaggio
nel deserto, tra i suoi rivi d'acqua etc.) si rivela
chiaramente come uno strumento per portarci ad un
secondo tipo di viaggio (a conoscere le vie,
derakhai, del Signore).
Partendo dalla pista del deserto arriviamo
quindi alla pista dentro di noi che ci conduce
all'ascolto della parola di Dio.
La lingua ebraica ci aiuta ulteriormente a
capire tale connessione. Midbar, deserto,
significa anche ciò che parla, medaber . Esso è
il luogo in cui la parola divina viene trasmessa al
popolo, lo spazio fisico (Poh) che diviene luogo
della emissione della Parola (Peh)1.

Resta ora da capire cosa rappresenti il
deserto, perché è un viaggio nel deserto del Sinai
anziché sugli alti picchi dell'Himalaya a iniziare gli
Ebrei alla spiritualità.
Il deserto è la terra di nessuno, il luogo
in cui la presenza rassicurante degli oggetti fisici
viene a mancare: nel deserto non si vede un albero, una
casa, non si scorge nulla di ben definito.
Funzione del deserto quindi è ridare all'immaginazione
il suo massimo potenziale, ispirare il sentimento delle
infinite possibilità di evoluzione, liberare dalla
ripetitività del già definito, degli schemi fissi.
E' quindi il deserto che ci avvicina
gradualmente a Dio, che nella Torah si autodefinisce
Dio della libertà. Il primo dei dieci
comandamenti ci avverte subito che l'ebraismo non è una
religione per schiavi: Io sono il Signore Tuo Dio che
ti ha liberato dal paese d'Egitto (Egitto in ebraico
è Mitzraim, luogo stretto). E il deserto è il
mediatore privilegiato di questo messaggio di libertà
assoluta, della costante possibilità per l'uomo di
scegliere tra la vita e la morte. Di scegliere tra il
passaggio in Erez Israel o l'arresa al deserto che, nel
momento in cui l'uomo rinuncia alla lotta contro la
morte e il male (concetti che nella Torah coincidono,
essendo Dio definito come Dio della Vita) lo
inghiotte, immobilizzandolo sotto il sale, la sabbia, la
roccia.
E nella dialettica tra deserto e
vegetazione (perfettamente espressa a Ein Gedi, nel
deserto di Giuda in Israele, dove ogni giorno i primi
pionieri strappavano al deserto un metro dopo l'altro di
terreno arido e sabbioso da coltivare) che sono
contenuti i due poli dell'esistenza umana, la scelta tra
la devekut, l'attaccarsi a Dio e alla Vita,
assumendo il controllo della propria esistenza, o il
permettere alle forze del male di trionfare, rendendo
sterile (come il deserto) ogni nostro potenziale di
creazione e di rinascita.
Afferma il profeta Isaia:
"Che gioiscano deserto e terra
arida
che esulti e fiorisca la steppa
che si ricopra di fiori
che gioisca e gridi di allegria.
La gloria del Libano le è
concessa2
...................................
allora gli occhi del cieco si
apriranno
e le orecchie del sordo udiranno
allora lo zoppo salterà come un
cervo
e la bocca del muto canterà
perché nel deserto le acque
scorreranno
come torrenti nella steppa
e la terra bruciata diventerà un
lago
e il paese della sete si riempirà di
rivi d'acqua."

Senza la continua vigilanza contro le
forze della distruzione, il male che dovrebbe essere
sottomesso ci dominerà, il deserto che dovremmo
coltivare ci inghiottirà. La lotta per la vita è
costante. Se tu non fai il bene - è detto a Caino
- il peccato ti aspetta alla porta. Ma tu lo puoi
dominare.
Così come nel deserto i nostri Padri
impararono a scegliere tra la vita e la morte, anch'io
non avrei potuto assimilare la Torah appresa sui libri,
rendendola in questo modo parte integrante del mio
vissuto interiore, senza alcuni viaggi compiuti nel
deserto. Per rendere più comprensibili queste mie
affermazioni vorrei riportare alcune mie esperienze
provate durante una scalata semi impossibile intrapresa
per un sentiero sbagliato.
Assetata e stanca, di fronte ai
vertiginosi baratri, avevo ormai raggiunto la
consapevolezza costante che senza la protezione divina
ad ogni passo avrei potuto mettere il piede sulla roccia
sbagliata, rotolando così giù come alcune pietre che
avevo visto franare. Ad un certo punto scorsi però uno
stambecco spiccare un salto senza esitazione tra due
rocce, ed ecco allora che ebbi questa intuizione:
compresi finalmente il significato della preghiera
Hashem mia Roccia (Tzurì) e mio
Salvatore (veGoalì). Dio può essere il tuo
Salvatore quando scegli di vivere in uno stato di
costante Teshuvà3, pentimento. Questo ci
permette di venire illuminati, di scegliere come
l'ayal, lo stambecco tanto caro al re David, la
roccia giusta, di collocarci cioè nell'adeguato stato di
coscienza rispetto alla Roccia. Dopo
l'insegnamento dello stambecco cominciai a provare una
fede vera nel Dio che nella mia esistenza diventava
l'unica mia pietra (Hashem Tzurì) che non
vacillava.

Man mano che proseguivo nella scalata (che
non potevo interrompere dato il timore del baratro
sottostante) facevo Teshuva. Ogni volta che
posavo il piede su una pietra poco rassicurante mi
liberavo di ogni fantasia idolatra che mi poneva al
centro del mondo. Ogni pietra un voto, di cui ne
mantengo ancora stranamente molti.
Ad un certo punto la stanchezza divenne
tale che persino cento grammi nel mio sacco divennero
zavorra insostenibile. Iniziai allora a lasciare dietro
di me oggetti e cibo per proseguire solo con una
bottiglia d'acqua. Così come accadde ai nostri Padri
l'acqua era divenuta l'unica necessità per la mia
sopravvivenza. E come insegnano i Saggi dell'ebraismo,
l'acqua rappresenta la Torah, la Fede.
Purtroppo a volte tale consapevolezza mi
abbandona: invece di quarant'anni, alla scuola del
deserto, ho passato solo pochi giorni.
Daniela Abravanel - Migdal Lago di
Tiberiade (Israele)
se avete domande potete scrivere a Daniela Abravanel per
risposte dettagliate è preferibile telefonare
00972-4-6600275
Se sei interessato/a a ricevere queste
lezioni iscriviti alla nostra mailing list info@cabalaeguarigione.org
_______________________________________ NOTE:
1 Poh, qui e Peh,
bocca, in ebraico sono scritte con le medesime lettere
Pe - Hei).
2 della sua verde
vegetazione.
3 Teshuva, tradotto con
pentimento, deriva dal verbo lashuv, voltarsi,
fare ritorno a Dio.
|