Giovedì, 11 marzo 2010 

 | nuovi movimenti religiosi | documentazione | diritto e religioni | area delle FAQ | Links suggeriti | Home
nuovi movimenti religiosi > Documentazione
   Testimoni di Geova  

Libro: "I Testimoni di Geova in Italia"

Cambiamenti sociali, Libertà di coscienza

Dal rapporto '03 emerge
una realtà in crescita


Minority Religions, Social Change, and Freedom of Conscience

Jehovah’s Witnesses Banned in Moscow


www.triangoloviola.it

Archivio

Assemblee di distretto 2004

Dal rapporto '04 emerge
una realtà in crescita


La prima convenzione italiana dell'Associazione Internazionale Studenti della Bibbia , avuta a Pinerolo, dal 23 al 26 Aprile 1925.


Un tema su cui riflettere
di U.Polizzi


Concetti filosofici-religiosi implicati nell'equazione: Progetto Intelligente"
di U.Polizzi

   Avventisti  

Archivio

   Area Ebraica  

 

The Fance (.pps)
(sito governativo Israel)

La campagna di Amos
Luzzatto


Gli europei e
l'antisemitismo


Il Fascismo antisemita
prima del '38


La Paura viene dalla Francia


Complici in apparenza?

Il deserto la vera scuola di Torah e di fede


La logica dell'annientamento


Giovanni Paolo II e le relazioni con il governo d'Israele ed il popolo Ebraico

   Area Buddhista  


Concordato con unione
Buddhista


UBI - Buddisti

   Area Islamica  

 

Gentilmente messi a disp. da Harun Yahya

Kerbala è la citta del
martirio


Kamikaze perchè?

Il sogno di
Osama bin Laden


ultra-fondamentalismo islamico, terrorismo, anti-terrorismo

Il punto non è lasciare l'Iraq ma aiutarlo in modo nuovo

So What?

L'anima dell'America


L'amara lezione delle Banlieues

   Area Esoterica  

 

L'aumismo fra religione
ed esoterismo(Cesnur)


Un alta sfida per la Chiesa

Esorcismo

Il Graal

 


La paura che arriva dalla Francia

fonte: confronti, marzo 2004
autore: Iacopo Scaramuzzi

Le aggressioni antisemite sono aumentate. Mentre la situazione della comunità ebraica si intreccia con l'escalation della violenza in Medio oriente, il governo promette battaglia, stretto tra le paure degli ebrei e il rischio di accusare indiscriminatamente la popolazione araba. L'opinione di Cohn-Bendit e di Klein.

L'accusa è gravissima: antisemitismo. Tanto più grave perché è indirizzata alla Francia, il paese dove risiedono oltre 500mila ebrei, la più grande comunità ebraica d'Europa. Eppure è un'accusa scandita a chiare lettere: il 25 gennaio, il ministro israeliano incaricato delle relazioni con la diaspora, Nathan Chtcharansky, si è lamentato dell'aumento degli atti antisemiti nel paese che per primo, nel 1791, riconobbe agli ebrei i diritti civili. "La situazione degli ebrei in Francia è molto problematica", ha affermato Chtcharansky. "L'anno scorso il numero di incidenti antisemiti è raddoppiato". Il direttore del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebree (Crif), Haim Musicant, ha rincarato la dose: "Per la prima volta da sessant'anni, gli ebrei di Francia si angosciano nel loro proprio paese", ha dichiarato il 15 febbraio a Le Monde. Anche il presidente d'Israele, Moshe Katsav, in visita in Francia dal 16 al 19 febbraio, ha affermato: "Sono inquieto quando degli ebrei non si sentono liberi di camminare per la strada soltanto perché sono ebrei".

Affermazioni dure ma non del tutto inattese. I mezzi d'informazione riportano con una certa regolarità aggressioni contro ebrei. La più grave è stata l'incendio che ha distrutto, nella notte tra il 14 e il 15 novembre, una scuola privata ebraica a Gagny. Anche se non è stata trovata nessuna iscrizione antisemita sul luogo, il presidente della Repubblica Jacques Chirac ha convocato d'urgenza una riunione per coordinare, tra diversi ministeri, le misure per contrastare aggressioni antisemite. Il conflitto israelo-palestinese, inoltre, si fa sentire ben aldilà dei suoi confini geografici, e ad ogni recrudescenza di violenza in Medio oriente corrisponde un aumento della tensione tra comunità ebraica e popolazione di origine ma-ghrebina in Francia. Il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy deve gestire una situazione esplosiva. "Non c'è nessuna aggressione, insulto, minaccia, fatto antisemita che non sarà combattuto fino all'ultima energia", ha dichiarato il 24 gennaio. Ma ha aggiunto: "Non posso però lasciar credere che tutti i francesi siano antisemiti, perché ciò non corrisponde alla realtà. L'immensa maggioranza dei nostri compatrioti di cultura musulmana sono indignati dall'antisemitismo e sono essi stessi vittime di razzismo. A Gagny nulla permette di dire che si sia trattato o meno di un fatto antisemita. Quando non si è sicuri, bisogna attendere. Perché se condanniamo senza sapere, quando ci sarà veramente da condannare e da agire, mancherà la forza". Nelle parole del suo ministro dell'Interno si ritrovano tutti i dilemmi della Francia: la necessità di condannare e il bisogno di distinguere, la paura della comunità ebraica e il rischio di accusare indiscriminatamente la comunità musulmana. Soprattutto, l'impellenza di individuare il vero problema per poterlo sradicare.

Dietro le cifre
Sarkozy ha reagito alle affermazioni del ministro israeliano Chtcharansky con una secca smentita. "Le cifre della violenza antisemita sono diminuite in Francia nel 2003", ha dichiarato il ministro dell'Interno. I fatti sono però meno rosei di quanto li vorrebbe Sarkozy. Se nel 2003 c'è stata una flessione, nei due anni precedenti l'aumento è netto e preoccupante. Il 27 marzo dell'anno scorso la Commissione consultiva dei diritti dell'uomo aveva consegnato al primo ministro Jean Pierre Raffarin un rapporto sugli atti razzisti in Francia nel corso del 2002. Le violenze antisemite risultano essere quelle relativamente più frequenti: il 62% del totale degli atti recensiti, sei volte più frequenti che nel 2001. È la prima volta in dieci anni che gli atti antisemiti sono più numerosi che altre forme di razzismo. Anche gli attacchi contro i maghrebini, peraltro, raggiungono nel 2002 il livello più alto degli ultimi dieci anni. L'antisemitismo, nota la Commissione, è "esploso" nel 2002 simultaneamente alla recrudescenza del conflitto in Medio oriente.

Ma dietro le cifre cosa si nasconde? Cosa vede chi lavora sul campo? A Strasburgo sono avvenute, nelle ultime settimane, alcune tra le aggressioni più gravi. Nel fine settimana del 17 e 18 gennaio un minibus di una scuola ebraica è stato incendiato e la porta di una sinagoga è stata danneggiata dal lancio di pietre. L'Alsazia è un caso particolare in Francia: confinante con la Germania, conserva vivido il ricordo del nazismo, della seconda guerra mondiale e della Shoà. La sensibilità della comunità ebraica di Strasburgo, una della più importanti d'Oltralpe, è dunque a fior di pelle. Tanto più che una forte presenza dell'estrema destra e di popolazione immigrata d'origine araba rende la situazione particolarmente tesa. Ma si può davvero parlare di antisemitismo? È in atto una strategia che attacca gli ebrei in quanto tali? Il viceprocuratore di Strasburgo incaricato delle inchieste sugli atti razzisti getta acqua sul fuoco: si tratta di atti "relativamente isolati", afferma Brice Raymondeau; né la Procura ha notato "l'appartenenza [degli autori di aggressioni del genere, ndr] a gruppuscoli estremisti".

Un'opinione a cui fa eco Georges Federmann. Psichiatra ebreo, nato in Marocco e naturalizzato francese, Federmann difende "le cause perdute, o piuttosto quelle che impiegheranno dei decenni ad avanzare", dicono di lui. Di fronte alle cifre sull'aumento dell'antisemitismo in Francia negli ultimi anni, si dice scettico. "Non voglio minimizzare il pericolo dell'antisemitismo, che è gravissimo", afferma. "Ma bisogna mettere l'antisemitismo in relazione con altre discriminazioni attuali, che sono ancora più gravi". Federmann lavora nelle scuole di periferia con i figli degli immigrati maghrebini e organizza attività per tenere viva la memoria della Shoà, cura i tossicodipendenti e i senza tetto e anima le attività del Collettivo di amicizia arabo-ebraica di Strasburgo. "In quanto ebreo, consapevole del dramma della Shoà, mi sento impegnato oggi a lavorare con quanti sono vittime di ogni discriminazione".

Cohn-Bendit e il rapporto proibito
I rischi che si accompagnano all'interpretazione dell'antisemitismo francese e, più in generale, europeo sono ben rappresentati dalla storia tormentata di un rapporto dell'Osservatorio europeo dei fenomeni razzisti e xenofobi di Vienna. Nel 2002 questa agenzia indipendente dell'Unione europea ha commissionato a un centro studi di Berlino uno studio sull'antisemitismo. Quando l'Osservatorio di Vienna ha ricevuto lo studio, ha deciso di non pubblicarlo. Motivo: "Il data set utilizzato non è né affidabile, né obiettivo, né sufficientemente robusto per permettere un'analisi comparativa autorevole sulle manifestazioni di antisemitismo nell'Ue". Inoltre, un uso troppo disinvolto del termine "antisemitismo" fatto dal centro di Berlino rende poco credibile tutta l'analisi, e "riferimenti all'antisionismo, critiche alla politica israeliana e antiamericanismo aumentano la confusione". Infine, il difetto forse più grave sono, per l'Osservatorio di Vienna, le generalizzazioni: "Può sembrare che il rapporto suggerisca che atti individuali di antisemitismo sono indicativi del fatto che l'antisemitismo è endemico tra "gli immigrati musulmani arabi/nord africani", "la popolazione musulmana", "i giovani musulmani", "i giovani arabi/musulmani"". Per questi motivi l'Osservatorio di Vienna ha deciso di migliorare l'indagine statistica e di pubblicare, in queste settimane, un rapporto più affidabile.

Ciononostante, su Vienna sono piovute le proteste. Come quella di Daniel Cohn-Bendit. Ebreo, il capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha pubblicato il rapporto "proibito" sulla sua pagina web. Perché, ha affermato, "anche se questo rapporto è problematico e controverso, mi sembra più grave censurarlo che renderlo pubblico". Amante del parlare franco e delle uscite provocatorie, l'ex leader del Sessantotto francese non è tuttavia privo di un argomentare rigoroso. Il rischio di un aumento di tensioni tra ebrei ed arabi? "Le tensioni non fanno che intensificarsi se non si sa di che si parla", spiega Cohn-Bendit. "La relazione tra una parte della comunità ebraica e le comunità musulmane è molto tesa, è legata ad Israele, ma non sono dei testi che fanno la differenza".

Ma cosa sono, secondo Cohn-Bendit, le aggressioni agli ebrei in Francia? Atti isolati di qualche testa calda? Atti contro la politica del governo israeliano? Atti antisionisti? Atti antisemiti? "È un po' un miscuglio di tutto. C'è un'identificazione eccessiva con i palestinesi in certi gruppi comunitari (di origine araba, ndr), e questa identificazione porta ad una reazione che spesso si vuole antisionista e contro la politica israeliana ma è antisemita - questo bisogna dirlo: non è perché si è di sinistra che non si è antisemiti, e non è perché si è contro Israele che si è antisemiti. È una situazione molto difficile, bisogna ogni volta spiegare, vedere qual è il contenuto di certe affermazioni". Jean Paul Sartre, citato da Cohn-Bendit, diceva che l'antisemitismo finirà nel momento in cui si comprenderà che gli ebrei sono come tutti gli altri: ci sono tra loro poliziotti e criminali, infermiere e prostitute, vincitori di premi nobel e stupidi. Siamo arrivati a quel momento, in Europa e in Francia? "No, non ci siamo ancora". E cosa bisogna fare per arrivarci? "Credo che l'eccezione ebraica è un problema da un lato come dall'altro", dice Cohn-Bendit; "io sono per una normalizzazione dell'identità ebraica - con tutta la sua follia! Normalizzazione non vuol dire abolizione della follia: gli ebrei sono ebrei e gli altri sono gli altri. Ma sfortunatamente ancora non siamo arrivati a quello stadio".

Se il rischio di una banalizzazione dell'antisemitismo è reale, e un istituto autorevole come l'Osservatorio di Vienna ha voluto evitarlo, la posizione di Cohn-Bendit stigmatizza un altro rischio, che è quello di prendere sottogamba un fenomeno altrettanto reale quale l'antisemitismo. È quanto sottolineato, a maggio del 2003, in un convegno a New York sull'antisemitismo in Europa. Organizzato al Centro di storia ebraica, l'incontro, riportato sulle colonne di Le Monde, ha, tra l'altro, messo il dito nella piaga di un antisemitismo nascosto: quello che "oggi utilizza, sfrutta e si dissimula dietro l'antisionismo", ha affermato Leon Wieseltier, scrittore americano. O, ancora più insidiosa quanto più si nasconde dietro istanze in sé legittime, l'alleanza "tra la sinistra progressista europea e l'islamismo radicale, portatore di un antisemitismo virulento. In nome della lotta contro il fascismo e il razzismo, in nome della difesa dell'altro, dell'oppresso, della vittima, l'antisemitismo musulmano è tollerato e accettato", ha aggiunto lo scrittore francese Alain Finkielkraut.

Theo Klein, l'antisemitismo secondo un "ebreo libero"
Tra il rischio di una inflazione del termine "antisemitismo" e il rischio opposto di una sua banalizzazione, è facile perdere la bussola. È ad una delle voci più autorevoli dell'ebraismo francese che ci rivolgiamo per avere dei lumi: Theo Klein. Presidente del Crif dal 1983 al 1989, avvocato, l'ottantatreenne Klein ha sempre agito con gran libertà. Attaccato all'identità ebraica fino a ottenere la nazionalità israeliana, è stato il protagonista di un dialogo dialettico e caloroso con il rappresentante della Lega araba in Francia, Hamadi Essid, negli anni della sua presidenza al Crif. Figura di spicco della resistenza francese al nazismo, nel 2002 ha pubblicato un libro, Il manifesto di un ebreo libero, nel quale ha affermato: "Credo che non ci sia oggi un antisemitismo organizzato in Francia". Conferma oggi, Theo Klein, quanto detto allora? "Sì. Evidentemente se si prende una frase fuori dal suo contesto può apparire strana. La tesi che difendevo in quel libro, e che continuo a difendere, è che non c'è assolutamente niente in comune tra l'antisemitismo di oggi e quello che si è sviluppato in Europa negli anni Trenta e Quaranta. La parola antisemitismo significava qualcosa, cioè un movimento politico, e addirittura dei governi, che consideravano che gli ebrei non erano cittadini ordinari. Oggi siamo di fronte a una situazione che mi sembra completamente diversa. Non credo che alla base degli atti odierni contro gli ebrei ci sia un partito politico, un'organizzazione o un'associazione strutturata che dà delle parole d'ordine, che organizza delle azioni e che le pilota. C'è un movimento generale d'esacerbazione, a volte anche di odio, delle popolazioni musulmane verso gli ebrei, gli ebrei essendo nell'immaginario di chi intraprende queste azioni in qualche modo degli israeliani. Questo non vuol dire che gli atti non siano scandalosi, non bisogna confondere le cose; e non bisogna neppure pretendere che il dolore subito da chi è aggredito oggi non è lo stesso che poteva subire all'epoca la persona aggredita. Ma poiché penso che l'antisemitismo ha rappresentato un fenomeno molto particolare, segnato dalla Shoà, credo che non possiamo utilizzare lo stesso termine". Quale termine utilizzare allora? "È stata suggerita la parola giudeofobia, e mi va piuttosto bene", risponde Klein. "Peraltro c'è qualcosa di piuttosto terribile nell'impiegare la parola antisemitismo oggi: perché un semita [arabo, ndr] prende di mira un altro semita [ebreo, ndr]".

Il riconoscimento della gravità delle azioni contro gli ebrei non impedisce a Klein di sottolineare il rischio di ripiego comunitario di una parte della comunità ebraica. "Penso che ci sia una parte importante della popolazione ebraica in Francia che è completamente integrata nella società francese, che esercita diverse responsabilità, generalmente senza troppi problemi. Ma c'è anche una parte di questa popolazione che si riunisce in organizzazioni ebraiche. In seno a tali organizzazioni ci sono dei vecchi riflessi che non sono guariti. Quando per quasi tremila anni si sono costantemente subiti degli choc esterni, senza aver mai la possibilità né di rispondere a questi choc, né di organizzarsi per cercare di evitarli, si prendono delle abitudini di ripiegamento e delle abitudini da vittime designate a priori. Sfortunatamente ho l'impressione - e non solo, devo dire, nella comunità ebraica francese, ma anche in Israele - che a volte non si sia superato tale atteggiamento da un punto di vista psicologico".

E il rapporto con Israele? Non si può criticare Israele senza essere sospettati di antisemitismo, non lo si può difendere senza essere accusati di essere degli oppressori: si limita davvero a questo il dibattito pubblico? "Sono un anziano cittadino francese che ha ritrovato la sua cittadinanza israeliana quando lo stato di Israele è ritornato sulla scena della storia. Ma considero che è non solamente in mia possibilità, ma è mio dovere dire ciò che penso della politica o dell'assenza di politica del governo di Israele, come posso dare la mia opinione sul governo francese o sulla politica di questo o quel governo in qualsiasi paese del mondo", spiega questo israeliano francese che a giugno del 1967 visitava il muro occidentale di Gerusalemme in compagnia di Shimon Peres e Ben Gurion. Strenuo sostenitore del processo di pace in Medio oriente, Klein continua: "Beninteso, è importante che questa critica sia fondata su delle azioni o dei fatti o un'interpretazione, insomma qualche cosa che non sia semplicemente il sospetto che tutto ciò che fa o farà il governo d'Israele è ad ogni modo inaccettabile".

Qualcuno accusa la Francia di essere un paese che oggi è incapace di difendere gli ebrei come lo faceva in altri tempi. È d'accordo Theo Klein? "No. Innanzitutto penso che si debba fare molta attenzione a una cosa: la violenza esiste in Francia da parte di una stessa categoria di popolazione [di origine araba, ndr] in modo generale. Quando un uomo arriva all'ospedale e litiga col dottore perché non vuole che egli tocchi la sua donna, perché nessun altro a parte lui può toccarla; quando dei genitori rifiutano che la direttrice di un collegio punisca il proprio figlio perché è una donna ed è inammissibile che una donna punisca qualcuno; quando ci sono attacchi contro le chiese; ebbene, non si tratta di una questione ebraica, si tratta di qualcos'altro. Siamo di fronte ad una situazione che è dovuta alla mancata integrazione di una parte della popolazione, uno choc tra abitudini, pratiche, rituali che sono differenti da quelli ordinari della Repubblica e contro i quali bisogna imparare a reagire. Ora, i fatti contro gli ebrei si iscrivono in questo contesto. Ma dire che la Francia è incapace di proteggere i suoi ebrei è peggio che ridicolo: c'è un aspetto tragicamente stupido in questa affermazione".

Iacopo Scaramuzzi

 
Sito ottimizzato per Microsoft Internet Explorer, risoluzione minima: 800x600