La paura che arriva dalla Francia
fonte:
confronti, marzo 2004
autore: Iacopo Scaramuzzi
Le aggressioni antisemite
sono aumentate. Mentre la situazione della comunità ebraica
si intreccia con l'escalation della violenza in Medio oriente,
il governo promette battaglia, stretto tra le paure degli ebrei
e il rischio di accusare indiscriminatamente la popolazione araba.
L'opinione di Cohn-Bendit e di Klein.
L'accusa è gravissima: antisemitismo.
Tanto più grave perché è indirizzata alla
Francia, il paese dove risiedono oltre 500mila ebrei, la più
grande comunità ebraica d'Europa. Eppure è un'accusa
scandita a chiare lettere: il 25 gennaio, il ministro israeliano
incaricato delle relazioni con la diaspora, Nathan Chtcharansky,
si è lamentato dell'aumento degli atti antisemiti nel paese
che per primo, nel 1791, riconobbe agli ebrei i diritti civili.
"La situazione degli ebrei in Francia è molto problematica",
ha affermato Chtcharansky. "L'anno scorso il numero di incidenti
antisemiti è raddoppiato". Il direttore del Consiglio
rappresentativo delle istituzioni ebree (Crif), Haim Musicant,
ha rincarato la dose: "Per la prima volta da sessant'anni,
gli ebrei di Francia si angosciano nel loro proprio paese",
ha dichiarato il 15 febbraio a Le Monde. Anche il presidente d'Israele,
Moshe Katsav, in visita in Francia dal 16 al 19 febbraio, ha affermato:
"Sono inquieto quando degli ebrei non si sentono liberi di
camminare per la strada soltanto perché sono ebrei".
Affermazioni dure ma non del tutto inattese.
I mezzi d'informazione riportano con una certa regolarità
aggressioni contro ebrei. La più grave è stata l'incendio
che ha distrutto, nella notte tra il 14 e il 15 novembre, una
scuola privata ebraica a Gagny. Anche se non è stata trovata
nessuna iscrizione antisemita sul luogo, il presidente della Repubblica
Jacques Chirac ha convocato d'urgenza una riunione per coordinare,
tra diversi ministeri, le misure per contrastare aggressioni antisemite.
Il conflitto israelo-palestinese, inoltre, si fa sentire ben aldilà
dei suoi confini geografici, e ad ogni recrudescenza di violenza
in Medio oriente corrisponde un aumento della tensione tra comunità
ebraica e popolazione di origine ma-ghrebina in Francia. Il ministro
dell'Interno Nicolas Sarkozy deve gestire una situazione esplosiva.
"Non c'è nessuna aggressione, insulto, minaccia, fatto
antisemita che non sarà combattuto fino all'ultima energia",
ha dichiarato il 24 gennaio. Ma ha aggiunto: "Non posso però
lasciar credere che tutti i francesi siano antisemiti, perché
ciò non corrisponde alla realtà. L'immensa maggioranza
dei nostri compatrioti di cultura musulmana sono indignati dall'antisemitismo
e sono essi stessi vittime di razzismo. A Gagny nulla permette
di dire che si sia trattato o meno di un fatto antisemita. Quando
non si è sicuri, bisogna attendere. Perché se condanniamo
senza sapere, quando ci sarà veramente da condannare e
da agire, mancherà la forza". Nelle parole del suo
ministro dell'Interno si ritrovano tutti i dilemmi della Francia:
la necessità di condannare e il bisogno di distinguere,
la paura della comunità ebraica e il rischio di accusare
indiscriminatamente la comunità musulmana. Soprattutto,
l'impellenza di individuare il vero problema per poterlo sradicare.
Dietro le cifre
Sarkozy ha reagito alle affermazioni del ministro israeliano Chtcharansky
con una secca smentita. "Le cifre della violenza antisemita
sono diminuite in Francia nel 2003", ha dichiarato il ministro
dell'Interno. I fatti sono però meno rosei di quanto li
vorrebbe Sarkozy. Se nel 2003 c'è stata una flessione,
nei due anni precedenti l'aumento è netto e preoccupante.
Il 27 marzo dell'anno scorso la Commissione consultiva dei diritti
dell'uomo aveva consegnato al primo ministro Jean Pierre Raffarin
un rapporto sugli atti razzisti in Francia nel corso del 2002.
Le violenze antisemite risultano essere quelle relativamente più
frequenti: il 62% del totale degli atti recensiti, sei volte più
frequenti che nel 2001. È la prima volta in dieci anni
che gli atti antisemiti sono più numerosi che altre forme
di razzismo. Anche gli attacchi contro i maghrebini, peraltro,
raggiungono nel 2002 il livello più alto degli ultimi dieci
anni. L'antisemitismo, nota la Commissione, è "esploso"
nel 2002 simultaneamente alla recrudescenza del conflitto in Medio
oriente.
Ma dietro le cifre cosa si nasconde? Cosa vede
chi lavora sul campo? A Strasburgo sono avvenute, nelle ultime
settimane, alcune tra le aggressioni più gravi. Nel fine
settimana del 17 e 18 gennaio un minibus di una scuola ebraica
è stato incendiato e la porta di una sinagoga è
stata danneggiata dal lancio di pietre. L'Alsazia è un
caso particolare in Francia: confinante con la Germania, conserva
vivido il ricordo del nazismo, della seconda guerra mondiale e
della Shoà. La sensibilità della comunità
ebraica di Strasburgo, una della più importanti d'Oltralpe,
è dunque a fior di pelle. Tanto più che una forte
presenza dell'estrema destra e di popolazione immigrata d'origine
araba rende la situazione particolarmente tesa. Ma si può
davvero parlare di antisemitismo? È in atto una strategia
che attacca gli ebrei in quanto tali? Il viceprocuratore di Strasburgo
incaricato delle inchieste sugli atti razzisti getta acqua sul
fuoco: si tratta di atti "relativamente isolati", afferma
Brice Raymondeau; né la Procura ha notato "l'appartenenza
[degli autori di aggressioni del genere, ndr] a gruppuscoli estremisti".
Un'opinione a cui fa eco Georges Federmann. Psichiatra
ebreo, nato in Marocco e naturalizzato francese, Federmann difende
"le cause perdute, o piuttosto quelle che impiegheranno dei
decenni ad avanzare", dicono di lui. Di fronte alle cifre
sull'aumento dell'antisemitismo in Francia negli ultimi anni,
si dice scettico. "Non voglio minimizzare il pericolo dell'antisemitismo,
che è gravissimo", afferma. "Ma bisogna mettere
l'antisemitismo in relazione con altre discriminazioni attuali,
che sono ancora più gravi". Federmann lavora nelle
scuole di periferia con i figli degli immigrati maghrebini e organizza
attività per tenere viva la memoria della Shoà,
cura i tossicodipendenti e i senza tetto e anima le attività
del Collettivo di amicizia arabo-ebraica di Strasburgo. "In
quanto ebreo, consapevole del dramma della Shoà, mi sento
impegnato oggi a lavorare con quanti sono vittime di ogni discriminazione".
Cohn-Bendit e il rapporto proibito
I rischi che si accompagnano all'interpretazione dell'antisemitismo
francese e, più in generale, europeo sono ben rappresentati
dalla storia tormentata di un rapporto dell'Osservatorio europeo
dei fenomeni razzisti e xenofobi di Vienna. Nel 2002 questa agenzia
indipendente dell'Unione europea ha commissionato a un centro
studi di Berlino uno studio sull'antisemitismo. Quando l'Osservatorio
di Vienna ha ricevuto lo studio, ha deciso di non pubblicarlo.
Motivo: "Il data set utilizzato non è né affidabile,
né obiettivo, né sufficientemente robusto per permettere
un'analisi comparativa autorevole sulle manifestazioni di antisemitismo
nell'Ue". Inoltre, un uso troppo disinvolto del termine "antisemitismo"
fatto dal centro di Berlino rende poco credibile tutta l'analisi,
e "riferimenti all'antisionismo, critiche alla politica israeliana
e antiamericanismo aumentano la confusione". Infine, il difetto
forse più grave sono, per l'Osservatorio di Vienna, le
generalizzazioni: "Può sembrare che il rapporto suggerisca
che atti individuali di antisemitismo sono indicativi del fatto
che l'antisemitismo è endemico tra "gli immigrati
musulmani arabi/nord africani", "la popolazione musulmana",
"i giovani musulmani", "i giovani arabi/musulmani"".
Per questi motivi l'Osservatorio di Vienna ha deciso di migliorare
l'indagine statistica e di pubblicare, in queste settimane, un
rapporto più affidabile.
Ciononostante, su Vienna sono piovute le proteste.
Come quella di Daniel Cohn-Bendit. Ebreo, il capogruppo dei Verdi
al Parlamento europeo ha pubblicato il rapporto "proibito"
sulla sua pagina web. Perché, ha affermato, "anche
se questo rapporto è problematico e controverso, mi sembra
più grave censurarlo che renderlo pubblico". Amante
del parlare franco e delle uscite provocatorie, l'ex leader del
Sessantotto francese non è tuttavia privo di un argomentare
rigoroso. Il rischio di un aumento di tensioni tra ebrei ed arabi?
"Le tensioni non fanno che intensificarsi se non si sa di
che si parla", spiega Cohn-Bendit. "La relazione tra
una parte della comunità ebraica e le comunità musulmane
è molto tesa, è legata ad Israele, ma non sono dei
testi che fanno la differenza".
Ma cosa sono, secondo Cohn-Bendit, le aggressioni
agli ebrei in Francia? Atti isolati di qualche testa calda? Atti
contro la politica del governo israeliano? Atti antisionisti?
Atti antisemiti? "È un po' un miscuglio di tutto.
C'è un'identificazione eccessiva con i palestinesi in certi
gruppi comunitari (di origine araba, ndr), e questa identificazione
porta ad una reazione che spesso si vuole antisionista e contro
la politica israeliana ma è antisemita - questo bisogna
dirlo: non è perché si è di sinistra che
non si è antisemiti, e non è perché si è
contro Israele che si è antisemiti. È una situazione
molto difficile, bisogna ogni volta spiegare, vedere qual è
il contenuto di certe affermazioni". Jean Paul Sartre, citato
da Cohn-Bendit, diceva che l'antisemitismo finirà nel momento
in cui si comprenderà che gli ebrei sono come tutti gli
altri: ci sono tra loro poliziotti e criminali, infermiere e prostitute,
vincitori di premi nobel e stupidi. Siamo arrivati a quel momento,
in Europa e in Francia? "No, non ci siamo ancora". E
cosa bisogna fare per arrivarci? "Credo che l'eccezione ebraica
è un problema da un lato come dall'altro", dice Cohn-Bendit;
"io sono per una normalizzazione dell'identità ebraica
- con tutta la sua follia! Normalizzazione non vuol dire abolizione
della follia: gli ebrei sono ebrei e gli altri sono gli altri.
Ma sfortunatamente ancora non siamo arrivati a quello stadio".
Se il rischio di una banalizzazione dell'antisemitismo
è reale, e un istituto autorevole come l'Osservatorio di
Vienna ha voluto evitarlo, la posizione di Cohn-Bendit stigmatizza
un altro rischio, che è quello di prendere sottogamba un
fenomeno altrettanto reale quale l'antisemitismo. È quanto
sottolineato, a maggio del 2003, in un convegno a New York sull'antisemitismo
in Europa. Organizzato al Centro di storia ebraica, l'incontro,
riportato sulle colonne di Le Monde, ha, tra l'altro, messo il
dito nella piaga di un antisemitismo nascosto: quello che "oggi
utilizza, sfrutta e si dissimula dietro l'antisionismo",
ha affermato Leon Wieseltier, scrittore americano. O, ancora più
insidiosa quanto più si nasconde dietro istanze in sé
legittime, l'alleanza "tra la sinistra progressista europea
e l'islamismo radicale, portatore di un antisemitismo virulento.
In nome della lotta contro il fascismo e il razzismo, in nome
della difesa dell'altro, dell'oppresso, della vittima, l'antisemitismo
musulmano è tollerato e accettato", ha aggiunto lo
scrittore francese Alain Finkielkraut.
Theo Klein, l'antisemitismo secondo un "ebreo
libero"
Tra il rischio di una inflazione del termine "antisemitismo"
e il rischio opposto di una sua banalizzazione, è facile
perdere la bussola. È ad una delle voci più autorevoli
dell'ebraismo francese che ci rivolgiamo per avere dei lumi: Theo
Klein. Presidente del Crif dal 1983 al 1989, avvocato, l'ottantatreenne
Klein ha sempre agito con gran libertà. Attaccato all'identità
ebraica fino a ottenere la nazionalità israeliana, è
stato il protagonista di un dialogo dialettico e caloroso con
il rappresentante della Lega araba in Francia, Hamadi Essid, negli
anni della sua presidenza al Crif. Figura di spicco della resistenza
francese al nazismo, nel 2002 ha pubblicato un libro, Il manifesto
di un ebreo libero, nel quale ha affermato: "Credo che non
ci sia oggi un antisemitismo organizzato in Francia". Conferma
oggi, Theo Klein, quanto detto allora? "Sì. Evidentemente
se si prende una frase fuori dal suo contesto può apparire
strana. La tesi che difendevo in quel libro, e che continuo a
difendere, è che non c'è assolutamente niente in
comune tra l'antisemitismo di oggi e quello che si è sviluppato
in Europa negli anni Trenta e Quaranta. La parola antisemitismo
significava qualcosa, cioè un movimento politico, e addirittura
dei governi, che consideravano che gli ebrei non erano cittadini
ordinari. Oggi siamo di fronte a una situazione che mi sembra
completamente diversa. Non credo che alla base degli atti odierni
contro gli ebrei ci sia un partito politico, un'organizzazione
o un'associazione strutturata che dà delle parole d'ordine,
che organizza delle azioni e che le pilota. C'è un movimento
generale d'esacerbazione, a volte anche di odio, delle popolazioni
musulmane verso gli ebrei, gli ebrei essendo nell'immaginario
di chi intraprende queste azioni in qualche modo degli israeliani.
Questo non vuol dire che gli atti non siano scandalosi, non bisogna
confondere le cose; e non bisogna neppure pretendere che il dolore
subito da chi è aggredito oggi non è lo stesso che
poteva subire all'epoca la persona aggredita. Ma poiché
penso che l'antisemitismo ha rappresentato un fenomeno molto particolare,
segnato dalla Shoà, credo che non possiamo utilizzare lo
stesso termine". Quale termine utilizzare allora? "È
stata suggerita la parola giudeofobia, e mi va piuttosto bene",
risponde Klein. "Peraltro c'è qualcosa di piuttosto
terribile nell'impiegare la parola antisemitismo oggi: perché
un semita [arabo, ndr] prende di mira un altro semita [ebreo,
ndr]".
Il riconoscimento della gravità delle
azioni contro gli ebrei non impedisce a Klein di sottolineare
il rischio di ripiego comunitario di una parte della comunità
ebraica. "Penso che ci sia una parte importante della popolazione
ebraica in Francia che è completamente integrata nella
società francese, che esercita diverse responsabilità,
generalmente senza troppi problemi. Ma c'è anche una parte
di questa popolazione che si riunisce in organizzazioni ebraiche.
In seno a tali organizzazioni ci sono dei vecchi riflessi che
non sono guariti. Quando per quasi tremila anni si sono costantemente
subiti degli choc esterni, senza aver mai la possibilità
né di rispondere a questi choc, né di organizzarsi
per cercare di evitarli, si prendono delle abitudini di ripiegamento
e delle abitudini da vittime designate a priori. Sfortunatamente
ho l'impressione - e non solo, devo dire, nella comunità
ebraica francese, ma anche in Israele - che a volte non si sia
superato tale atteggiamento da un punto di vista psicologico".
E il rapporto con Israele? Non si può
criticare Israele senza essere sospettati di antisemitismo, non
lo si può difendere senza essere accusati di essere degli
oppressori: si limita davvero a questo il dibattito pubblico?
"Sono un anziano cittadino francese che ha ritrovato la sua
cittadinanza israeliana quando lo stato di Israele è ritornato
sulla scena della storia. Ma considero che è non solamente
in mia possibilità, ma è mio dovere dire ciò
che penso della politica o dell'assenza di politica del governo
di Israele, come posso dare la mia opinione sul governo francese
o sulla politica di questo o quel governo in qualsiasi paese del
mondo", spiega questo israeliano francese che a giugno del
1967 visitava il muro occidentale di Gerusalemme in compagnia
di Shimon Peres e Ben Gurion. Strenuo sostenitore del processo
di pace in Medio oriente, Klein continua: "Beninteso, è
importante che questa critica sia fondata su delle azioni o dei
fatti o un'interpretazione, insomma qualche cosa che non sia semplicemente
il sospetto che tutto ciò che fa o farà il governo
d'Israele è ad ogni modo inaccettabile".
Qualcuno accusa la Francia di essere un paese
che oggi è incapace di difendere gli ebrei come lo faceva
in altri tempi. È d'accordo Theo Klein? "No. Innanzitutto
penso che si debba fare molta attenzione a una cosa: la violenza
esiste in Francia da parte di una stessa categoria di popolazione
[di origine araba, ndr] in modo generale. Quando un uomo arriva
all'ospedale e litiga col dottore perché non vuole che
egli tocchi la sua donna, perché nessun altro a parte lui
può toccarla; quando dei genitori rifiutano che la direttrice
di un collegio punisca il proprio figlio perché è
una donna ed è inammissibile che una donna punisca qualcuno;
quando ci sono attacchi contro le chiese; ebbene, non si tratta
di una questione ebraica, si tratta di qualcos'altro. Siamo di
fronte ad una situazione che è dovuta alla mancata integrazione
di una parte della popolazione, uno choc tra abitudini, pratiche,
rituali che sono differenti da quelli ordinari della Repubblica
e contro i quali bisogna imparare a reagire. Ora, i fatti contro
gli ebrei si iscrivono in questo contesto. Ma dire che la Francia
è incapace di proteggere i suoi ebrei è peggio che
ridicolo: c'è un aspetto tragicamente stupido in questa
affermazione".
Iacopo Scaramuzzi