COMPLICI IN APPARENZA?
fonte:
Jesus, agosto 2004
autore: : Giovanni Sale
Tre giorni dopo la sua
nomina a Cancelliere del Reich, Hitler il 1° febbraio 1933
pronunciò per radio il suo primo discorso. In esso il nuovo
Cancelliere, tra le altre cose, affermò, trattando della
materia religiosa, che i membri del suo Governo “avrebbero
rispettato e difeso i principi di base su cui è stata eretta
la nostra nazione. Essi considerano il cristianesimo una base
della nostra moralità nazionale”. Niente era più
estraneo alla sensibilità e alla cultura politica di Hitler
e della grande maggioranza dei leader nazionalsocialisti del contenuto
di queste parole: esse infatti furono pronunciate dal Cancelliere
soltanto a scopo propagandistico e con fini apertamente demagogici.
Di fatto, tale passo fu aggiunto al discorso di Hitler all’ultimo
momento dal vicecancelliere von Papen, che era cattolico praticante,
con la certezza che esso sarebbe stato accolto dai tedeschi di
entrambe le confessioni religiose,e anche con la speranza di guadagnare
alla causa nazionalsocialista gran parte della gerarchia cattolica,
fortemente preoccupata, per la sorte del cattolicesimo tedesco,
dall’ascesa di Hitler al potere.
In realtà tali parole, nonostante il tono moderato e conciliante
dell’intero discorso del Cancelliere, non convinsero pienamente
i cattolici, i quali per esperienza conoscevano le vere idee professate
dai nazionalsocialisti in materia religiosa, né contribuirono
a pacificare gli animi. Così commentava questi fatti il
nunzio a Berlino monsignor Orsenigo il 7 febbraio 1933 in un rapporto
inviato alla Segreteria di Stato: “La tensione tra i nazionalsocialisti
e la maggioranza dei cattolici è certo molto grande. La
frase pronunciata da Hitler nel suo primo proclama al popolo tedesco,
in cui dichiarava di voler “proteggere l’idea cristiana,
base di ogni morale”, non solo non ha rassicurato nessuno,
perché ancora non si sa a quale cristianesimo alluda, ma
non si è tentato neppure di darle un’interpretazione
benevola allo scopo almeno di provocare dichiarazioni più
esplicite: il che dimostra che le speranze riposte in lui dai
cattolici sono ben poche”.
Eppure, in questo periodo Hitler fece di tutto
per evitare scontri con le autorità religiose: egli sapeva
infatti che, per consolidare il proprio potere e farlo accettare
dalle masse, ancora non interamente conquistate dalla causa nazionalsocialista,
aveva bisogno dell’appoggio delle Chiese. Inoltre, per ottenere
l’approvazione parlamentare sui pieni poteri – ai
quali egli aspirava più di ogni altra cosa allo scopo di
esautorare il sistema democratico-parlamentare vigente e dare
inizio alla dittatura di partito – era necessario il voto
del partito di Centro, dominato dai cattolici.
In quel perido Hitler richiamò spesso i dirigenti del suo
partito più fortemente imbevuti di spirito anticristiano,
perché mettessero un freno alle loro esuberanza clericali:
al teorico Rosenberg disse che egli non desiderava che si “attaccassero
alle sottane, né di donne, né di preti”. Egli
riteneva che fosse inutile combattere direttamente la Chiesa cattolica
e il clero. L’unica strategia da adottare contro i preti
era quella di screditarli pubblicamente, presentandoli all’opinione
pubblica come essere avidi e spregevoli, inscenando anche all’occasione,
falsi processi contro di essi; come di fatto avvenne negli anni
successivi. A un suo amico Hitler confidò a questo proposito:
“ Noi dovremo far cadere i preti nella trappola della loro
ben nota avidità e indulgenza verso se stessi. In questo
modo potremmo regolare ogni cosa con loro in perfetta pace e armonia.
Io darò loro anni di tregua. Perché dovremmo litigare?
Essi ingoieranno qualsiasi cosa per conservare i loro vantaggi
materiali”.
Secondo il suo programma politico i “ministri
di culto” avrebbero dovuto svolgere esclusivamente attività
religiose o liturgiche. Questo come è noto, fu per anni
il punto di maggior contrasto tra Hitler, la gerarchia cattolica
tedesca e la Santa Sede, la quale riteneva fosse compito ineludibile
della Chiesa formare la coscienza religiosa e morale dei giovani
sia attraverso l’educazione propriamente catachetica, sia
attraverso la suola, che doveva essere confessionale, e le associazioni
cattoliche.
Hitler dal canto suo, era ben consapevole dell’incompatibilità
tra nazionalsocialismo e cristianesimo. Confidò infatti
una volta a un amico: “Una Chiesa germanica, un cristianesimo
germanico sono delle storture. Si è o tedeschi o cristiani.
Non si può essere tutti e due…noi abbiamo bisogno
di uomini liberi che sentano e conoscano Dio in se stessi”.
Egli era convinto che presto o tardi si sarebbe arrivati a uno
scontro frontale e decisivo tra nazismo e cristianesimo. Per il
momento, egli diceva, bisognava sfruttare la religione, utilizzando
l’influenza che essa aveva ancora su buona parte della popolazione
tedesca per guadagnarla al nazionalsocialismo: essa cioè,
per il momento, doveva fungere da “surrogato ideale”
fino a quando l’ideologia nazista non avesse interamente
guadagnato l’anima di tutti i tedeschi. Soltanto allora,
egli pensava, ci si sarebbe potuto sbarazzare della religione
e dei preti, divenuti ormai inutili e anacronistici.
Il 23 marzo il partito cattolico del Zentrum- nonostante i contrasti
interni e le diffidenze espresse da alcuni sull’affidabilità
della parola di Hitler – votò unito la legge sui
pieni poteri. La discussione parlamentare avvenne però
in un clima di paura e di minaccia: l’edificio dove si teneva
la seduta del Reichstag fu circondato da reparti delle SA e tutte
le sue porte sorvegliate dalla milizia del partito, lasciando
così intendere ai parlamentari dell’opposizione che
cosa li aspettava qualora la legge delega non fosse stata approvata.
Nell’atteso discorso programmatico Hitler si attenne rigorosamente
agli accordi presi con i capi del Zentrum; dichiarò, tra
l’altro, che il Governo si sarebbe impegnato con tutte le
sue forze a portare avanti la necessaria opera di epurazione morale
e politica della vita pubblica e in questo modo avrebbe creato
le premesse per un’autentica rinascita religiosa. “Il
Governo del Reich”, disse, “che vede nel cristianesimo
gli incrollabili fondamenti della vita morale del nostro popolo,
annette pure la massima importanza al mantenimento e allo sviluppo
delle amichevoli relazioni con la Santa Sede (…). Il Governo
nazionale vede nelle due confessioni cristiane importantissimi
fattori per la conservazione delle tradizioni nazionali e rispetterà
le convenzioni stipulate tra esse e i Governi degli Stati”.
Tali parole pronunciate dal Cancelliere del Reich davanti al Parlamento
ebbero una forte eco all’interno del mondo cattolico tedesco
e furono commentate benevolmente da molti uomini di Chiesa; purtroppo,
come dimostrerà il seguito dei fatti, esse furono ben presto
disattese sia nella sostanza sia nello spirito, e inutilmente
l’autorità ecclesiastica vi farà appello per
richiamare il Governo al rispetto delle promesse fatte.
In ogni caso il discorso di Hitler del 23 marzo
fu accolto con molta benevolenza dal nunzio; egli lo interpretò
come un segnale positivo per una ricomposizione del conflitto
tra Chiesa cattolica e nazionalsocialismo: “Queste parole”,
scriveva monsignor Orsenigo al Vaticano il 24 marzo, “hanno
avuto una calda risonanza nel cuore dei cattolici: e io spero
che anche questa buona accoglienza servirà a impegnare
sempre più il Governo a tener fede a quanto ha così
solennemente dichiarato. Ritengo che le trattative condotte dal
monsignor Kaas in questi giorni per assicurare al Governo i voti
del Centro, che gli sono indispensabili per raggiungere i due
terzi necessari per l’approvazione dei pieni poteri, abbiano
influito sul Governo specie per quanto riguarda i Concordati.
Con tutto questo però non è da credere che l’orizzonte
sia completamente sgombro da nubi (…). Da una conversazione
avuta ieri sera col maresciallo Goring (il quale conta fra l’altro
di venire a Roma il 10 aprile e di poter conferire con V.E.) risulta
che il Governo desidera molto risolvere la questione della condanna
pronunciata dall’episcopato contro il movimento nazionalsocialista,e
si varrebbe volentieri per questo anche dell’opera del nunzio
apostolico; il che se da un lato tornerebbe a vantaggio della
Santa Sede, dall’altra potrebbe anche aumentare la suscettibilità
dell’episcopato. Se proprio mi toccherà intervenire,
cercherò di evitare Scilla e Cariddi”.
Tale documento è molto importante perché aiuta a
chiarire alcuni punti rimasti ancora oscuri in sede storica. Secondo
alcuni storici infatti il consenso dato dal partito di Centro,
il cui capo era monsignor Kaas, all’approvazione della legge
sui pieni poteri sarebbe stato concesso in cambio della promessa
fatta da Hitler di stipulare un Concordato con la Santa sede.
Tale teoria in verità fu divulgata per la prima volta in
ambito nazionalsocialista a scopi propagandistici nel 1937, quando
il conflitto tra Terzo Reich e Santa Sede si era fatto molto forte.
Il ministro della propaganda Goebbels scrisse a questo proposito
nel luglio del 1937 sulll’Angriff, giornale dell’ala
radicale del partito nazionalsocialista: “ Nel 1933 il Centro
aveva in certo modo venduto il suo voto in favore dei pieni poteri
chiesti da Hitler al Reich, in cambio dell’assicurazione
data da Hitler stesso con le basi del rapporto tra la Chiesa e
il nuovo Stato sarebbero stati fissati con un trattato con la
Santa Sede. Benché Hitler avrebbe potuto ottenere in altro
modo la maggioranza , egli aveva accettato questo mercato. I vescovi
tedeschi hanno creduto che un Governo nazionalsocialista e che
il partito, la sua influenza e la sua mistica sarebbero state
ben presto assorbite dallo Stato”.
Dalle fonti dell’archivio vaticano, come
anche dal documento che stiamo esaminando, non risulta che la
Santa Sede fosse stata preventivamente informata sulle trattative
che intercorsero tra Hitler e i capi del partito del Centro sulla
questione della legge sui pieni poteri. Essi agirono autonomamente
e non per mandato della Santa Sede, anche quando trattarono questioni
di natura religiosa. Dal Rapporto del 24 marzo non risulta, inoltre,
che durante tali trattative si fosse fatto cenno da parte di alcuno
a un possibile accordo o Concordato tra Santa Sede e Governo tedesco.
Se ciò fosse accaduto non si capisce perché non
fosse stato comunicato al nunzio, al quale spettava di diritto
la trattazione di questa materia. Nel nostro documento si parla
anche di un viaggio a Roma del ministro Goring, ma a detta di
quest’ultimo egli vi sarebbe andato non per iniziare trattative
per un Concordato, ma per affrontare con la Santa Sede il problema
della censura ecclesiastica pronunciata nei confronti del nazionalsocialismo
dai vescovi tedeschi. Di tale questione fu investito anche il
nunzio.
La revoca di questi provvedimenti arrivò però prima
ancora che il ministro si recasse a Roma. I vescovi tedeschi il
29 marzo, dopo lunghe e faticose discussioni, già iniziate
all’indomani del voto del 5 marzo quando molti cattolici
votarono, nonostante le condanne episcopali, per il partito hitleriano)
emisero una dichiarazione congiunta nella quale dichiaravano di
considerare ormai decaduti “quei generali divieti e ammonimenti”,
perché – scrivevano – “il rappresentante
supremo del Reich…ha dato pubbliche e solenni dichiarazioni,
che riconoscono l’inviolabilità degli insegnamenti
della fede cattolica e gli immutabili compiti della Chiesa”.
In ogni caso, si può notare che non veniva ritirata la
condanna degli errori religiosi e dottrinari censurati nelle disposizioni
episcopali.
Il Concordato tra Santa Sede e Germania fu firmato
in Vaticano il 20 luglio 1933; per parte vaticana fu siglato dal
cardinale Pacelli; per parte tedesca, invece, dal vicecancelliere
del Reich von Papen. La ragione fondamentale che spinse la Santa
Sede a firmare il Concordato, nonostante la difficile situazione
della Chiesa cattolica in Germania, fu di crearsi una base legale
per poter opporsi, attraverso uno strumento giuridico riconosciuto
in sede internazionale, a eventuali attacchi del Governo nazionalsocialista
contro la Chiesa cattolica tedesca. Lo affermava lo stesso cardinale
Pacelli, all’incaricato di affari inglese presso al Santa
Sede, I. Kikpatrick, nell’agosto del 1933: “Se il
Governo tedesco avesse violato il Concordato, e lo avrebbe fatto
di certo, il Vaticano avrebbe avuto un trattato in base al quale
protestare. In ogni modo (…) i tedeschi non avrebbero violato
probabilmente tutti gli articoli del Concordato in uno stesso
tempo”.
Di fatto, come molti commentatori avevano previsto, già
dall’indomani della conclusione del Concordato Hitler iniziò
a violarlo a suo piacimento, e la Chiesa non sempre riuscì
a tutelare gli interessi cattolici in Germania ricorrendo a quello
strumento di diritto internazionale. Le previsioni fatte da Pacelli
nell’estate del 1933 erano state, nonostante il tono negativo
delle sue parole, fin troppo ottimistiche.