Sabato, 4 settembre 2010 

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COMPLICI IN APPARENZA?

fonte: Jesus, agosto 2004
autore: : Giovanni Sale

Tre giorni dopo la sua nomina a Cancelliere del Reich, Hitler il 1° febbraio 1933 pronunciò per radio il suo primo discorso. In esso il nuovo Cancelliere, tra le altre cose, affermò, trattando della materia religiosa, che i membri del suo Governo “avrebbero rispettato e difeso i principi di base su cui è stata eretta la nostra nazione. Essi considerano il cristianesimo una base della nostra moralità nazionale”. Niente era più estraneo alla sensibilità e alla cultura politica di Hitler e della grande maggioranza dei leader nazionalsocialisti del contenuto di queste parole: esse infatti furono pronunciate dal Cancelliere soltanto a scopo propagandistico e con fini apertamente demagogici.
Di fatto, tale passo fu aggiunto al discorso di Hitler all’ultimo momento dal vicecancelliere von Papen, che era cattolico praticante, con la certezza che esso sarebbe stato accolto dai tedeschi di entrambe le confessioni religiose,e anche con la speranza di guadagnare alla causa nazionalsocialista gran parte della gerarchia cattolica, fortemente preoccupata, per la sorte del cattolicesimo tedesco, dall’ascesa di Hitler al potere.
In realtà tali parole, nonostante il tono moderato e conciliante dell’intero discorso del Cancelliere, non convinsero pienamente i cattolici, i quali per esperienza conoscevano le vere idee professate dai nazionalsocialisti in materia religiosa, né contribuirono a pacificare gli animi. Così commentava questi fatti il nunzio a Berlino monsignor Orsenigo il 7 febbraio 1933 in un rapporto inviato alla Segreteria di Stato: “La tensione tra i nazionalsocialisti e la maggioranza dei cattolici è certo molto grande. La frase pronunciata da Hitler nel suo primo proclama al popolo tedesco, in cui dichiarava di voler “proteggere l’idea cristiana, base di ogni morale”, non solo non ha rassicurato nessuno, perché ancora non si sa a quale cristianesimo alluda, ma non si è tentato neppure di darle un’interpretazione benevola allo scopo almeno di provocare dichiarazioni più esplicite: il che dimostra che le speranze riposte in lui dai cattolici sono ben poche”.

Eppure, in questo periodo Hitler fece di tutto per evitare scontri con le autorità religiose: egli sapeva infatti che, per consolidare il proprio potere e farlo accettare dalle masse, ancora non interamente conquistate dalla causa nazionalsocialista, aveva bisogno dell’appoggio delle Chiese. Inoltre, per ottenere l’approvazione parlamentare sui pieni poteri – ai quali egli aspirava più di ogni altra cosa allo scopo di esautorare il sistema democratico-parlamentare vigente e dare inizio alla dittatura di partito – era necessario il voto del partito di Centro, dominato dai cattolici.
In quel perido Hitler richiamò spesso i dirigenti del suo partito più fortemente imbevuti di spirito anticristiano, perché mettessero un freno alle loro esuberanza clericali: al teorico Rosenberg disse che egli non desiderava che si “attaccassero alle sottane, né di donne, né di preti”. Egli riteneva che fosse inutile combattere direttamente la Chiesa cattolica e il clero. L’unica strategia da adottare contro i preti era quella di screditarli pubblicamente, presentandoli all’opinione pubblica come essere avidi e spregevoli, inscenando anche all’occasione, falsi processi contro di essi; come di fatto avvenne negli anni successivi. A un suo amico Hitler confidò a questo proposito: “ Noi dovremo far cadere i preti nella trappola della loro ben nota avidità e indulgenza verso se stessi. In questo modo potremmo regolare ogni cosa con loro in perfetta pace e armonia. Io darò loro anni di tregua. Perché dovremmo litigare? Essi ingoieranno qualsiasi cosa per conservare i loro vantaggi materiali”.

Secondo il suo programma politico i “ministri di culto” avrebbero dovuto svolgere esclusivamente attività religiose o liturgiche. Questo come è noto, fu per anni il punto di maggior contrasto tra Hitler, la gerarchia cattolica tedesca e la Santa Sede, la quale riteneva fosse compito ineludibile della Chiesa formare la coscienza religiosa e morale dei giovani sia attraverso l’educazione propriamente catachetica, sia attraverso la suola, che doveva essere confessionale, e le associazioni cattoliche.

Hitler dal canto suo, era ben consapevole dell’incompatibilità tra nazionalsocialismo e cristianesimo. Confidò infatti una volta a un amico: “Una Chiesa germanica, un cristianesimo germanico sono delle storture. Si è o tedeschi o cristiani. Non si può essere tutti e due…noi abbiamo bisogno di uomini liberi che sentano e conoscano Dio in se stessi”. Egli era convinto che presto o tardi si sarebbe arrivati a uno scontro frontale e decisivo tra nazismo e cristianesimo. Per il momento, egli diceva, bisognava sfruttare la religione, utilizzando l’influenza che essa aveva ancora su buona parte della popolazione tedesca per guadagnarla al nazionalsocialismo: essa cioè, per il momento, doveva fungere da “surrogato ideale” fino a quando l’ideologia nazista non avesse interamente guadagnato l’anima di tutti i tedeschi. Soltanto allora, egli pensava, ci si sarebbe potuto sbarazzare della religione e dei preti, divenuti ormai inutili e anacronistici.
Il 23 marzo il partito cattolico del Zentrum- nonostante i contrasti interni e le diffidenze espresse da alcuni sull’affidabilità della parola di Hitler – votò unito la legge sui pieni poteri. La discussione parlamentare avvenne però in un clima di paura e di minaccia: l’edificio dove si teneva la seduta del Reichstag fu circondato da reparti delle SA e tutte le sue porte sorvegliate dalla milizia del partito, lasciando così intendere ai parlamentari dell’opposizione che cosa li aspettava qualora la legge delega non fosse stata approvata. Nell’atteso discorso programmatico Hitler si attenne rigorosamente agli accordi presi con i capi del Zentrum; dichiarò, tra l’altro, che il Governo si sarebbe impegnato con tutte le sue forze a portare avanti la necessaria opera di epurazione morale e politica della vita pubblica e in questo modo avrebbe creato le premesse per un’autentica rinascita religiosa. “Il Governo del Reich”, disse, “che vede nel cristianesimo gli incrollabili fondamenti della vita morale del nostro popolo, annette pure la massima importanza al mantenimento e allo sviluppo delle amichevoli relazioni con la Santa Sede (…). Il Governo nazionale vede nelle due confessioni cristiane importantissimi fattori per la conservazione delle tradizioni nazionali e rispetterà le convenzioni stipulate tra esse e i Governi degli Stati”.
Tali parole pronunciate dal Cancelliere del Reich davanti al Parlamento ebbero una forte eco all’interno del mondo cattolico tedesco e furono commentate benevolmente da molti uomini di Chiesa; purtroppo, come dimostrerà il seguito dei fatti, esse furono ben presto disattese sia nella sostanza sia nello spirito, e inutilmente l’autorità ecclesiastica vi farà appello per richiamare il Governo al rispetto delle promesse fatte.

In ogni caso il discorso di Hitler del 23 marzo fu accolto con molta benevolenza dal nunzio; egli lo interpretò come un segnale positivo per una ricomposizione del conflitto tra Chiesa cattolica e nazionalsocialismo: “Queste parole”, scriveva monsignor Orsenigo al Vaticano il 24 marzo, “hanno avuto una calda risonanza nel cuore dei cattolici: e io spero che anche questa buona accoglienza servirà a impegnare sempre più il Governo a tener fede a quanto ha così solennemente dichiarato. Ritengo che le trattative condotte dal monsignor Kaas in questi giorni per assicurare al Governo i voti del Centro, che gli sono indispensabili per raggiungere i due terzi necessari per l’approvazione dei pieni poteri, abbiano influito sul Governo specie per quanto riguarda i Concordati. Con tutto questo però non è da credere che l’orizzonte sia completamente sgombro da nubi (…). Da una conversazione avuta ieri sera col maresciallo Goring (il quale conta fra l’altro di venire a Roma il 10 aprile e di poter conferire con V.E.) risulta che il Governo desidera molto risolvere la questione della condanna pronunciata dall’episcopato contro il movimento nazionalsocialista,e si varrebbe volentieri per questo anche dell’opera del nunzio apostolico; il che se da un lato tornerebbe a vantaggio della Santa Sede, dall’altra potrebbe anche aumentare la suscettibilità dell’episcopato. Se proprio mi toccherà intervenire, cercherò di evitare Scilla e Cariddi”.
Tale documento è molto importante perché aiuta a chiarire alcuni punti rimasti ancora oscuri in sede storica. Secondo alcuni storici infatti il consenso dato dal partito di Centro, il cui capo era monsignor Kaas, all’approvazione della legge sui pieni poteri sarebbe stato concesso in cambio della promessa fatta da Hitler di stipulare un Concordato con la Santa sede. Tale teoria in verità fu divulgata per la prima volta in ambito nazionalsocialista a scopi propagandistici nel 1937, quando il conflitto tra Terzo Reich e Santa Sede si era fatto molto forte. Il ministro della propaganda Goebbels scrisse a questo proposito nel luglio del 1937 sulll’Angriff, giornale dell’ala radicale del partito nazionalsocialista: “ Nel 1933 il Centro aveva in certo modo venduto il suo voto in favore dei pieni poteri chiesti da Hitler al Reich, in cambio dell’assicurazione data da Hitler stesso con le basi del rapporto tra la Chiesa e il nuovo Stato sarebbero stati fissati con un trattato con la Santa Sede. Benché Hitler avrebbe potuto ottenere in altro modo la maggioranza , egli aveva accettato questo mercato. I vescovi tedeschi hanno creduto che un Governo nazionalsocialista e che il partito, la sua influenza e la sua mistica sarebbero state ben presto assorbite dallo Stato”.

Dalle fonti dell’archivio vaticano, come anche dal documento che stiamo esaminando, non risulta che la Santa Sede fosse stata preventivamente informata sulle trattative che intercorsero tra Hitler e i capi del partito del Centro sulla questione della legge sui pieni poteri. Essi agirono autonomamente e non per mandato della Santa Sede, anche quando trattarono questioni di natura religiosa. Dal Rapporto del 24 marzo non risulta, inoltre, che durante tali trattative si fosse fatto cenno da parte di alcuno a un possibile accordo o Concordato tra Santa Sede e Governo tedesco. Se ciò fosse accaduto non si capisce perché non fosse stato comunicato al nunzio, al quale spettava di diritto la trattazione di questa materia. Nel nostro documento si parla anche di un viaggio a Roma del ministro Goring, ma a detta di quest’ultimo egli vi sarebbe andato non per iniziare trattative per un Concordato, ma per affrontare con la Santa Sede il problema della censura ecclesiastica pronunciata nei confronti del nazionalsocialismo dai vescovi tedeschi. Di tale questione fu investito anche il nunzio.
La revoca di questi provvedimenti arrivò però prima ancora che il ministro si recasse a Roma. I vescovi tedeschi il 29 marzo, dopo lunghe e faticose discussioni, già iniziate all’indomani del voto del 5 marzo quando molti cattolici votarono, nonostante le condanne episcopali, per il partito hitleriano) emisero una dichiarazione congiunta nella quale dichiaravano di considerare ormai decaduti “quei generali divieti e ammonimenti”, perché – scrivevano – “il rappresentante supremo del Reich…ha dato pubbliche e solenni dichiarazioni, che riconoscono l’inviolabilità degli insegnamenti della fede cattolica e gli immutabili compiti della Chiesa”. In ogni caso, si può notare che non veniva ritirata la condanna degli errori religiosi e dottrinari censurati nelle disposizioni episcopali.

Il Concordato tra Santa Sede e Germania fu firmato in Vaticano il 20 luglio 1933; per parte vaticana fu siglato dal cardinale Pacelli; per parte tedesca, invece, dal vicecancelliere del Reich von Papen. La ragione fondamentale che spinse la Santa Sede a firmare il Concordato, nonostante la difficile situazione della Chiesa cattolica in Germania, fu di crearsi una base legale per poter opporsi, attraverso uno strumento giuridico riconosciuto in sede internazionale, a eventuali attacchi del Governo nazionalsocialista contro la Chiesa cattolica tedesca. Lo affermava lo stesso cardinale Pacelli, all’incaricato di affari inglese presso al Santa Sede, I. Kikpatrick, nell’agosto del 1933: “Se il Governo tedesco avesse violato il Concordato, e lo avrebbe fatto di certo, il Vaticano avrebbe avuto un trattato in base al quale protestare. In ogni modo (…) i tedeschi non avrebbero violato probabilmente tutti gli articoli del Concordato in uno stesso tempo”.
Di fatto, come molti commentatori avevano previsto, già dall’indomani della conclusione del Concordato Hitler iniziò a violarlo a suo piacimento, e la Chiesa non sempre riuscì a tutelare gli interessi cattolici in Germania ricorrendo a quello strumento di diritto internazionale. Le previsioni fatte da Pacelli nell’estate del 1933 erano state, nonostante il tono negativo delle sue parole, fin troppo ottimistiche.

 
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