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Il Fascismo antisemita prima del '38

fonte: La Repubblica, 6/02/2004
autore: un documento inedito di Mimmo Franzinelli

La fase di incubazione del razzismo fascista si va chiarendo, attraverso i tasselli documentari che ancora oggi, a decenni di distanza, gli archivi via via risospingono in superficie, in un mosaico sempre più inquietante, che consente di appurare genesi e intensità dell’antiebraismo. Le sanzioni legislative del 1938 furono infatti precedute da un battage ideologico, con l’epurazione dei ranghi del partito e delle organizzazioni fasciste in genere da elementi “razzialmente impuri”.

La versione dei provvedimenti legislativi introdotti come fulmine a ciel sereno, più per imitazione della Germania hitleriana che per intima convinzione, è contraddetta da una mole di carteggi soltanto oggi consultabile presso l’Archivio centrale dello Stato, provenienti dal Ministero per la stampa e propaganda (retto nel 1936-39 da Dino Alfieri, a fine maggio 1937 avrebbe assunto la denominazione di Ministero della Cultura popolare).

Uno tra i fascicoli più emblematici del fondo riguarda “Regime Fascista”, il quotidiano diretto da Roberto Farinacei. La corrispondenza tra il gerarca e il ministero scopre i risvolti della battaglia propagandistica sferrata l’estate 1936 dal foglio cremonese, con una manovra in due tempi: ai pesanti attacchi farinacciani dovevano infatti seguire gli interventi di alcuni ebrei di sentimenti fascisti, per avviare una lacerante polemica intestina.

I primi violenti articoli di esortazione all’odio razzista furono valutati positivamente negli ambienti ministeriali, in quanto preparavano il terreno all’emanazione di misure discriminatorie, tranne ingenerare inquietanti dubbi sull’ortodossia del criterio di Farinacei sulla distinzione degli ebrei in due campi- a seconda dell’atteggiamento assunto da ciascuno di essi verso il regime- contraddicendo in tal modo lo stesso presupposto razzistico dell’impostazione fascista..

Il ministero per la stampa e propaganda impose dunque l’altolà al fanatico gerarca, ordinando di troncare la sconveniente campagna-stampa. Il 26 settembre Farinacei chiese al ministro Alfieri una dilazione, riservandosi l’utilizzo di un’arma segreta, ovvero l’intervento disgregatore preparato con assoluta freddezza: “Quando io ho cominciato a stuzzicare gli ebrei, avevo già concertato con tre o quattro ebrei spregiudicati che ad un certo momento sarebbero intervenuti nella polemica per aumentare la confusione e per creare la lotta… intestina fra i correligionari. Nel momento più spassoso, mi è giunto il tuo veto”.

Il gerarca si era venuto a trovare in una posizione difficile: avendo egli commissionato uno scritto al nipote del gran rabbino Elia Benamozegh, intendeva ad ogni costo pubblicarlo e si appellò pertanto a Mussolini: “Ora io pregherei il Duce che mi desse il “via” allegato articolo. Anche perché non saprei come giustificare la non pubblicazione, dopo averlo provocato; né io vorrei dire che Roma mi ha invitato a non insistere nella polemica per non far credere agli ebrei che il Regime interviene contro chi ogni tanto li scudiscia”. Paradigmatica- e per certi versi profetica- la conclusione della lettera: “Siccome sarà inevitabile che contro questa razza infida si dovrà un giorno prendere posizione, è meglio avere anche il pretesto di affermare che contro l’atteggiamento infido degli ebrei italiani sono insorti alcuni stessi correligionari”. Il pezzo di cui Farinacei auspicava la pubblicazione era firmato Gino Benamozegh e s’intitolava “Scissione!”, configurandosi per l’appunto come un appello alla divisione della comunità ebraica e alla sua riaggregazione su basi squisitamente fasciste: “ Unitevi o italiani di religione ebraica e distinguetevi dagli ebrei di nazionalità ebraica!”.

Dino Alfieri pur con qualche perplessità accondiscese al progetto, con una motivazione indicativa delle intime convinzioni del ministro della stampa: “Pubblichi pure come chiusura- va bene per aumentare la confusione, ma conferma l’equivoco d’impostazione del problema: non si tratta di vedere se tra quella gente vi sono i buoni e i cattivi; la questione è più profonda: è problema di razza”. Non stupisce, alla luce di simili considerazioni , l’attivismo dispiegato di lì a un biennio da Alfieri nella persecuzione antiebraica, senza distinzione tra “i buoni e i cattivi”. Tre giorni più tardi il quotidiano cremonese riproduceva il controverso articolo di Benamozegh e chiudeva momentaneamente l’offensiva antiebraica, rinviata a tempi più consoni.

Gli articoli di “Regime Fascista” suscitarono reazioni preoccupate fuori d’Italia. Secondo le informazioni raccolte dall’Ufficio politico della Milizia, “gli ebrei americani” si allarmarono
E per ritorsione penalizzarono gli immigrati italiani; anche questo rapporto (trascritto a fianco) trasuda razzismo, confermando la penetrazione di salde convinzioni discriminatorie nell’apparato del regime.

Lo scambio epistolare Farinacei- Alfieri- cui fanno corredo altri documenti inclusi nel medesimo fondo archivistico, essi pure inediti- è significativo per una serie di ragioni:

1) il contesto temporale, precedente di due anni l’emanazione della legislazione razziale;

2) la comprova del carattere autonomo del razzismo fascista;

3) la dimostrazione che, dietro le divisioni ingeneratesi in seno all’ebraismo italiano, stavano le ciniche manovre di farinacei;

4) la percezione, nella comunità ebraica statunitense, che nell’Italia del 1936 si fosse avviata una politica razziale;

5) il rilievo assunto da valutazioni di natura opportunistica per velare le più acute e intempestive manifestazioni razzistiche di “Regime Fascista”;

6) la rivelazione dei reali sentimenti antiebraici nutriti da gerarchi e da funzionari di primo piano, dal ministro Alfieri ai vertici della Milizia;

7) la concordanza di due personaggi ritenuti comunemente “alternativi”, ma che dal 1936 al 1943 concorsero alla persecuzione razzista.

C’è quanto basta per revisionare la vulgata buonista che vorrebbero ridurre l’antisemitismo a fattore d’importazione e sostanzialmente di facciata, incidente di percorso di un regime altrimenti rispettabile per l’affermazione dei valori nazionali e la mitezza verso gli oppositori.

 

 
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