La logica dell'annientamento
fonte:
Confronti, giugno 2004
autore: Giorgio Gomel
Il conflitto israelo-palestinese
precipita verso livelli di crudeltà sempre maggiori. Di
fronte al terrorismo e alle stragi di civili, Israele pare ormai
non distinguere più tra i mandanti del terrore e i palestinesi
come popolo, scatenando una reazione militare senza precedenti
anche contro la popolazione inerme.
"L'esercizio del pugno di ferro, la brutale
logica della forza che anima Sharon, Mofaz e i falchi del governo
stanno trascinando Israele nel baratro, infangando i principi
democratici che sono a fondamento del nostro Stato, della nostra
cultura, della nostra identità nazionale", denuncia
Yossi Beilin, il principale dei negoziatori degli accordi di Ginevra
e segretario del partito Yachad. Nei giorni nefasti di maggio,
in reazione all'uccisione di 13 soldati l'esercito israeliano
uccide oltre 50 palestinesi; alcuni sono uomini armati della Jihad
e di Hamas; altri, civili innocenti. Nella demolizione delle loro
case nel campo profughi di Rafah intere famiglie spossessate cercano
rifugio in zone vicine.
Il conflitto fra i due popoli si va incrudendo
sempre di più in un'orgia di brutalità. Si va trasformando
in una guerra di annientamento reciproco. Il terrorismo ha scelto
le stragi di civili israeliani come metodo di azione politica
volto al fine della distruzione di Israele. I vertici politico-militari
di Israele sono guidati sempre più spesso dall'anelito
alla vendetta, alle punizioni collettive. Non si distingue più
tra i mandanti del terrore e i palestinesi come popolo: questo
è trattato come un nemico irriducibile, disumano, che non
merita fiducia, che non può essere interlocutore di un
negoziato, che deve essere domato con la forza delle armi.
Frammenti di corpi di israeliani uccisi esibiti
cannibalisticamente alle folle come trofei; colpi di cannone su
palestinesi che marciano in protesta contro l'aggressione. 37
anni di occupazione israeliana hanno annullato l'umanità
di occupanti e occupati.
È un regresso profondo dalla filosofia
degli accordi di Oslo, il cui presupposto era il riconoscimento
reciproco dei diritti: quello degli israeliani alla pace e alla
sicurezza come specchio di quello dei palestinesi a uno stato
degno di questo nome.
Una guerra insensata oppone i due popoli da oltre
3 anni, con 3100 morti fra i palestinesi, oltre 900 fra gli israeliani.
Da un lato è vano affidarsi alla mera repressione militare
del terrorismo senza offrire un negoziato di pace: lo provano
il numero di palestinesi votati al suicidio omicida, la tenacia
con cui quel popolo resiste all'occupante. Dall'altro, l'illusione
di piegare Israele con la violenza, imitando gli Hezbollah in
Libano e riscattando l'impotenza dell'Autorità nazionale
palestinese, dovrebbe essere chiara quando si guardi alla storia
del conflitto fra arabi ed ebrei: è solo quando la violenza
cessa e si intravede una possibilità di pace che l'umore
del popolo di Israele si dispone al compromesso e i moderati prevalgono
sui massimalisti.
La forza di pressione dei coloni contro lo sgombero
degli insediamenti resta enorme: non un solo insediamento è
stato rimosso dagli accordi di Oslo, il loro numero è salito
a circa 150, gli abitanti a quasi 250.000. Il ritiro da Gaza sarebbe
per loro un pericoloso precedente, un cedimento al terrorismo.
Eppure gli israeliani, come mostrano i sondaggi, riconoscono la
necessità del ritiro. Ma il ritiro non può essere
un atto unilaterale; va negoziato con l'Anp, l'Egitto, il Quartetto
che ha definito la roadmap. Nell'attuale piano delineato da Sharon,
Gaza resterebbe una specie di prigione circondata dall'esercito
di Israele, senza luoghi di transito aperti e neppure un confine
sovrano con l'Egitto. Non sarebbe connessa con la Cisgiordania,
di cui una parte rilevante sarebbe di fatto assorbita da Israele.
Il governo Sharon con all'interno partiti della destra radicale
non è in grado di offrire niente di più. È
nell'opinione pubblica di Israele, nella sua mobilitazione per
la ripresa delle trattative e la fine dell'occupazione, e in un'azione
energica della comunità internazionale che dobbiamo trovare
ragioni di speranza. Ma anche qui in Italia, in Europa, dobbiamo
noi ebrei e gli arabi che vivono vicino a noi unirci - le due
Diaspore - e dire basta a questo strazio che ci angoscia, che
alimenta contemporaneamente l'ostilità anti-ebraica e anti-islamica.
Giorgio Gomel