L'anima dell'America
fonte:
Confronti, giugno 2004
autore: Paolo Naso
Vi sono dei momenti in cui l'opinione
pubblica americana sussulta scoprendo, con incredulità
e raccapriccio, che cosa il proprio "sistema" politico
o militare arrivi a produrre. Alcuni dei maggiori passaggi della
storia degli Stati Uniti sono stati determinato proprio da questi
sussulti dell'America liberal e democratica.
Maggio è stato il mese della sconfitta
di Bush, di quella morale più di quella politica. Tutti
i sondaggi svoltisi negli Usa dopo la pubblicazione delle foto
di Abu Ghraib affermano una verità molto scomoda per la
Casa Bianca ed i neoconservatori del Partito repubblicano che
tanto peso hanno nell'amministrazione: la maggioranza degli americani
è convinta che la gestione militare e politica della crisi
irachena stia fallendo. Secondo un sondaggio di Newsweek (realizzato
tra il 13 ed il 14 maggio) il 57% della popolazione "non
approva come il presidente sta affrontando la situazione";
dati offerti dalla Cnn negli stessi giorni indicano che in un
anno la percentuale di coloro che ritengono che la campagna militare
in Iraq sia stata "un successo" è crollata dal
52 al 19%; il 45%, infine, è convinto che le torture di
Abu Ghraib siano state autorizzate "dagli alti gradi militari"
mentre solo il 36% scarica tutte le responsabilità sui
soldati di bassa forza immortalati mentre seviziavano i prigionieri.
Nel maggio orribile delle torture e delle decapitazioni,
insomma, si è incrinato il rapporto di fiducia tra gli
americani e il loro Governo: certo, il 51% - sono sempre dati
di Newsweek - resta convinto che l'Amministrazione abbia fatto
la "cosa giusta" quando ha deciso di avviare un'azione
militare contro l'Iraq; ma un anno fa i supporter dell'operazione
Enduring freedom erano il 68%.
Abu Ghraib rischia di essere per Bush quello
che per Kennedy furono gli scontri di Birmingham, in Alabama nel
1963, quando la polizia represse con i cani ringhianti e la forza
delle armi le manifestazioni nonviolente per la desegregazione
guidate da Martin Luther King; o quello che per Johnson fu la
strage di My Lai nel 1968, quando l'aviazione americana distrusse
un intero villaggio vietnamita uccidendo circa cinquecento civili
inermi; o per Gorge Bush Sr il pestaggio a sangue - e per nessun
altro motivo se non il pregiudizio razziale - del tassista nero
Rodney King da parte della polizia di Los Angeles nel 1992. Vi
sono dei momenti in cui l'opinione pubblica americana sussulta
scoprendo, con incredulità e raccapriccio, che cosa il
proprio "sistema" politico o militare arrivi a produrre.
Alcuni dei maggiori passaggi della storia degli Stati Uniti sono
stati determinati proprio da questi sussulti dell'America liberal
e democratica: l'abolizione dello schiavismo, le politiche sociali
negli anni della Grande Depressione, la guerra al nazismo, l'irrompere
del movimento per i diritti civili, il fronte di opposizione alla
guerra in Vietnam non sono state, per milioni di americani, soltanto
scelte politiche: oltre che questo, hanno costituito una reazione
morale e talvolta addirittura spirituale al "tradimento"
di quella spinta alla libertà e alla giustizia che per
tanti americani resta "l'anima" del loro paese, quella
rivendicata nelle famose parole della Dichiarazione d'Indipendenza
che riconosceva per tutti gli uomini inalienabili diritti come
"la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità";
quella raccontata in tante pagine della letteratura, del cinema
o della musica di questo paese.
Certo, in innumerevoli occasioni l'America ha
tradito la sua anima, e l'ultima volta è stata ad Abu Ghraib;
ma questo non vuol dire che l'abbia persa e che i suoi standard
politici e morali siano ormai omologati a quelli di alcuni aguzzini
generati e nutriti da una disumana macchina militare. L'America
è anche altro e sarebbe doveroso ricordarlo proprio nell'interesse
di chi oggi critica la sua leadership e la sua politica mediorientale.
Che gli Usa siano anche altro da Bush, Rumsfeld o Condoleeza Rice
lo dimostra proprio lo sconcerto dell'opinione pubblica e la crescita
dell'opposizione alla politica irachena dell'Amministrazione.
Non sappiamo dire se questo scandalo morale, a novembre, si tradurrà
in una sconfitta di Bush e del suo stuolo di consiglieri "neoconservatori";
il passaggio non è scontato ed in generale a decidere l'esito
delle elezioni presidenziali sono molto di più la situazione
economica e la politica interna piuttosto che l'agenda internazionale
dei candidati. Tuttavia, a maggio si è incrinato il rapporto
di fiducia tra l'opinione pubblica americana ed il presidente
dell'11 settembre, quello che allora seppe interpretare i sentimenti
di una nazione ferita e disorientata. Lo dice con grande chiarezza
Jimmy Carter, l'ex presidente democratico che oggi meglio di tanti
politici ben più giovani di lui riesce a interpretare l'anima
democratica del-l'America: "La guerra di Bush è stata
mal consigliata, non era necessaria e si è basata su considerazioni
infondate. Oggi si è trasformata in una vera e propria
tragedia".
Paolo Naso