Giovedì, 11 marzo 2010 

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L'anima dell'America

fonte: Confronti, giugno 2004
autore: Paolo Naso

Vi sono dei momenti in cui l'opinione pubblica americana sussulta scoprendo, con incredulità e raccapriccio, che cosa il proprio "sistema" politico o militare arrivi a produrre. Alcuni dei maggiori passaggi della storia degli Stati Uniti sono stati determinato proprio da questi sussulti dell'America liberal e democratica.

Maggio è stato il mese della sconfitta di Bush, di quella morale più di quella politica. Tutti i sondaggi svoltisi negli Usa dopo la pubblicazione delle foto di Abu Ghraib affermano una verità molto scomoda per la Casa Bianca ed i neoconservatori del Partito repubblicano che tanto peso hanno nell'amministrazione: la maggioranza degli americani è convinta che la gestione militare e politica della crisi irachena stia fallendo. Secondo un sondaggio di Newsweek (realizzato tra il 13 ed il 14 maggio) il 57% della popolazione "non approva come il presidente sta affrontando la situazione"; dati offerti dalla Cnn negli stessi giorni indicano che in un anno la percentuale di coloro che ritengono che la campagna militare in Iraq sia stata "un successo" è crollata dal 52 al 19%; il 45%, infine, è convinto che le torture di Abu Ghraib siano state autorizzate "dagli alti gradi militari" mentre solo il 36% scarica tutte le responsabilità sui soldati di bassa forza immortalati mentre seviziavano i prigionieri.

Nel maggio orribile delle torture e delle decapitazioni, insomma, si è incrinato il rapporto di fiducia tra gli americani e il loro Governo: certo, il 51% - sono sempre dati di Newsweek - resta convinto che l'Amministrazione abbia fatto la "cosa giusta" quando ha deciso di avviare un'azione militare contro l'Iraq; ma un anno fa i supporter dell'operazione Enduring freedom erano il 68%.

Abu Ghraib rischia di essere per Bush quello che per Kennedy furono gli scontri di Birmingham, in Alabama nel 1963, quando la polizia represse con i cani ringhianti e la forza delle armi le manifestazioni nonviolente per la desegregazione guidate da Martin Luther King; o quello che per Johnson fu la strage di My Lai nel 1968, quando l'aviazione americana distrusse un intero villaggio vietnamita uccidendo circa cinquecento civili inermi; o per Gorge Bush Sr il pestaggio a sangue - e per nessun altro motivo se non il pregiudizio razziale - del tassista nero Rodney King da parte della polizia di Los Angeles nel 1992. Vi sono dei momenti in cui l'opinione pubblica americana sussulta scoprendo, con incredulità e raccapriccio, che cosa il proprio "sistema" politico o militare arrivi a produrre. Alcuni dei maggiori passaggi della storia degli Stati Uniti sono stati determinati proprio da questi sussulti dell'America liberal e democratica: l'abolizione dello schiavismo, le politiche sociali negli anni della Grande Depressione, la guerra al nazismo, l'irrompere del movimento per i diritti civili, il fronte di opposizione alla guerra in Vietnam non sono state, per milioni di americani, soltanto scelte politiche: oltre che questo, hanno costituito una reazione morale e talvolta addirittura spirituale al "tradimento" di quella spinta alla libertà e alla giustizia che per tanti americani resta "l'anima" del loro paese, quella rivendicata nelle famose parole della Dichiarazione d'Indipendenza che riconosceva per tutti gli uomini inalienabili diritti come "la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità"; quella raccontata in tante pagine della letteratura, del cinema o della musica di questo paese.

Certo, in innumerevoli occasioni l'America ha tradito la sua anima, e l'ultima volta è stata ad Abu Ghraib; ma questo non vuol dire che l'abbia persa e che i suoi standard politici e morali siano ormai omologati a quelli di alcuni aguzzini generati e nutriti da una disumana macchina militare. L'America è anche altro e sarebbe doveroso ricordarlo proprio nell'interesse di chi oggi critica la sua leadership e la sua politica mediorientale. Che gli Usa siano anche altro da Bush, Rumsfeld o Condoleeza Rice lo dimostra proprio lo sconcerto dell'opinione pubblica e la crescita dell'opposizione alla politica irachena dell'Amministrazione. Non sappiamo dire se questo scandalo morale, a novembre, si tradurrà in una sconfitta di Bush e del suo stuolo di consiglieri "neoconservatori"; il passaggio non è scontato ed in generale a decidere l'esito delle elezioni presidenziali sono molto di più la situazione economica e la politica interna piuttosto che l'agenda internazionale dei candidati. Tuttavia, a maggio si è incrinato il rapporto di fiducia tra l'opinione pubblica americana ed il presidente dell'11 settembre, quello che allora seppe interpretare i sentimenti di una nazione ferita e disorientata. Lo dice con grande chiarezza Jimmy Carter, l'ex presidente democratico che oggi meglio di tanti politici ben più giovani di lui riesce a interpretare l'anima democratica del-l'America: "La guerra di Bush è stata mal consigliata, non era necessaria e si è basata su considerazioni infondate. Oggi si è trasformata in una vera e propria tragedia".

Paolo Naso

 

 
 
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