“Vivo la maggior parte del
mio tempo a Gerusalemme e mi trovo dunque sommerso in una grande
sofferenza, che mi induce a nutrire simpatia per tutti coloro
che propongono iniziative di pace. Condivido pienamente il desiderio
di sbloccare la situazione irachena da cui parte la proposta dell’associazione
Rondine: se questo sentimento guadagnasse tanti cuori, forse la
situazione davvero si sbloccherebbe! Siamo come imprigionati in
un vicolo cieco di violenza e questo è terribile. Per uscirne
è necessario un sussulto di intelligenza, o un grande dono
della Grazia. Ogni invocazione di quella Grazia e ogni passo per
stimolare quel sussulto non possono che avere il benvenuto”.
Il cardinale Carlo Maria Martini afferma di guardare con interesse
alla proposta dell’Associazione Rondine di Arezzo, durante
un colloquio con il suo animatore, Franco Vaccari, nel vescovado
di Montepulciano. Vaccari spiega che il primo appuntamento è
a La Verna e il cardinale dice di apprezzare questa “partenza”,
perché a La Verna “le piaghe del crocifisso sono
entrate nella carne di Francesco e questo segno risponde bene
alla situazione attuale dell’umanità, che quelle
piaghe le ha così vistosamente impresse nelle sue carni”.
Eminenza, lei intravede una via d’uscita
dalla situazione di terrore e di guerra che spaventa tutti?
“Ho l’impressione di vederla nella
costruzione di un atteggiamento umano a cui mettano mano insieme
la Grazia e l’intelligenza e che potrebbe essere indicato
con le parole che il Papa aveva messo a titolo per la giornata
della pace di due anni addietro: “Non c’è pace
senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
Il perdono è un elemento essenziale sulla strada della
riconciliazione. Se nessuno si sposta dal conto dei torti subiti,
se ognuno pretende tutto, non ci sarà mai riconciliazione”.
Ma non è utopia predicare il perdono ai
popoli, o sognare un ruolo pacificatore delle religioni?
“Chi diffida troppo dell’utopia forse
rivela il timore inconfessato di mettersi per vie nuove, o di
assumere nuove responsabilità. Occorre avere il coraggio
di pensare pensieri nuovi per uscire da situazioni bloccate”.
Forse lei un pensiero nuovo ce l’ha per
Gerusalemme, che ha scelto come sua ultima patria…
“E’ stata una scelta d’amore
e non una scelta razionale. Ma per avere un pensiero giusto su
una realtà cos’ impegnativa occorrerebbe viverla
molto più dal di dentro e conoscere bene ad es. tutte le
lingue .locali. Il sussulto di intelligenza è dato a chi
soffre le situazioni nella carne”.
Il Papa e i suoi collaboratori sostengono che
prima d’ogni altra – per la pace in Medio Oriente
– viene la questione israelo-palestinese…
“La mia scelta di vivere a Gerusalemme
è anche un modo di affermare quella priorità. Uso
dire, rifacendomi al linguaggio biblico, che quando ci sarà
pace a Gerusalemme ci sarà pace su tutta la terra. Sento
molto il valore simbolico di quella città. Ad essa mi ha
portato l’amore per la Bibbia, l’amore per il popolo
da cui ci è venuta la Bibbia e l’amore per i popoli
che oggi vivono in quella terra. Ho compiuto quella scelta con
l’atteggiamento dell’apostolo Paolo che dice: “Vado
a Gerusalemme avvinto dallo Spirito”.

Che direbbe a chi, tra i responsabili, si interroga
sul futuro del Medio Oriente?
“Non ho una parola per questo. Date le
priorità che ho scelto, che sono la preghiera e lo studio,
quasi non leggo i giornali e guardo pochissimo la televisione.
Dunque non ho le conoscenze necessarie per dare consigli. Voglio
solo intercedere, sia nel senso di pregare per i contendenti,
sia in quello di “stare in mezzo” ai contendenti.
Per questo Gerusalemme è un luogo adatto. E insisto, nella
mia preghiera e nelle conversazioni, sulla necessità di
imparare a convivere da diversi sullo stesso terreno, nelle stesse
città, all’interno della stessa cultura, fruendo
delle stesse risorse. La sfida che oggi si vive nel Medio Oriente
domina il futuro di noi tutti. Se non impariamo a rispettare e
valorizzare le diversità, non avremo futuro”.
Si dice che per risolvere il dramma iracheno
sarebbe necessario un vasto coinvolgimento internazionale: ma
come realizzarlo?
“Non so come lo si possa realizzare, quel
coinvolgimento, ma so che si tratta di una situazione così
grave che non può lasciare indifferente nessun popolo.
Occorre insistere sulla corresponsabilità della famiglia
e delle nazioni. Quando un popolo, o due popoli, non riescono
da soli a uscire dalla spirale della violenza, gli altri hanno
il dovere di andare in loro soccorso. Il problema non è
di abbandonare l’Iraq, ma di cercare di aiutarlo in modo
nuovo”.
Le aberrazioni degli ultimi giorni? Le foto delle
torture, la decapitazione dell’ostaggio, lo scempio dei
corpi dei soldati israeliani…
“Sono cose orrende, ma le deviazioni erano
già implicite nell’indole della guerra, che toglie
ogni dignità al nemico. Quando si mette mano alla guerra,
si creano le condizioni perché l’uomo scateni il
peggio di sé, lo si lascia in balia dell’inimicizia
per l’altro uomo”.
Non potremmo guardare alle due facce separatamente,
per arrivare a una valutazione più specifica?
“ Non vorrei entrare in questo, perché
potrebbe sembrare che io voglia dire dell’uno più
che dell’altro. E’ mia convinzione che qualunque violazione
della dignità dell’uomo sia inaccettabile, da qualunque
luogo sia commessa. Se i miei riferimenti vanno di preferenza
alla cultura occidentale, ciò è dovuto soltanto
a un’insufficiente capacità di lettura delle altre
civiltà”.
Da uomo dell’Occidente avrà una
parola per le foto delle torture ai prigionieri?
“Quelle vessazioni e il prurito di mostrarle
hanno certamente anche una radice nel dilagare di tanta pornografia
e violenza mediatica. Nella cultura occidentale c’è
una tendenza a violare i corpi, che nella situazione di guerra
non trova più remore”.
Queste sue parole potrebbero essere usate contro
di lei, per muoverle l’accusa di antiamericanismo…
“Le mie parole valgono per tutto l’Occidente
e non ho mai nutrito sentimenti antiamericani. So bene che nella
società americana vi è molta religiosità,
credo più che in Europa. E c’è voglia di verità,
di uguaglianza. Ma insieme a questo positivo, c’è
del negativo, come dappertutto. Tuttavia non voglio dare giudizi
per non essere giudicato, come dice il Vangelo. Sento anzi profonda
simpatia per le forze vive di tutti i popoli e il popolo americano
ne ha in abbondanza”.