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Il punto non è lasciare l’Iraq ma aiutarlo in modo nuovo

fonte: Corriere della sera, 17 maggio 2004
autore: Luigi Accattoli

“Vivo la maggior parte del mio tempo a Gerusalemme e mi trovo dunque sommerso in una grande sofferenza, che mi induce a nutrire simpatia per tutti coloro che propongono iniziative di pace. Condivido pienamente il desiderio di sbloccare la situazione irachena da cui parte la proposta dell’associazione Rondine: se questo sentimento guadagnasse tanti cuori, forse la situazione davvero si sbloccherebbe! Siamo come imprigionati in un vicolo cieco di violenza e questo è terribile. Per uscirne è necessario un sussulto di intelligenza, o un grande dono della Grazia. Ogni invocazione di quella Grazia e ogni passo per stimolare quel sussulto non possono che avere il benvenuto”.
Il cardinale Carlo Maria Martini afferma di guardare con interesse alla proposta dell’Associazione Rondine di Arezzo, durante un colloquio con il suo animatore, Franco Vaccari, nel vescovado di Montepulciano. Vaccari spiega che il primo appuntamento è a La Verna e il cardinale dice di apprezzare questa “partenza”, perché a La Verna “le piaghe del crocifisso sono entrate nella carne di Francesco e questo segno risponde bene alla situazione attuale dell’umanità, che quelle piaghe le ha così vistosamente impresse nelle sue carni”.

Eminenza, lei intravede una via d’uscita dalla situazione di terrore e di guerra che spaventa tutti?

“Ho l’impressione di vederla nella costruzione di un atteggiamento umano a cui mettano mano insieme la Grazia e l’intelligenza e che potrebbe essere indicato con le parole che il Papa aveva messo a titolo per la giornata della pace di due anni addietro: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Il perdono è un elemento essenziale sulla strada della riconciliazione. Se nessuno si sposta dal conto dei torti subiti, se ognuno pretende tutto, non ci sarà mai riconciliazione”.

Ma non è utopia predicare il perdono ai popoli, o sognare un ruolo pacificatore delle religioni?

“Chi diffida troppo dell’utopia forse rivela il timore inconfessato di mettersi per vie nuove, o di assumere nuove responsabilità. Occorre avere il coraggio di pensare pensieri nuovi per uscire da situazioni bloccate”.

Forse lei un pensiero nuovo ce l’ha per Gerusalemme, che ha scelto come sua ultima patria…

“E’ stata una scelta d’amore e non una scelta razionale. Ma per avere un pensiero giusto su una realtà cos’ impegnativa occorrerebbe viverla molto più dal di dentro e conoscere bene ad es. tutte le lingue .locali. Il sussulto di intelligenza è dato a chi soffre le situazioni nella carne”.

Il Papa e i suoi collaboratori sostengono che prima d’ogni altra – per la pace in Medio Oriente – viene la questione israelo-palestinese…

“La mia scelta di vivere a Gerusalemme è anche un modo di affermare quella priorità. Uso dire, rifacendomi al linguaggio biblico, che quando ci sarà pace a Gerusalemme ci sarà pace su tutta la terra. Sento molto il valore simbolico di quella città. Ad essa mi ha portato l’amore per la Bibbia, l’amore per il popolo da cui ci è venuta la Bibbia e l’amore per i popoli che oggi vivono in quella terra. Ho compiuto quella scelta con l’atteggiamento dell’apostolo Paolo che dice: “Vado a Gerusalemme avvinto dallo Spirito”.

Che direbbe a chi, tra i responsabili, si interroga sul futuro del Medio Oriente?

“Non ho una parola per questo. Date le priorità che ho scelto, che sono la preghiera e lo studio, quasi non leggo i giornali e guardo pochissimo la televisione. Dunque non ho le conoscenze necessarie per dare consigli. Voglio solo intercedere, sia nel senso di pregare per i contendenti, sia in quello di “stare in mezzo” ai contendenti. Per questo Gerusalemme è un luogo adatto. E insisto, nella mia preghiera e nelle conversazioni, sulla necessità di imparare a convivere da diversi sullo stesso terreno, nelle stesse città, all’interno della stessa cultura, fruendo delle stesse risorse. La sfida che oggi si vive nel Medio Oriente domina il futuro di noi tutti. Se non impariamo a rispettare e valorizzare le diversità, non avremo futuro”.

Si dice che per risolvere il dramma iracheno sarebbe necessario un vasto coinvolgimento internazionale: ma come realizzarlo?

“Non so come lo si possa realizzare, quel coinvolgimento, ma so che si tratta di una situazione così grave che non può lasciare indifferente nessun popolo. Occorre insistere sulla corresponsabilità della famiglia e delle nazioni. Quando un popolo, o due popoli, non riescono da soli a uscire dalla spirale della violenza, gli altri hanno il dovere di andare in loro soccorso. Il problema non è di abbandonare l’Iraq, ma di cercare di aiutarlo in modo nuovo”.

Le aberrazioni degli ultimi giorni? Le foto delle torture, la decapitazione dell’ostaggio, lo scempio dei corpi dei soldati israeliani…

“Sono cose orrende, ma le deviazioni erano già implicite nell’indole della guerra, che toglie ogni dignità al nemico. Quando si mette mano alla guerra, si creano le condizioni perché l’uomo scateni il peggio di sé, lo si lascia in balia dell’inimicizia per l’altro uomo”.

Non potremmo guardare alle due facce separatamente, per arrivare a una valutazione più specifica?

“ Non vorrei entrare in questo, perché potrebbe sembrare che io voglia dire dell’uno più che dell’altro. E’ mia convinzione che qualunque violazione della dignità dell’uomo sia inaccettabile, da qualunque luogo sia commessa. Se i miei riferimenti vanno di preferenza alla cultura occidentale, ciò è dovuto soltanto a un’insufficiente capacità di lettura delle altre civiltà”.

Da uomo dell’Occidente avrà una parola per le foto delle torture ai prigionieri?

“Quelle vessazioni e il prurito di mostrarle hanno certamente anche una radice nel dilagare di tanta pornografia e violenza mediatica. Nella cultura occidentale c’è una tendenza a violare i corpi, che nella situazione di guerra non trova più remore”.

Queste sue parole potrebbero essere usate contro di lei, per muoverle l’accusa di antiamericanismo…

“Le mie parole valgono per tutto l’Occidente e non ho mai nutrito sentimenti antiamericani. So bene che nella società americana vi è molta religiosità, credo più che in Europa. E c’è voglia di verità, di uguaglianza. Ma insieme a questo positivo, c’è del negativo, come dappertutto. Tuttavia non voglio dare giudizi per non essere giudicato, come dice il Vangelo. Sento anzi profonda simpatia per le forze vive di tutti i popoli e il popolo americano ne ha in abbondanza”.

 
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