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KAMIKAZE, PERCHE’?

fonte: Monte Carmelo 7 marzo 2004
autore: Laura Petreccia

Apparsi improvvisamente come un’onda anomala nell’Oceano, ma un’onda umana fatta di migliaia di adolescenti; alcuni cadevano sotto il peso del kalashnikov, altri urlanti con i pugni tesi. Correvano sotto le raffiche delle mitragliatrici, scavalcando i morti, saltando, cadendo, uccisi anche dagli elicotteri che miravano dall’alto. “Onda offensiva umana”, la definizione data dagli strateghi, l’arma più efficace dell’esercito iraniano nella guerra contro Saddam Hussein. Erano gli anni 80 e quella battaglia segnò l’ingresso in età contemporanea dei combattenti suicidi. Giovani con le teste rasate, fasce rosse legate ala fronte, e ognuno aveva una chiave appesa al collo. Gli avevano detto che con quella avrebbero aperto la porta del paradiso.
Cinque attentati suicidi decretarono l’esordio del terrore degli hezbollah a Beirut e a Tiro; siamo negli anni 1982 e 1983 e quei cinque autocarri esplosivi costrinsero gli Usa e la Francia a ritirare i loro contingenti dal Libano, e Israele a trincerarsi nella striscia meridionale che avrebbe poi abbandonato nel maggio 2001. E ancora nel 1987 i kamikaze sbucarono nello Sri Lanka, tra le file indipendentiste delle Tigri tamil- un gruppo etnico. E’ il 1993 e Israele sperimenta la prima “bomba umana”: il suo nome Ala’a Kahlout, seguace della Jihad islamica, si vestì da israeliano, salì su un autobus affollato ad Ashod e si fece saltare in aria. Poi toccò alla Turchia, al Kashmir, alla Cecenia, fino ad arrivare alla strategia globale di Al Qaeda.
Per quanto diversi siano i protagonisti per provenienza, programmi, obiettivi e strutture, tutti gli attentatori suicidi hanno in comune un concetto del valore della propria vita decisamente diverso da quello dei loro nemici e un dichiarato obiettivo politico: trasformare “il potere degli impotenti in un’impotenza dei potenti”.
Lungo tutto il corso del ‘900 l’Occidente, impreparato psicologicamente e militarmente a tale fenomeno, ha moltiplicato le sue frequentazioni maledette con il corpo del nemico ucciso. Preda da cacciare, trofeo da esibire, immondizia da buttare, monumento per terrorizzare, nessuno scempio è stato risparmiato a quei corpi, in nessun teatro di guerra. Generalmente il corpo si è associato alla politica e il corpo è diventato un “segno” per distinguere l’amico dal nemico: è direttamente sui corpi degli ebrei che il Lager rivela la mostruosità totalitaria della biopolitica. E così proprio quando il ‘900 volgeva al termine, è accaduto l’imprevisto: il corpo del nemico è diventato un’arma nelle sue mani, un’arma tanto terrificante quanto imprevedibile.
Pechè? Perché tutto inizia dal 1993 in Israele e dal 1983 in Libano, e non prima? Perché non nel 1948, o nel 1967, durante la prima intifada? “ Ci sono voluti 25 anni di lotta dei palestinesi contro Israele e contro gli israeliani in tutto il mondo, prima che i palestinesi cominciassero a compiere attentati suicidi”, ha fatto notare l’esperto israeliano di terrorismo Boaz Ganor nel febbraio 2001 all’inizio della relazione con cui ha partecipato alla “Conferenza per la lotta contro il terrorismo suicida” svoltasi nella israeliana Herzliya. “Perché la fase di incubazione è durata così a lungo?” si è domandato. La risposta: “Non lo so”.
Se ci confrontiamo con questi interrogativi potremo trovare vari ordini di risposta. La prima più evidente e terribile è che la bomba umana costa poco; a parte la persona disposta a farsi saltare, occorrono esplosivo, una batteria, un semplice dispositivo di accensione, chiodi, reagenti chimici e una cintura con capienti tasche. Conclusa la missione, l’organizzazione paga il funerale e la tomba del “martire “, e versa alla famiglia una somma che oscilla dai tre ai cinque mila dollari. Tenuto conto che dei 72 attentatori suicidi, 54 hanno anche puntualmente raggiunto il loro obiettivo, si rileva che con un minimo investimento economico ottengono un massimo risultato militare.
La seconda la individuiamo nel consenso sociale che circonda “i martiri”. Perché ci siano uomini-bomba debbono maturare le condizioni sociali, culturali e religiose che ne rendano accettabili le scelte. Oggi queste condizioni ci sono. I mass-media ne esaltano i nomi e le imprese, si pubblicano immagini dell’attentato di cui sono stati protagonisti e si trasmettono i video di congedo che hanno girato prima di andare morire. La “Fondazione martiri”, provvede al mantenimento delle vedove e degli orfani. Dispone di cooperative di consumo, scuole, ospedali, consorzi di vario genere, giardini d’infanzia, asili nido; elabora e realizza progetti edilizi; tiene corsi di addestramento professionale nei quali insegna varie attività , dal cucito fino all’allevamento delle api.
La terza si riferisce ala cultura della morte che da sostanza ai gesti dei singoli individui. E’ il passaggio per noi difficile da capire. Le bombe umane non pensano di uccidersi, né tanto meno di eseguire una vendetta privata. Nelle loro ultime parole affiorano le motivazioni del gesto(la Palestina, la libertà, il paradiso dove rivedrà gli altri martiri…)e, soprattutto, la certezza di compiere esclusivamente un atto militare. Non un suicidio, ma un atto meditato in cui non è tanto importante il morire quanto la portata dell’offesa che si può recare al nemico. Bisogna camminare con la morte, farsela amica, non temerla; poi, alla fine, quasi la si dimentica, diventa un particolare di un’operazione in cui mille altri dettagli sono ugualmente importanti.
La quarta, infine, è la specificità del conflitto tra Israele e Palestina. Gli attentatori non sono comparsi dal nulla. C’è voluto un lungo periodo di incubazione perché un’intera comunità si convincesse che, oggi, “si può fare qualcosa più con la morte che con la vita”. I segnali premonitori c’erano stati ma non sono stati colti. Non si era capito che non ci sarebbe stata nessuna soluzione di continuità tra i lanciatori di sassi dell’Intifada e gli uomini bomba. “Questi ragazzini che si concedono le loro battaglie con l’esercito israeliano scagliando pietre dovevano essere un segnale d’avvertimento. Ma non sono stati presi sul serio, perché non costituivano, né costituiscono, un pericolo per gli armatissimi soldati israeliani protetti dai giubbotti antiproiettile, né per le loro jeep provviste di grate metalliche, né tanto meno per i loro carri armati Merlava”. In questo senso comprendiamo attraverso un colloquio esemplare con uno di quei ragazzi: “Perché scagliare sassi se non colpiscono nessuno?”. “Come vuole che noi riusciamo a colpire quei soldati corazzati da capo a piedi e armati fino ai denti?”. “Ma allora non è ridicolo quello che state facendo?”. “No, non c’è niente di ridicolo. Qualche volta un sasso colpisce la lamiera di una jeep, ed è già qualcosa”. Riflette per qualche momento, poi aggiunge: “Il vero obiettivo è riuscire a non aver paura”.
La chiave per capire gli uomini- bomba non è nella storia dell’Islam, né tanto meno nello scontro epocale tra due civiltà e due religioni. E non si tratta neppure di un’eredità avvelenata del ‘900. Tutto sembra appartenere alla catena degli eventi distruttivi accaduti dall’11 settembre 2001. Non il passato ma il futuro sembra essere il tempo degli uomini-bomba. Di qui lo sgomento che ne deriva ma anche la disperata necessità di dotarsi di strumenti conoscitivi efficaci.
Gli israeliani, gli analisti dei servizi segreti li hanno studiati, hanno lavorato al profilo del “tipico attentatore suicida”, per accorgersi infine che questo profilo non esiste. Si supponeva inizialmente che si trattasse di giovani soli, poveri, scarsamente preparati, ultrareligiosi e senza prospettive, in parte vera per il primo della serie. Oggi non c’è più niente di valido in quell’ipotesi. No, c’è qualcosa di oscuro e di più terribile: il potere del corpo. Non più il corpo del nemico, umiliato e deriso, ma un corpo che attraverso la propria morte trasforma le vittime in carnefici, restituisce al suicida l’ebbrezza “di avere letteralmente fra le proprie mani la vita o la morte propria e d’una dozzina forse di altre persone”, fornendogli, per una volta, la possibilità di esercitare “una forma estrema di potere”. Per un’unica volta nella vita prima di morire.


Bibliografia: “La mia vita è un’arma” di Christoph Reuter ed. Longanesi

 
 
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