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COLPITO IL MITO FONDANTE SCIITA. KERBALA E’ LA CITTA’ DEL MARTIRIO

fonte: Il Tirreno 3 marzo 2004
autore: Renzo Guolo

Gli attentati di Serbala e Bagdad colpiscono gli sciiti in una delle loro ricorrenze maggiori: i giorni dell’Ashura. I giorni che evocano la morte del terzo Imam della shi’a, Hussein, nipote del profeta Muhammad, ucciso in battaglia a Serbala nel 680 dai califfi sanniti. Un evento tragico, simbolo del martirio per fede, dell’ingiustizia perpetrata nei confronti degli alidi, i sostenitori del diritto di Hussein, successore in linea di sangue del Profeta, a guidare la comunità musulmana. Il significato simbolico delle celebrazioni di Serbala è quello di testimoniare il jiad. Non il piccolo jiad, quello armato, offensivo, verso i “nemici di Dio”; la il grande jiad: quello che chiama a mostrare la vera fede in Allah nell’ora della prova, quando la stessa vita è in pericolo.
La morte di Hussein è uno dei miti fondativi della shi’a. Nei giorni dell’Ashura immensi cortei di pellegrini sfilano nella città santa di Serbala. Le manifestazioni si trasformano in grandi rappresentazioni collettive di massa che mettono in scena il martirio di Hussein. Nelle moschee si rievocano gli eventi dolorosi che portarono alla tragedia. I fedeli, vestiti a lutto, piangono come se avessero perso una persona cara. Chi nel decimo giorno di muhharran, il mese in cui si celebrano i riti, detto dell’Ashura, riesce a visitare la tomba del terzo Imam e offre l’acqua agli altri visitatori assetati è come se l’avesse data all’esercito del terzo Imam: atto che simboleggia la tipica tensione sciita alla pietas. Ma l’evento simbolico più significativo sono le manifestazioni
“autoflagellanti”: migliaia di persone si coprono il capo di cenere, battono il suolo con la fronte, si fustigano a sangue mentre partecipano ai cortei di afflizione che seguono la salma immaginaria di Hussein. Si rappresenta in tal modo la volontà dell’intera comunità di sottomettersi volontariamente alla tortura, di morire in gruppo per la difesa della causa: come Hussein a Serbala. Sin dalla battaglia di Serbala la shi’a si autopercepisce come movimento di rivolta contro l’ingiustizia. Per lungo tempo in Iraq e in Iran queste manifestazioni, proibite prima negli eccessi e poi totalmente dai regimi dello Shah e di Saddam, hanno funzionato come una sorta di sfogo contro l’ingiustizia che dominava il mondo. Il rito permetteva alla comunità di lavare ritualmente il peccato capitale ell’accettazione del compromesso quotidiano con una società dominata dal Male. I giovani rivoluzionari iraniani ne muteranno il segno. L’Ashura assumerà così un diverso segno: alla tradizionale pietas sciita si sostituirà l’idea della morte in combattimento per l’affermazione della “giustizia”. Succederà così anche in Iraq dopo i tragici attentati di ieri? (2 marzo 2004)

 

 
 
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