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PROGETTO JIHAD - Il sogno di Osama bin Laden

fonte: LightHouse
autore: Laura Petreccia

1. Ma come ragionano i terroristi islamici? Quali sono i loro obiettivi? Quale strategia hanno pianificato per raggiungerli? Per capire i guerrieri del jihad globale dobbiamo fare una distinzione: al-Qa’ida e Osama bin Laden. Sono i due soggetti che nel corto circuito dei media occidentali e non solo, indicano il nemico. Un marchio e un nome ai bersagli da colpire. Tentiamo, per quanto possibile, a entrare nella testa di chi ci ha dichiarato guerra..

E’ di bin Laden l’affermazione su al-Qa’ida del 21 ottobre 2001 fatta con il corrispondente di al-Jazira da Kabul, Taysi Alluni: “Le cose non stanno come le dipinge l’Occidente, per cui ci sarebbe un’organizzazione con un nome specifico, al-Qa’ida. Questa denominazione è molto vecchia. E’ nata senza che noi lo volessimo. Il fratello Abu ‘Ubaida al-Bansiri creò in (Afghanistan n.d.r.)una base per addestrare i giovani a combattere il perverso, arrogante, brutale, terroristico impero sovietico (…) Quel campo di addestramento fu chiamato “la base” (al-Qa’ida in arabo, n.d.r.)”. In senso più vasto, la “base” era allora l’Afghanistan talibano, rifugio e riferimento sicuro per l’internazionale jihadista.
Ma al-Qa’ida ha anche un altro significato e cioè quello di “fondazione”.Una struttura per la propagazione della guerra santa che la confraternita di Osama bin Laden comincia a creare già dalla prima metà degli anni Ottanta a supporto dei mujahidin che dal Pakistan entrano in Afghanistan per contrastare i sovietici. “Base” o “fondazione”in ogni caso al-Qa’ida non ha una conformazione piramidale. Osama non è ideatore e capo del movimento jihadista ma ne è l’imprenditore. Ha dalla sua il merito di aver strutturato un’impresa a sua immagine.
Non una struttura piramidale ma una struttura orizzontale è il movimento jihadista, a rete, che pretende investire l’intera comunità islamica (umma islamiyya) perseguendo un pensiero che si vorrà rendere sempre più conformato e sincronizzato.L’obiettivo corrisponde alla massima espansione storica dell’influenza islamica, incanalata particolarmente dalle grandi direttrici commerciali- dall’Oceano Atlantico al Mar Cinese Meridionale, dalla Nigeria al Xinjiang, dalla Russia meridionale a Zanzibar.Quindi territori da conquistare alla sari’a secondo il progetto del grande dar al-islam che riunificato si incardina su alcuni perni geostrategici, califfati regionali governati secondo la più rigida interpretazione della sari’a.
Forte è il richiamo all’islam delle origini, puro e quindi vincente. Le giovani generazioni dovranno riscattare una fede corrotta nei secoli. Ma ancora prima di Osama bin Laden, germi di radicalismo li individuiamo nella lezione e nella prassi dei Fratelli musulmani egiziani. Il movimento viene fondato nel 1929 da Hasan al-Bannà e ha sin dall’inizio idee molto chare: “Il Corano è la nostra costituzione e il Profeta è il nostro capo”. Da lui muove un primo embrione di rete fondamentalista, dal Pakistan all’Africa settentrionale, determinando le ragioni dello scontro fra il fondamentalismo militante e i regimi nazionalisti che reggono gli Stati a maggioranza musulmana.
La dottrina jihadista attinge alla fonte di Ahmad b. Hanbal (780-855), fondatore della più rigorosa tra le scuole giuridiche sannite, e soprattutto di Ahmad b. Taymiyya (1263-1328). La sua teologia influenzerà Muhammad bi. ‘Abd al-Wahhab ( 1703-1792) ideologo del wahhabismo, roccaforte fondamentalista nell’Arabia Saudita.

2. Il 1979, con l’invasione sovietica in Afghanistan, catalizza la risposta jihadista. La minaccia dell’ateocrazia moscovita al dar al-islam mobilita una prima difesa dei fratelli afghani. Riferimento della lotta dei fratelli afghani è Azzam il quale disegna un sistema di cerchi concentrici attorno al territorio islamico che il jihad afgano ha l’obbligo di liberare. Seguendo uno schema di prossimità i musulmani sono chiamati a combattere fino a scatenare le energie dell’intera umma. La convinzione è che lo “stabilire la comunità musulmana su un territorio è una necessità altrettanto vitale dell’acqua e dell’aria”. Osama bin Laden in questo periodo è attivo in Afghanistan fin dagli inizi della guerra di liberazione.
Il crescente flusso di volontari e di mezzi dal Medio Oriente richiede nel corso degli anni Ottanta, ben più dell’”ufficio servizi ai mujiahidin” gestito da ‘Azzam a Peshawar. E’ questo il contesto in cui entra in azione Osama bin Laden ,differenziandosi per la sua abilità imprenditoriale. Organizza i volontari del jihad, costruendo un circuito bellico completo, dal reclutamento al trasporto in Afghanistan, dall’armamento all’addestramento e alla logistica. Supportato finanziariamente dalle charities saudite e dai servizi segreti pakistani, che gestiscono campi di addestramento, Osama potenzia la filiera che fa capo ad ‘Azzam.
Nasce un confronto teologico-strategico fra ‘Azzam e al-Zawahiri, la contestazione riguarda lo schema dei cerchi concentrici. Ayman al-Zawahiri predica una guerra santa che intende sovvertire i regimi corrotti e apostati dello stesso mondo musulmano e non solo, quindi limitarsi a contrastare i nemici esterni al dar al-islam. Ma nel 1989 ‘Azzam muore in un’attentato e la partita si chiude.
Nello stesso anno il ritiro sovietico dall’Afghanistan è decretato da Osama come un trionfo. Ma non si arresta, l’obiettivo è quello di estendere a tutto campo la lotta ai nemici dell’islam, vicini e lontani.
Gli scontri civili afghani che seguono al ritiro delle truppe russe portano nel 1996 la vittoria ai taliban. Nasce il 26 ottobre 1997 l’Emirato islamico di Afghanistan, guidato dal mullah Omar. Si pensa a un califfato centrasiatico proiettato verso il Kashmir, verso le ex province meridionali dell’impero sovietico e verso il Turkestan.
I movimenti politici che si creano tra Usa-Arabia Saudita- Pakistan ,Washington ha interessi economici e strategici in Asia centrale, Riyad protegge interessi energetici nella regione wahhabita, Islamabad amplifica fruttuosi circuiti di narcotraffico, fanno sì che Osama stabilisca un’intesa privilegiata con il regime del mullah Omar.
L’Afghanistan diventa una pedina importante nello scontro con il “Grande Satana” americano. In questo scenario si situano nuove intese: l’esperimento fondamentalista di Kabul produce una singolare intesa fra sciiti e sanniti, gli ayatollah sciiti coltivano i principi dell’esportabilità della rivoluzione islamica e del sostegno ai fratelli musulmani in pericolo, l’intesa gra Teheran e Khartum, dove un altro fratello musulmano e teorico del jihad a tutto campo, HasAn al-Turabi, sogna un califfato centrato sul Sudan, esteso dalla Nigeria all’Egitto.
3. La guerra del Golfo nel 1991 determina l’installazione di basi americane in Arabia Saudita e una evidente collusione dei regimi arabi con gli infedeli a cui cedono, svendendole, ricchezze petrolifere e aprono loro la Penisola arabica. Questo avvalora la tesi di al-Zawahiri, contrario ai regimi corrotti e apostati del mondo musulmano. E’ frattura fra Osama e il governo saudita. Osama si insedia a Khartum e di qui organizza tre nuove direttrici di penetrazione jihadista: Africa orientale e subsahariana, Balcani e Caucaso. Khartum si erge a pivot dell’internazionale jihadista.
L’Africa orientale e subsahariana, nel 1991 diventa terreno di sperimentazione per l’internazionale di bin Laden in concomitanza della cacciata del dittatore Siad Barre dalla Somalia. L’intervento disastroso americano nel Corno d’Africa accende nei jihadisti sentimenti e fantasie trionfali al punto di tentare un attacco in America al World Trade Center il 26 febbraio 1993.
Nei Balcani tra il 1992 e il 1995 infuria la guerra di Bosnia. Un territorio importante nella geopolitica islamista per tre motivi in particolare. La prima è che vi sono insediamenti musulmani, la seconda è che il territorio è situato alle porte dell’Europa centrale e la terza è che è solcato dalle rotte balcaniche della droga che muovono dai campi di oppio afgani verso mercati europei- un asset per l’azienda jihadista.
Migliaia di mujahidin combattono fra i monti della Bosnia, molti jihadisti si insediano nell’ex repubblica jugoslava diffondendo il verbo integralista e promuovendo reti jihadiste in vari paesi europei, tra cui Italia e Germania.
Nel Caucaso l’epicentro è la Cecenia, in lotta per l’indipendenza da Mosca. Qui l’obiettivo è un califfato caucasico, esteso anche ad altre repubbliche federate russe, come il Daghestan, la Georgia e l’Azerbaigian. Sauditi e pakistani supportano con flussi di mezzi e uomini che daranno un carattere fondamentalista alla causa nazionale cecena.
Il Pakistan intende creare un califfato pakistano allargato all’Afghanistan e ai limiti meridionali dell’ex Unione Sovietica, infiltrandosi nello spazio centrasiatico liberato dal collasso sovietico, portando a fondo l’attacco all’India in Kashmir. Soggetti di questa strategia sono il primo ministro Benazir Bhutto e i servizi segreti. Il narcotraffico alimenta il motore del progetto.
Progetti su vasta scala portano il Pakistan a guardare al Sud-Est asiatico. Facendo perno sul Bangladesh, Islamabad tenta di costruire la continuità del suo sistema di influenza anche via mare, da Karachi a Dacca a Singapore.
4. I rapporti economici finanziari di Osama bin Laden coinvolgono gruppi legati agli ‘ulama’ sauditi più oltranzisti e ai Fratelli musulmani in Kuwait, Qatar e Dubai. Il giro di liquidità finisce per far capo a una cupola di 400 finanzieri, per due terzi arabi e per il resto pakistano e altri asiatici, con centinaia di società sparse per il mondo.
Il riciclaggio del denaro sporco coinvolge innumerevoli “lavanderie” dal Sudamerica agli Stati Uniti, dalla Svizzera all’Africa, dal Medio Oriente all’Asia ex sovietica. Dopo l’11 settembre, quando scattano i controlli ai conti della rete, i gruppi fondamentalisti ricorrono al trasferimento del denaro attraverso intermediari di fiducia così da non lasciare tracce.
La holding jihadista cura l’immagine e l’informazione. Dalle radio ai siti web, dai bollettini ai portavoce, dalle videocassette ai cybercafè, i militanti fondamentalisti usano delle libertà occidentali per propagandare la guerra santa.
5. La strategia di bin Laden viene perseguita fino all’11 settembre 2001 e già prima dell’attacco alle Torri Gemelle l’internazionale jihadista previene l’urto della repressione delegando alle strutture regionali e locali la messa in azione di attentati terroristici nelle specifiche aree di appartenenza. I collegamenti sono mantenuti da corrieri, incaricati di ravvicare il pensiero comune. Al-Zawahiri è in perpetuo apostolato militante fra Asia, Africa e Balcani.
L’America ad attacco globale risponde con attacco globale. Prima tappa, l’invasione in Afghanistan, culminante nel bombardamento di Tora Bora e nella caccia al terrorista sulle montagne dell’Hindukush. La perdita della “base” afghana come retroterra logistico e addestrativo è un duro colpo per i jihadisti.
Il leader pakistano Musharraf è costretto ad allinearsi ai dettati di Washington. Molte cellule jihadiste vengono disarticolate, un abbozzo di intesa antiterrorismo viene attuato fra Pakistan e India.
In Africa settentrionale alcune cellule locali subiscono il colpo ma il grande regalo all’America viene da Gheddafi il quale consegna agli americani l’archivio completo della sua intelligence sui movimenti integralisti in Africa e in Medio Oriente.
Le alleanze americane con paesi africani, Mali, Niger, Ciad, Corno d’Africa, Sudan, Etisia, Yemen, Kenia, Tanzania, Somalia, permettono di perseguire l’obiettivo di contrastare, spegnere i focolai jihadisti, di intercettare i movimenti via mare dei jihadisti e colpire il traffico di droga in partenza dalla costa del Belucistan, che nutre le cellule del fondamentalismo militante. Gli americani tentano in questo modo di penetrare il dedalo degli arcipelaghi del Sud-est asiatico, che oggi sembra la base più sicura dell’internazionale jihadista. Ma se da una parte è sigillato l’Oceano Indiano, da un’altra parte emerge un focolaio jihadista nella Thailandia meridionale, che rappresenta una delle principali rotte del narcotraffico, proveniente dal Triangolo d’oro.
Un’altra alleanza americana regionale antiterrorismo coinvolge la Russia, Cina e repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: dal Caucaso al Xinjiang.
Gli europei non seguono gli Usa nella logica della guerra globale al terrorismo. La priorità è affidata all’intelligence. Si tracciano profili complessivi dei nemici, una sorta di identikit geostrategico. Si sa che l’Europa è territorio di reclutamento di jihadisti, molti di essi vengono dall’esperienza balcanica. Sono stati individuati importanti reti e circuiti terroristici.
6. L’offensiva angloamericana all’Iraq è percepita da bin Laden e associati come annuncio dell’imminente attacco finale contro i popoli islamici. L’occupazione della Mesopotamia si inquadra per i jihadisti ma anche per una larga parte dell’opinione pubblica araba e islamica in un complotto “giudaico.crociato”. Il rischio che ne deriva sarebbe uno smembramento degli Stati mediorientali, ridotti a piccoli territori imbelli, funzionali ai piani di sfruttamento economico e di asservimento strategico delle potenze occidentali. Una rivoluzione geopolitica in cui Israele annetterebbe il Sinai e i Territori palestinesi, la Siria spartita su base etnico-confessionale, l’Arabia Saudita finirebbe in pezzi e stesso destino sarebbe riservato a al-Hasa, a Rub al-Khali. La tutela dei Luoghi Santi di Mecca e Medina nuovamente riaffidata agli hashemiti, congiuntamente alla parte più riottosa del Nord, così da permettere agli americani di recuperare la base di Tabuk. Lo Yemen perderebbe Hadramawt, provincia ribelle da trasferire all’Oman.
La minaccia dello smembramento della Penisola arabica viene enfatizzata da bin Laden per suscitare la mobilitazione generale della rete jihadista e in particolare ridare slancio ai jihadisti facendo leva sull’obbligo supremo di proteggere i Luoghi Santi. Nel suo messaggio del 4 gennaio 2004, Osama definisce la “disgrazia” dell’occupazione americana dell’Iraq , frutto della corruzione islamica, collegata alla “catena del Male sionista-crociata”, alla “guerra economica-religiosa” che ha come prossimo obiettivo l’occupazione degli Stati del Golfo e la conquista dei giacimenti petroliferi mediorientali.
Quale jihad più legittimo e globalizzante di questo? “A questo scopo occorre dare concretezza al pericolo attirando gli americani in Arabia Saudita”. Lo spettro dell’implosione del regime saudita, che segnerebbe l’avvento al potere degli islamismi più radicali, potrebbe spingere Washington a un intervento preventivo. Ecco la trappola di bin Laden.
La preparazione della suprema guerra santa in Arabia Saudita è già in corso. Non implica afflusso di mujahidin, sono sufficienti i sauditi.
Il jihad di nuovo tipo mette in causa l’Iran e il fondamentalismo sciita. Osam bin Laden sempre insiste sulla necessità di ricomporre le due maggiori anime dell’islam nella lotta al “Grande Satana”, esprimendo considerazione e simpatia nei confronti del popolo iraniano. Dal 1992 infatti ha stabilito un rapporto speciale con il regime di Teheran e le cellule terroriste hanno potuto servirsi di aree di addestramento in zone prevalentemente sciite, come quella di Nasiriyya e degli ex campi dei mujahidin Khalq.
Il pericolo per gli americani se cadessero nella trappola arabica sta nell’essere costretti a sguarnire quattro fronti: il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq e l’Egitto. Sono questi Stati con situazioni interne precarie e delicate.
7. Quale pericolo rappresenta per noi italiani e d europei questo progetto? Il carattere generalmente fondamentalista dei paesi musulmani non è in sé un problema. Non è detto che un regime islamista prende di mira i nostri interessi o minaccia la nostra sicurezza.. Tipico il caso dell’Iran: con gli ayatollah trattiamo e traffichiamo normalmente. Ma l’Algeria “laica” dei miltari non è affatto sicura.
Piuttosto il pericolo nasce dal fatto che i jihadisti sono in mezzo a noi e puntano a strutturare aree di territorio europeo, in particolare alcune periferie urbane, scenari di enormi flussi di immigrazioni musulmane.
Il rapporto fra noi e loro non può prescindere dalla guerra al terrorismo. Se gli americani hanno adottato due facce, una strettamente difensiva per impedire nuovi attacchi sul territorio americano e l’altra offensiva facendo leva su tale minaccia per espandere l’egemonia americana con i rischi di suscitare anziché impedire la formazione di Stati islamici radicalmente antiamericani e antioccidentali, molti europei hanno reagito all’11 settembre mettendo la testa nella sabbia. L’ingenua speranza era che dopo la guerra in Afghanistan e la caccia ai terroristi sulle montagne dell’Hindukush, ogni cosa sarebbe rientrata. Non abbiamo considerato la profondità e l’imminenza della minaccia fondamentalista in casa nostra. A chi ha i jihadisti in casa e alle frontiere conviene anzitutto rigettare l’ideologia dello “scontro di civiltà”. Inclinando alla retorica crociata otterremo solo di compattare le masse islamiche intorno ai mullah più estremisti e renderemmo impraticabili le nostre periferie. La strategia dell’apartheid, coltivata dalle cellule radicali e paradossalmente incentivata dall’approccio laicista “alla francese” significa rinunciare al controllo di parte del nostro territorio, accendere focolai di guerriglia urbana e favorire e terroristi islamici.
Ma se distinguessimo tra guerra e terrorismo e confronto con i musulmani in Europa, potremmo guadagnare su entrambi i fronti. Dobbiamo rompere l’incomunicabilità fra noi e loro per stabilire le basi di una convivenza basata sul rispetto reciproco: riconoscimento delle rispettive identità culturali e osservanza delle nostre leggi. Altrimenti non potremo impedire che alcune moschee, centri di cultura islamica e circuiti di predicazione elettronica coltivino l’odio contro di noi.
L’Europa produrrebbe così un modello di coesistenza fra culture comunque non assimilabili. A quel punto sarebbero gli stessi islamici “europei” a diffondere nei paesi d’origine un messaggio più pacato. I jihadisti perderebbero una voce decisiva per trasmettere nel dar al-islam i loro appelli alla guerra santa.
Così aiuteremo anche gli americani. Diversi paesi europei, tra cui l’Italia, hanno ottenuto risultati più incisivi nella lotta contro le cellule del terrore di quelli vantati dall’Fbi o dalla Cia. E questo perché siamo riusciti a colpire alcune reti terroristiche interpretando la logica e penetrando gli ambienti.
Un giorno anche la guerra al terrorismo islamico finirà. La qualità della pace dipenderà da come avremo ottenuto la vittoria. “Se il mondo musulmano si convincerà che l’occidente ha combattuto solo per rinnovarne l’umiliazione, non potremo apprezzare a lungo il sapore del trionfo”.

 

 
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