1. Ma come ragionano i terroristi
islamici? Quali sono i loro obiettivi? Quale strategia hanno pianificato
per raggiungerli? Per capire i guerrieri del jihad globale dobbiamo
fare una distinzione: al-Qa’ida e Osama bin Laden. Sono
i due soggetti che nel corto circuito dei media occidentali e
non solo, indicano il nemico. Un marchio e un nome ai bersagli
da colpire. Tentiamo, per quanto possibile, a entrare nella testa
di chi ci ha dichiarato guerra..
E’ di bin Laden l’affermazione su
al-Qa’ida del 21 ottobre 2001 fatta con il corrispondente
di al-Jazira da Kabul, Taysi Alluni: “Le cose non stanno
come le dipinge l’Occidente, per cui ci sarebbe un’organizzazione
con un nome specifico, al-Qa’ida. Questa denominazione è
molto vecchia. E’ nata senza che noi lo volessimo. Il fratello
Abu ‘Ubaida al-Bansiri creò in (Afghanistan n.d.r.)una
base per addestrare i giovani a combattere il perverso, arrogante,
brutale, terroristico impero sovietico (…) Quel campo di
addestramento fu chiamato “la base” (al-Qa’ida
in arabo, n.d.r.)”. In senso più vasto, la “base”
era allora l’Afghanistan talibano, rifugio e riferimento
sicuro per l’internazionale jihadista.
Ma al-Qa’ida ha anche un altro significato e cioè
quello di “fondazione”.Una struttura per la propagazione
della guerra santa che la confraternita di Osama bin Laden comincia
a creare già dalla prima metà degli anni Ottanta
a supporto dei mujahidin che dal Pakistan entrano in Afghanistan
per contrastare i sovietici. “Base” o “fondazione”in
ogni caso al-Qa’ida non ha una conformazione piramidale.
Osama non è ideatore e capo del movimento jihadista ma
ne è l’imprenditore. Ha dalla sua il merito di aver
strutturato un’impresa a sua immagine.
Non una struttura piramidale ma una struttura orizzontale è
il movimento jihadista, a rete, che pretende investire l’intera
comunità islamica (umma islamiyya) perseguendo un pensiero
che si vorrà rendere sempre più conformato e sincronizzato.L’obiettivo
corrisponde alla massima espansione storica dell’influenza
islamica, incanalata particolarmente dalle grandi direttrici commerciali-
dall’Oceano Atlantico al Mar Cinese Meridionale, dalla Nigeria
al Xinjiang, dalla Russia meridionale a Zanzibar.Quindi territori
da conquistare alla sari’a secondo il progetto del grande
dar al-islam che riunificato si incardina su alcuni perni geostrategici,
califfati regionali governati secondo la più rigida interpretazione
della sari’a.
Forte è il richiamo all’islam delle origini, puro
e quindi vincente. Le giovani generazioni dovranno riscattare
una fede corrotta nei secoli. Ma ancora prima di Osama bin Laden,
germi di radicalismo li individuiamo nella lezione e nella prassi
dei Fratelli musulmani egiziani. Il movimento viene fondato nel
1929 da Hasan al-Bannà e ha sin dall’inizio idee
molto chare: “Il Corano è la nostra costituzione
e il Profeta è il nostro capo”. Da lui muove un primo
embrione di rete fondamentalista, dal Pakistan all’Africa
settentrionale, determinando le ragioni dello scontro fra il fondamentalismo
militante e i regimi nazionalisti che reggono gli Stati a maggioranza
musulmana.
La dottrina jihadista attinge alla fonte di Ahmad b. Hanbal (780-855),
fondatore della più rigorosa tra le scuole giuridiche sannite,
e soprattutto di Ahmad b. Taymiyya (1263-1328). La sua teologia
influenzerà Muhammad bi. ‘Abd al-Wahhab ( 1703-1792)
ideologo del wahhabismo, roccaforte fondamentalista nell’Arabia
Saudita.
2. Il 1979, con l’invasione sovietica in
Afghanistan, catalizza la risposta jihadista. La minaccia dell’ateocrazia
moscovita al dar al-islam mobilita una prima difesa dei fratelli
afghani. Riferimento della lotta dei fratelli afghani è
Azzam il quale disegna un sistema di cerchi concentrici attorno
al territorio islamico che il jihad afgano ha l’obbligo
di liberare. Seguendo uno schema di prossimità i musulmani
sono chiamati a combattere fino a scatenare le energie dell’intera
umma. La convinzione è che lo “stabilire la comunità
musulmana su un territorio è una necessità altrettanto
vitale dell’acqua e dell’aria”. Osama bin Laden
in questo periodo è attivo in Afghanistan fin dagli inizi
della guerra di liberazione.
Il crescente flusso di volontari e di mezzi dal Medio Oriente
richiede nel corso degli anni Ottanta, ben più dell’”ufficio
servizi ai mujiahidin” gestito da ‘Azzam a Peshawar.
E’ questo il contesto in cui entra in azione Osama bin Laden
,differenziandosi per la sua abilità imprenditoriale. Organizza
i volontari del jihad, costruendo un circuito bellico completo,
dal reclutamento al trasporto in Afghanistan, dall’armamento
all’addestramento e alla logistica. Supportato finanziariamente
dalle charities saudite e dai servizi segreti pakistani, che gestiscono
campi di addestramento, Osama potenzia la filiera che fa capo
ad ‘Azzam.
Nasce un confronto teologico-strategico fra ‘Azzam e al-Zawahiri,
la contestazione riguarda lo schema dei cerchi concentrici. Ayman
al-Zawahiri predica una guerra santa che intende sovvertire i
regimi corrotti e apostati dello stesso mondo musulmano e non
solo, quindi limitarsi a contrastare i nemici esterni al dar al-islam.
Ma nel 1989 ‘Azzam muore in un’attentato e la partita
si chiude.
Nello stesso anno il ritiro sovietico dall’Afghanistan è
decretato da Osama come un trionfo. Ma non si arresta, l’obiettivo
è quello di estendere a tutto campo la lotta ai nemici
dell’islam, vicini e lontani.
Gli scontri civili afghani che seguono al ritiro delle truppe
russe portano nel 1996 la vittoria ai taliban. Nasce il 26 ottobre
1997 l’Emirato islamico di Afghanistan, guidato dal mullah
Omar. Si pensa a un califfato centrasiatico proiettato verso il
Kashmir, verso le ex province meridionali dell’impero sovietico
e verso il Turkestan.
I movimenti politici che si creano tra Usa-Arabia Saudita- Pakistan
,Washington ha interessi economici e strategici in Asia centrale,
Riyad protegge interessi energetici nella regione wahhabita, Islamabad
amplifica fruttuosi circuiti di narcotraffico, fanno sì
che Osama stabilisca un’intesa privilegiata con il regime
del mullah Omar.
L’Afghanistan diventa una pedina importante nello scontro
con il “Grande Satana” americano. In questo scenario
si situano nuove intese: l’esperimento fondamentalista di
Kabul produce una singolare intesa fra sciiti e sanniti, gli ayatollah
sciiti coltivano i principi dell’esportabilità della
rivoluzione islamica e del sostegno ai fratelli musulmani in pericolo,
l’intesa gra Teheran e Khartum, dove un altro fratello musulmano
e teorico del jihad a tutto campo, HasAn al-Turabi, sogna un califfato
centrato sul Sudan, esteso dalla Nigeria all’Egitto.
3. La guerra del Golfo nel 1991 determina l’installazione
di basi americane in Arabia Saudita e una evidente collusione
dei regimi arabi con gli infedeli a cui cedono, svendendole, ricchezze
petrolifere e aprono loro la Penisola arabica. Questo avvalora
la tesi di al-Zawahiri, contrario ai regimi corrotti e apostati
del mondo musulmano. E’ frattura fra Osama e il governo
saudita. Osama si insedia a Khartum e di qui organizza tre nuove
direttrici di penetrazione jihadista: Africa orientale e subsahariana,
Balcani e Caucaso. Khartum si erge a pivot dell’internazionale
jihadista.
L’Africa orientale e subsahariana, nel 1991 diventa terreno
di sperimentazione per l’internazionale di bin Laden in
concomitanza della cacciata del dittatore Siad Barre dalla Somalia.
L’intervento disastroso americano nel Corno d’Africa
accende nei jihadisti sentimenti e fantasie trionfali al punto
di tentare un attacco in America al World Trade Center il 26 febbraio
1993.
Nei Balcani tra il 1992 e il 1995 infuria la guerra di Bosnia.
Un territorio importante nella geopolitica islamista per tre motivi
in particolare. La prima è che vi sono insediamenti musulmani,
la seconda è che il territorio è situato alle porte
dell’Europa centrale e la terza è che è solcato
dalle rotte balcaniche della droga che muovono dai campi di oppio
afgani verso mercati europei- un asset per l’azienda jihadista.
Migliaia di mujahidin combattono fra i monti della Bosnia, molti
jihadisti si insediano nell’ex repubblica jugoslava diffondendo
il verbo integralista e promuovendo reti jihadiste in vari paesi
europei, tra cui Italia e Germania.
Nel Caucaso l’epicentro è la Cecenia, in lotta per
l’indipendenza da Mosca. Qui l’obiettivo è
un califfato caucasico, esteso anche ad altre repubbliche federate
russe, come il Daghestan, la Georgia e l’Azerbaigian. Sauditi
e pakistani supportano con flussi di mezzi e uomini che daranno
un carattere fondamentalista alla causa nazionale cecena.
Il Pakistan intende creare un califfato pakistano allargato all’Afghanistan
e ai limiti meridionali dell’ex Unione Sovietica, infiltrandosi
nello spazio centrasiatico liberato dal collasso sovietico, portando
a fondo l’attacco all’India in Kashmir. Soggetti di
questa strategia sono il primo ministro Benazir Bhutto e i servizi
segreti. Il narcotraffico alimenta il motore del progetto.
Progetti su vasta scala portano il Pakistan a guardare al Sud-Est
asiatico. Facendo perno sul Bangladesh, Islamabad tenta di costruire
la continuità del suo sistema di influenza anche via mare,
da Karachi a Dacca a Singapore.
4. I rapporti economici finanziari di Osama bin Laden coinvolgono
gruppi legati agli ‘ulama’ sauditi più oltranzisti
e ai Fratelli musulmani in Kuwait, Qatar e Dubai. Il giro di liquidità
finisce per far capo a una cupola di 400 finanzieri, per due terzi
arabi e per il resto pakistano e altri asiatici, con centinaia
di società sparse per il mondo.
Il riciclaggio del denaro sporco coinvolge innumerevoli “lavanderie”
dal Sudamerica agli Stati Uniti, dalla Svizzera all’Africa,
dal Medio Oriente all’Asia ex sovietica. Dopo l’11
settembre, quando scattano i controlli ai conti della rete, i
gruppi fondamentalisti ricorrono al trasferimento del denaro attraverso
intermediari di fiducia così da non lasciare tracce.
La holding jihadista cura l’immagine e l’informazione.
Dalle radio ai siti web, dai bollettini ai portavoce, dalle videocassette
ai cybercafè, i militanti fondamentalisti usano delle libertà
occidentali per propagandare la guerra santa.
5. La strategia di bin Laden viene perseguita fino all’11
settembre 2001 e già prima dell’attacco alle Torri
Gemelle l’internazionale jihadista previene l’urto
della repressione delegando alle strutture regionali e locali
la messa in azione di attentati terroristici nelle specifiche
aree di appartenenza. I collegamenti sono mantenuti da corrieri,
incaricati di ravvicare il pensiero comune. Al-Zawahiri è
in perpetuo apostolato militante fra Asia, Africa e Balcani.
L’America ad attacco globale risponde con attacco globale.
Prima tappa, l’invasione in Afghanistan, culminante nel
bombardamento di Tora Bora e nella caccia al terrorista sulle
montagne dell’Hindukush. La perdita della “base”
afghana come retroterra logistico e addestrativo è un duro
colpo per i jihadisti.
Il leader pakistano Musharraf è costretto ad allinearsi
ai dettati di Washington. Molte cellule jihadiste vengono disarticolate,
un abbozzo di intesa antiterrorismo viene attuato fra Pakistan
e India.
In Africa settentrionale alcune cellule locali subiscono il colpo
ma il grande regalo all’America viene da Gheddafi il quale
consegna agli americani l’archivio completo della sua intelligence
sui movimenti integralisti in Africa e in Medio Oriente.
Le alleanze americane con paesi africani, Mali, Niger, Ciad, Corno
d’Africa, Sudan, Etisia, Yemen, Kenia, Tanzania, Somalia,
permettono di perseguire l’obiettivo di contrastare, spegnere
i focolai jihadisti, di intercettare i movimenti via mare dei
jihadisti e colpire il traffico di droga in partenza dalla costa
del Belucistan, che nutre le cellule del fondamentalismo militante.
Gli americani tentano in questo modo di penetrare il dedalo degli
arcipelaghi del Sud-est asiatico, che oggi sembra la base più
sicura dell’internazionale jihadista. Ma se da una parte
è sigillato l’Oceano Indiano, da un’altra parte
emerge un focolaio jihadista nella Thailandia meridionale, che
rappresenta una delle principali rotte del narcotraffico, proveniente
dal Triangolo d’oro.
Un’altra alleanza americana regionale antiterrorismo coinvolge
la Russia, Cina e repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale:
dal Caucaso al Xinjiang.
Gli europei non seguono gli Usa nella logica della guerra globale
al terrorismo. La priorità è affidata all’intelligence.
Si tracciano profili complessivi dei nemici, una sorta di identikit
geostrategico. Si sa che l’Europa è territorio di
reclutamento di jihadisti, molti di essi vengono dall’esperienza
balcanica. Sono stati individuati importanti reti e circuiti terroristici.
6. L’offensiva angloamericana all’Iraq è percepita
da bin Laden e associati come annuncio dell’imminente attacco
finale contro i popoli islamici. L’occupazione della Mesopotamia
si inquadra per i jihadisti ma anche per una larga parte dell’opinione
pubblica araba e islamica in un complotto “giudaico.crociato”.
Il rischio che ne deriva sarebbe uno smembramento degli Stati
mediorientali, ridotti a piccoli territori imbelli, funzionali
ai piani di sfruttamento economico e di asservimento strategico
delle potenze occidentali. Una rivoluzione geopolitica in cui
Israele annetterebbe il Sinai e i Territori palestinesi, la Siria
spartita su base etnico-confessionale, l’Arabia Saudita
finirebbe in pezzi e stesso destino sarebbe riservato a al-Hasa,
a Rub al-Khali. La tutela dei Luoghi Santi di Mecca e Medina nuovamente
riaffidata agli hashemiti, congiuntamente alla parte più
riottosa del Nord, così da permettere agli americani di
recuperare la base di Tabuk. Lo Yemen perderebbe Hadramawt, provincia
ribelle da trasferire all’Oman.
La minaccia dello smembramento della Penisola arabica viene enfatizzata
da bin Laden per suscitare la mobilitazione generale della rete
jihadista e in particolare ridare slancio ai jihadisti facendo
leva sull’obbligo supremo di proteggere i Luoghi Santi.
Nel suo messaggio del 4 gennaio 2004, Osama definisce la “disgrazia”
dell’occupazione americana dell’Iraq , frutto della
corruzione islamica, collegata alla “catena del Male sionista-crociata”,
alla “guerra economica-religiosa” che ha come prossimo
obiettivo l’occupazione degli Stati del Golfo e la conquista
dei giacimenti petroliferi mediorientali.
Quale jihad più legittimo e globalizzante di questo? “A
questo scopo occorre dare concretezza al pericolo attirando gli
americani in Arabia Saudita”. Lo spettro dell’implosione
del regime saudita, che segnerebbe l’avvento al potere degli
islamismi più radicali, potrebbe spingere Washington a
un intervento preventivo. Ecco la trappola di bin Laden.
La preparazione della suprema guerra santa in Arabia Saudita è
già in corso. Non implica afflusso di mujahidin, sono sufficienti
i sauditi.
Il jihad di nuovo tipo mette in causa l’Iran e il fondamentalismo
sciita. Osam bin Laden sempre insiste sulla necessità di
ricomporre le due maggiori anime dell’islam nella lotta
al “Grande Satana”, esprimendo considerazione e simpatia
nei confronti del popolo iraniano. Dal 1992 infatti ha stabilito
un rapporto speciale con il regime di Teheran e le cellule terroriste
hanno potuto servirsi di aree di addestramento in zone prevalentemente
sciite, come quella di Nasiriyya e degli ex campi dei mujahidin
Khalq.
Il pericolo per gli americani se cadessero nella trappola arabica
sta nell’essere costretti a sguarnire quattro fronti: il
Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq e l’Egitto.
Sono questi Stati con situazioni interne precarie e delicate.
7. Quale pericolo rappresenta per noi italiani e d europei questo
progetto? Il carattere generalmente fondamentalista dei paesi
musulmani non è in sé un problema. Non è
detto che un regime islamista prende di mira i nostri interessi
o minaccia la nostra sicurezza.. Tipico il caso dell’Iran:
con gli ayatollah trattiamo e traffichiamo normalmente. Ma l’Algeria
“laica” dei miltari non è affatto sicura.
Piuttosto il pericolo nasce dal fatto che i jihadisti sono in
mezzo a noi e puntano a strutturare aree di territorio europeo,
in particolare alcune periferie urbane, scenari di enormi flussi
di immigrazioni musulmane.
Il rapporto fra noi e loro non può prescindere dalla guerra
al terrorismo. Se gli americani hanno adottato due facce, una
strettamente difensiva per impedire nuovi attacchi sul territorio
americano e l’altra offensiva facendo leva su tale minaccia
per espandere l’egemonia americana con i rischi di suscitare
anziché impedire la formazione di Stati islamici radicalmente
antiamericani e antioccidentali, molti europei hanno reagito all’11
settembre mettendo la testa nella sabbia. L’ingenua speranza
era che dopo la guerra in Afghanistan e la caccia ai terroristi
sulle montagne dell’Hindukush, ogni cosa sarebbe rientrata.
Non abbiamo considerato la profondità e l’imminenza
della minaccia fondamentalista in casa nostra. A chi ha i jihadisti
in casa e alle frontiere conviene anzitutto rigettare l’ideologia
dello “scontro di civiltà”. Inclinando alla
retorica crociata otterremo solo di compattare le masse islamiche
intorno ai mullah più estremisti e renderemmo impraticabili
le nostre periferie. La strategia dell’apartheid, coltivata
dalle cellule radicali e paradossalmente incentivata dall’approccio
laicista “alla francese” significa rinunciare al controllo
di parte del nostro territorio, accendere focolai di guerriglia
urbana e favorire e terroristi islamici.
Ma se distinguessimo tra guerra e terrorismo e confronto con i
musulmani in Europa, potremmo guadagnare su entrambi i fronti.
Dobbiamo rompere l’incomunicabilità fra noi e loro
per stabilire le basi di una convivenza basata sul rispetto reciproco:
riconoscimento delle rispettive identità culturali e osservanza
delle nostre leggi. Altrimenti non potremo impedire che alcune
moschee, centri di cultura islamica e circuiti di predicazione
elettronica coltivino l’odio contro di noi.
L’Europa produrrebbe così un modello di coesistenza
fra culture comunque non assimilabili. A quel punto sarebbero
gli stessi islamici “europei” a diffondere nei paesi
d’origine un messaggio più pacato. I jihadisti perderebbero
una voce decisiva per trasmettere nel dar al-islam i loro appelli
alla guerra santa.
Così aiuteremo anche gli americani. Diversi paesi europei,
tra cui l’Italia, hanno ottenuto risultati più incisivi
nella lotta contro le cellule del terrore di quelli vantati dall’Fbi
o dalla Cia. E questo perché siamo riusciti a colpire alcune
reti terroristiche interpretando la logica e penetrando gli ambienti.
Un giorno anche la guerra al terrorismo islamico finirà.
La qualità della pace dipenderà da come avremo ottenuto
la vittoria. “Se il mondo musulmano si convincerà
che l’occidente ha combattuto solo per rinnovarne l’umiliazione,
non potremo apprezzare a lungo il sapore del trionfo”.