1. GLI AMERICANI SONO FINITI IN IRAQ PER TRE RAGIONI PRINCIPALI.
In ordine di importanza: perché intendevano farne il perno
della loro influenza nel Golfo e nel Grande Medio Oriente, al
posto dell’Arabia Saudita ormai troppo inaffidabile; perché
volevano esportarvi un contagioso modello di democrazia e di sviluppo
per tutta la regione; per garantirsi il futuro controllo delle
enormi riserve petrolifere irachene, ancora largamente inesplorate.
Geostrategia, ideologia, economia. Ad esse si aggiungeva la giustificazione
ufficiale, o meglio “burocratica” (Wolfowitz): le
armi di distruzione di massa. Un tema fondamentale per mobilitare
l’opinione pubblica Usa, a suo tempo. Un boomerang, oggi.
Un anno dopo l’autoproclamata “vittoria”, i
tre obiettivi appaiono piuttosto remoti. Dipingere la guerra come
“missione civilizzatrice” risulta particolarmente
arduo ora che i media diffondono i dettagli delle torture praticate
dagli occupanti nelle carceri irachene. Rivelazioni destinate
a marchiare per anni l’immagine degli Usa nel mondo. E che
gettano una luce sinistra sul senso complessivo della guerra in
corso. “Se combattiamo il terrorismo con metodi terroristici,
è finita”, ha osservato il nostro ministro della
Difesa Antonio Martino, non sospettabile di pregiudizi antiamericani.
Fra le diverse anime dell’amministrazione Bush tira aria
da regolamento di conti. Gli ideologi neoconservatori si leccano
le ferite. Le dure repliche della storia sembrano averne oscurato
il prestigio. Chi accenna un’autocritica, chi rilancia dipingendo
scenari da rivoluzione mondiale permanente, chi accusa la Casa
Bianca di mollezza. Uno dei loro analisti più onesti spiegava
così privatamente a Limes, alla vigilia dell’attacco
a Saddam, ciò che i neocon si attendevano dall’operazione:
“Nessun leader politico, nessun pianificatore strategico
dichiarerà mai i suoi veri obiettivi di guerra. Io starei
al vecchio proverbio cinese: uccidi il pollo per spaventare la
scimmia. Liberati di Saddam e spera che Kim Jong-il e l’Iran
capicano il messaggio. Lavora sulla democrazia irachena come modello
per il resto del Medio Oriente. Spingi per vie diplomatiche in
modo da favorire lo sviluppo economico nel mondo arabo. Abbatti
il regime iraniano dall’interno. Spera e prega che funzioni”.
Il pollo è morto (o meglio è in carcere). Ma le
scimmie- rogue States, dopo un primo riflesso di panico, non sembrano
spaventate. Né in Medio Oriente né altrove. E in
Iraq la guerriglia antiamericana ha consumato un matrimonio di
convenienza con i jihadisti, mettendo in crisi l’esercito
più potente del mondo.
E’ presto per stabilire l’esito geopolitico del “dopoguerra”
mesopotamico. A oggi, comunque, misuriamo un impressionante crollo
della credibilità americana. Se questa tendenza dovesse
consolidarsi, la campagna di Mesopotamia potrebbe inaugurare una
stagione di ulteriore destabilizzazione su scala planetaria.
Partiti per rovesciare lo status quo mediorientale a proprio vantaggio,
gli Usa appaiono oggi come apprendisti stregoni. Hanno cambiato
le regle del gioco e le carte della regione. Ma non hanno raccolto
i frutti dell’albero scosso.
2. Sul terreno iracheno, pochi credono
ancora alla bontà delle intenzioni americane.
Se nelle prime settimane dopo la liberazione dal regime di Saddam
molti, anche nel Triangolo sannita, sembravano disposti a vedere
le intenzioni Usa, gli iracheni arabi inclinano ormai alla diffidenza
quando non al puro odio. Visto dai locali, l’obiettivo degli
americani è di mettere le mani sul petrolio e su ogni genere
di business disponibile. Il resto è retorica. Alcuni sono
addirittura convinti che le truppe Usa fomentino il caos per giustificare
l’occupazione. Machiavelli, detestato in America, è
di moda in Medio Oriente. Come hanno potuto gli americani perdere
la guerra di propaganda? Anzitutto, non impegnandosi per assicurare
alla popolazione i servizi minimi essenziali – acqua, elettricità,
infrastrutture di base. Poi, smantellando quel poco di assistenzialismo
residuale garantito dallo scambio “petrolio contro cibo”
e dai traffici sporchi ad esso connessi, sui quali l’Onu
chiudeva entrambi gli occhi. La smobilitazione dell’esercito,
della polizia e del partito- Stato Ba’_t ha sottratto agli
iracheni la base di sostentamento. Centinaia di migliaia di famiglie
sono rimaste senza stipendio.
Persino i curdi, alleati storici degli americani, hanno sofferto
per l’incapacità dei liberatori/occupanti a gestire
il dopo-Saddam. Soprattutto è mancata loro improvvisamente
la quota di reddito tratta dall’esportazione di greggio
e dal contrabbando dei prodotti petroliferi. Un colpo gravissimo
per un’economia assistita, che si reggeva sulle royalties
energetiche e sul mercato nero.
Sotto l’ombrello dell’amministrazione Bremer sono
invece fioriti gli affari legati alle commesse, agli appalti e
ai subappalti, gestiti direttamente dagli americani per favorire
le proprie compagnie, dalla Bechtel alla Halliburton. La Coalition
Provisional Authority è stata il principale strumento di
questo gioco. I contratti sono finiti quasi tutti in mani americane.
Ai britannici è toccata una quota marginale, agli altri
briciole. Peggio: la necessità di proteggere tali traffici
ha richiamato sul territorio migliaia di guerrieri privati. I
Corporate Warriors delle aziende coinvolte nel business iracheno
sono percepiti come protettori degli interessi stranieri, non
del paese.
Il vuoto di potere politico ha moltiplicato gli effetti dell’anomia
“postbellica”: oltre alla guerriglia, spadroneggiano
bande criminali che fanno il bello e il cattivo tempo, mentre
riemergono le strutture di potere arcaiche, dai leader religiosi
ai capi tribali. Ciò che manca alla gente è soprattutto
la sicurezza. Un bene primario, senza il quale non ha senso pianificare
la ricostruzione. Secondo gli iracheni, la responsabilità
principale del caos ricade dunque sulle truppe occupanti, a cominciare
dagli americani.
Quanto al petrolio, anche gli iracheni meglio disposti a credere
a Bush si sono convinti che fosse la vera ragione della guerra.
Solo una mezza verità, se è vero ciò che
abbiamo accennato circa le intenzioni statunitensi. Immaginare
che i vertici della superpotenza solitaria abbiano scatenato l’inferno
per due o tre milioni di barili/giorno, comunque reperibili sul
mercato, appare implausibile. Fatto è però che il
comportamento quotidiano degli americani nell’Iraq liberato
da Saddam è stato talmente avido da legittimare i peggiori
sospetti. Mentre rifiutavano di finanziare una ricostruzione minima
del paese, mentre tiravano al risparmio con i capi sceicchi deputati
al controllo indiretto del territorio e delle pipelines, fino
a trattenere la taglia per Saddam, gli americani hanno affidato
senza gara a proprie ditte i maggiori appalti legati al ripristino
delle infrastrutture e dei servizi del sistema petrolifero meridionale.
Bremer non si è interessato di rimettere in movimento il
greggio di Kirkuk, ma ha rilanciato il network centrato sull’area
di Bassora: riabilitazione dei pozzi, degli oleodotti, delle stazioni
di pompaggio e dei terminali di caricamento. Quanto basta a esportare
due milioni di barili/giorno (a breve termine forse tre), tutti
diretti verso gli Stati Uniti. Eppure la disponibilità
di questo greggio non sazia il gigante americano, impegnato ancora
oggi a rimpinguare le sue scorte strategiche. Il paradosso della
guerra all’Iraq è che partiti per garantire il flusso
di petrolio abbondante a buon mercato gli americani hanno contribuito
a sfasciare il meccanismo internazionale della domanda e dell’offerta,
già surriscaldato dalle crescenti necessità energetiche
della Cina. I prezzi dei carburanti in America sono saliti alle
stelle. L’economia globale ne risente.
Sul piano politico, Bremer ha cercato fino all’ultimo di
mantenere in piedi un governicchio fantoccio. Malgrado i fatti
smentissero l’ottimismo degli “iracheni di servizio”
come Ahmad Galabi, gli americani hanno creduto di poter battezzare
un regime locale senza i sanniti che contano. Solo in aprile,
il viceré provvisorio di Bush ha scoperto, su una sollecitazione
dell’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi, che non era
pensabile ricostruire un embrione di Stato escludendone la burocrazia
sannita, alcuni esponenti dello stesso Ba’t_ dell’esercito
e delle forze di sicurezza – in buona parte passati ormai
alla guerriglia. Ma l’incerta apertura ai sanniti ha finito
per rilanciare il loro partito islamico, inserito nel Consiglio
di governo provvisorio come puro simulacro.
Più grave ancora è la convinzione diffusa fra gli
iracheni che l’occupazione americana sia figlia di un progetto
israeliano. Dal punto di vista di Sharon, l’intervento Usa
non solo ha liquidato l’arcinemico Saddam, ma ha installato
la superpotenza amica nel cuore del golfo, fra Israele e Iran.
Secondo questa interpretazione assai popolare fra gli arabi e
gli islamici, al guerra avrebbe dovuto servire gli interessi israeliani
destabilizzando il regno saudita e tenendo sotto schiaffo la Siria,
anche per liquidare la minaccia di Hizbullah. Tesi rafforzata
dalle recenti scelte di Sharon, che vorrebbe sciogliere definitivamente
il nodo palestinese senza interferenze esterne, contando sul fatto
che alla vigilia delle elezioni presidenziali Bush non può
permettersi di bloccare Israele.
L’influenza israeliana sarebbe dimostrata anche dall’ennesima
gaffe del Consiglio di governo iracheno, i cui membri sono stati
scelti da Bremer fra i presunti amici dell’America in base
a criteri di proporzionalità etnica. Costoro hanno commissionato
una nuova bandiera nazionale a un artista iracheno residente a
Londra, Rif’at Chadirgi, fratello del presidente del comitato
incaricato dalle autorità provvisorie di scegliere il vessillo
dell’Iraq post-saddamiano. Ora, la bandiera confezionata
da Chadirgi richiama singolarmente quella israeliana. E’
bianca con due strisce azzurre parallele che rappresentano il
Tigri e l’Eufrate; in mezzo, una fascia gialla, simbolo
dei curdi – i grandi alleati degli Usa prima, durante e
dopo la guerra; sopra, la mezzaluna islamica, che da verde diventa
anch’essa azzurra. Risultato: la vecchia bandiera irachena
è ostentata nell’area sannita come simbolo della
resistenza all’occupante straniero. Il nuovo stendardo,
peraltro provvisorio, è considerato dagli arabi come un
marchio collaborazionista. A nulla è servito il ritocco
in extremis – di fronte alle infuocate reazioni degli arabi
iracheni – che ha reso più scure (meno “israeliane”)
le due bande azzurre.

3. Oggi in Iraq si combatte una guerra
tra forze di occupazione a guida americana e gruppi armati di
arabi iracheni, oltre a migliaia di jihadisti infiltrati dai paesi
limitrofi e dal resto del mondo islamico, a cominciare dagli Hizbullah
libanesi.
Gli obiettivi dei guerriglieri antiamericani e dei terroristi
islamici sono diversi. Lo scopo dei nazionalisti, tanto sunniti
che sciiti, è di liberare il paese dall’occupazione
straniera. I primi per recuperare una legittimità politica,
i secondi per affermarsi come futuri leader. Entrambi mandano
un sottile avvertimento ai curdi: non pensate di approfittare
del vostro rapporto privilegiato con gli Usa per regolare i nuovi
equilibri iracheni. I curdi infatti si muovono senza curarsi dei
“compatrioti” arabi. Tendono ad allargare la loro
sfera di controllo, puntando su Kirkuk (petrolio), a spese di
arabi sanniti e turcomanni. Inoltre, operano su scala pancurda,
a sostegno dei fratelli di stirpe in Siria, Iran e Turchia.
Non è ancora una guerra civile a tutto campo. Potrebbe
diventarlo, se gli occidentali se ne andassero e le componenti
etnico-religiose locali decidessero di regolare direttamente i
loro conti. A quel punto emergerebbe la principale linea di frattura
interna: non quella religiosa fra sanniti e sciiti, ma quella
etnica fra curdi e arabi.
Quanto agli hizbullah, collegati con mille fili agli sciiti iracheni,
intendono esportare il loro modello integralista (politico-religioso
e di welfare) nella Mesopotamia centrale, da Bagdad alle città
sante di Garbala e Nagaf. I guerriglieri libanesi sono fra l’altro
un vettore di intesa fra sciiti e sanniti iracheni, soprattutto
attraverso i loro collegamenti sanniti siriani.
I jihadisti vogliono inchiodare il più a lungo possibile
gli americani in Iraq. Così Bush non avrà truppe
di terra sufficienti a scatenare controffensive in grande stile
nel teatro afgano, dove Karzai non riesce ad espandere il proprio
dominio e persino i taliban rialzano la testa. L’ideale
per gli emuli di Osama bin Laden è che l’Iraq si
riveli un replay della Somalia moltiplicato per mille. Ma l’Iraq
non è la Somalia. Gli iracheni, una volta recuperata qualche
forma di sovranità, difficilmente cadrebbero vittime delle
suggestioni fondamentaliste care ai cantori del ritorno all’islam
“puro”.
Perché noi italiani siamo in questo Iraq? Intanto, ricordiamo
che siamo sbarcati lì per fare un piacere agli americani.
Sperando di esserne ripagati politicamente (immagine e peso nella
coalizione) ed economicamente (una fettina del business della
ricostruzione).
Dal punto di vista di Bush, gli italiani e gli altri partner servivano
invece a dare una copertura internazionale alla missione americana
e a contribuire al controllo del territorio. Berlusconi, con l’avallo
del parlamento, presentava l’operazione come puramente “umanitaria”.
I nostri tremila uomini si insediavano in una zona apparentemente
tranquilla e a due passi dai giacimenti petroliferi cui è
interessato l’Eni. Dopo la strage di Nasiriyya (12 novembre
2003) e la “battaglia dei tre ponti” (6 aprile 2004),
oggi siamo asserragliati nelle nostre postazioni, soli e minacciati.
Non possiamo nemmeno sviluppare la missione “umanitaria”.
Tra l’altro, non abbiamo mai investito soldi a sufficienza
per questo scopo.
4. Che fare? Ammesso che Stati Uniti
e Nazioni Unite trovino un’intesa sulla composizione del
governo provvisorio da installare dopo il 30 giugno, è
ancora possibile immaginare uno scenario credibile e conforme
ai nostri interessi nazionali. L’ultimo treno per evitare
il disastro totale.
Americano, ma di riflesso anche italiano e di tutti gli altri
paesi impegnati in Mesopotamia.
Proviamo dunque a schizzare i contorni di un ipotetico piano di
graduale ma attivo disimpegno, volto a superare l’attuale
impasse strategica. L’obiettivo di fondo è un Iraq
unitario, pacificato e non eccessivamente esposto alle ambigue
influenze dei vicini. Questo nuovo Iraq dovrebbe garantire a tutte
le sue componenti etniche, tribali e religiose un’equilibrata
ripartizione delle risorse, a cominciare dal petrolio. E così
stabilizzandosi, favorire l’evolversi di un contesto geopolitica
mediorientale capace di calmare le ansie di sicurezza israeliane.
Vediamo a quali condizioni.
A) Un governo davvero iracheno. Non composto solo di amici degli
americani, ma leader credibili e interessati all’unità
nazionale. Un esecutivo tecnico, capace di affrontare i problemi
più urgenti. Senza il controllo immediato e soffocante
di referenti americani (ministri di fatto), come sotto l’amministrazione
Bremer. Fra le priorità, un censimento nazionale. Ciò
anche per consentire lo svolgimento di elezioni entro il 2005.
B) La missione Onu in Iraq dovrà anzitutto sostenere l’opera
del governo provvisorio. Dunque, contribuire a garantire la rappresentatività
dei poteri locali, che si assumeranno la responsabilità
dei rispettivi territori e di amministrare correttamente le risorse
loro affidate. Insieme, partecipare alla gestione della sicurezza
d’intesa con la nuova polizia irachena. A questo fine, un
ruolo centrale è affidato dall’Onu a contingenti
di polizia internazionale (Mup), sul modello dei nostri carabinieri,
sperimentato con efficacia in Bosnia e Kosovo.
Una nuova conferenza internazionale ad hoc raccoglierà
aiuti e crediti per gli iracheni, per tappe e a determinate condizioni.
Se entro un periodo prefissato il monitoraggio Onu stabilisce
che tali condizioni non vengono rispettate, cesserebbe qualunque
coinvolgimento internazionale non strettamente umanitario, lasciando
l’Iraq al suo destino. Inoltre, agli inaffidabili iracheni
verrebbe reimposto un embargo sul petrolio.
C) Su mandato Onu, dovrà operare in Iraq una forza multinazionale
centrata sulla Nato e comprendente contingenti di altri paesi,
a cominciare da quelli della Lega Araba. Sconsigliabile
l’invio di truppe del Pakistan: troppo forti restano i legami
tra l’establishment militare e di sicurezza pakistano e
i jihadisti.
La prima funzione della forza Onu/Nato/Lega Araba è rendere
visibile la deamericanizzazione dell’occupazione. In secondo
luogo, formare dei distaccamenti su base regionale (Kurdistan,
Centro, città sante sciite, Sud), a protezione della missione
Onu, delle autorità irachene e per appoggiare discretamente
le forze di sicurezza locali. In particolare, vanno bloccate le
velleità espansionistiche curde verso Mosul e Kirkuk, a
spese di arabi e turcomanni- manovre già in atto che mirano
ad acquisire per intero le risorse energetiche settentrionali.
Un ulteriore compito, molto impegnativo, riguarda il controllo
delle frontiere. Oggi nessun governo di Baghdad potrebbe sognarsi
di farlo. I contingenti internazionali dovranno pattugliare i
tratti di confine più sensibili, fuori controllo nei due
sensi. Così rendendo la vita più difficile ai jihadisti
che infiltrano il territorio iracheno. Un vantaggio anche per
i paesi vicini, soprattutto per la Siria: lo schieramento Onu/Nato/Lega
Araba li proteggerebbe da eventuali rappresaglie americane.
Certo non tutte le frontiere sono uguali. Quella saudita, sterminata
e desertica, è quasi impossibile vigilare. Lo schieramento
internazionale avrà qui carattere poco più simbolico,
anche perché la frontiera con l’Iraq serve al regime
di Riyad come valvola di sicurezza. Centinaia di jihadisti sauditi
vengono fatti accomodare in Mesopotamia per evitare che colpiscono
la Casa di Sa’ud.
Fondamentale invece il pattugliamento Nato delle acque kuwaitiane
e irachene. Potremmo poi sperimentare le intenzioni iraniane,
estendendo il controllo internazionale allo Satt al-‘Arab.
D’altronde, immaginare una qualsiasi stabilizzazione dell’Iraq
e della regione senza o contro Teheran-come vorrebbe Bush- è
insensato. Semmai, è una scorciatoia per consegnare le
chiavi del Golfo ai persiani.
La missione Onu pretenderà che le truppe Usa si facciano
vedere il meno possibile sul territorio e si impegnano soprattutto
nel controllo di alcune frontiere: Golfo, Giordania, Kuwait e
il versante curdo del confine con la Turchia. Nel monitoraggio
gli americani daranno ai contingenti Nato il supporto delle loro
esclusive capacità di rilevamento satellitare degli spostamenti
transfrontalieri. Sul terreno prevarranno le truppe Usa. Ma il
contingente a stelle e strisce verrà nel tempo notevolmente
ridotto, peraltro con grave ritardo sui piani iniziali di Rumsfeld.
Cero, sarà difficilissimo trovare un equilibrio nella gestione
della forza internazionale. Gli americani non ammettono per principio
l’ipotesi di un comando altrui sulle proprie truppe. Inoltre,
vogliono conservare a tutti i costi le basi principali in Mesopotamia.
Washington non può tout court sgombrare l’Iraq dopo
aver evacuato l’Arabia Saudita e restare senza postazioni
strategiche nel Golfo. Dopo il voto presidenziale di novembre,
Bush o Kerry rivedranno comunque l’approccio al Medio Oriente,
finalmente liberi da condizionamenti elettorali immediati.
Per l’Italia questo scenario è l’extrema ratio
per giustificare la nostra presenza sul terreno. Essendo anzi
pronti, in caso positivo, ad aumentare il nostro impegno sia in
termini militari che finanziari e a rivendicare in cambio una
voce nel decision making della missione Onu. Ma se entro giugno
al Palazzo di Vetro non si producesse un simile accordo, l’Italia
dovrebbe ritirarsi. E’ bene avvertire da subito delle nostre
intenzioni. Sia per premere sugli americani da una posizione di
relativa forza (soldati sul terreno), sia per abbassare il rischio
di rappresaglie.
5. Per il successo di questo progetto
occorre sgombrare il campo dal sospetto generalizzato fra gli
arabi che l’interesse occidentale in Mesopotamia sia il
petrolio.
Punto e basta. Retropensiero favorito dall’oscura gestione
americana dei soldi confluiti nel Fondo per lo sviluppo dell’Iraq
per effetto delle vendite di greggio iracheno.
In questo ambito, compito primario del governo tecnico provvisorio
sarà di studiare un piano di sviluppo territorialmente
equilibrato delle risorse energetiche nazionali da sottoporre
alle Nazioni Unite in modo da ottenere i crediti necessari. Si
tratta di garantire che i proventi energetici servano anzitutto
i bisogni delle comunità locali. Ciò vale sia per
le royalties di transito che per le quote sulle esportazioni e
per la commercializzazione sul mercato interno. Così si
stimola peraltro l’occupazione nelle aree interessate dal
piano energetico.
In alcuni casi, le priorità saranno geopolitiche più
che economiche, per esigenza di sicurezza. Ad esempio, vanno messi
in pista i giacimenti petroliferi a nord di Mosul e le riserve
di gas del Kurdistan orientale, in modo da allentare la pressione
curda su Kirkuk. Idem per i giacimenti delle aree arabo-sunnite
e turcomanne del Centro-Nord, per sorreggere l’asfittica
economia tribale. Lo sviluppo dei superegiant di Baghdad favorirà
sia una parte del Triangolo sannita che i quartieri sciiti della
capitale. A Sud, lo sfruttamento delle risorse petrolifere andrà
a vantaggio non solo della maggioranza sciita ma anche delle tribù
sannite del deserto occidentale.
Decisivo è che gli schemi di sviluppo locali siano interconnessi
in un progetto nazionale. Il contrario di quanto hanno fatto finora
gli americani. Un’amministrazione trasparente degli investimenti
e della rendita petrolifera da parte del governo provvisorio e
dell’Onu dovrà impedire le ruberie stile Oil for
food. Il ministro del Petrolio avrà quindi una funzione
chiave per ricreare la fiducia degli iracheni. Non basta che sia
un buon tecnocrate. Occorre che non sia stato coinvolto nella
gestione Bremer. E che abbia un rapporto collaborativi coni paesi
Opec della regione.
6. Il successo dell’operazione
Onu/Nato dipenderà anche dall’internazionalizzazione
della questione israelo-palestinese.
Unico modo per uscire dal vicolo cieco. La logica del piano Sharon,
comunque incrinata dal voto contrario del suo partito, va ribaltata.
A cominciare dalla premessa: risolvere definitivamente il conflitto
con i palestinesi su base unilaterale. Trattando con se stessi
non si fa la pace. Né, alla lunga, la si impone. Se vuole
emanciparsi dalla minaccia del terrorismo suicida Israele ha bisogno
di un nemico con cui negoziare. Non lo screditato e corrotto Arafat,
ma un leader abbastanza giovane e popolare in Cisgiordania. Come
Marwan Barguti, tuttora detenuto nelle carceri dello Stato ebraico.
Il premier israeliano punta invece sui fatti compiuti. Vuole abbandonare
l’intenibile, perennemente vigilata.
Intende annettere a Israele i principali insediamenti cisgiordani.
Il resto dei Territori, attraversato dalla ‘barriera di
protezione’, si ridurrebbe a un patchwork economicamente
e politicamente ingestibile. Non un’efficace gabbia di sicurezza
contro il terrorismo palestinese – semmai, un suo moltiplicatore
– né tantomeno un progetto di pace. Piuttosto, una
garanzia di instabilità permanente.
Un cambiamento di approccio si impone, anche se prima delle elezioni
Usa sarà impossibile concretizzarlo. Potremmo però
prepararlo facendo leva sul piano Onu per l’Iraq cui si
è prima accennato. Esso mobiliterebbe infatti un insieme
di soggetti occidentali e mediorientali. Gli stessi che potremmo
coinvolgere in un piano multilaterale di interposizione fra israeliani
e palestinesi. Accettando le argomentazioni di Sharon sulla necessità
di proteggere gli irrinunciabili insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Ma rifiutando l’annessione di una vasta fascia protettiva
attorno alle colonie in questione per connetterle a Israele e
assorbire così più di un terzo dei Territori occupati.
Analogamente, non è accettabile l’occupazione permanenente
della fascia di confine lungo il Giordano e il Mar Morto.
Al contrario, truppe Nato e internazionali sotto mandato Onu potrebbero
garantire efficacemente la sicurezza degli insediamenti ebraici
e dei relativi corridoi di collegamento con Israele. Questo approccio
dovrebbe estendersi alla zona di frontiera siro-giordano-israeliana,
area di supporto alle azioni terroristiche palestinesi nello Stato
ebraico. Non è la soluzione definitiva, ma un tentativo
di rovesciare la tendenza all’irreversibilità del
conflitto israelo-palestinese, oggi simile a una sorta di suicidio
asimmetrico. Premessa per rilanciare, dopo lo scrutinio presidenziale
americano, il negoziato che stabilirà i confini fra Israele,
Palestina e Siria.
7. Quando prima della campagna irachena
qualcuno osava revocarne in dubbio la sensatezza, l’immancabile
replica dei neoconservatori era: ‘So what?’ –
‘E allora?’.
Accoppiata a un sorriso condiscendente o a una smorfia di fastidio.
Riflesso della fiducia in se stesso di chi davvero credeva ai
teoremi politologici sul ‘momento unipolare’. Quasi
che dopo la resa per getto della spugna dell’impero sovietico
il globo fosse una palla di plastilina a stelle e strisce.
Fra le élite americane che si occupano di politica estera,
i neoconservatori restano probabilmente la pattuglia più
trasparente. Tutto il contrario della leggenda, dai toni sottilmente
antisemiti, che dipinge Wolfowitz e associati come una setta esoterica
che manovra dietro le quinte la marionetta Bush. Il linguaggio
neocon è chiaro, spesso brutale – dunque aperto ala
confutazione – e ha un suo organo ufficioso disponibile
ondine, il Weekly Standard.
Oggi il ‘so what?’ è fuori corso, anche se
diversi neoconservatori rilanciano: sbagliata non era la guerra,
ma l’illusione di vincerla al risparmio, con pochi soldi
e meno soldati. Sarà. Ai supporter più febbrili
della guerra per rivoluzionare il Medio Oriente gioverà
comunque rileggere la profezia di un eminente veteroconservatore,
il professor Henry Kissinger. Dieci anni fa, il Nestore della
geopolitica statunitense ammoniva i suoi compatrioti: ‘La
fine della guerra fredda ha creato ciò che alcuni osservatori
hanno chiamato un mondo ‘unipolare’ o ‘a una
sola superpotenza’. Ma gli Stati Uniti di fatto non sono
in una posizione migliore per dettare unilateralmente l’agenda
globale di quanto non fossero all’inizio della guerra fredda.
L’America è più preponderante di dieci anni
fa, eppure ironicamente, la potenza è anche diventata più
diffusa. Sicchè la capacità dell’America di
impiegarla per plasmare il resto del mondo è di fatto diminuita.
E allora? Forse senza esserne totalmente consapevoli, nella guerra
al terrorismo e soprattutto nella campagna mesopotamica gli Stati
Uniti hanno rimesso in questione il loro rango, la loro influenza
globale. Immaginandosi molto più autorevoli e dominanti
di quanto non fossero. Ora cominciano a pagarne il prezzo. Le
imbarazzate scuse di Bush per le torture in Iraq sono solo un
anticipo.
Comunque finisca, il rapporto fra America e resto del mondo muterà
profondamente. Noi europei, mitridatizzati dalla memoria di troppe
guerre, stentiamo ad accorgercene. Vorrà dire che, ancora
una volta, l’Europa si confermerà il cavaliere inesistente
della politica internazionale. In questo caso, il prezzo che pagheremo
sarà proporzionale alla nostra impotenza. Molto più
alto, dunque, di quello americano.