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So What?

fonte: Quaderni Speciali’ di Limes, 14 maggio 2004
autore: Editoriale



1. GLI AMERICANI SONO FINITI IN IRAQ PER TRE RAGIONI PRINCIPALI.


In ordine di importanza: perché intendevano farne il perno della loro influenza nel Golfo e nel Grande Medio Oriente, al posto dell’Arabia Saudita ormai troppo inaffidabile; perché volevano esportarvi un contagioso modello di democrazia e di sviluppo per tutta la regione; per garantirsi il futuro controllo delle enormi riserve petrolifere irachene, ancora largamente inesplorate. Geostrategia, ideologia, economia. Ad esse si aggiungeva la giustificazione ufficiale, o meglio “burocratica” (Wolfowitz): le armi di distruzione di massa. Un tema fondamentale per mobilitare l’opinione pubblica Usa, a suo tempo. Un boomerang, oggi.
Un anno dopo l’autoproclamata “vittoria”, i tre obiettivi appaiono piuttosto remoti. Dipingere la guerra come “missione civilizzatrice” risulta particolarmente arduo ora che i media diffondono i dettagli delle torture praticate dagli occupanti nelle carceri irachene. Rivelazioni destinate a marchiare per anni l’immagine degli Usa nel mondo. E che gettano una luce sinistra sul senso complessivo della guerra in corso. “Se combattiamo il terrorismo con metodi terroristici, è finita”, ha osservato il nostro ministro della Difesa Antonio Martino, non sospettabile di pregiudizi antiamericani.
Fra le diverse anime dell’amministrazione Bush tira aria da regolamento di conti. Gli ideologi neoconservatori si leccano le ferite. Le dure repliche della storia sembrano averne oscurato il prestigio. Chi accenna un’autocritica, chi rilancia dipingendo scenari da rivoluzione mondiale permanente, chi accusa la Casa Bianca di mollezza. Uno dei loro analisti più onesti spiegava così privatamente a Limes, alla vigilia dell’attacco a Saddam, ciò che i neocon si attendevano dall’operazione: “Nessun leader politico, nessun pianificatore strategico dichiarerà mai i suoi veri obiettivi di guerra. Io starei al vecchio proverbio cinese: uccidi il pollo per spaventare la scimmia. Liberati di Saddam e spera che Kim Jong-il e l’Iran capicano il messaggio. Lavora sulla democrazia irachena come modello per il resto del Medio Oriente. Spingi per vie diplomatiche in modo da favorire lo sviluppo economico nel mondo arabo. Abbatti il regime iraniano dall’interno. Spera e prega che funzioni”.
Il pollo è morto (o meglio è in carcere). Ma le scimmie- rogue States, dopo un primo riflesso di panico, non sembrano spaventate. Né in Medio Oriente né altrove. E in Iraq la guerriglia antiamericana ha consumato un matrimonio di convenienza con i jihadisti, mettendo in crisi l’esercito più potente del mondo.
E’ presto per stabilire l’esito geopolitico del “dopoguerra” mesopotamico. A oggi, comunque, misuriamo un impressionante crollo della credibilità americana. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la campagna di Mesopotamia potrebbe inaugurare una stagione di ulteriore destabilizzazione su scala planetaria.
Partiti per rovesciare lo status quo mediorientale a proprio vantaggio, gli Usa appaiono oggi come apprendisti stregoni. Hanno cambiato le regle del gioco e le carte della regione. Ma non hanno raccolto i frutti dell’albero scosso.

2. Sul terreno iracheno, pochi credono ancora alla bontà delle intenzioni americane.

Se nelle prime settimane dopo la liberazione dal regime di Saddam molti, anche nel Triangolo sannita, sembravano disposti a vedere le intenzioni Usa, gli iracheni arabi inclinano ormai alla diffidenza quando non al puro odio. Visto dai locali, l’obiettivo degli americani è di mettere le mani sul petrolio e su ogni genere di business disponibile. Il resto è retorica. Alcuni sono addirittura convinti che le truppe Usa fomentino il caos per giustificare l’occupazione. Machiavelli, detestato in America, è di moda in Medio Oriente. Come hanno potuto gli americani perdere la guerra di propaganda? Anzitutto, non impegnandosi per assicurare alla popolazione i servizi minimi essenziali – acqua, elettricità, infrastrutture di base. Poi, smantellando quel poco di assistenzialismo residuale garantito dallo scambio “petrolio contro cibo” e dai traffici sporchi ad esso connessi, sui quali l’Onu chiudeva entrambi gli occhi. La smobilitazione dell’esercito, della polizia e del partito- Stato Ba’_t ha sottratto agli iracheni la base di sostentamento. Centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste senza stipendio.
Persino i curdi, alleati storici degli americani, hanno sofferto per l’incapacità dei liberatori/occupanti a gestire il dopo-Saddam. Soprattutto è mancata loro improvvisamente la quota di reddito tratta dall’esportazione di greggio e dal contrabbando dei prodotti petroliferi. Un colpo gravissimo per un’economia assistita, che si reggeva sulle royalties energetiche e sul mercato nero.
Sotto l’ombrello dell’amministrazione Bremer sono invece fioriti gli affari legati alle commesse, agli appalti e ai subappalti, gestiti direttamente dagli americani per favorire le proprie compagnie, dalla Bechtel alla Halliburton. La Coalition Provisional Authority è stata il principale strumento di questo gioco. I contratti sono finiti quasi tutti in mani americane. Ai britannici è toccata una quota marginale, agli altri briciole. Peggio: la necessità di proteggere tali traffici ha richiamato sul territorio migliaia di guerrieri privati. I Corporate Warriors delle aziende coinvolte nel business iracheno sono percepiti come protettori degli interessi stranieri, non del paese.
Il vuoto di potere politico ha moltiplicato gli effetti dell’anomia “postbellica”: oltre alla guerriglia, spadroneggiano bande criminali che fanno il bello e il cattivo tempo, mentre riemergono le strutture di potere arcaiche, dai leader religiosi ai capi tribali. Ciò che manca alla gente è soprattutto la sicurezza. Un bene primario, senza il quale non ha senso pianificare la ricostruzione. Secondo gli iracheni, la responsabilità principale del caos ricade dunque sulle truppe occupanti, a cominciare dagli americani.
Quanto al petrolio, anche gli iracheni meglio disposti a credere a Bush si sono convinti che fosse la vera ragione della guerra. Solo una mezza verità, se è vero ciò che abbiamo accennato circa le intenzioni statunitensi. Immaginare che i vertici della superpotenza solitaria abbiano scatenato l’inferno per due o tre milioni di barili/giorno, comunque reperibili sul mercato, appare implausibile. Fatto è però che il comportamento quotidiano degli americani nell’Iraq liberato da Saddam è stato talmente avido da legittimare i peggiori sospetti. Mentre rifiutavano di finanziare una ricostruzione minima del paese, mentre tiravano al risparmio con i capi sceicchi deputati al controllo indiretto del territorio e delle pipelines, fino a trattenere la taglia per Saddam, gli americani hanno affidato senza gara a proprie ditte i maggiori appalti legati al ripristino delle infrastrutture e dei servizi del sistema petrolifero meridionale.
Bremer non si è interessato di rimettere in movimento il greggio di Kirkuk, ma ha rilanciato il network centrato sull’area di Bassora: riabilitazione dei pozzi, degli oleodotti, delle stazioni di pompaggio e dei terminali di caricamento. Quanto basta a esportare due milioni di barili/giorno (a breve termine forse tre), tutti diretti verso gli Stati Uniti. Eppure la disponibilità di questo greggio non sazia il gigante americano, impegnato ancora oggi a rimpinguare le sue scorte strategiche. Il paradosso della guerra all’Iraq è che partiti per garantire il flusso di petrolio abbondante a buon mercato gli americani hanno contribuito a sfasciare il meccanismo internazionale della domanda e dell’offerta, già surriscaldato dalle crescenti necessità energetiche della Cina. I prezzi dei carburanti in America sono saliti alle stelle. L’economia globale ne risente.
Sul piano politico, Bremer ha cercato fino all’ultimo di mantenere in piedi un governicchio fantoccio. Malgrado i fatti smentissero l’ottimismo degli “iracheni di servizio” come Ahmad Galabi, gli americani hanno creduto di poter battezzare un regime locale senza i sanniti che contano. Solo in aprile, il viceré provvisorio di Bush ha scoperto, su una sollecitazione dell’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi, che non era pensabile ricostruire un embrione di Stato escludendone la burocrazia sannita, alcuni esponenti dello stesso Ba’t_ dell’esercito e delle forze di sicurezza – in buona parte passati ormai alla guerriglia. Ma l’incerta apertura ai sanniti ha finito per rilanciare il loro partito islamico, inserito nel Consiglio di governo provvisorio come puro simulacro.
Più grave ancora è la convinzione diffusa fra gli iracheni che l’occupazione americana sia figlia di un progetto israeliano. Dal punto di vista di Sharon, l’intervento Usa non solo ha liquidato l’arcinemico Saddam, ma ha installato la superpotenza amica nel cuore del golfo, fra Israele e Iran. Secondo questa interpretazione assai popolare fra gli arabi e gli islamici, al guerra avrebbe dovuto servire gli interessi israeliani destabilizzando il regno saudita e tenendo sotto schiaffo la Siria, anche per liquidare la minaccia di Hizbullah. Tesi rafforzata dalle recenti scelte di Sharon, che vorrebbe sciogliere definitivamente il nodo palestinese senza interferenze esterne, contando sul fatto che alla vigilia delle elezioni presidenziali Bush non può permettersi di bloccare Israele.
L’influenza israeliana sarebbe dimostrata anche dall’ennesima gaffe del Consiglio di governo iracheno, i cui membri sono stati scelti da Bremer fra i presunti amici dell’America in base a criteri di proporzionalità etnica. Costoro hanno commissionato una nuova bandiera nazionale a un artista iracheno residente a Londra, Rif’at Chadirgi, fratello del presidente del comitato incaricato dalle autorità provvisorie di scegliere il vessillo dell’Iraq post-saddamiano. Ora, la bandiera confezionata da Chadirgi richiama singolarmente quella israeliana. E’ bianca con due strisce azzurre parallele che rappresentano il Tigri e l’Eufrate; in mezzo, una fascia gialla, simbolo dei curdi – i grandi alleati degli Usa prima, durante e dopo la guerra; sopra, la mezzaluna islamica, che da verde diventa anch’essa azzurra. Risultato: la vecchia bandiera irachena è ostentata nell’area sannita come simbolo della resistenza all’occupante straniero. Il nuovo stendardo, peraltro provvisorio, è considerato dagli arabi come un marchio collaborazionista. A nulla è servito il ritocco in extremis – di fronte alle infuocate reazioni degli arabi iracheni – che ha reso più scure (meno “israeliane”) le due bande azzurre.

3. Oggi in Iraq si combatte una guerra tra forze di occupazione a guida americana e gruppi armati di arabi iracheni, oltre a migliaia di jihadisti infiltrati dai paesi limitrofi e dal resto del mondo islamico, a cominciare dagli Hizbullah libanesi.

Gli obiettivi dei guerriglieri antiamericani e dei terroristi islamici sono diversi. Lo scopo dei nazionalisti, tanto sunniti che sciiti, è di liberare il paese dall’occupazione straniera. I primi per recuperare una legittimità politica, i secondi per affermarsi come futuri leader. Entrambi mandano un sottile avvertimento ai curdi: non pensate di approfittare del vostro rapporto privilegiato con gli Usa per regolare i nuovi equilibri iracheni. I curdi infatti si muovono senza curarsi dei “compatrioti” arabi. Tendono ad allargare la loro sfera di controllo, puntando su Kirkuk (petrolio), a spese di arabi sanniti e turcomanni. Inoltre, operano su scala pancurda, a sostegno dei fratelli di stirpe in Siria, Iran e Turchia.
Non è ancora una guerra civile a tutto campo. Potrebbe diventarlo, se gli occidentali se ne andassero e le componenti etnico-religiose locali decidessero di regolare direttamente i loro conti. A quel punto emergerebbe la principale linea di frattura interna: non quella religiosa fra sanniti e sciiti, ma quella etnica fra curdi e arabi.
Quanto agli hizbullah, collegati con mille fili agli sciiti iracheni, intendono esportare il loro modello integralista (politico-religioso e di welfare) nella Mesopotamia centrale, da Bagdad alle città sante di Garbala e Nagaf. I guerriglieri libanesi sono fra l’altro un vettore di intesa fra sciiti e sanniti iracheni, soprattutto attraverso i loro collegamenti sanniti siriani.
I jihadisti vogliono inchiodare il più a lungo possibile gli americani in Iraq. Così Bush non avrà truppe di terra sufficienti a scatenare controffensive in grande stile nel teatro afgano, dove Karzai non riesce ad espandere il proprio dominio e persino i taliban rialzano la testa. L’ideale per gli emuli di Osama bin Laden è che l’Iraq si riveli un replay della Somalia moltiplicato per mille. Ma l’Iraq non è la Somalia. Gli iracheni, una volta recuperata qualche forma di sovranità, difficilmente cadrebbero vittime delle suggestioni fondamentaliste care ai cantori del ritorno all’islam “puro”.
Perché noi italiani siamo in questo Iraq? Intanto, ricordiamo che siamo sbarcati lì per fare un piacere agli americani. Sperando di esserne ripagati politicamente (immagine e peso nella coalizione) ed economicamente (una fettina del business della ricostruzione).
Dal punto di vista di Bush, gli italiani e gli altri partner servivano invece a dare una copertura internazionale alla missione americana e a contribuire al controllo del territorio. Berlusconi, con l’avallo del parlamento, presentava l’operazione come puramente “umanitaria”. I nostri tremila uomini si insediavano in una zona apparentemente tranquilla e a due passi dai giacimenti petroliferi cui è interessato l’Eni. Dopo la strage di Nasiriyya (12 novembre 2003) e la “battaglia dei tre ponti” (6 aprile 2004), oggi siamo asserragliati nelle nostre postazioni, soli e minacciati. Non possiamo nemmeno sviluppare la missione “umanitaria”. Tra l’altro, non abbiamo mai investito soldi a sufficienza per questo scopo.

4. Che fare? Ammesso che Stati Uniti e Nazioni Unite trovino un’intesa sulla composizione del governo provvisorio da installare dopo il 30 giugno, è ancora possibile immaginare uno scenario credibile e conforme ai nostri interessi nazionali. L’ultimo treno per evitare il disastro totale.

Americano, ma di riflesso anche italiano e di tutti gli altri paesi impegnati in Mesopotamia.
Proviamo dunque a schizzare i contorni di un ipotetico piano di graduale ma attivo disimpegno, volto a superare l’attuale impasse strategica. L’obiettivo di fondo è un Iraq unitario, pacificato e non eccessivamente esposto alle ambigue influenze dei vicini. Questo nuovo Iraq dovrebbe garantire a tutte le sue componenti etniche, tribali e religiose un’equilibrata ripartizione delle risorse, a cominciare dal petrolio. E così stabilizzandosi, favorire l’evolversi di un contesto geopolitica mediorientale capace di calmare le ansie di sicurezza israeliane.
Vediamo a quali condizioni.
A) Un governo davvero iracheno. Non composto solo di amici degli americani, ma leader credibili e interessati all’unità nazionale. Un esecutivo tecnico, capace di affrontare i problemi più urgenti. Senza il controllo immediato e soffocante di referenti americani (ministri di fatto), come sotto l’amministrazione Bremer. Fra le priorità, un censimento nazionale. Ciò anche per consentire lo svolgimento di elezioni entro il 2005.
B) La missione Onu in Iraq dovrà anzitutto sostenere l’opera del governo provvisorio. Dunque, contribuire a garantire la rappresentatività dei poteri locali, che si assumeranno la responsabilità dei rispettivi territori e di amministrare correttamente le risorse loro affidate. Insieme, partecipare alla gestione della sicurezza d’intesa con la nuova polizia irachena. A questo fine, un ruolo centrale è affidato dall’Onu a contingenti di polizia internazionale (Mup), sul modello dei nostri carabinieri, sperimentato con efficacia in Bosnia e Kosovo.
Una nuova conferenza internazionale ad hoc raccoglierà aiuti e crediti per gli iracheni, per tappe e a determinate condizioni. Se entro un periodo prefissato il monitoraggio Onu stabilisce che tali condizioni non vengono rispettate, cesserebbe qualunque coinvolgimento internazionale non strettamente umanitario, lasciando l’Iraq al suo destino. Inoltre, agli inaffidabili iracheni verrebbe reimposto un embargo sul petrolio.
C) Su mandato Onu, dovrà operare in Iraq una forza multinazionale centrata sulla Nato e comprendente contingenti di altri paesi, a cominciare da quelli della Lega Araba. Sconsigliabile
l’invio di truppe del Pakistan: troppo forti restano i legami tra l’establishment militare e di sicurezza pakistano e i jihadisti.
La prima funzione della forza Onu/Nato/Lega Araba è rendere visibile la deamericanizzazione dell’occupazione. In secondo luogo, formare dei distaccamenti su base regionale (Kurdistan, Centro, città sante sciite, Sud), a protezione della missione Onu, delle autorità irachene e per appoggiare discretamente le forze di sicurezza locali. In particolare, vanno bloccate le velleità espansionistiche curde verso Mosul e Kirkuk, a spese di arabi e turcomanni- manovre già in atto che mirano ad acquisire per intero le risorse energetiche settentrionali.
Un ulteriore compito, molto impegnativo, riguarda il controllo delle frontiere. Oggi nessun governo di Baghdad potrebbe sognarsi di farlo. I contingenti internazionali dovranno pattugliare i tratti di confine più sensibili, fuori controllo nei due sensi. Così rendendo la vita più difficile ai jihadisti che infiltrano il territorio iracheno. Un vantaggio anche per i paesi vicini, soprattutto per la Siria: lo schieramento Onu/Nato/Lega Araba li proteggerebbe da eventuali rappresaglie americane.
Certo non tutte le frontiere sono uguali. Quella saudita, sterminata e desertica, è quasi impossibile vigilare. Lo schieramento internazionale avrà qui carattere poco più simbolico, anche perché la frontiera con l’Iraq serve al regime di Riyad come valvola di sicurezza. Centinaia di jihadisti sauditi vengono fatti accomodare in Mesopotamia per evitare che colpiscono la Casa di Sa’ud.
Fondamentale invece il pattugliamento Nato delle acque kuwaitiane e irachene. Potremmo poi sperimentare le intenzioni iraniane, estendendo il controllo internazionale allo Satt al-‘Arab. D’altronde, immaginare una qualsiasi stabilizzazione dell’Iraq e della regione senza o contro Teheran-come vorrebbe Bush- è insensato. Semmai, è una scorciatoia per consegnare le chiavi del Golfo ai persiani.
La missione Onu pretenderà che le truppe Usa si facciano vedere il meno possibile sul territorio e si impegnano soprattutto nel controllo di alcune frontiere: Golfo, Giordania, Kuwait e il versante curdo del confine con la Turchia. Nel monitoraggio gli americani daranno ai contingenti Nato il supporto delle loro esclusive capacità di rilevamento satellitare degli spostamenti transfrontalieri. Sul terreno prevarranno le truppe Usa. Ma il contingente a stelle e strisce verrà nel tempo notevolmente ridotto, peraltro con grave ritardo sui piani iniziali di Rumsfeld.
Cero, sarà difficilissimo trovare un equilibrio nella gestione della forza internazionale. Gli americani non ammettono per principio l’ipotesi di un comando altrui sulle proprie truppe. Inoltre, vogliono conservare a tutti i costi le basi principali in Mesopotamia. Washington non può tout court sgombrare l’Iraq dopo aver evacuato l’Arabia Saudita e restare senza postazioni strategiche nel Golfo. Dopo il voto presidenziale di novembre, Bush o Kerry rivedranno comunque l’approccio al Medio Oriente, finalmente liberi da condizionamenti elettorali immediati.
Per l’Italia questo scenario è l’extrema ratio per giustificare la nostra presenza sul terreno. Essendo anzi pronti, in caso positivo, ad aumentare il nostro impegno sia in termini militari che finanziari e a rivendicare in cambio una voce nel decision making della missione Onu. Ma se entro giugno al Palazzo di Vetro non si producesse un simile accordo, l’Italia dovrebbe ritirarsi. E’ bene avvertire da subito delle nostre intenzioni. Sia per premere sugli americani da una posizione di relativa forza (soldati sul terreno), sia per abbassare il rischio di rappresaglie.

5. Per il successo di questo progetto occorre sgombrare il campo dal sospetto generalizzato fra gli arabi che l’interesse occidentale in Mesopotamia sia il petrolio.

Punto e basta. Retropensiero favorito dall’oscura gestione americana dei soldi confluiti nel Fondo per lo sviluppo dell’Iraq per effetto delle vendite di greggio iracheno.
In questo ambito, compito primario del governo tecnico provvisorio sarà di studiare un piano di sviluppo territorialmente equilibrato delle risorse energetiche nazionali da sottoporre alle Nazioni Unite in modo da ottenere i crediti necessari. Si tratta di garantire che i proventi energetici servano anzitutto i bisogni delle comunità locali. Ciò vale sia per le royalties di transito che per le quote sulle esportazioni e per la commercializzazione sul mercato interno. Così si stimola peraltro l’occupazione nelle aree interessate dal piano energetico.
In alcuni casi, le priorità saranno geopolitiche più che economiche, per esigenza di sicurezza. Ad esempio, vanno messi in pista i giacimenti petroliferi a nord di Mosul e le riserve di gas del Kurdistan orientale, in modo da allentare la pressione curda su Kirkuk. Idem per i giacimenti delle aree arabo-sunnite e turcomanne del Centro-Nord, per sorreggere l’asfittica economia tribale. Lo sviluppo dei superegiant di Baghdad favorirà sia una parte del Triangolo sannita che i quartieri sciiti della capitale. A Sud, lo sfruttamento delle risorse petrolifere andrà a vantaggio non solo della maggioranza sciita ma anche delle tribù sannite del deserto occidentale.
Decisivo è che gli schemi di sviluppo locali siano interconnessi in un progetto nazionale. Il contrario di quanto hanno fatto finora gli americani. Un’amministrazione trasparente degli investimenti e della rendita petrolifera da parte del governo provvisorio e dell’Onu dovrà impedire le ruberie stile Oil for food. Il ministro del Petrolio avrà quindi una funzione chiave per ricreare la fiducia degli iracheni. Non basta che sia un buon tecnocrate. Occorre che non sia stato coinvolto nella gestione Bremer. E che abbia un rapporto collaborativi coni paesi Opec della regione.

6. Il successo dell’operazione Onu/Nato dipenderà anche dall’internazionalizzazione della questione israelo-palestinese.

Unico modo per uscire dal vicolo cieco. La logica del piano Sharon, comunque incrinata dal voto contrario del suo partito, va ribaltata. A cominciare dalla premessa: risolvere definitivamente il conflitto con i palestinesi su base unilaterale. Trattando con se stessi non si fa la pace. Né, alla lunga, la si impone. Se vuole emanciparsi dalla minaccia del terrorismo suicida Israele ha bisogno di un nemico con cui negoziare. Non lo screditato e corrotto Arafat, ma un leader abbastanza giovane e popolare in Cisgiordania. Come Marwan Barguti, tuttora detenuto nelle carceri dello Stato ebraico.
Il premier israeliano punta invece sui fatti compiuti. Vuole abbandonare l’intenibile, perennemente vigilata.
Intende annettere a Israele i principali insediamenti cisgiordani. Il resto dei Territori, attraversato dalla ‘barriera di protezione’, si ridurrebbe a un patchwork economicamente e politicamente ingestibile. Non un’efficace gabbia di sicurezza contro il terrorismo palestinese – semmai, un suo moltiplicatore – né tantomeno un progetto di pace. Piuttosto, una garanzia di instabilità permanente.
Un cambiamento di approccio si impone, anche se prima delle elezioni Usa sarà impossibile concretizzarlo. Potremmo però prepararlo facendo leva sul piano Onu per l’Iraq cui si è prima accennato. Esso mobiliterebbe infatti un insieme di soggetti occidentali e mediorientali. Gli stessi che potremmo coinvolgere in un piano multilaterale di interposizione fra israeliani e palestinesi. Accettando le argomentazioni di Sharon sulla necessità di proteggere gli irrinunciabili insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma rifiutando l’annessione di una vasta fascia protettiva attorno alle colonie in questione per connetterle a Israele e assorbire così più di un terzo dei Territori occupati. Analogamente, non è accettabile l’occupazione permanenente della fascia di confine lungo il Giordano e il Mar Morto.
Al contrario, truppe Nato e internazionali sotto mandato Onu potrebbero garantire efficacemente la sicurezza degli insediamenti ebraici e dei relativi corridoi di collegamento con Israele. Questo approccio dovrebbe estendersi alla zona di frontiera siro-giordano-israeliana, area di supporto alle azioni terroristiche palestinesi nello Stato ebraico. Non è la soluzione definitiva, ma un tentativo di rovesciare la tendenza all’irreversibilità del conflitto israelo-palestinese, oggi simile a una sorta di suicidio asimmetrico. Premessa per rilanciare, dopo lo scrutinio presidenziale americano, il negoziato che stabilirà i confini fra Israele, Palestina e Siria.

7. Quando prima della campagna irachena qualcuno osava revocarne in dubbio la sensatezza, l’immancabile replica dei neoconservatori era: ‘So what?’ – ‘E allora?’.

Accoppiata a un sorriso condiscendente o a una smorfia di fastidio. Riflesso della fiducia in se stesso di chi davvero credeva ai teoremi politologici sul ‘momento unipolare’. Quasi che dopo la resa per getto della spugna dell’impero sovietico il globo fosse una palla di plastilina a stelle e strisce.
Fra le élite americane che si occupano di politica estera, i neoconservatori restano probabilmente la pattuglia più trasparente. Tutto il contrario della leggenda, dai toni sottilmente antisemiti, che dipinge Wolfowitz e associati come una setta esoterica che manovra dietro le quinte la marionetta Bush. Il linguaggio neocon è chiaro, spesso brutale – dunque aperto ala confutazione – e ha un suo organo ufficioso disponibile ondine, il Weekly Standard.
Oggi il ‘so what?’ è fuori corso, anche se diversi neoconservatori rilanciano: sbagliata non era la guerra, ma l’illusione di vincerla al risparmio, con pochi soldi e meno soldati. Sarà. Ai supporter più febbrili della guerra per rivoluzionare il Medio Oriente gioverà comunque rileggere la profezia di un eminente veteroconservatore, il professor Henry Kissinger. Dieci anni fa, il Nestore della geopolitica statunitense ammoniva i suoi compatrioti: ‘La fine della guerra fredda ha creato ciò che alcuni osservatori hanno chiamato un mondo ‘unipolare’ o ‘a una sola superpotenza’. Ma gli Stati Uniti di fatto non sono in una posizione migliore per dettare unilateralmente l’agenda globale di quanto non fossero all’inizio della guerra fredda. L’America è più preponderante di dieci anni fa, eppure ironicamente, la potenza è anche diventata più diffusa. Sicchè la capacità dell’America di impiegarla per plasmare il resto del mondo è di fatto diminuita.
E allora? Forse senza esserne totalmente consapevoli, nella guerra al terrorismo e soprattutto nella campagna mesopotamica gli Stati Uniti hanno rimesso in questione il loro rango, la loro influenza globale. Immaginandosi molto più autorevoli e dominanti di quanto non fossero. Ora cominciano a pagarne il prezzo. Le imbarazzate scuse di Bush per le torture in Iraq sono solo un anticipo.
Comunque finisca, il rapporto fra America e resto del mondo muterà profondamente. Noi europei, mitridatizzati dalla memoria di troppe guerre, stentiamo ad accorgercene. Vorrà dire che, ancora una volta, l’Europa si confermerà il cavaliere inesistente della politica internazionale. In questo caso, il prezzo che pagheremo sarà proporzionale alla nostra impotenza. Molto più alto, dunque, di quello americano.

 
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