
di Laura
Petreccia
Centro di studio della Torah e della Qabalà, Colorado Springs
(USA)
Centro Studi Internazionali del Dialogo Ecumenico e del Dialogo
Interreligioso “Atonement”, Montreal (CANADA)
La memoria storica tra
custodia del passato e progetto per il futuro
Conoscere le vicende di Israele,
il terreno sul quale si è innestato il disegno di Dio,
è molto utile. Il disegno di Dio è una storia, la
storia della salvezza e non c’è altro modo di conoscerlo
che seguirlo nel suo svolgimento.
Dio è uscito dal suo mistero e si è inserito nella
storia e le ha impresso una direzione.
La storia è il luogo della manifestazione di Dio.
Il discorso di Dio, fatto di parole e di gesti è disseminato
nel tempo. C’è una preparazione, un compimento e
una diffusione.
La Rivelazione di Dio ha una storia. Il fatto storico, frutto
dell’azione divina, è portatore di un messaggio.
Il discorso di Dio risulta così di avvenimenti e non solo
di parole. Parole e avvenimenti sono inseparabili, Dio agisce
commenta la sua azione.
La storia di Israele è ‘tipica’, ‘originale’
ma Dio che ne è il principale protagonista non ha voluto
essere originale ad ogni costo.
Israele ebbe rapporti con le altre culture, la sua storia si intreccia
con le vicende dei popoli vicini. Fra le due storie, quella d’Israele
e quella degli ‘altri’ ci sono dunque rapporti, si
tratta di confronti, di influssi, di opposizioni.
La Bibbia testimonia costantemente che la Rivelazione di Dio avvenne
attraverso le forme, le esperienze e le espressioni religiose
dell’ambiente.
Il profeta Michea dice: “Ogni popolo cammina nel nome del
suo Dio, noi camminiamo nel nome del nostro Dio in perpetuo”.
Per gli ebrei e nell’ambito della ‘Qabalà’
Dio è rinchiuso nelle trecentomila e passa lettere della
Torah. Leggere e interpretare la Torah vuol dire prendere ogni
lettera per aprirla e liberare la scintilla divina che vi è
racchiusa. Letteralmente significa rendere all’infinito
il suo statuto d’infinito.
Nel Cristianesimo Dio si è fatto uomo, la parola di Dio
si è ‘incarnata’, si è fatta parola
dell’uomo, non ha sdegnato l’apporto dell’uomo,
di ogni uomo. Il Cristo è di tutti e per tutti.
Per l’Ebraismo Dio si è fatto ‘testo’.
Entrambi pensano che per rivelarsi Dio abbia dovuto contrarsi
per diventare finito.
Gesù appartiene al mondo ebraico, Gesù era ebreo.
Gesù è nato tra gli ebrei ed è morto tra
gli ebrei. Dobbiamo essere grati agli ebrei perché hanno
permesso il sacrificio e il riscatto di Cristo. Gesù è
venuto a sacrificarsi per salvare l’uomo, è venuto
a salvare l’uomo dal peccato.
Bisogna andare in direzione della scoperta dell’ebraicità
di Cristo Gesù. Ritengo che bisognerebbe disegnare il volto
di Gesù facendolo diventare un volto ebraico, in ordine
a questa questione del volto pesa una tradizione fatta di difficoltà
e di resistenze ad accogliere questa matrice unica tra ebrei e
cristiani.
Il volto che fino a qualche tempo fa il popolo cristiano conosceva
di Gesù era il volto ellenistico, non era un volto ebraico.
Probabilmente era stato per una serie di esigenze legate alla
penetrazione della sua immagine in un mondo che non era ebraico
ma pagano. Si aveva necessità di mediare questa immagine
attraverso un apparato iconografico che lo rendesse più
accettato.
D’ altra parte questo comporta un Gesù estrapolato
da un contesto religioso culturale ebraico e quindi rischia di
essere incomprensibile.
Queste considerazioni sicuramente postume se fossero penetrate
diventando patrimonio genetico del popolo cristiano nel passato
probabilmente avrebbero risparmiato tanti dolori.
Noi siamo nati a Gerusalemme, la
chiesa madre di Gerusalemme, poi le comunità dei fedeli
sparse nel mondo, siamo parte di questa terra, di questa realtà
che si tocca con mano, la nostra cultura, la nostra tradizione
è permeata ed intrisa della coscienza di comunità
di tradizioni e di origine.
L’incontro con Gerusalemme coinvolge fino in fondo.
La vita è il tema modale di tutte le religioni è
l’anelito di tutta l’umanità. Una vita non
finisce mai, scoppia, deborda, abbraccia l’universo. Tutte
le religioni si giocano sul tema della vita per sempre, della
resurrezione e quindi, a partire da qui, tutto può e deve
essere giudicato.
Io penso che ogni cristiano possa compiere, in qualche modo, un
tale cammino attraverso letture, simboli, conoscenze di persone.
L’importante è che ciascuno stia attento a come avviene
in lui, a propiziarlo, unificarlo, scandagliarlo per trovare poi
una figura di riferimento.
L’incontro porta a sintonizzarsi gradualmente con il popolo
ebraico e la sua storia, la sua cultura, le sue sofferenze e la
sua gloria. Porta ad amare, stimare, studiare le ricchezze tradizionali
di questo popolo.
Dobbiamo apprendere a camminare con il popolo del primo Testamento.
Questo dialogo ci inserisce nell’umano, ci mantiene in una
perenne attesa e ricerca di Dio. Ripercorrere insieme la nostra
storia ‘luogo’ pieno di memorie vuole essere un segno
di dialogo, di amicizia e di speranza.
L’amicizia nostra con i ‘fratelli maggiori’
in quanto primogeniti nella fede e che hanno tante cose da dirci
traendole dal tesoro della secolare tradizione biblica sia riconoscimento
che i doni del Signore sono irrevocabili e ancora oggi Israele
ha una missione propria da compiere, quella di testimoniare l’assoluta
signoria dell’Altissimo, cui deve aprirsi il cuore di ogni
uomo.
Solo l’Eterno sa attraverso quale inique e immane tribolazione
sono passati i nostri fratelli rimanendo eroicamente fedeli alla
vocazione di testimoni del suo tempo ancora così discorde
e lacerato, collaborando alla difesa della libertà e della
giustizia dei diritti civili e religiosi di tutti gli uomini.
Il popolo ebraico non ha mai accettato
come guida persone che non possono essere un modello di vita.
E’ vero che gli esseri umani, per definizione, non possono
raggiungere la perfezione e che gli ebrei non hanno mai sottovalutato
le difficoltà di cercare di migliorarsi, realismo e autocritica
sono tra le più dolorose virtù di Israele, ma l’aspirazione
al bene deve essere comunque presente.
La Torah ispira il popolo nel suo complesso, non si rivolge solo
alle menti, definisce i valori, non delinea solo norme di comportamento.
Un comandamento è come un lampo e la Torah è la
luce, il modo di vivere dei Maestri è la dimostrazione
che essi sono stati temprati dalla vita. – Mishlè
6, 23
I comandamenti sono parte della Torah Scritta, essi stessi sono
il soggetto primario della Torah. E’ il progetto della Creazione,
è la forza vitale e il modello per lo sviluppo dell’attività
umana. Il compito del popolo ebraico è di portare la santità
della Torah nella vita quotidiana.
La funzione dei padri e delle madri di Israele fu di preparare
il mondo per la Torah. Ciò si può collegare alla
Torah Orale, che per sua natura non solo consiste negli insegnamenti
a Moshè sul Synai, ma esprime anche il potenziale dato
all’uomo per pensare, comprendere, allargare, interpretare
ed applicare.
La Creazione è un processo di sviluppo, l’universo
non è un dato immutabile, è un divenire costante
tramite il rinnovamento divino. Così anche il ruolo dell’uomo
nella Creazione deve continuare quotidianamente di generazione
in generazione. I Patriarchi e i loro servitori hanno dato il
modello, la Torah dà la mappa della strada, ma il comportamento
degli ebrei grandi e pii, dal tempo di Avraham ci mostra come
dobbiamo agire.
DALLE ORIGINI ALLA VENUTA
DI CRISTO
Gli storici hanno diviso la storia
ebraica in tre grandi periodi: il primo che dalle origini giunge
all’esilio babilonese, il secondo che va dal ritorno dall’esilio
fino alla catastrofe nazionale e all’inizio della diaspora,
e infine l’ultimo che copre tutto il restante periodo fino
ai giorni nostri.
Mi soffermerò in particolare
sulla storia che dalle origini va alla venuta di Cristo e questo
per cogliere quegli elementi giudaici che sono di interesse per
la riflessione di fede cristiana sulla figura di Gesù,
uomo d’Israele.
Quando è iniziata?
La storia che vado a narrarvi è
cominciata migliaia di anni prima che nascesse Gesù, il
Nazareno. A quel tempo non si può ancora parlare di una
storia di popolo. Sicuramente c’erano uomini e donne ma
si muovevano in solitudine sullo scenario del mondo.
Avrahàm, “il padre grande” è il primo
ebreo, è il primo ad essere definito ‘ebreo’.
Ma chi è ‘ebreo’? ‘Ivrì’:
colui che sta dall’altra parte’ – ‘sulla
sponda opposta, oltre un confine e fuori da un territorio’.
La vita di Avrahàm è un lungo cammino, ubbidiente
alla Parola del Signore che gli dice: “Và, nel luogo
che poi ti dirò”.
Lascia la terra dov’è nato e cresciuto, ormai ne
detesta la corruzione, l’idolatria che la riempie di simulacri.
Sta dall’altra parte, sulla sponda opposta dell’idolatria
, di tutto ciò che fino a quella chiamata dal Cielo credeva
certa.
Diventa così il primo ‘ebreo’.
La storia di quest’uomo umile e coraggioso è scritta
nel primo della Bibbia, la Genesi. Avrahàm nasce qualche
generazione dopo Noè .
Noè è presentato dalla Bibbia come uomo ‘giusto
e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio’
– Gen 6,9 Dio decise di salvarlo dal diluvio universale,
affinché diventasse il capostipite di una nuova umanità,
in sostituzione di quella precedente fatta perire nelle acque
del diluvio, perché si era macchiata di ogni tipo di violenza.
“Si corruppe la terra di fronte a Dio e si riempì
la terra di violenza…Dio disse a Noè: “Ho decretato
la fine di ogni carne, perché a causa di esse la terra
è piena di violenza”.
Dio è presentato nell’ebraismo
come un Padre, che tratta le sue creature a seconda dei loro bisogni
e delle loro capacità. In Bereshit Rabbà , xxx 10
nel commento alle parole : “Con Dio camminava Noè”,
leggiamo: “E’ simile ad un principe che aveva due
figli, uno grande ed uno piccolo. Disse al piccolo: “Vieni
con me” e disse al grande: “Vai, cammina innanzi a
me”. Così Avrahàm che era forte: “ Cammina
innanzi a me e sii integro”. Ma Noè, che era debole:
“Con Dio camminava Noè”. Dice Rashì:
“ Di Avrahàm invece è scritto: “ Cammina
davanti a me” e “ Il Signore alla cui presenza io
cammino”.
Noè aveva bisogno di un sostegno che lo reggesse, mentre
Avrahàm era forte asuficienza per camminare da solo nella
giustizia. Noè era come un bambino condotto per mano, Avrahàm,
invece, un adulto che sa camminare da solo.
Dopo un lungo viaggio Avrahàm
pianta la sua tenda in una regione compresa fra il deserto e il
mare, è una terra fertile e si chiama Canaan. Alcune generazioni
successive, le tribù di Israele, discendenti dal nipote
di Avrahàm, Giacobbe, figlio di suo figlio Isacco, la chiamarono
“Terra Promessa”.
La chiamata di Dio per il primo dei patriarchi è una responsabilità
ed un impegno costante. In cambio della sua ubbidienza Dio che
è nei cieli scende a patto con l’uomo. Un Patto tra
Dio e Avrahàm e la sua discendenza. “Se farai come
ti dico” spiega ad Avrahàm, “ Renderò
la tua stirpe numerosa come le stelle del cielo, come i grani
di sabbia sulla riva del mare”.
In cambio di una fedeltà incondizionata, dell’ubbidienza
più tenace, Dio per parte sua s’impegna a stare al
fianco di Avrahàm, dei suoi figli e dei figli che verranno.
A siglare il Patto fra terra e cielo, vi è un gesto simbolico,
materiale: la circoncisione dei figli maschi.
E’ un rito che segna l’appartenenza alla stirpe, alla
storia e al destino futuro che le appartengono. La circoncisione
si chiama in ebraico: ‘ Il Patto di Avrahàm’.
E’ come una dichiarazione, “ Faccio parte di quel
popolo, di quella stirpe che un giorno, chissà, Iddio renderà
numerosa come le stelle del cielo”.
Ma la vera alleanza cui si richiama tutta la S.Scrittura è
quella del Sinay, tra Hashem – il Nome- parola usata per
sostituire il nome impronunciabile di Dio e, il popolo ebreo,
in forza della quale Dio diventa il ‘Dio d’Israele’
e il ‘popolo di Dio’.
Dio dà la sua Legge, promette protezione, provvidenza,
possesso di una terra e il popolo deve osservare la Legge che
Dio gli dà. Essa fu rinnovata più volte lungo la
storia della salvezza e più volte rotta dalla infedeltà
del popolo.
Si parla perciò di una alleanza ‘nuova’ con
la Legge di Dio scolpita nell’interno dell’uomo e
la Legge è detta sostitutita dallo Spirito di Dio operata
nell’interno dell’uomo, per cui l’alleanza non
sarà più violata. Queste profezie completive l’una
dell’altra si verificarono in Gesù che ristabilì
l’alleanza nuova nel proprio sangue.
Il popolo ebraico è detto
‘eletto’. Per pura grazia Dio scelse il popolo d’Israele
e lo unì strettamente a sé per mezzo dell’alleanza
perché fosse santo e testimone tra i popoli del disegno
di salvezza. E’ un impegno, non vuol dire godere di privilegi
più degli altri, bensì l’essere scelti come
sacerdoti dell’umanità, preposti, in quanto popolo,
al Culto del Signore.
In seno a questo popolo Dio affidò ad alcuni uomini una
missione particolare: ai Patriarchi con Avrahàm in capo,
a Moshè ed Aronne, ai Giudici, ai Re, ai Profeti, al ‘Servo
Sofferente’.
Nel N.T. Gesù, il grande eletto di Dio sceglie i dodici
apostoli ai quali viene aggregato Mattia e in via straordinaria
S.Paolo.
Il popolo di Dio nel N.T. è eletto da tutta l’eternità
in Cristo per diventare membro della famiglia di Dio.
Essere ebrei significa vedere un mondo multiforme, un mondo dove
alcuni fanno i sacerdoti osservando i precetti, regole alimentari
e pregando, ed altri come loro fanno altri mestieri. Gli ebrei
hanno benedizioni opportune per ogni momento. Il popolo ebraico
è sempre stato uno dei più piccoli della terra ma
è fra i popoli più antichi del mondo.
L’essere stati pochi, disseminati per il mondo, è
una debolezza ma anche una forza nella storia.
Dove sta il segreto di questa tenace sopravvivenza?
La risposta è nella Bibbia, nella Torah: “Vivi”!
Il primo imperativo di tutta la storia, è il precetto fondamentale
della sopravvivenza. Il cammino dell’uomo è un nascere
e morire, continuare a esistere nascendo e morendo, questo spiega
la parola toledot che significa ‘storia’.
E’ un richiamo al dovere che la Torah, cioè, Legge,
impone a ogni rigo di scrittura. La coscienza di sapere che hai
un posto al mondo e di doverlo occupare degnamente, osservare
la Legge data sul Sinay e, in attesa del tempo a venire, fare
da sacerdoti praticando il Culto per conto di tutti i membri del
popolo mentre altri svolgono diversi mestieri.
Osservare i precetti raggiungendo il livello di chassid- devoto-,
di colui cioè che non si limita a osservare i precetti
della Torah alla lettera ma che si comporta ‘al di là
della linea della legge’.
Non fa cioè solo che gli viene chiesto, cercando invece
di dare il meglio di sé nel suo servizio divino, di migliorare
costantemente,
ma chassid è anche chi studia la Torah e osserva le mitzvot
con il cuore, con gioia e trasporto, ovunque si trovi e in ogni
momento.
I pilastri dell’identità sono quindi questi, solidi
e antichi. L’esistenza è infatti una sfida al tempo,
la storia che ci appartiene a cui apparteniamo è una catena
formata da tanti anelli in cui ognuno di noi è un piccolo
anello, senza il quale però, la catena si spezza.
La coscienza è un senso di appartenenza che fa della tua
comunità la tua casa, ma non esclude l’impegno a
contare su se stessi.
“Se non io per me, chi altri per me” – ha detto
Hillel, un maestro della Tradizione, e un altro dice: “Tutto
il popolo d’Israele è reciprocamente responsabile
l’uno dell’altro”. Ecco quindi come sta la catena,
in ebraico: sheleshet – senso di responsabilità individuale
e comunanza di destino.
Ogni uomo si riconosce in questo senso di fedeltà oltre
che di fede. Fedeltà al comando che un Dio mai visto prima
pronuncia fedeltà per Avrahàm, fedeltà al
patto che un giorno non lontano i due stpuleranno.
Avrahàm generò Isacco,
Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò le dodici
tribù.
Ismaele ed Esaù sono altri volti della storia destinati
a imboccare vie diverse.
Isacco, nato così tardi e ormai inaspettato per l’età
di Sarài, dono del Signore, è la condizione necessaria
affinché la storia continui.
Isacco genera insieme a Rebecca una coppia di gemelli, Giacobbe
ed Esaù. L’uno è mingherlino ma conscio della
sua intelligenza, l’altro robusto e pugnace. Giacobbe strappa
al vecchio padre cieco il diritto di primogenitura, basilare a
quei tempi e in quella società.
Giacobbe è destinato a diventare il padre delle dodici
tribù. Giacobbe fugge verso una terra lontana, la stessa
da cui era giunto suo nonno Avrahàm e dove era nata sua
madre Rebecca.
La storia delle origini è un lento lungo viavai da e verso
il primo punto di partenza, come a dirci che un distacco dalle
radici è cosa da farsi gradualmente.
Giacobbe resta anni a casa dello zio Labano e qui prende due mogli,
Lia e Rachele. Armato di una figliolanza numerosa e greggi in
abbondanza torna nuovamente in terra di Canaan. Ma la natura decide
il corso della storia. Una carestia costringe Giacobbe a scendere
in Egitto, oltre il Mare dei Giunchi in una terra ricca e fertile.
Le tribù si mettono in cammino,
non sono più individui soli, ma un gruppo. Il gruppo incomincia
a prendere coscienza di sé, in Egitto, molte generazioni
dopo. E’ faticoso per l’ebreo riconoscersi schiavo,
ha una vita tuttavia rassicurante data dal cibo e dal suolo fertile.
Non pensa ad una vita diversa, da gente libera, finchè
non giunge un redentore cresciuto a corte del Faraone.
E’ Moshè, nome egiziano, spiegato popolarmente come
“Io l’ho tirato dall’acqua”.
Siamo giunti a pesach, ‘passò’, a quella notte
di luna piena i cui l’Eterno ‘passò’
sul paese d’Egitto e inflisse l’ultima terribile piaga,
lo sterminio dei primogeniti. In quella notte i figli d’Israele
fuggirono, ‘passando’ dalla schiavitù alla
libertà, dall’inconscienza all’identità,
dal torpore di una vita banale alla speranza per il futuro.
La vicenda storica è come lo spartiacque da questo mondo
in cui Israele passa da una struttura ancora confusa, costituita
da agglomerato disparato di clan ad una forma esplicita di popolo
unito e libero, un passo decisivo per conquistare quell’amore
alla libertà e alla sua terra che non si spegnerà
mai nell’ebraismo e che costituirà il dono più
alto di Dio.
La parola ‘esodo’ di radice semita, è costituita
da una coppia verbale notissima : entrare-uscire. Entro questi
due verbi si può collocare l’intera esistenza umana
che è un uscire dall’orizzonte di questo mondo per
entrare nel mondo, ed è anche uscire dall’orizzonte
di questo mondo. Dall’esperienza sociale delle migrazioni
con relativi trapassi di cultura e mentalità all’esperienza
della conversione, per cui si esce dalla schiavitù del
peccato, o anche all’esperienza personale di una vocazione
che costringe l’uomo a ‘uscire dal suo paese, dalla
sua patria e dalla casa di suo padre’.
Anche la lettura cristiana ha conservato questa categoria del
Primo Testamento desumendola dal primo esodo dall’Egitto
e dal secondo da Babilonia, cantato dal profeta Isaia e l’ha
applicata al terzo e definitivo esodo, quello del Cristo e della
sua comunità verso il Regno.
Infatti, Gesù, Moshè ed Elia nella trasfigurazione
parlavano dell’esodo che egli avrebbe portato a compimento
a Gerusalemme.
La libertà è incisa
nella Legge che il popolo riceverà sul Monte Sinay, tramite
Moshè. Quella legge appartiene a noi quanto a quelle tribù
erranti migliaia di anni fa.
Moshè ci ha condotto fuori dall’Egitto, una terra
di schiavitù, ci ha fatto attraversare il mare con la forza
del suo bastone rivolto al cielo, si è smarrito con noi
per quaranta anni nel deserto, in attesa di entrare nella Terra
Promessa. “ E’ una terra che stilla latte e miele”
aveva detto il Signore. Ma Mpshè potè soltanto sognarla.
Morì infatti proprio sul ciglio del confine. Il Dio lo
aveva chiamato a guidare il popolo d’Israele aveva deciso
che sarebbe entrata in Terra Promessa una gente nuova, una generazione
fresca di deserto e libertà, ignara della schiavitù.
E’ questo uno dei periodi più oscuri della storia
d’Israele, la conquista di questa striscia è un po’
guerra e un po’ assimilazione, i costumi erano grossolani
e spesso barbari. E’ scontro e incontro con tribù
che vivono a fianco ed in buoni termini con i cananei, non esiste
una vera coesione tra esse. Alcune tribù si uniscono per
proteggere il nemico comune, che non è rappresentato solo
dalla popolazione locale, ma anche dai popoli vicini, quali gli
Edomiti, i Madianiti, i Moabiti ed i Filistei.
E’ il tempo dei Giudici,
capi militari e civili che Dio suscita in determinate occasioni
al fine di liberare una o più tribù israelitiche
dall’oppressione dei popoli vicini.
Talvolta sono condottieri di pace e battaglie o sono chiamati
anche ‘salvatori’. Sta scritta nei primi libri della
Bibbia in quella parte che i cristiani chiamano Antico Testamento,
e che è per i nostri fratelli maggiori l’unico testo
sacro.
‘Scrittura’ è chiamato questo libro nella cultura
occidentale, ‘Lettura’ lo chiama la lingua ebraica
in cui esso è scritto.
La pubblica lettura della Parola di Dio fu promossa da Moshè
dopo la stipulazione dell’alleanza sinaica, da Giosuè
e Nemia in solenni occasioni della vita nazionale. Il profeta
Isaia invita i suoi uditori a cercare la volontà di Dio
nel libro del Signore e perciò a leggerlo. Nella sinagoga
di Nazareth Gesù lesse e spiegò la Parola di Dio.
La lettura è proclamata a voce alta, quasi gridata –
‘miqrà’ –
Dopo i giudici viene il tempo dei
Re: Saul, Davide e Salomone, segnano la storia breve ma turbolenta
del governo sulle dodici tribù.
Un periodo storico di quattro secoli, dalla morte di Davide all’esilio
babilonese. Il re per eccellenza è Davide, realizzatore
dell’unità religiosa e politica d’Israele,
cui è stato promesso il trono. Custode e garante dell’alleanza
è il re, attraverso il quale si annodano le relazioni tra
Dio e il suo popolo.
Salomone eccelse per la sua sapienza, per il fasto delle sue costruzioni
specialmente del tempio di Gerusalemme, l’ampiezza delle
sue ricchezze e gloria, ma anche la decadenza morale e politica
che porterà alla dissoluzione del regno unito.
I re sono giudicati in rapporto a Davide, alcuni sono perversi
perché hanno esercitato o permesso il culto idolatrino,
altri sono considerati buoni perché estirpano l’idolatria,
ottimi sono solamente coloro che combatterono l’idolatria
e il culto delle alture.
Il popolo beneficia dei favori divini per mezzo della dinastia
davidica se ripudia gli idoli e i loro santuari e rimane fedele
alla parola dei profeti ed al culto del Tempio di Gerusalemme.
In caso contrario, i re ed il popolo sono condannati ad ogni sorta
di calamità e disastro militare. Dopo è lo scisma
delle tribù, la costituzione dei due regni separati del
Nord e del Sud, ed è la storia delle loro lotte politiche
e l’intervento dei profeti Elia e Eliseo.
Gli assalti esterni contro i due regni vengono da parte degli
Arami e soprattutto degli Assiri, che nel 721 a.C. pongono fine
al regno del Nord, mentre Giuda diventa vassallo della potenza
dell’Eufrate. Seguono ulteriori contrasti ed è il
primo esilio, a Babilonia, breve, di dieci anni, ma profondo nei
segni che lascia.
Deportati a Babilonia imparano a vivere aspettando di tornare
e intanto a non morire. Dall’esilio tornano solo due tribù,
le altre dieci sono disperse.
Ma l’esilio non è che l’inizio di una condizione
storica in cui gli ebrei si troveranno.
C’è una parola ebraica che definisce l’esilio,
il galut.
Maharà scrive:
“L’essenza del nostro
esilio è proprio il non essere uniti dall’amore reciproco
perché Hashem
ha spezzato la nostra amicizia, ci ha divisi e dispersi.
Anche questo ha fatto sì che il popolo, che una volta era
stato di una sola mente e di un solo cuore sia oggi disunito all’apparenza,
poiché se gli ebrei non fossero così, ma avessero
mantenuto la loro essenziale unità di vedute, l’esilio
non sarebbe stato una dispersione. Se i loro cuori fossero ancora
uniti, questo legame li avrebbe mantenuti insieme.
Il decreto di Hashem, però, era che dovessero essere separati.
Esso richiedeva la divisione e la dispersione nei loro cuori,
poiché se un individuo si può rallegrare della grandezza
dei suoi vicini ed è desideroso della tranquillità
degli altri, come si potrebbe considerare ‘dispersi’?
Questa non sarebbe divisione ma totale unità”. –
Netzach Ysrael cap.25
E’ un concetto affascinante,
che non solo getta luce su un triste fenomeno, ma lo trasforma
in un comportamento costruttivo: “lo scopo dell’esilio
è, per il popolo ebraico, quello di correggere i difetti
nazionali nascosti che hanno causato la distruzione del Tempio.
Se il fallimento del vivere in unione è un sintomo di esilio
e il nostro amore e interesse reciproco potessero ricreare l’unità
spirituale, che inevitabilmente ricondurrebbe alla raccolta degli
esuli e alla Redenzione Finale, allora quale scopo nazionale più
importante potrebbe esservi”?
Rabbì Yehuda Hamassi vide i risultati dell’odio e
del dissenso. La nazione cadde e il Tempio fu distrutto perché
la trama morale del popolo si era deteriorata, esso avrebbe potuto
risorgere solo quando il tessuto fosse stato riparato.
Dopo Alessandro Magno, vengono
i romani che con fatica conquistano la Giudea e la chiamano Palestina,
cancellando così con questo nome ogni presenza di sovranità
ebraica ed ogni ricordo storico.
Nel 70 d.C. tutto si conclude con la distruzione del Tempio di
Gerusalemme.
Nel 70 inizia la ‘diaspora’. La ‘diaspora’
è una parola greca che significa esilio e dispersione.
Lontananza dalla propria terra e disseminazione nel mondo. E’
la condizione ebraica per eccellenza, da allora sino ad oggi –
vivere un po’ come ospiti nel mondo, sapendo che la tua
situazione è provvisoria. Che un giorno sei accolto e l’indomani,
magari, respinto. Vivere respirando le diversità e restando
diverso dagli altri.
Da questa dispersione Dio trae un bene, perché Israele
fa conoscere il vero Dio in mezzo agli stranieri, secondo il destino
da lui dato al popolo eletto.
L’ebreo guarda al mondo coi piedi per terra. Ed è
curioso che una lingua così ‘materiale’ abbia
accompagnato un popolo sospeso per millenni cittadino del tempo
più che dello spazio. In equilibrio instabile fra un passato
memorabile e un futuro incerto.
Compagni dell’esilio sono i profeti, portatori della parola
che forgia la storia.
La ‘profezia’ è
un fenomeno molto vasto, che attraversa il Vecchio e il Nuovo
Testamento e ancora oggi è di difficile definizione. Ma
non è facile dare una descrizione del Profetismo, in quanto
si tratta di un fenomeno ‘plurale’, sebbene esistano
dei tratti comuni a tutti i profeti: innanzitutto, essi hanno
uno stretto legame con la Parola di Dio. Sono dei ‘chiamati’
che diventano ‘chiamanti’. Sono uomini attraversati
dalla Parola, che diventano il tramite tra Dio e l’uomo.
Essi soprattutto ‘sanno ascoltare’ Dio, che si manifesta
nei modi più diversi. Con un mormorio (Giobbe 4,12), come
fuoco divorante (Geremia 20,9), come forza parlante (Amos 3,8);
essi sanno cioè trasformare il ‘Dio invisibile’
in ‘Dio ascoltabile’. Sia chiaro, però, il
profeta non è uno stregone, né esercita l’arte
divinatoria, ma sa leggere il progetto di Dio nelle cose presenti.
E il suo annuncio arriva sempre in un momento ‘cruciale’.
I loro oracoli spesso di minaccia, ma anche di speranza spingono
irresistibilmente gli eventi in direzione che è determinata
dalle clausole dell’alleanza e della condotta d’Israele
sotto la guida dei re. Nei momenti più importanti della
storia è decisivo l’intervento del profeta. Alcuni
hanno iniziato a cantare proprio a Babilonia. Inveiscono e minacciano,
ma sollevano speranze e lasciano intendere che la storia val la
pena d’essere vissuta.
Non è facile distinguere i falsi profeti dai veri profeti,
la profezia ebraica insegna che nell’antico periodo della
profezia c’erano più di un milione di profeti, di
cui soltanto un pugno riuscirono ad entrare nelle pagine della
Bibbia: non basta infatti che la profezia si realizzi o no, né
che contenga una visione di sventura, né che sia in contrasto
con la legge. Solo un giudizio retroattivo a posteriori può
conferire il sigillo di autenticità, proprio come avvenne
per la stesura dei testi sacri.
Gesù fu discepolo di Giovanni Battista. Gesù a sua
volta, fu considerato come profeta: egli infatti non aveva studiato
per diventare un rabbi. Solo in un secondo momento venne riconosciuto
come maestro. Ma tutto ciò non era ancora sufficiente perché
Gesù ha trasceso la sua figura profetica stessa, come sta
scritto nel Vangelo di Matteo (13,41) in quanto Figlio di Dio.
Egli anzi, ha inviato nuovi profeti e , con la Pentecoste, ha
dato vita ad un’assemblea profetica.
San Paolo considerò la profezia come un carisma all’interno
delle prime comunità. Ma tra il II e il III secolo essa
scomparirà per condanna della Chiesa stessa. Proprio la
persecuzione, in alcuni casi, è anzi stata sigillo di autenticità
della ‘profezia’.
Tornando alla storia di questi
fratelli è sempre un po’ difficile tracciarla perché
il ‘dove’ e il ‘quando’ si confondono.
Tempo, in ebraico, qedem, significa ‘prima’- ‘anticamente’-
‘davanti’ o ‘di fronte’. Quindi l’uomo
guarda in faccia il passato e ha il futuro alle spalle, al contrario
di come lo immagina un occidentale, dove si ha il volto rivolto
al futuro e le spalle al passato.
Il passato è davanti mentre il futuro ignoto sta ‘dietro’.
Certo non si conosce tutto del passato ma senza dubbio ne sappiamo
di più di quanto ne possiamo del futuro.
La Terra Promessa è presenza costante nella vita quotidiana,
nella preghiera quotidiana, nello scandire delle feste.
Con la diaspora gli ebrei vanno ad abitare il tempo guardando
verso la Terra Promessa – verso oriente si dispone in sinagoga
l’arca, l’armadio che contiene i rotoli della Torah.
E si guarda in faccia quella storia antica raccontata nella Bibbia,
compagni di vita sono Avrahàm, Moshè, Elia, Betsabea,
questi ed altri. Re e profeti vanno e vengono dalle fiabe, compaiono
nelle preghiere, dialogano con il presente. In questo senso hanno
abitato il tempo, il loro tempo e quello della Bibbia.
Il centro del tempo e dello spazio è la Terra Promessa
ma anche la venuta del Mashiach. L’attesa del Mashiach che
prima o poi verrà a mutare il cammino del mondo e a portare
in terra il cosiddetto ‘mondo a venire’, dove tutto
sarà diverso da prima.
Mashiach in ebraico significa ‘unto’. L’unto
era anticamente colui che veniva investito di un ‘autorità
particolare’ – re, sacerdote, condottiero. Vi era
una cerimonia che prevedeva l’aspersione di olio di oliva
sulla testa, con un gesto che partendo dall’alto, congiungeva
simbolicamente cielo e terra.
I re d’Israele sono unti prima di salire al trono. L’unto,
mashiach, nella Bibbia è un a figura dai controlli vaghi,
che in un futuro per ora inimmaginabile verrà a rimuovere
i mali del mondo.
E sarà di stirpe davidica, discendente del grande re.
L’attesa di questo personaggio misterioso si fa più
trepidante che mai nei momenti di angoscia, di incertezza, di
vero e proprio tormento.
L’attesa del Mashiach divenne poi lo spartiacque fra chi
si convinse che era arrivato con Gesù e chi non riconobbe
in Gesù i tratti della figura annunciata nella Bibbia e
nella tradizione del’ebraismo.
Il Mashiach verrà preceduto dal profeta Elia che nella
Bibbia sale in cielo sopra un carro di fuoco, ad annunciare la
rivoluzione dei tempi. Da allora tutto cambierà e sarà
la Redenzione in terra, la risurrezione dei morti, la sconfitta
definitiva del male.
Il Mashiach per ora incarna la speranza, la non rassegnazione
all’ingiustizia, l’incomprensibilità dell’operato
divino, come se il mondo fosse ancora in prova, prodotto imperfetto
destinato a migliorarsi.
IL NAZARENO
Sugli ebrei, i Vangeli e gli Atti
hanno una prospettiva fondamentale molto positiva, perché
riconoscono il popolo ebraico come il popolo scelto da Dio per
realizzare il suo disegno di salvezza.
Questa scelta divina trova la più alta conferma nella persona
di Gesù, figlio di madre ebrea, nato per essere il salvatore
del suo popolo e che conduce a buon fine la sua missione annunciando
al suo popolo la Buona Novella e realizzando un’opera di
guarigione e di liberazione, che culmina nella sua Passione e
Risurrezione.
Nonostante l’insegnamento di Cristo abbia un carattere profondamente
nuovo, esso tuttavia si basa a più riprese sull’insegnamento
dell’Antico Testamento. Il Nuovo Testamento è intimamente
contrassegnato dalla sua relazione con l’Antico. Come ha
dichiarato il Concilio Vaticano II “ Dio, il quale ha ispirato
i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è
l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto
nel Vecchio e il Vecchio diventasse chiaro nel Nuovo”. (Dei
Verbum 16).
E inoltre Gesù fa uso di metodi di insegnamento analoghi
a quelli usati dai rabbini del suo tempo. L’adesione a Gesù
di un gran numero di ebrei, durante la sua vita pubblica e dopo
la sua Risurrezione, conferma questa prospettiva, e ugualmente
la scelta da parte di Gesù di dodici ebrei per partecipare
alla sua missione e continuare la sua opera.
Accolta positivamente all’inizio da molti ebrei, la Buona
Novella si scontra con l’opposizione dei dirigenti, che
sono alla fine seguiti dalla maggior parte del popolo. Ne risulta,
tra le comunità ebraiche e le comunità cristiane
una situazione conflittuale, che ha evidentemente lasciato il
suo segno nella redazione dei Vangeli e degli Atti.
Accostarsi alla storia di Gesù di Nazareth e, attraverso
essa, al messaggio cristiano, significa conoscere e far conoscere,
cioè leggere e far leggere i Vangeli che gli rendono testimonianza.
Ma i Vangeli sono quattro, ciascuno con caratteristiche proprie.
Il quarto Vangelo, tradizionalmente associato al nome dell’apostolo
Giovanni, ‘discepolo che Gesù amava’, si scosta
– forse volutamente dalla versione ‘sinottica’
dei primi tre e offre una lettura o rilettura, della storia ‘dell’uomo
chiamato Gesù’ (Gv 9,11), originale, in larga misura
inedita, in qualche caso si direbbe persino velatamente alternativa?
I motivi principali sono due.
- Il primo è la vastità dell’orizzonte spirituale,
dovute alla diversità e pluralità dei suoi interlocutori.
Giovanni si rivolge sia al rigoglioso e multiforme mondo religioso
ellenistico e orientale sia al mondo ebraico, anch’esso
al suo interno alquanto vario. Giovanni scrive un Vangelo di frontiera,
aperto, arioso, di respiro universale, come attesta emblericamente
l’isrizione in tre lingue (ebraico, latino, greco) posta
sulla croce del Golgota (Gv 19,20).
- Il secondo motivo è che il quarto Vangelo rappresenta
il punto più alto raggiunto dalla generazione apostolica
nella sua riflessione su Gesù. Il messaggio cristiano raggiunge
qui la sua formulazione più completa, più chiara,
più matura.
Alcune pagine e alcune vicende sono tra quelle più note
dell’intera Bibbia: il prologo, i discorsi di Nicodemo,
con la donna samaritana e con i giudei, le nozze di Cana, le immagini
del buon pastore e della vite e dei tralci , la risurrezione di
Lazzaro, l’amore di Dio (Gv 3,16) e il comandamento dell’amore,
lo Spirito Santo come Paraclito l’incontro del Cristo con
Maria Maddalena…Analogamente, fanno ormai parte della memoria
collettiva la descrizione del processo di Gesù e alcune
espressioni di Pilato come : “Ecce homo”, “Che
cos’è verità?”, “Quel che ho scritto
ho scritto” (Gv 19).
Il Vangelo secondo Giovanni afferma che Gesù Cristo, Parola
divina fatta ‘carne’, è l’unica vera
luce che squarcia le tenebre del mondo (Gv 1,1-18). Egli è
stato condannato a morte dal potere religioso del suo tempo ed
è stato crocifisso dall’autorità civile. Coloro
però che scoprono in lui la gloria di Dio si aprono ad
una vita nuova ed eterna.
Egli è “la luce del mondo” (Gv 8,12; 9,5) e
il “pane della vita” (Gv 6,35.48.51); “egli
è la via e la verità in un modo tale che nessuno
può conoscere Dio se non per mezzo di lui” (Gv 14,6);
“egli infine ha sconfitto la morte ed ‘vita’
per tutti coloro che credono in lui.” (Gv 11,25).
Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero
si è volontariamente limitato alle “pecore perdute
nella casa d’Israele” (Mt 15,24). Gesù è
pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese
del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze.
I suoi rapporti con i farisei non furono né del tutto né
sempre polemici, come lo illustrano numerosi esempi, tra i quali
i seguenti:
- sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo che
corre (Lc 13,31);
- alcuni farisei vengono lodati, come lo ‘scriba’
(Mc 12,34),
- Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36-14,1)
Gesù condivide con la maggioranza degli Ebrei palestinesi
di quel tempo alcune dottrine farisaiche: la risurrezione dei
corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera , digiuno
(cfr. Mat 6,1-18) e l’abitudine liturgica di rivolgersi
a Dio come Padre, la priorità del comandamento dell’amore
di Dio e del prossimo.
La nascita di Gesù secondo le indicazioni cronologiche
fornite dai Vangeli, risale ai tempi di Erode, al tempo del censimento
ordinato da Augusto, essendo governatore della Siria, Quirino.
Figlio di Maria. Maria appartiene a questo popolo ebraico. E’
una donna semplice e il suo nome è comune, vive come una
donna del suo popolo.
Figlia d’Israele, sottomessa alla legislazione concernente
i diversi stati della donna. Così è legalmente sposata
con Giuseppe, senza condurre vita comune con lui, secondo l’esigenza
ebraica della verginità prematrimoniale. . Una volta messo
a mondo Gesù, Maria osserva fedelmente con Giuseppe i riti
ebraici della nascita: circoncisione del bambino, purificazione
della donna, consacrazione del primogenito, offerta di una coppia
di tortore e di due piccioni.
Gli evangeli dell’infanzia evocano più volte questa
coppia: “Giuseppe partì con Maria sua sposa per il
censimento ordinato dall’imperatore” – “Giuseppe
prese con sé il bambino e sua madre per fuggire in Egitto”-
“Gli sposi salirono a Gerusalemme per presentare Gesù
al Signore”, ogni anno vi ritornarono per la festa di Pesach
e , quando Gesù ebbe dodici anni, condivisero la stessa
angoscia scoprendo che il loro figlio era sparito.
Resta infatti che Cristo è nato da una donna ebrea, membro
del popolo al quale “appartengono l’adozione, la gloria,
le alleanze, la legge, il culto, le promesse e i padri”.
Maria è in Israele, come Israele è in Maria e per
ciò stesso, l’alleanza che Dio aveva concluso con
il suo popolo non è soppressa, ma si realizza anche nella
venuta dell’Emmanuelle sulla terra di Giudea.
Dal giorno della natività e durante gli anni che sono seguiti
a Nazareth, Maria è stata per Gesù ciò che
ogni donna ebrea doveva essere per il proprio figlio. Certo è
lo sposo, Giuseppe, che aveva dato secondo Matteo, il proprio
nome
Quando Maria era misteriosamente incinta, ‘prese con sé
la sua sposa’.
I pastori trovarono tutti e due con il neonato nella stalla di
Betlemme.
A Giuseppe spettava il ruolo d’iniziare Gesù alla
lettura della Torah, d’insegnargli un mestiere e di prepararlo
a poco a poco all’esistenza adulta.
Maria iscrive Gesù nella storia d’Israele, e mostra
al tempo stesso come in questa venuta al mondo originale, si compia
il disegno di Dio.
Pienamente inserito nella condizione umana, nel tempo e nello
spazio, attraverso il proprio radicamento nel popolo ebraico,
Gesù di Nazareth ha una genealogia. Matteo lo provvede
di un elenco di antenati che fissa su un numero e con durata simbolici
di 14 generazioni per tre volte – da Avrahàm a David,
da David alla deportazione di Babilonia e da questa al Mashiach.
Ma la ripartizione uniforme delle generazioni maschili si interrompe
per 4 volte, per citare delle donne. Racab e Ruth, due straniere,
sono lì per dimostrare che insieme a Israele anche il resto
dell’umanità è invitato a partecipare alla
salvezza. Tamar, madre di Giuda e Betsabea che fu la sposa di
Uria prima di diventare quella di David, sono lì per ricordare
che la promessa attraversa la debolezza di un patriarca e di un
re e paradossalmente si appoggia su di essa.
Gesù inizia il suo ministero
pubblico, quando egli, adulto, si reca presso il Precursore, Giovanni
Battista che ha incominciato da qualche tempo la sua predicazione,
riceve da lui il battesimo.
Era governatore della Giudea Ponzio Pilato che tenne questa carica
tra il 26 e 36 d.C.
Noi sappiamo che la persona, la
vita ,la morte e la risurrezione sono centrali al mistero cristiano.
La persona e l’opera di Gesù sono la fonte di ciò
che il cristianesimo significa ed annuncia al mondo.
Il Gesù terreno e il Cristo glorificato della fede.L’unità
del Gesù terreno e del Cristo glorificato forma l’ambito
della cristologia.
L’annuncio ha al centro appunto la figura e l’opera
di Gesù di Nazareth morto e risorto.La cristologia prende
le mosse dalla vita e dall’azione, dall’annuncio e
dal comportamento di Gesù. Essa mostra come questo modo
di presentarsi di Gesù è compreso come il sovrabbondante
compimento dell’Antico Testamento. Evidenzia come il messaggio
e l’opera di Gesù implichino un avvenimento, accaduto
una volta per tutte che contiene i sé una storia, che solo
nella morte e nella risurrezione di Gesù trova il suo interiore
compimento.
Gesù ci dice poco della
sua identità. A dispetto delle apparenze, sembra che Gesù
non rivendichi alcun apretesa certa di essere il Mashiach, il
discendente davidico nel quale si dovevano compiere le attese
messianiche di Israele.
Non si è presentato come il profeta annunciato da Moshè,
ma piuttosto almeno implicitamente si è identificato col
misterioso “servo sofferente di Dio” della profezia
del Deuteronomio. Isaia 42,53.
Questo titolo godeva di bassa stima da parte del popolo, poiché
era agli antipodi di un Mashiach trionfante.
Gesù prima di annunciare che doveva essere consegnato alla
morte, pone ai suoi discepoli una domanda decisiva: “Chi
dite che io sia?”
Gli evangelisti riportano il fatto parlando dapprima di chi ritenesse
la gente fosse Gesù di cui la risposta: “Giovanni
il battista, o uno dei profeti”.
Solo la risposta di Pietro può essere considerata simbolicamente
come la prima affermazione di fede cristologica:
“Tu sei i Cristo il Figlio del Dio vivente”.Quindi
i titoli di Cristo, Signore, Figlio di Dio che ritroviamo nella
risposta di Pietro riportato in Atti 2,36, costituiscono il nucleo
della primitiva fede cristologica ed evidenziano il posto centrale
che tale confessione ha occupato nella fede della Chiesa Cristiana.
Prima della risurrezione di Gesù,
i discepoli non avevano compreso il vero senso della persona e
dell’opera del Maestro. Si potrebbe dire che i discepoli
da seguaci di Gesù divennero ‘credenti’ tramite
l’esperienza pasquale. La pienezza, attesa del tempo escatologico,
profezia biblica, si era compiuta in lui, ossia l’escatologia
era stata introdotta nel tempo ed era percepito dalla fede dei
discepoli in relazione all’intera escatologia di Israele.
I discepoli, infatti, con uno sguardo indietro si sono rivolti
alla testimonianza di Gesù durante la sua vita terrena,
e ispirati dallo Spirito Santo, hanno richiamato ciò che
il Gesù pre-pasquale aveva fatto e detto.
MISSIONE DI GESU’
Il tema della predicazione di Gesù
è la venuta del Regno di Dio. Questo tema del regno era
già conosciuto nel mondo giudaico ma la novità che
porta Gesù è che per lui il Regno è simbolo
del nuovo dominio che Dio instaurerà nel mondo rinnovando
così tutte le cose e ristabilendo le relazioni fra Dio
e gli uomini come anche per gli uomini stessi.
Il Regno è imminente e ha incominciato a manifestarsi con
la sua stessa missione.
Esso è come un seme che deve continuamente svilupparsi.
I miracoli di Gesù sono segni e simboli della presenza
del Regno, ossia, che tramite Gesù, Dio sta instaurando
il suo dominio sulla terra, sottomettendo la forza distruttrice
della morte e del peccato.
Si indirizza principalmente ai poveri, i veri poveri che sono
anche i semplici, coloro che sono aperti a Dio e al suo Regno.
Gesù si identifica personalmente e si associa preferenzialmente
a loro – egli appartiene a loro ed è con loro.
Questo atteggiamento di Gesù non solo indica il pensiero
di Dio a favore dei poveri ma personifica l’impegno di Gesù
nei loro confronti e il suo coinvolgersi nella loro situazione.
Nel Cristianesimo c’è una forte vocazione alla missione,
all’universalismo che include la conversione. Percorre la
comunità ebraica per andare oltre. La missione è
legata a un messaggio semplice e rivoluzionario. La dottrina è
semplice, invita alla pace, alla giustizia e divide il mondo terreno
e il mondo celeste.
La chiesa primitiva parte da Gerusalemme, attraversa la Palestina,
culla del Vangelo e dilaga nel Medio Oriente fino a Roma.
Paolo ha rappresentato la rottura definitiva tra l’ebraismo
e la chiesa nascente.
La rilettura delle fonti e la rilettura filosofica ci fa leggere
il Nuovo Testamento come letteratura ebraica. E’ stato scritto
da ebrei che vivevano nel mondo ebraico. Paolo segna il punto
di congiunzione con Gesù. Paolo in Gesù vede il
Mashiach, Gesù è Christos, il tempo messianico si
è compiuto.
Da questa affermazione di compimento del tempo messianico in Gesù,
Paolo comunque dichiara e attesta il permanere dei doni propri
a Israele da cui deriva la conseguente dicibilità dell’esistenza
di una speranza comune. L’esempio primo e più alto
di ciò si ha nella lettera ai Romani in cui Paolo dopo
aver dichiarato che i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento-
Rm 11,28-29- prorompe in un inno rivolto alle paradossali vie
della sapienza divina che consentono, pur senza negare l’attuale
contrapposizione, di additare l’esistenza di un esito universalmente
comune.
“Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio-
ma quanto alla elezione, sono amati a causa dei padri, perché
i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento”. “O
profondità della ricchezza della sapienza e della scienza
di Dio, quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili
le sue vie”.
Nel ripercorrere la falsariga di questi passi dalla lettera ai
Romani constatiamo che essi restano carissimi a Dio con il fatto
che gli ebrei ‘in gran parte’ si sono opposti alla
diffusione del Vangelo. Il ragionamento di Paolo comporta che
entrambe le prospettive, quella della accettazione e quella dell’elezione
rimangono affermate ‘apertis verbis’, quasi a voler
dire che anche il presente contrasto fa parte integrale del cammino
che porta alla comunione finale.
In ogni caso, la chiamata d’Israele resta in se stessa un
dato certo, non una concessione. Per esprimere l’accomunante
esito finale della storia c’è una frase del profeta
Sofonia particolarmente cara al messianismo ebraico, che prospetta
la comunione dei popoli che invocano Dio con labbro puro “servendo
spalla a spalla” Sof. 3,9 “in permanente attesa per
il giorno che solo Dio conosce in cui tutti i popoli acclameranno
il Signore con una sola voce e lo serviranno appoggiandosi spalla
a spalla”.
Paolo rivolgendosi, comunque, alternativamente ai cristiani di
origine ebraica e a quelli di origine pagana li esorta nella prospettiva
della grande parentesi a vivere nella concretezza quotidiana dell’amore:
rinunziando a ogni pretesa, quei cristiani ricercheranno il bene
degli altri e si impegneranno a evitare tutto quello che potrebbe
minacciare la loro solidarietà, sia tra di loro, sia con
tutti gli uomini. “E così che nel tempo di questo
mondo essi annunzieranno e abbozzeranno il compiersi della storia”.
( Rm 13,11-14)
GESU’ FIGLIO D’ISRAELE
Riflessione ebraica su un uomo chiamato Gesù
La letteratura ebraica moderna abbonda di saggi, scritti e testi
sulla figura di Gesù ebreo. Spesso con l’intenzione
di studiarne la sua ebraicità o il suo messaggio messianico.
Per molti di essi, Gesù è stato un profeta e pertanto
gli studi convergono sulla sua profezia, ma per taluni è
stato motivo di conversione alla fede Cristiana. A Gerusalemme
esiste una comunità molto antica giudaico – cristiana,
la comunità di S.Giacomo. Gli aderenti, ebraici e cristiani
professano, la fede cristiana secondo la tradizione più
antica giudaica della cristianità delle origini. S.Giacomo,
apostolo di Gesù, fu il primo vescovo di Gerusalemme.
La riflessione ebraica contemporanea , quindi,si proietta su quel
periodo cruciale del Cristianesimo da cui è nato un fenomeno
ebraico più durevole e che dura da 2000 anni.
Oggi gli ebrei sono un popolo come altri cioè dotato di
un territorio su cui abitare esercitare la propria sovranità,
in autonomia politica e di coscienza. E’ del 1948, nato
dal movimento sionista, l’istituzione d’Israele quale
nazione. Una società consolidata e intraprendente, composta
da profughi dell’Europa, da sopravvissuti alla Shoà.
Shoà significa ‘ catastrofe’. Catastrofe significa
un milione e mezzo di bambini uccisi, eliminati per il solo fatto
che esistevano e in quanto ebrei non avevano più diritto
di esistere.
Antisemitismo è il pensiero che gli ebrei abbiano colpa
di tutto, dei mali del mondo e dei propri. E’ il pensare
che, oltre a una storia, una identità religiosa, li leghi
insieme una trama ostile volta a capovolgere le sorti del mondo
e a dominarlo.
Ma Israele esiste, inserito nel mondo. Esiste una storia di salvezza
in cui Israele resta custode di una identità.
L’identità è sempre un fatto complesso, plurale
e mai singolare, perché tutti al mondo ci specchiamo in
vario modo con le nostre idee, le radici sulle quali ci reggiamo,
le strade che abbiamo intrapreso.
E’ fedele, a volte per fede, come nel caso degli osservanti,
per i quali la Torah è Parola quotidiana, è ingrediente
di vita e preghiera, di obblighi e divieti.
A volte e sempre più spesso in questo mondo sempre più
laico, fedele per fedeltà più che per fede. Per
un senso di appartenenza che non si rivolge a Dio, bensì
al mondo qui sotto, al passato cui appartengono, al rispetto dei
loro avi.
E’ un’identità composta e multiforme quella
dell’’ivrì’, di ‘colui che sta
dall’altra parte’, oggi segnata da due eventi fondamentali
ravvicinati nel tempo – la Shoà, lo sterminio nazifascista
e la rinascita dello stato d’Israele.
Due sfide di segno opposto, per la storia ebraica.
L’uno perché ha tentato di negare l’esistenza,
l’altro perché ha chiesto e ottenuto giustizia al
mondo, dato consistenza al futuro.
In questo snodo di transizione
storica è comunque sorprendente che una certa tradizione
mistica ebraica legga ed interpreti la Passione di Cristo come
un evento portatore di un importante messaggio di sfida per il
mondo, un messaggio che è messianico.
Secondo questa stessa tradizione mistica ebraica, messa per iscritto
per la prima volta nel XIII secolo, mentre l’umanità
si appresterebbe a fare il suo ingresso sulle scene finali dell’evoluzione
globale, ‘divinamente orchestrata’, ci sarebbe dato
di sperimentare un influsso e un’accessibilità, senza
precedenti nella storia, della “ Sapienza dall’Alto”
(gli insegnamenti mistici prima nascosti) e un’accelerazione
mai raggiunta prima della “Sapienza dal Basso” (la
scienza e la tecnologia). Questi sono i segni e le meraviglie
che si manifesterebbero all’inizio di una nuova era e che
insieme lavorerebbero in sinergia per introdurre una coscienza
messianica. I rabbini insegnano che l’individuo Mashiach
è semplicemente il vortice di questa coscienza –
il corpo resuscitato di tutta l’umanità. Ci sono
aspetti della tecnologia che sono destinati a giocare un importante
ruolo messianico.
Il motivo del loro interesse non è stabilire se la Passione
di Gesù sia un atto antisemita e nemmeno propongono la
stessa domanda riguardo lo stesso Nuovo Testamento. Per molti
cristiani – in ogni momento della storia – i Vangeli
sono testi sicuramente anti-ebraici e così dovrebbero essere
perché essi credono che ogni persona nata da genitori ebrei
sia intrinsecamente differente dal resto dell’umanità
e rappresenti il “male” a differenti livelli. Altri
cristiani, sebbene percepiscano anch’essi gli ebrei come
“differenti”, preferiscono non soffermarsi su quei
passaggi del Nuovo Testamento enfatizzando piuttosto gli insegnamenti
di Gesù riguardo la fratellanza, l’amore e la redenzione.
Dio lavora in modi strani e a volte tortuosi, come ha proclamato
il profeta Isaia, “I miei pensieri non sono i vostri pensieri
e le Mie vie non sono le vostre vie”.
La chiave che svela il messaggio messianico nascosto nel Sacrificio
di Cristo è contenuta nella frase “Egli è
ferito per le nostre trasgressioni”. Questo è anche
un versetto del profeta Isaia reso famoso dai cristiani come l’essenza
del loro “Servo Sofferente”. Tuttavia, prima che il
mondo cristiano utilizzasse questo passaggio per accreditarlo
ad un unico ebreo, la tradizione rabbinica, che si rifà
allo stesso Isaia, ha sempre saputo che questo passaggio si riferisce
invece a ‘tutti’ gli ebrei, l’anima collettiva
della Nazione d’Israele. ‘Gesù, come Ebreo
a cui Dio ha affidato una missione, non è che una goccia
in un oceano più vasto’. Non deve sorprendere che
questo sia ovvio per la tradizione ebraica ma non per altre tradizioni.
Come scrisse il grande matematico e filosofo inglese Alfred North
Whitehead, “Ci vuole una mente straordinaria per percepire
l’evidente”.
Nel corso delle ultime generazioni l’immagine di Gesù
ha subito una trasformazione. Partendo da un’immagine di
“cristiano” biondo e gli occhi blu, è stato
via via lentamente riconosciuto come ebreo, poi anche come facitore
di miracoli, come rabbino istruito, ed oggi persino come cabalista,
un ebreo saggio-mistico (così come centinaia dei suoi contemporanei).
Ma la trasformazione finale di Gesù, questa sì di
proporzioni messianiche, sarà quello di riconoscerlo come
un “microcosmo del corpo e dell’anima collettiva della
nazione ebraica. Il ritratto di Isaia del Messia come servo sofferente
universale è soltanto uno dei ruoli della totalità
della centralità della missione ebraica nel tessuto della
storia e nella riunificazione di tutta l’umanità
in un unico Adamo, l’anima dimensionalmente superiore dalla
quale è scaturita la vita.” (Rabbi Joel David Bakst)
Le ultime dodici appassionate ore
dell’umiliazione, tortura e morte di Gesù nella cronaca
dei Vangeli non sono che un trailer dei venti secoli di incessante
umiliazione, tortura e morte di milioni di ebrei innocenti, uomini
e donne e bambini per mano del resto dell’umanità,
semplicemente a causa del loro essere ebrei. Insieme a Gesù
i romani crocifissero un quarto di milioni di altri ebrei. Non
molto tempo dopo la morte di Gesù il famoso Rabbi Aqiva,
il Moshè virtuale della sua generazione, fu sottoposto
ad una tortura lenta e atroce: venne letteralmente e completamente
scorticato vivo con dei pettini di ferro. I suoi colleghi –
come lui grandi maestri di sapienza e amanti di Dio – furono
anch’essi torturati e uccisi. Per quattromila anni, a partire
da Avrahàm e Sara, per gli ebrei è stata un’esperienza
incessante di bagni di sangue, dominazione ed esilio dalle proprie
case i Terra d’Israele, seguite da tortura ed assassinio
per mano di Crociati, pogrom, libelli di sangue, inquisizioni,
espulsioni e Olocausto. Tuttavia secondo la tradizione biblica,
sono esattamente queste ferite incise sul cuore dell’ebraismo
che fanno sì che sia l’ebraismo a portare si di sé
il peso cosmico delle imperfezioni del mondo, e che paradossalmente
lo guideranno verso la sua rettificazione finale.
Anni fa, quando studiavo la lingua ebraica, incontrai un ministro
cristiano che si stava appassionatamente riconnettendo con l’ebraicità
del suo salvatore Gesù. Egli mi raccontò una cosa
straordinaria che no ho mai dimenticato. Egli si convertì
al cristianesimo all’età di 16 anni. Crescendo in
Sud America non aveva letteralmente mai incontrato prima un solo
ebreo. Retrospettivamente, il mio amico cristiano mi disse che
fu Gesù il primo ebreo che incontrò. Gesù
l’ebreo è, per la maggior parte del mondo, semplicemente
il primo ebreo che essi hanno conosciuto.
Rabbi Joel David Bakst afferma che: “ Non soltanto Gesù
è ebreo, Gesù è anche un microcosmo di tutta
la nazione ebraica. Come cristiani credenti e come giusti non
ebrei, Gesù può anche essere il primo vero ebreo
che avete iniziato a conoscere e con il quale avete una relazione
intima, ma non dovrebbe essere certamente l’ultimo. Gesù
può essere la verità, la luce e il modo per tutti
i giusti gentili di iniziare una relazione non soltanto con l’anima
collettiva della Nazione d’Israele ma anche con gli insegnamenti
sacri della Torah – la vasta tecnologia spirituale e la
sapienza dell’ebraismo – applicabili a tutta l’umanità”.
In Harper’s Magazine, Mark Twain nel 1898 concluse un saggio
dicendo che da una prospettiva storica, “Gli Egiziani, i
Babilonesi, e i Persiani sono saliti al potere, hanno riempito
il pianeta di suoni e splendori, per poi…morire. I Greci
e i Romani hanno seguito a ruota.l’ebreo ha visto tutti
loro, li ha superati, e ora è ciò che è sempre
stato, non esibisce né decadenza né infermità
a causa dell’età, nessun indebolimento delle membra…Tutte
le cose sono mortali eccetto lebreo; tutte le altre forze passano,
ma egli rimane. Quale è il segreto della sua immortalità?”
A questa domanda aggiungerei “E quale è il segreto
della sua sofferenza?” In altre parole, entrambi i segreti
devono essere visti semplicemente come due lati di una stesa enigmatica
moneta cosmica. Percepire l’appassionata sofferenza del
Cristo può aprire la porta per comprendere la sofferenza
del suo stesso popolo, perché entrambi, nel mistero dell’anima
immortale ebraica, sono feriti per le nostre trasgressioni. Inoltre
Gesù è soltanto uno dei doni che l’Ebraismo
ha offerto al mondo. La Torah come fondamento della Bibbia cristiana
è soltanto una piccola parte di ciò che l’ebraismo
ha ancora da offrire. All’interno degli insegnamenti rivelatori
della Tradizione Orale della Torah, si trova una tesoreria virtuale
di chiavi universali per capire la creazione. E questo è
specialmente vero per quanto riguarda gli insegnamenti esoterici,
la Cabalà ebraica che soltanto nella nostra generazione,
a compimento dell’antica profezia, sta divenendo accessibile
anche ai giusti non ebrei mentre ci prepariamo all’imminente
salto di quantico di tutta l’umanità e della vita.
Un altro profeta ebreo, Zaccaria,
ha avuto una visione del futuro messianico e ha testimoniato che,
“In quei giorni dieci persone appartenenti a popoli di diversa
lingua si afferreranno all’abito di un solo Ebreo dicendo:
Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è
con voi”. Gesù può essere imprimo ebreo con
cui un cristiano è venuto a contatto, ma non dovrebbe essere
l’ultimo.
RAPPORTO TRA ANTICO E
NUOVO TESTAMENTO
Nella II guerra mondiale gli eventi tragici, i crimini abominevoli
perpetrati ai danni del popolo ebraico, di una gravità
estrema, hanno minacciato la sua stessa esistenza in gran parte
dei paesi d’Europa. Conseguentemente a questa immane tragedia
s’impone per i cristiani la necessità di approfondire
la questione dei loro rapporti con il popolo ebraico. Un grande
sforzo di ricerca e di riflessione è già stato compiuto
in tale direzione, il mondo cristiano sempre più penetra
nel mondo ebraico, così ampio e articolato.
Tra i cristiani e il popolo ebraico la Bibbia cristiana stabilisce
rapporti molto stretti innanzitutto perché la Bibbia cristiana
si compone, in gran parte delle ‘Sacre Scritture’
(Rm 1,2) del popolo ebraico che i cristiani chiamano Antico Testamento
poi perché la Bibbia cristiana comprende un insieme di
scritti che esprimendo la fede in Cristo Gesù mettono quest’ultimo
in stretta relazione con le Sacre Scritture del popolo ebraico.
Questo secondo insieme di scritti è chiamato Nuovo Testamento.
L’esistenza di stretti rapporti è innegabile. Senza
l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe ‘un
libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata
a seccarsi’. (n.84 doc. P.C.B. 2001)
Tuttavia un esame più preciso dei testi rivela che non
si tratta di relazioni semplici ma al contrario presentano una
grande complessità che va dal perfetto accordo su alcuni
punti ma a una forte tensione su altri.
Spesso si è detto che l’esegesi ebraica era una esegesi
carnale, letterale, mentre l’esegesi praticata nel cristianesimo
era spirituale. Ma questa è una posizione superata. Occorre
approfondire la ricchezza dell’esegesi ebraica. L’esegesi
ebraica è tutt’altro che carnale. Pensiamo alla letteratura
midrashica che è uno scavo allegorico, una esposizione
spirituale del testo.
Cito un esempio di interpretazione spirituale di un testo di una
frase dell’Esodo: “E Moshè salì a Dio”.
La tradizione ebraica riporta nel Talmud che se non ci fosse stato
Moshè, Elzerai sarebbe stato degno di andare a ricevere
la Torah e a porgerla al popolo d’Israele.
Moshè era salito sul Synai. Elzerai era salito dalla Babilonia
per andare in terra d’Israele. Ma cosa erano andati a fare?
Moshè a ricevere la Torah da porgere al popolo d’Israele
ed Elzerai a resuscitare la Torah che era stata dimenticata, quindi
a porgerla di nuovo al popolo d’Israele.
Questo è un granello del grande mare dell’esegesi
ebraica postbiblica. Era il mondo di Gesù, probabilmente
questo midrash l’aveva sentito anche Gesù, apparteneva
a Israele.
Fondamentale è il rispetto per l’interpretazione
ebraica dell’Antico Testamento. La lettura ebraica della
Bibbia è una lettura possibile che è in continuità
con le Sacre Scritture dell’epoca del secondo Tempio ed
è analoga alla lettura cristiana che si è sviluppata
parallelamente a questa. I cristiani possono imparare molto dall’esegesi
ebraica praticata per duemila anni, a loro volta i cristiani sperano
che gli ebrei possano trarre utilità dai progressi dell’esegesi
cristiana.
Queste analisi saranno utili per
il progresso del dialogo ebraico – cristiano ma anche per
la formazione della coscienza cristiana.
Il Nuovo Testamento riconosce l’autorità dell’Antico
Testamento come rivelazione divina e non può essere compreso
senza le sue strette relazioni con esso e la tradizione ebraica
che lo trasmette.
Gli scritti del Nuovo Testamento accolgono il ricco contenuto
dell’Antico Testamento di cui riprendono i temi fondamentali
visti alla luce del Cristo Gesù e infine registra gli atteggiamenti
molto vari che gli scritti del Nuovo Testamento esprimono sugli
ebrei imitando del resto in questo l’Antico Testamento stesso.
I rimproveri rivolti nel Nuovo Testamento non sono più
frequenti né più aspri delle accuse contro Israele
nella Legge e nei Profeti, quindi all’interno dello stesso
Antico Testamento e quindi devono essere interpretati come le
parole dei Profeti. Essi mettono in guardia da deviazioni presenti,
ma per loro natura sono sempre temporanei e presuppongono quindi
sempre nuove possibilità di salvezza.
CHIESE e EBRAISMO
1942 Nascita dell’amicizia ebraico-cristiana per il dialogo
fra eberei e cristiani e per la difesa delle libertà di
ciascuno.
1947 Conferenza di Seeligsber in cui gli ebrei e i cristiani elaborano
i ‘Dieci punti di Seeligsber’.
1959 Giovanni XXIII sopprime la parola ‘perfidi ebrei’
nell’Ufficio del Venerdì santo.
1965 Il decreto conciliare ‘Nostra Aetate’ del Concilio
Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non
cristiane, preconizza un cambiamento di atteggiamento nei confronti
degli ebrei.
1966 Il dipartimento Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico
delle Chiese pubblica: ‘la Chiesa e il popolo ebreo’.
Si introduce nella liturgia cattolica la nuova preghiera per il
Venerdì Santo.
1975 Promulgazione di ‘Orientamenti e suggerimenti’
per l’applicazione della dichiarazione conciliare ‘Nostra
Aetate’.
1978 Il Sinodo della Chiesa evangelica della Renania pubblica:
‘Messaggio in vista del
dialogo tra ebrei e cristiani.
1985 La commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo
della Chiesa cattolica pubblica: ‘Sussidi per una corretta
presentazione di Ebrei ed Ebraismo nella predicazione e nella
catechesi della Chiesa cattolica’.
1989 La CEI indice la ‘Giornata per l’amicizia ebraica-cristiana’
su ispirazione e proposta del Vescovo Alberto Abbondi.
2001 La commissione Pontificia Biblica pubblica: ‘Il popolo
ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’.
2002 La CEE indica ed estende la’Giornata per l’amicizia
ebraica-cristiana’ a livello europeo.
DIALOGO TRA EBREI E CRISTIANI
PERCHE’?
Non sono unicamente motivazioni storiche che legano cristiani
ed ebrei, anche se ci sono stati da parte cristiana duemila anni
di denigrazione, sospetti, oppressione e odio. Non sono neppure
motivi di riparazione psicologica. Ma la Chiesa, afferma il documento
concilare Nostra Aetate, ‘scopre il suo vincolo con l’Ebraismo
scrutando il proprio mistero’, andando al cuore stesso della
propria identità. La sua autocomprensione è quindi
legata alla comprensione d’Israele.
“Mai possiamo dimenticare
la nostra ‘radice santa’, il popolo d’Israele,
a cui appartengono Gesù e Maria, sua madre, gli apostoli
e la prima comunità cristiana di Gerusalemme”.
Ci sentiamo quindi legati non solo all’Isreaele vissuto
prima di Cristo, ma anche agli Israeliti di oggi, che vivono nella
meditazione della loro Legge e dei loro Profeti, e ancora pregano
con i Salmi.
Tanto più agli Ebrei viventi oggi in mezzo a noi, siamo
debitori di atteggiamenti di fraternità e di sincera ricerca
di comunione, quanto più ripensiamo alla storia delle loro
sofferenze alle quali spesso i cristiani non sono stati estranei.
Desideriamo quindi che non vada
perduta alcuna occasione di dialogo tra le nostre comunità
israelitiche, per il comune godimento e sviluppo del grande patrimonio
spirituale che è insieme loro e nostro.
(Documento pastorale della CEI
per gli anni ’80: Comunione e Comunità)
Il FONDAMENTO TEOLOGICO
DEL DIALOGO
Vorrei introdurvi nella mia riflessione
sul fondamento del dialogo giudaico – cristiano attraverso
un gioco di metafore, quello che sostanzia l’intera storia
della salvezza secondo il racconto biblico.
Le metafore sono quattro, tutte ben note: dapprima il ‘Giardino’,
la bellezza del Giardino dell’Eden, la seconda la metafora
del ‘Deserto’, il ‘Midnbar’, la terza
la metafora della ‘Parola’, ‘Dabar’ e
la quarta il ‘Germoglio’.
Perché queste quattro metafore? Perché esse sono
la sostanza del messaggio biblico che ci aiutano a porre nella
maniera più corretta la domanda che è alla base
della nostra riflessione.
All’inizio il ‘Giardino’.
Sappiamo che nel racconto biblico Dio è il Grande Giardiniere
che ordina, separa, dà vita. Il ‘Giardino’
in seguito alla colpa era trasformato in quello che seccamente
la parola biblica chiama ‘Midbar’, il ‘deserto.’
L’intera storia della salvezza è in attesa di un
‘Germoglio’, cioè di un momento nel quale questo
deserto nuovamente fiorisca e ritorni ad essere sia pure come
anticipazione, come promessa la bellezza del Giardino dell’Eden.
La metafora percorrerà non solo il mondo biblico ma percorrerà
la teologia, la mistica, la spiritualità.
Pensate allora come invitabile che nell’attesa ebraica ha
il ‘Germoglio’. Non è un caso che Gesù
è il Nazareno. Nazareth è la città del ‘Germoglio’,
è la città giudaica fiaccola della fede.
Che cos’è allora l’attesa della salvezza? E’
l’attesa di un ‘Giardino’ che fiorisca e come
fiorirà?
I rabbini amano il gioco di parole: il ‘Midbar’ fiorirà
soltanto grazie al ‘Dabar’, la ‘Parola’.
E’ un gioco peraltro che è amato anche dagli scrittori
biblici. Pensate a Osea 2: “Ti chiamerò nel deserto,
parlerò al tuo cuore”. Dunque l’intera attesa
d’Israele è l’attesa di un ‘Germoglio’,
di un ‘Giardino’ che rinasca dal ‘Deserto’
grazie appunto a questo evento detto la ‘Parola’.
Ma tutta l’attesa della ‘Parola’, questo non
dobbiamo dimenticarlo, non è l’attesa di un evento
trionfante, di un evento miracoloso.
La ‘Parola’ si presenta nascosta nella storia dell’uomo,
si presenta nella forma della notte. E ora il grande interrogativo:
‘ Quando verrà la ‘Parola’? Quando fiorirà
il ‘Germoglio’ che ne sarà del resto? Sarà
tutto ‘Deserto’ o il ‘Germoglio’ ci consentirà
per la forza della ‘Parola’ di cogliere altri ‘Germogli’?
Usciamo dalla metafora e entriamo
nel linguaggio del Nuovo Testamento: Gv 14,6, il Cristo giovanneo:
“Io sono la via, la verità, la vita – risponde
alla domanda di Tommaso- “Come possiamo conoscere te Cristo?”
e subito dopo: “Nessuno va al Padre all’infuori di
me se non per me”.
Parola netta, decisa. Dunque in questo scenario dell’attesa
della ‘Parola’ che faccia riconoscere il ‘Giardino’
dell’origine, il ‘Giardino’ del compimento,
Gv 14,6 ci fa ascoltare la ‘Parola’ che dice: “Io
sono la via, la verità, la vita” – “
Nessuno viene al Padre se non per me”. Non esiste dunque
altra possibilità di ‘Germoglio’ nel ‘Deserto’
della vita, nel ‘Deserto’ del tempo.
L’unico luogo in cui fiorirà il ‘Giardino’
è il luogo in cui ‘la ‘Parola’ cade.
Ecco la grande domanda. Per la
fede ebraica cristiana non c’è dubbio che è
la ‘Parola’ che salva il mondo. E dunque se questa
è la ‘Parola’, se l a’Parola’ si
è donata, si è fatta incontrare – “
Cadde la ‘Parola”-, potrà esserci al di fuori
della ‘Parola’ uno spazio, un evento di salvezza?
Potranno fiorire ‘germogli’ nel ‘deserto’
del mondo per costruire il ‘Giardino’ di Dio, il nuovo
‘Giardino’ di Dio al di là di quella ‘Parola’?
Tenterò di rispondere seguendo
alcune tappe: Il dono della Parola – avviene nella storia
della rivelazione e del suo compimento. Il mondo della Parola
– ovvero il rapporto tra rivelazione naturale e rivelazione
storica.
In una certa frase di Louis Bouyer:
“Il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e
del quale è come il fiore supremo e il frutto che sorpassa
la promessa dei fiori, è il popolo della Parola. Per la
fede d’Israele nella tradizione ebraica la Parola, dabar,
non si riferisce solo alla dimensione noetica informativa ma rinvia
ala parola che opera che fa quel che dice. Il carattere informativo
si congiunge a quello performativo: nella concezione biblica la
parola non solo informa, accerta, trasmette notizie, ma anche
agisce, incide, plasma, disegna e struttura. La Parola dà
frutto morendo. Ricordate la tradizione delle quattro notti della
Parola? Quattro sono le notti della tradizione rabbinica. La prima:
Notte della Creazione, la Parola dice “tutto è fatto”
e dunque nella notte della primigenie. La Parola Primigenia, creatrice:
la Parola operante quando crea forza pura, uomo puro. Ma accanto
a questa Parola della notte prepara l’aurora la Parola del
Mattino. C’è nella tradizione ebraica una fondamentale
esperienza della notte in cui giunge la Parola legata di Isacco’.
E’ questa la seconda Notte: “Gen 22 – la ‘haggedà’
, il legamento, il Legamento della Parola. Isacco legato. La Parola
sembra legata e l’interpretazione non è azzardata
se un genio dell’esegesi, Origene non ha esitato a rileggere
Rm 8,32 come midrash di Gen 22. Rm 8,32: “Dio non ha risparmiato
il proprio Figlio ma lo ha consegnato a tutti noi”. Origene
fondava le sue osservazioni sulla corrispondenza precisa di termini
tra la traduzione greca della Bibbia ebraica e il testo romano
dei Settanta e di Rm 8,32. Quello che impressiona è che
Paolo non può non aver presente l’uso di questi termini
per quanto è scritto e avviene in Gen 22. Che cos’è
allora Rm 8,32? Sul Monte Moria un padre mortale offre un figlio
mortale che non muore. Sul Monte Calvario il Padre immortale offre
il Figlio immortale che muore.
Ecco la seconda Notte, la Notte della Pietà, la Notte del
Silenzio di Avraham. Avraham taceva. La Notte della Parola Legata,
contraddetta. Dunque la Parola creatrice, operante, la Parola
creata, legata, contraddetta.
Terza Notte della tradizione ebraica: la Notte dell’Esodo,
è la notte della Parola liberata dalla schiavitù
in Egitto. – non dimenticate che secondo la tradizione ebraica
la schiavitù degli ebrei è la schiavitù della
‘scecchinà’, cioè Dio è stato
schiavo in Egitto con Israele schiavo. La ‘scecchinà’
era l’esilio in Egitto, la Parola era prigioniera. La Notte
dell’Esodo, la Notte del mar Rosso produce un cammino di
liberazione.
E la quarta Notte secondo la tradizione ebraica è la Notte
del Messia.
Il Messia non viene come re di gloria e di onnipotenza . il Messia
viene nella notte, nell’abbandono, il Messia viene nell’esilio,
il Messia viene nella desolazione. Dunque ecco il secondo punto
di questa storia del dono della Parola, quando la Parola si fa
carne, la carne della Parola.
Non è un’avventura di luce, di gloria il compiersi.
La Parola entra nella Notte e sin dagli inizi richiama lo scenario
della luce e delle tenebre ed è un altro scenario ebraico
di straordinaria potenza. Secondo i rabbini quando Dio crea l’uomo,
crea la luce, l’uomo è or, e ‘or’ è
luce. Ebbene quando l’uomo pecca che cosa succede? L’uomo
assume una piccola consonante aspirata ,‘hor’ –
‘hor’ significa pelle. La pelle copre la luce. E quando
verrà il Messia? Verrà nella notte ma il Messia
è colui che porterà nella notte la luce.
Sarà l’Adamo di luce. Allora capite che cos’è
la trasfigurazione in questo contesto.
Gesù è l’Adamo di luce ma è tale perché
è entrato nella notte, dunque il vero Messia non potrà
essere che il Messia abbandonato, solo la Parola abbandonata è
la Parola che salva. Dove non c’è la kenosi, dove
non c’è l’abbandono della parola non c’è
la morte della Parola, non c’è Messia. Altro che
gloria e trionfo, il Messia è la Parola abbandonata.
Ed è questa carne crocifissa nella Parola l’evento
in cui si dice una volta e per sempre in una maniera più
alta: il silenzio di Dio.
Nell’opera della predicazione di Gesù non c’è
mai la negazione della realtà mondana come realtà
dannata o come realtà altra ed estranea al mondo di Dio,
anzi, “Dio ha tanto amato il mondo da…”
La grande logica dell’Incarnazione è la logica di
un Dio che si destina al mondo perché il mondo si destini
a lui.
Karl Barth con la solita potenza delle sue formule diceva: “Dio
ha tempo per l’uomo”. Questo è il Dio cristiano.
E quando meditava su “Deo dixit”, su questa formula
diceva: “Ma ‘ Deo dixit’ che significa? Significa
che se Dio si pronuncia, si dice in Parola è segno che
queste parole sono state fatte per essere abitate dalla sua comunicazione”.
Il “Deo dixit” è la rivelazione della struttura
originaria del mondo come luogo in cui Dio può comunicarsi
ad altro da sé. Se noi riflettiamo su questi due termini
“Deo dixit”, Dio ha detto, già questo ci dice
che la carne del mondo, cioè il mondo nelle sue strutture
mondane è fatto per essere veicolo della comunicazione
di Dio.
Allora “Homo capax Deo”. L’uomo è capace
di Dio per il semplice motivo che Dio parla le parole degli uomini.
Se Dio destina si all’uomo, se Dio ha tempo per l’uomo,
allora l’uomo può destinarsi a Dio.
Questa è l’idea teologica
che percorre tanto il V.T. quanto il N.T., tematizzata in categorie
scolastiche diventerà la dottrina definitiva dal C.V.II
riguardo al rapporto tra fede e ragione e ripresa se pure con
altri termini in Fides et Ratio.
Affermiamo teologicamente l’assoluta corrispondenza dei
due ordini della rivelazione naturale e rivelazione storica. Ogni
atteggiamento interista che “noi abbiamo la verità,
il mondo è come massa dannata da evangelizzare in atteggiamento
di crociata” contraddice il fondamento teologico di cui
sto parlando.
Dio si destina alla creatura che
ha destinato a sé. Dunque c’è nella realtà
stessa del mondo un destino verso la Parola che lo apre all’incontro
con la Parola.
L’Altro che viene a noi nella rivelazione storica non si
darebbe a noi nella rivelazione storica se quanto viene a darci
in essa non fosse non solo quantitivamente ma qualitivamente nuova
rispetto a ciò che ci ha donato nella rivelazione naturale.
Quando diciamo “Il Verbo si è fatto carne”
non diciamo soltanto che Dio sta operando una nuova creazione
ma questa nuova creazione è anche la novità assoluta,
inedita della Notte della Parola e cioè che il Verbo è
venuto ad abitare fra di noi. Cioè non c’è
solo una destinazione alla Parola e al “silenzio eterno
di Dio” ma c’è un abitare della parola tra
gli uomini, un mettere le sue tende fra noi.
La ‘scecchinà’ è diventata totalmente
carne. Sappiamo la storia del concetto della ‘scecchinà’.
Inizialmente nella tradizione ebraica ‘scecchinà’
vuol dire la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, cioè
il fatto che Dio si contrae nell’Arca per stare in mezzo
al suo popolo. Solo successivamente da questo si sviluppa il pensare
la presenza di Dio in tutta la storia d’Israele. E’
divenuta poi
categoria trasposta nella concezione cristiana, la presenza di
Dio nella ‘carne’, nel Verbo di Gesù crocifisso.
Come le parole umane possono accogliere
ed ospitare la Parola di Dio? Quali sentieri possono condurre
alla Parola di Dio?
Possiamo dire: la Parola e le Parole. Nella visione biblica tutto
ciò che esiste è una Parola. Sapete che per il mondo
ebraico il mondo non è altro che un Alfabeto? Quando Dio
crea il mondo che cosa fa? Chiama l’Alfabeto e dice: “Chi
di voi vuole essere la prima lettera dell’Alleanza? Siccome
le lettere sono come gli umani piuttosto presuntuosi tutti alzano
il dito per essere la prima lettera della Creazione, tranne una,
quale? L’Alef perché l’Alef non è neanche
un suono, l’Alef è soltanto una lettera d’appoggio
per pronunciare la vocale che non si scriveva. Allora l’Alef
è talmente insignificante da non avere il coraggio di offrirsi
come lettera per la Creazione. E cosa fa Dio? Sceglie la Bet che
è subito la lettera dopo l’Alef – in verità
la sceglie perché è la prima lettera di “Beracà”,
cioè la lettera della benedizione, il Benedetto. Il Benedetto
sceglie la lettera della benedizione e la sceglie perché
essendo quadrato aperto sul lato in cui continua la scrittura
allora la Bet ci fa capire che il mondo non è compiuto,
il mondo è una lettera aperta che deve scriversi ancora.
E’ una sequenza che deve narrarsi
Quando Dio però rivela se stesso qual è la prima
lettera della rivelazione divina? E’ l’Alef, il senso
è chiaro. Dio si rivela nell’umiltà e nell’insignificanza.
Ritorna questa logica paradossale della rivelazione biblica ebraico
- cristiana che noi diremo con linguaggio di Filippesi che è
la kenosi, che è la reductio, che è il farsi piccolo.
Il mondo intero è abitato
da questa Parola. La Parola è in rapporto dialettico con
le altre Parole. L’Alfabeto del mondo è un Salmo.
Questa è la visione ebraica, il mondo loda il Creatore.
Gesù vede il mondo come una parabola della signoria divina
della salvezza escatologica, anche per Gesù il mondo è
un Alfabeto. Gesù non ha nulla del disprezzo eroico o ascetico
del mondo. Gesù è profondamente umano e amante della
vita.