Martedì, 7 settembre 2010 

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La memoria storica tra custodia del passato e progetto per il futuro

Conoscere le vicende di Israele, il terreno sul quale si è innestato il disegno di Dio, è molto utile. Il disegno di Dio è una storia, la storia della salvezza e non c’è altro modo di conoscerlo che seguirlo nel suo svolgimento.
Dio è uscito dal suo mistero e si è inserito nella storia e le ha impresso una direzione.
La storia è il luogo della manifestazione di Dio.
Il discorso di Dio, fatto di parole e di gesti è disseminato nel tempo. C’è una preparazione, un compimento e una diffusione.

La Rivelazione di Dio ha una storia. Il fatto storico, frutto dell’azione divina, è portatore di un messaggio. Il discorso di Dio risulta così di avvenimenti e non solo di parole. Parole e avvenimenti sono inseparabili, Dio agisce commenta la sua azione.
La storia di Israele è ‘tipica’, ‘originale’ ma Dio che ne è il principale protagonista non ha voluto essere originale ad ogni costo.
Israele ebbe rapporti con le altre culture, la sua storia si intreccia con le vicende dei popoli vicini. Fra le due storie, quella d’Israele e quella degli ‘altri’ ci sono dunque rapporti, si tratta di confronti, di influssi, di opposizioni.
La Bibbia testimonia costantemente che la Rivelazione di Dio avvenne attraverso le forme, le esperienze e le espressioni religiose dell’ambiente.
Il profeta Michea dice: “Ogni popolo cammina nel nome del suo Dio, noi camminiamo nel nome del nostro Dio in perpetuo”.
Per gli ebrei e nell’ambito della ‘Qabalà’ Dio è rinchiuso nelle trecentomila e passa lettere della Torah. Leggere e interpretare la Torah vuol dire prendere ogni lettera per aprirla e liberare la scintilla divina che vi è racchiusa. Letteralmente significa rendere all’infinito il suo statuto d’infinito.

Nel Cristianesimo Dio si è fatto uomo, la parola di Dio si è ‘incarnata’, si è fatta parola dell’uomo, non ha sdegnato l’apporto dell’uomo, di ogni uomo. Il Cristo è di tutti e per tutti.
Per l’Ebraismo Dio si è fatto ‘testo’. Entrambi pensano che per rivelarsi Dio abbia dovuto contrarsi per diventare finito.
Gesù appartiene al mondo ebraico, Gesù era ebreo. Gesù è nato tra gli ebrei ed è morto tra gli ebrei. Dobbiamo essere grati agli ebrei perché hanno permesso il sacrificio e il riscatto di Cristo. Gesù è venuto a sacrificarsi per salvare l’uomo, è venuto a salvare l’uomo dal peccato.
Bisogna andare in direzione della scoperta dell’ebraicità di Cristo Gesù. Ritengo che bisognerebbe disegnare il volto di Gesù facendolo diventare un volto ebraico, in ordine a questa questione del volto pesa una tradizione fatta di difficoltà e di resistenze ad accogliere questa matrice unica tra ebrei e cristiani.
Il volto che fino a qualche tempo fa il popolo cristiano conosceva di Gesù era il volto ellenistico, non era un volto ebraico. Probabilmente era stato per una serie di esigenze legate alla penetrazione della sua immagine in un mondo che non era ebraico ma pagano. Si aveva necessità di mediare questa immagine attraverso un apparato iconografico che lo rendesse più accettato.

D’ altra parte questo comporta un Gesù estrapolato da un contesto religioso culturale ebraico e quindi rischia di essere incomprensibile.
Queste considerazioni sicuramente postume se fossero penetrate diventando patrimonio genetico del popolo cristiano nel passato probabilmente avrebbero risparmiato tanti dolori.

Noi siamo nati a Gerusalemme, la chiesa madre di Gerusalemme, poi le comunità dei fedeli sparse nel mondo, siamo parte di questa terra, di questa realtà che si tocca con mano, la nostra cultura, la nostra tradizione è permeata ed intrisa della coscienza di comunità di tradizioni e di origine.

L’incontro con Gerusalemme coinvolge fino in fondo.
La vita è il tema modale di tutte le religioni è l’anelito di tutta l’umanità. Una vita non finisce mai, scoppia, deborda, abbraccia l’universo. Tutte le religioni si giocano sul tema della vita per sempre, della resurrezione e quindi, a partire da qui, tutto può e deve essere giudicato.
Io penso che ogni cristiano possa compiere, in qualche modo, un tale cammino attraverso letture, simboli, conoscenze di persone. L’importante è che ciascuno stia attento a come avviene in lui, a propiziarlo, unificarlo, scandagliarlo per trovare poi una figura di riferimento.
L’incontro porta a sintonizzarsi gradualmente con il popolo ebraico e la sua storia, la sua cultura, le sue sofferenze e la sua gloria. Porta ad amare, stimare, studiare le ricchezze tradizionali di questo popolo.
Dobbiamo apprendere a camminare con il popolo del primo Testamento. Questo dialogo ci inserisce nell’umano, ci mantiene in una perenne attesa e ricerca di Dio. Ripercorrere insieme la nostra storia ‘luogo’ pieno di memorie vuole essere un segno di dialogo, di amicizia e di speranza.
L’amicizia nostra con i ‘fratelli maggiori’ in quanto primogeniti nella fede e che hanno tante cose da dirci traendole dal tesoro della secolare tradizione biblica sia riconoscimento che i doni del Signore sono irrevocabili e ancora oggi Israele ha una missione propria da compiere, quella di testimoniare l’assoluta signoria dell’Altissimo, cui deve aprirsi il cuore di ogni uomo.
Solo l’Eterno sa attraverso quale inique e immane tribolazione sono passati i nostri fratelli rimanendo eroicamente fedeli alla vocazione di testimoni del suo tempo ancora così discorde e lacerato, collaborando alla difesa della libertà e della giustizia dei diritti civili e religiosi di tutti gli uomini.

Il popolo ebraico non ha mai accettato come guida persone che non possono essere un modello di vita. E’ vero che gli esseri umani, per definizione, non possono raggiungere la perfezione e che gli ebrei non hanno mai sottovalutato le difficoltà di cercare di migliorarsi, realismo e autocritica sono tra le più dolorose virtù di Israele, ma l’aspirazione al bene deve essere comunque presente.
La Torah ispira il popolo nel suo complesso, non si rivolge solo alle menti, definisce i valori, non delinea solo norme di comportamento.
Un comandamento è come un lampo e la Torah è la luce, il modo di vivere dei Maestri è la dimostrazione che essi sono stati temprati dalla vita. – Mishlè 6, 23
I comandamenti sono parte della Torah Scritta, essi stessi sono il soggetto primario della Torah. E’ il progetto della Creazione, è la forza vitale e il modello per lo sviluppo dell’attività umana. Il compito del popolo ebraico è di portare la santità della Torah nella vita quotidiana.
La funzione dei padri e delle madri di Israele fu di preparare il mondo per la Torah. Ciò si può collegare alla Torah Orale, che per sua natura non solo consiste negli insegnamenti a Moshè sul Synai, ma esprime anche il potenziale dato all’uomo per pensare, comprendere, allargare, interpretare ed applicare.
La Creazione è un processo di sviluppo, l’universo non è un dato immutabile, è un divenire costante tramite il rinnovamento divino. Così anche il ruolo dell’uomo nella Creazione deve continuare quotidianamente di generazione in generazione. I Patriarchi e i loro servitori hanno dato il modello, la Torah dà la mappa della strada, ma il comportamento degli ebrei grandi e pii, dal tempo di Avraham ci mostra come dobbiamo agire.

DALLE ORIGINI ALLA VENUTA DI CRISTO

Gli storici hanno diviso la storia ebraica in tre grandi periodi: il primo che dalle origini giunge all’esilio babilonese, il secondo che va dal ritorno dall’esilio fino alla catastrofe nazionale e all’inizio della diaspora, e infine l’ultimo che copre tutto il restante periodo fino ai giorni nostri.

Mi soffermerò in particolare sulla storia che dalle origini va alla venuta di Cristo e questo per cogliere quegli elementi giudaici che sono di interesse per la riflessione di fede cristiana sulla figura di Gesù, uomo d’Israele.


Quando è iniziata?

La storia che vado a narrarvi è cominciata migliaia di anni prima che nascesse Gesù, il Nazareno. A quel tempo non si può ancora parlare di una storia di popolo. Sicuramente c’erano uomini e donne ma si muovevano in solitudine sullo scenario del mondo.
Avrahàm, “il padre grande” è il primo ebreo, è il primo ad essere definito ‘ebreo’. Ma chi è ‘ebreo’? ‘Ivrì’: colui che sta dall’altra parte’ – ‘sulla sponda opposta, oltre un confine e fuori da un territorio’.
La vita di Avrahàm è un lungo cammino, ubbidiente alla Parola del Signore che gli dice: “Và, nel luogo che poi ti dirò”.
Lascia la terra dov’è nato e cresciuto, ormai ne detesta la corruzione, l’idolatria che la riempie di simulacri.
Sta dall’altra parte, sulla sponda opposta dell’idolatria , di tutto ciò che fino a quella chiamata dal Cielo credeva certa.
Diventa così il primo ‘ebreo’.
La storia di quest’uomo umile e coraggioso è scritta nel primo della Bibbia, la Genesi. Avrahàm nasce qualche generazione dopo Noè .
Noè è presentato dalla Bibbia come uomo ‘giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio’ – Gen 6,9 Dio decise di salvarlo dal diluvio universale, affinché diventasse il capostipite di una nuova umanità, in sostituzione di quella precedente fatta perire nelle acque del diluvio, perché si era macchiata di ogni tipo di violenza.
“Si corruppe la terra di fronte a Dio e si riempì la terra di violenza…Dio disse a Noè: “Ho decretato la fine di ogni carne, perché a causa di esse la terra è piena di violenza”.

Dio è presentato nell’ebraismo come un Padre, che tratta le sue creature a seconda dei loro bisogni e delle loro capacità. In Bereshit Rabbà , xxx 10 nel commento alle parole : “Con Dio camminava Noè”, leggiamo: “E’ simile ad un principe che aveva due figli, uno grande ed uno piccolo. Disse al piccolo: “Vieni con me” e disse al grande: “Vai, cammina innanzi a me”. Così Avrahàm che era forte: “ Cammina innanzi a me e sii integro”. Ma Noè, che era debole: “Con Dio camminava Noè”. Dice Rashì: “ Di Avrahàm invece è scritto: “ Cammina davanti a me” e “ Il Signore alla cui presenza io cammino”.
Noè aveva bisogno di un sostegno che lo reggesse, mentre Avrahàm era forte asuficienza per camminare da solo nella giustizia. Noè era come un bambino condotto per mano, Avrahàm, invece, un adulto che sa camminare da solo.

Dopo un lungo viaggio Avrahàm pianta la sua tenda in una regione compresa fra il deserto e il mare, è una terra fertile e si chiama Canaan. Alcune generazioni successive, le tribù di Israele, discendenti dal nipote di Avrahàm, Giacobbe, figlio di suo figlio Isacco, la chiamarono “Terra Promessa”.
La chiamata di Dio per il primo dei patriarchi è una responsabilità ed un impegno costante. In cambio della sua ubbidienza Dio che è nei cieli scende a patto con l’uomo. Un Patto tra Dio e Avrahàm e la sua discendenza. “Se farai come ti dico” spiega ad Avrahàm, “ Renderò la tua stirpe numerosa come le stelle del cielo, come i grani di sabbia sulla riva del mare”.
In cambio di una fedeltà incondizionata, dell’ubbidienza più tenace, Dio per parte sua s’impegna a stare al fianco di Avrahàm, dei suoi figli e dei figli che verranno.
A siglare il Patto fra terra e cielo, vi è un gesto simbolico, materiale: la circoncisione dei figli maschi.
E’ un rito che segna l’appartenenza alla stirpe, alla storia e al destino futuro che le appartengono. La circoncisione si chiama in ebraico: ‘ Il Patto di Avrahàm’. E’ come una dichiarazione, “ Faccio parte di quel popolo, di quella stirpe che un giorno, chissà, Iddio renderà numerosa come le stelle del cielo”.
Ma la vera alleanza cui si richiama tutta la S.Scrittura è quella del Sinay, tra Hashem – il Nome- parola usata per sostituire il nome impronunciabile di Dio e, il popolo ebreo, in forza della quale Dio diventa il ‘Dio d’Israele’ e il ‘popolo di Dio’.
Dio dà la sua Legge, promette protezione, provvidenza, possesso di una terra e il popolo deve osservare la Legge che Dio gli dà. Essa fu rinnovata più volte lungo la storia della salvezza e più volte rotta dalla infedeltà del popolo.
Si parla perciò di una alleanza ‘nuova’ con la Legge di Dio scolpita nell’interno dell’uomo e la Legge è detta sostitutita dallo Spirito di Dio operata nell’interno dell’uomo, per cui l’alleanza non sarà più violata. Queste profezie completive l’una dell’altra si verificarono in Gesù che ristabilì l’alleanza nuova nel proprio sangue.

Il popolo ebraico è detto ‘eletto’. Per pura grazia Dio scelse il popolo d’Israele e lo unì strettamente a sé per mezzo dell’alleanza perché fosse santo e testimone tra i popoli del disegno di salvezza. E’ un impegno, non vuol dire godere di privilegi più degli altri, bensì l’essere scelti come sacerdoti dell’umanità, preposti, in quanto popolo, al Culto del Signore.
In seno a questo popolo Dio affidò ad alcuni uomini una missione particolare: ai Patriarchi con Avrahàm in capo, a Moshè ed Aronne, ai Giudici, ai Re, ai Profeti, al ‘Servo Sofferente’.
Nel N.T. Gesù, il grande eletto di Dio sceglie i dodici apostoli ai quali viene aggregato Mattia e in via straordinaria S.Paolo.
Il popolo di Dio nel N.T. è eletto da tutta l’eternità in Cristo per diventare membro della famiglia di Dio.
Essere ebrei significa vedere un mondo multiforme, un mondo dove alcuni fanno i sacerdoti osservando i precetti, regole alimentari e pregando, ed altri come loro fanno altri mestieri. Gli ebrei hanno benedizioni opportune per ogni momento. Il popolo ebraico è sempre stato uno dei più piccoli della terra ma è fra i popoli più antichi del mondo.
L’essere stati pochi, disseminati per il mondo, è una debolezza ma anche una forza nella storia.
Dove sta il segreto di questa tenace sopravvivenza?
La risposta è nella Bibbia, nella Torah: “Vivi”!
Il primo imperativo di tutta la storia, è il precetto fondamentale della sopravvivenza. Il cammino dell’uomo è un nascere e morire, continuare a esistere nascendo e morendo, questo spiega la parola toledot che significa ‘storia’.
E’ un richiamo al dovere che la Torah, cioè, Legge, impone a ogni rigo di scrittura. La coscienza di sapere che hai un posto al mondo e di doverlo occupare degnamente, osservare la Legge data sul Sinay e, in attesa del tempo a venire, fare da sacerdoti praticando il Culto per conto di tutti i membri del popolo mentre altri svolgono diversi mestieri.
Osservare i precetti raggiungendo il livello di chassid- devoto-, di colui cioè che non si limita a osservare i precetti della Torah alla lettera ma che si comporta ‘al di là della linea della legge’.
Non fa cioè solo che gli viene chiesto, cercando invece di dare il meglio di sé nel suo servizio divino, di migliorare costantemente,
ma chassid è anche chi studia la Torah e osserva le mitzvot con il cuore, con gioia e trasporto, ovunque si trovi e in ogni momento.
I pilastri dell’identità sono quindi questi, solidi e antichi. L’esistenza è infatti una sfida al tempo, la storia che ci appartiene a cui apparteniamo è una catena formata da tanti anelli in cui ognuno di noi è un piccolo anello, senza il quale però, la catena si spezza.
La coscienza è un senso di appartenenza che fa della tua comunità la tua casa, ma non esclude l’impegno a contare su se stessi.
“Se non io per me, chi altri per me” – ha detto Hillel, un maestro della Tradizione, e un altro dice: “Tutto il popolo d’Israele è reciprocamente responsabile l’uno dell’altro”. Ecco quindi come sta la catena, in ebraico: sheleshet – senso di responsabilità individuale e comunanza di destino.
Ogni uomo si riconosce in questo senso di fedeltà oltre che di fede. Fedeltà al comando che un Dio mai visto prima pronuncia fedeltà per Avrahàm, fedeltà al patto che un giorno non lontano i due stpuleranno.

Avrahàm generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò le dodici tribù.
Ismaele ed Esaù sono altri volti della storia destinati a imboccare vie diverse.
Isacco, nato così tardi e ormai inaspettato per l’età di Sarài, dono del Signore, è la condizione necessaria affinché la storia continui.
Isacco genera insieme a Rebecca una coppia di gemelli, Giacobbe ed Esaù. L’uno è mingherlino ma conscio della sua intelligenza, l’altro robusto e pugnace. Giacobbe strappa al vecchio padre cieco il diritto di primogenitura, basilare a quei tempi e in quella società.
Giacobbe è destinato a diventare il padre delle dodici tribù. Giacobbe fugge verso una terra lontana, la stessa da cui era giunto suo nonno Avrahàm e dove era nata sua madre Rebecca.
La storia delle origini è un lento lungo viavai da e verso il primo punto di partenza, come a dirci che un distacco dalle radici è cosa da farsi gradualmente.
Giacobbe resta anni a casa dello zio Labano e qui prende due mogli, Lia e Rachele. Armato di una figliolanza numerosa e greggi in abbondanza torna nuovamente in terra di Canaan. Ma la natura decide il corso della storia. Una carestia costringe Giacobbe a scendere in Egitto, oltre il Mare dei Giunchi in una terra ricca e fertile.

Le tribù si mettono in cammino, non sono più individui soli, ma un gruppo. Il gruppo incomincia a prendere coscienza di sé, in Egitto, molte generazioni dopo. E’ faticoso per l’ebreo riconoscersi schiavo, ha una vita tuttavia rassicurante data dal cibo e dal suolo fertile. Non pensa ad una vita diversa, da gente libera, finchè non giunge un redentore cresciuto a corte del Faraone.
E’ Moshè, nome egiziano, spiegato popolarmente come “Io l’ho tirato dall’acqua”.
Siamo giunti a pesach, ‘passò’, a quella notte di luna piena i cui l’Eterno ‘passò’ sul paese d’Egitto e inflisse l’ultima terribile piaga, lo sterminio dei primogeniti. In quella notte i figli d’Israele fuggirono, ‘passando’ dalla schiavitù alla libertà, dall’inconscienza all’identità, dal torpore di una vita banale alla speranza per il futuro.
La vicenda storica è come lo spartiacque da questo mondo in cui Israele passa da una struttura ancora confusa, costituita da agglomerato disparato di clan ad una forma esplicita di popolo unito e libero, un passo decisivo per conquistare quell’amore alla libertà e alla sua terra che non si spegnerà mai nell’ebraismo e che costituirà il dono più alto di Dio.
La parola ‘esodo’ di radice semita, è costituita da una coppia verbale notissima : entrare-uscire. Entro questi due verbi si può collocare l’intera esistenza umana che è un uscire dall’orizzonte di questo mondo per entrare nel mondo, ed è anche uscire dall’orizzonte di questo mondo. Dall’esperienza sociale delle migrazioni con relativi trapassi di cultura e mentalità all’esperienza della conversione, per cui si esce dalla schiavitù del peccato, o anche all’esperienza personale di una vocazione che costringe l’uomo a ‘uscire dal suo paese, dalla sua patria e dalla casa di suo padre’.
Anche la lettura cristiana ha conservato questa categoria del Primo Testamento desumendola dal primo esodo dall’Egitto e dal secondo da Babilonia, cantato dal profeta Isaia e l’ha applicata al terzo e definitivo esodo, quello del Cristo e della sua comunità verso il Regno.
Infatti, Gesù, Moshè ed Elia nella trasfigurazione parlavano dell’esodo che egli avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.

La libertà è incisa nella Legge che il popolo riceverà sul Monte Sinay, tramite Moshè. Quella legge appartiene a noi quanto a quelle tribù erranti migliaia di anni fa.
Moshè ci ha condotto fuori dall’Egitto, una terra di schiavitù, ci ha fatto attraversare il mare con la forza del suo bastone rivolto al cielo, si è smarrito con noi per quaranta anni nel deserto, in attesa di entrare nella Terra Promessa. “ E’ una terra che stilla latte e miele” aveva detto il Signore. Ma Mpshè potè soltanto sognarla. Morì infatti proprio sul ciglio del confine. Il Dio lo aveva chiamato a guidare il popolo d’Israele aveva deciso che sarebbe entrata in Terra Promessa una gente nuova, una generazione fresca di deserto e libertà, ignara della schiavitù.
E’ questo uno dei periodi più oscuri della storia d’Israele, la conquista di questa striscia è un po’ guerra e un po’ assimilazione, i costumi erano grossolani e spesso barbari. E’ scontro e incontro con tribù che vivono a fianco ed in buoni termini con i cananei, non esiste una vera coesione tra esse. Alcune tribù si uniscono per proteggere il nemico comune, che non è rappresentato solo dalla popolazione locale, ma anche dai popoli vicini, quali gli Edomiti, i Madianiti, i Moabiti ed i Filistei.

E’ il tempo dei Giudici, capi militari e civili che Dio suscita in determinate occasioni al fine di liberare una o più tribù israelitiche dall’oppressione dei popoli vicini.
Talvolta sono condottieri di pace e battaglie o sono chiamati anche ‘salvatori’. Sta scritta nei primi libri della Bibbia in quella parte che i cristiani chiamano Antico Testamento, e che è per i nostri fratelli maggiori l’unico testo sacro.
‘Scrittura’ è chiamato questo libro nella cultura occidentale, ‘Lettura’ lo chiama la lingua ebraica in cui esso è scritto.
La pubblica lettura della Parola di Dio fu promossa da Moshè dopo la stipulazione dell’alleanza sinaica, da Giosuè e Nemia in solenni occasioni della vita nazionale. Il profeta Isaia invita i suoi uditori a cercare la volontà di Dio nel libro del Signore e perciò a leggerlo. Nella sinagoga di Nazareth Gesù lesse e spiegò la Parola di Dio.
La lettura è proclamata a voce alta, quasi gridata – ‘miqrà’ –

Dopo i giudici viene il tempo dei Re: Saul, Davide e Salomone, segnano la storia breve ma turbolenta del governo sulle dodici tribù.
Un periodo storico di quattro secoli, dalla morte di Davide all’esilio babilonese. Il re per eccellenza è Davide, realizzatore dell’unità religiosa e politica d’Israele, cui è stato promesso il trono. Custode e garante dell’alleanza è il re, attraverso il quale si annodano le relazioni tra Dio e il suo popolo.
Salomone eccelse per la sua sapienza, per il fasto delle sue costruzioni specialmente del tempio di Gerusalemme, l’ampiezza delle sue ricchezze e gloria, ma anche la decadenza morale e politica che porterà alla dissoluzione del regno unito.
I re sono giudicati in rapporto a Davide, alcuni sono perversi perché hanno esercitato o permesso il culto idolatrino, altri sono considerati buoni perché estirpano l’idolatria, ottimi sono solamente coloro che combatterono l’idolatria e il culto delle alture.
Il popolo beneficia dei favori divini per mezzo della dinastia davidica se ripudia gli idoli e i loro santuari e rimane fedele alla parola dei profeti ed al culto del Tempio di Gerusalemme.
In caso contrario, i re ed il popolo sono condannati ad ogni sorta di calamità e disastro militare. Dopo è lo scisma delle tribù, la costituzione dei due regni separati del Nord e del Sud, ed è la storia delle loro lotte politiche e l’intervento dei profeti Elia e Eliseo.
Gli assalti esterni contro i due regni vengono da parte degli Arami e soprattutto degli Assiri, che nel 721 a.C. pongono fine al regno del Nord, mentre Giuda diventa vassallo della potenza dell’Eufrate. Seguono ulteriori contrasti ed è il primo esilio, a Babilonia, breve, di dieci anni, ma profondo nei segni che lascia.
Deportati a Babilonia imparano a vivere aspettando di tornare e intanto a non morire. Dall’esilio tornano solo due tribù, le altre dieci sono disperse.
Ma l’esilio non è che l’inizio di una condizione storica in cui gli ebrei si troveranno.
C’è una parola ebraica che definisce l’esilio, il galut.

Maharà scrive:

“L’essenza del nostro esilio è proprio il non essere uniti dall’amore reciproco perché Hashem
ha spezzato la nostra amicizia, ci ha divisi e dispersi.
Anche questo ha fatto sì che il popolo, che una volta era stato di una sola mente e di un solo cuore sia oggi disunito all’apparenza, poiché se gli ebrei non fossero così, ma avessero mantenuto la loro essenziale unità di vedute, l’esilio non sarebbe stato una dispersione. Se i loro cuori fossero ancora uniti, questo legame li avrebbe mantenuti insieme.
Il decreto di Hashem, però, era che dovessero essere separati. Esso richiedeva la divisione e la dispersione nei loro cuori, poiché se un individuo si può rallegrare della grandezza dei suoi vicini ed è desideroso della tranquillità degli altri, come si potrebbe considerare ‘dispersi’?
Questa non sarebbe divisione ma totale unità”. – Netzach Ysrael cap.25

E’ un concetto affascinante, che non solo getta luce su un triste fenomeno, ma lo trasforma in un comportamento costruttivo: “lo scopo dell’esilio è, per il popolo ebraico, quello di correggere i difetti nazionali nascosti che hanno causato la distruzione del Tempio. Se il fallimento del vivere in unione è un sintomo di esilio e il nostro amore e interesse reciproco potessero ricreare l’unità spirituale, che inevitabilmente ricondurrebbe alla raccolta degli esuli e alla Redenzione Finale, allora quale scopo nazionale più importante potrebbe esservi”?
Rabbì Yehuda Hamassi vide i risultati dell’odio e del dissenso. La nazione cadde e il Tempio fu distrutto perché la trama morale del popolo si era deteriorata, esso avrebbe potuto risorgere solo quando il tessuto fosse stato riparato.

Dopo Alessandro Magno, vengono i romani che con fatica conquistano la Giudea e la chiamano Palestina, cancellando così con questo nome ogni presenza di sovranità ebraica ed ogni ricordo storico.
Nel 70 d.C. tutto si conclude con la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Nel 70 inizia la ‘diaspora’. La ‘diaspora’ è una parola greca che significa esilio e dispersione. Lontananza dalla propria terra e disseminazione nel mondo. E’ la condizione ebraica per eccellenza, da allora sino ad oggi – vivere un po’ come ospiti nel mondo, sapendo che la tua situazione è provvisoria. Che un giorno sei accolto e l’indomani, magari, respinto. Vivere respirando le diversità e restando diverso dagli altri.
Da questa dispersione Dio trae un bene, perché Israele fa conoscere il vero Dio in mezzo agli stranieri, secondo il destino da lui dato al popolo eletto.
L’ebreo guarda al mondo coi piedi per terra. Ed è curioso che una lingua così ‘materiale’ abbia accompagnato un popolo sospeso per millenni cittadino del tempo più che dello spazio. In equilibrio instabile fra un passato memorabile e un futuro incerto.
Compagni dell’esilio sono i profeti, portatori della parola che forgia la storia.

La ‘profezia’ è un fenomeno molto vasto, che attraversa il Vecchio e il Nuovo Testamento e ancora oggi è di difficile definizione. Ma non è facile dare una descrizione del Profetismo, in quanto si tratta di un fenomeno ‘plurale’, sebbene esistano dei tratti comuni a tutti i profeti: innanzitutto, essi hanno uno stretto legame con la Parola di Dio. Sono dei ‘chiamati’ che diventano ‘chiamanti’. Sono uomini attraversati dalla Parola, che diventano il tramite tra Dio e l’uomo. Essi soprattutto ‘sanno ascoltare’ Dio, che si manifesta nei modi più diversi. Con un mormorio (Giobbe 4,12), come fuoco divorante (Geremia 20,9), come forza parlante (Amos 3,8); essi sanno cioè trasformare il ‘Dio invisibile’ in ‘Dio ascoltabile’. Sia chiaro, però, il profeta non è uno stregone, né esercita l’arte divinatoria, ma sa leggere il progetto di Dio nelle cose presenti. E il suo annuncio arriva sempre in un momento ‘cruciale’. I loro oracoli spesso di minaccia, ma anche di speranza spingono irresistibilmente gli eventi in direzione che è determinata dalle clausole dell’alleanza e della condotta d’Israele sotto la guida dei re. Nei momenti più importanti della storia è decisivo l’intervento del profeta. Alcuni hanno iniziato a cantare proprio a Babilonia. Inveiscono e minacciano, ma sollevano speranze e lasciano intendere che la storia val la pena d’essere vissuta.
Non è facile distinguere i falsi profeti dai veri profeti, la profezia ebraica insegna che nell’antico periodo della profezia c’erano più di un milione di profeti, di cui soltanto un pugno riuscirono ad entrare nelle pagine della Bibbia: non basta infatti che la profezia si realizzi o no, né che contenga una visione di sventura, né che sia in contrasto con la legge. Solo un giudizio retroattivo a posteriori può conferire il sigillo di autenticità, proprio come avvenne per la stesura dei testi sacri.
Gesù fu discepolo di Giovanni Battista. Gesù a sua volta, fu considerato come profeta: egli infatti non aveva studiato per diventare un rabbi. Solo in un secondo momento venne riconosciuto come maestro. Ma tutto ciò non era ancora sufficiente perché Gesù ha trasceso la sua figura profetica stessa, come sta scritto nel Vangelo di Matteo (13,41) in quanto Figlio di Dio. Egli anzi, ha inviato nuovi profeti e , con la Pentecoste, ha dato vita ad un’assemblea profetica.
San Paolo considerò la profezia come un carisma all’interno delle prime comunità. Ma tra il II e il III secolo essa scomparirà per condanna della Chiesa stessa. Proprio la persecuzione, in alcuni casi, è anzi stata sigillo di autenticità della ‘profezia’.

Tornando alla storia di questi fratelli è sempre un po’ difficile tracciarla perché il ‘dove’ e il ‘quando’ si confondono.
Tempo, in ebraico, qedem, significa ‘prima’- ‘anticamente’- ‘davanti’ o ‘di fronte’. Quindi l’uomo guarda in faccia il passato e ha il futuro alle spalle, al contrario di come lo immagina un occidentale, dove si ha il volto rivolto al futuro e le spalle al passato.
Il passato è davanti mentre il futuro ignoto sta ‘dietro’.
Certo non si conosce tutto del passato ma senza dubbio ne sappiamo di più di quanto ne possiamo del futuro.
La Terra Promessa è presenza costante nella vita quotidiana, nella preghiera quotidiana, nello scandire delle feste.
Con la diaspora gli ebrei vanno ad abitare il tempo guardando verso la Terra Promessa – verso oriente si dispone in sinagoga l’arca, l’armadio che contiene i rotoli della Torah.
E si guarda in faccia quella storia antica raccontata nella Bibbia, compagni di vita sono Avrahàm, Moshè, Elia, Betsabea, questi ed altri. Re e profeti vanno e vengono dalle fiabe, compaiono nelle preghiere, dialogano con il presente. In questo senso hanno abitato il tempo, il loro tempo e quello della Bibbia.
Il centro del tempo e dello spazio è la Terra Promessa ma anche la venuta del Mashiach. L’attesa del Mashiach che prima o poi verrà a mutare il cammino del mondo e a portare in terra il cosiddetto ‘mondo a venire’, dove tutto sarà diverso da prima.
Mashiach in ebraico significa ‘unto’. L’unto era anticamente colui che veniva investito di un ‘autorità particolare’ – re, sacerdote, condottiero. Vi era una cerimonia che prevedeva l’aspersione di olio di oliva sulla testa, con un gesto che partendo dall’alto, congiungeva simbolicamente cielo e terra.
I re d’Israele sono unti prima di salire al trono. L’unto, mashiach, nella Bibbia è un a figura dai controlli vaghi, che in un futuro per ora inimmaginabile verrà a rimuovere i mali del mondo.
E sarà di stirpe davidica, discendente del grande re.
L’attesa di questo personaggio misterioso si fa più trepidante che mai nei momenti di angoscia, di incertezza, di vero e proprio tormento.


L’attesa del Mashiach divenne poi lo spartiacque fra chi si convinse che era arrivato con Gesù e chi non riconobbe in Gesù i tratti della figura annunciata nella Bibbia e nella tradizione del’ebraismo.
Il Mashiach verrà preceduto dal profeta Elia che nella Bibbia sale in cielo sopra un carro di fuoco, ad annunciare la rivoluzione dei tempi. Da allora tutto cambierà e sarà la Redenzione in terra, la risurrezione dei morti, la sconfitta definitiva del male.
Il Mashiach per ora incarna la speranza, la non rassegnazione all’ingiustizia, l’incomprensibilità dell’operato divino, come se il mondo fosse ancora in prova, prodotto imperfetto destinato a migliorarsi.

IL NAZARENO

Sugli ebrei, i Vangeli e gli Atti hanno una prospettiva fondamentale molto positiva, perché riconoscono il popolo ebraico come il popolo scelto da Dio per realizzare il suo disegno di salvezza.
Questa scelta divina trova la più alta conferma nella persona di Gesù, figlio di madre ebrea, nato per essere il salvatore del suo popolo e che conduce a buon fine la sua missione annunciando al suo popolo la Buona Novella e realizzando un’opera di guarigione e di liberazione, che culmina nella sua Passione e Risurrezione.
Nonostante l’insegnamento di Cristo abbia un carattere profondamente nuovo, esso tuttavia si basa a più riprese sull’insegnamento dell’Antico Testamento. Il Nuovo Testamento è intimamente contrassegnato dalla sua relazione con l’Antico. Come ha dichiarato il Concilio Vaticano II “ Dio, il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio diventasse chiaro nel Nuovo”. (Dei Verbum 16).
E inoltre Gesù fa uso di metodi di insegnamento analoghi a quelli usati dai rabbini del suo tempo. L’adesione a Gesù di un gran numero di ebrei, durante la sua vita pubblica e dopo la sua Risurrezione, conferma questa prospettiva, e ugualmente la scelta da parte di Gesù di dodici ebrei per partecipare alla sua missione e continuare la sua opera.
Accolta positivamente all’inizio da molti ebrei, la Buona Novella si scontra con l’opposizione dei dirigenti, che sono alla fine seguiti dalla maggior parte del popolo. Ne risulta, tra le comunità ebraiche e le comunità cristiane una situazione conflittuale, che ha evidentemente lasciato il suo segno nella redazione dei Vangeli e degli Atti.
Accostarsi alla storia di Gesù di Nazareth e, attraverso essa, al messaggio cristiano, significa conoscere e far conoscere, cioè leggere e far leggere i Vangeli che gli rendono testimonianza. Ma i Vangeli sono quattro, ciascuno con caratteristiche proprie. Il quarto Vangelo, tradizionalmente associato al nome dell’apostolo Giovanni, ‘discepolo che Gesù amava’, si scosta – forse volutamente dalla versione ‘sinottica’ dei primi tre e offre una lettura o rilettura, della storia ‘dell’uomo chiamato Gesù’ (Gv 9,11), originale, in larga misura inedita, in qualche caso si direbbe persino velatamente alternativa? I motivi principali sono due.
- Il primo è la vastità dell’orizzonte spirituale, dovute alla diversità e pluralità dei suoi interlocutori. Giovanni si rivolge sia al rigoglioso e multiforme mondo religioso ellenistico e orientale sia al mondo ebraico, anch’esso al suo interno alquanto vario. Giovanni scrive un Vangelo di frontiera, aperto, arioso, di respiro universale, come attesta emblericamente l’isrizione in tre lingue (ebraico, latino, greco) posta sulla croce del Golgota (Gv 19,20).
- Il secondo motivo è che il quarto Vangelo rappresenta il punto più alto raggiunto dalla generazione apostolica nella sua riflessione su Gesù. Il messaggio cristiano raggiunge qui la sua formulazione più completa, più chiara, più matura.
Alcune pagine e alcune vicende sono tra quelle più note dell’intera Bibbia: il prologo, i discorsi di Nicodemo, con la donna samaritana e con i giudei, le nozze di Cana, le immagini del buon pastore e della vite e dei tralci , la risurrezione di Lazzaro, l’amore di Dio (Gv 3,16) e il comandamento dell’amore, lo Spirito Santo come Paraclito l’incontro del Cristo con Maria Maddalena…Analogamente, fanno ormai parte della memoria collettiva la descrizione del processo di Gesù e alcune espressioni di Pilato come : “Ecce homo”, “Che cos’è verità?”, “Quel che ho scritto ho scritto” (Gv 19).
Il Vangelo secondo Giovanni afferma che Gesù Cristo, Parola divina fatta ‘carne’, è l’unica vera luce che squarcia le tenebre del mondo (Gv 1,1-18). Egli è stato condannato a morte dal potere religioso del suo tempo ed è stato crocifisso dall’autorità civile. Coloro però che scoprono in lui la gloria di Dio si aprono ad una vita nuova ed eterna.
Egli è “la luce del mondo” (Gv 8,12; 9,5) e il “pane della vita” (Gv 6,35.48.51); “egli è la via e la verità in un modo tale che nessuno può conoscere Dio se non per mezzo di lui” (Gv 14,6); “egli infine ha sconfitto la morte ed ‘vita’ per tutti coloro che credono in lui.” (Gv 11,25).
Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero si è volontariamente limitato alle “pecore perdute nella casa d’Israele” (Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze.
I suoi rapporti con i farisei non furono né del tutto né sempre polemici, come lo illustrano numerosi esempi, tra i quali i seguenti:
- sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo che corre (Lc 13,31);
- alcuni farisei vengono lodati, come lo ‘scriba’ (Mc 12,34),
- Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36-14,1)
Gesù condivide con la maggioranza degli Ebrei palestinesi di quel tempo alcune dottrine farisaiche: la risurrezione dei corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera , digiuno (cfr. Mat 6,1-18) e l’abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre, la priorità del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.


La nascita di Gesù secondo le indicazioni cronologiche fornite dai Vangeli, risale ai tempi di Erode, al tempo del censimento ordinato da Augusto, essendo governatore della Siria, Quirino.
Figlio di Maria. Maria appartiene a questo popolo ebraico. E’ una donna semplice e il suo nome è comune, vive come una donna del suo popolo.
Figlia d’Israele, sottomessa alla legislazione concernente i diversi stati della donna. Così è legalmente sposata con Giuseppe, senza condurre vita comune con lui, secondo l’esigenza ebraica della verginità prematrimoniale. . Una volta messo a mondo Gesù, Maria osserva fedelmente con Giuseppe i riti ebraici della nascita: circoncisione del bambino, purificazione della donna, consacrazione del primogenito, offerta di una coppia di tortore e di due piccioni.
Gli evangeli dell’infanzia evocano più volte questa coppia: “Giuseppe partì con Maria sua sposa per il censimento ordinato dall’imperatore” – “Giuseppe prese con sé il bambino e sua madre per fuggire in Egitto”- “Gli sposi salirono a Gerusalemme per presentare Gesù al Signore”, ogni anno vi ritornarono per la festa di Pesach e , quando Gesù ebbe dodici anni, condivisero la stessa angoscia scoprendo che il loro figlio era sparito.
Resta infatti che Cristo è nato da una donna ebrea, membro del popolo al quale “appartengono l’adozione, la gloria, le alleanze, la legge, il culto, le promesse e i padri”. Maria è in Israele, come Israele è in Maria e per ciò stesso, l’alleanza che Dio aveva concluso con il suo popolo non è soppressa, ma si realizza anche nella venuta dell’Emmanuelle sulla terra di Giudea.
Dal giorno della natività e durante gli anni che sono seguiti a Nazareth, Maria è stata per Gesù ciò che ogni donna ebrea doveva essere per il proprio figlio. Certo è lo sposo, Giuseppe, che aveva dato secondo Matteo, il proprio nome
Quando Maria era misteriosamente incinta, ‘prese con sé la sua sposa’.
I pastori trovarono tutti e due con il neonato nella stalla di Betlemme.
A Giuseppe spettava il ruolo d’iniziare Gesù alla lettura della Torah, d’insegnargli un mestiere e di prepararlo a poco a poco all’esistenza adulta.
Maria iscrive Gesù nella storia d’Israele, e mostra al tempo stesso come in questa venuta al mondo originale, si compia il disegno di Dio.
Pienamente inserito nella condizione umana, nel tempo e nello spazio, attraverso il proprio radicamento nel popolo ebraico, Gesù di Nazareth ha una genealogia. Matteo lo provvede di un elenco di antenati che fissa su un numero e con durata simbolici di 14 generazioni per tre volte – da Avrahàm a David, da David alla deportazione di Babilonia e da questa al Mashiach.
Ma la ripartizione uniforme delle generazioni maschili si interrompe per 4 volte, per citare delle donne. Racab e Ruth, due straniere, sono lì per dimostrare che insieme a Israele anche il resto dell’umanità è invitato a partecipare alla salvezza. Tamar, madre di Giuda e Betsabea che fu la sposa di Uria prima di diventare quella di David, sono lì per ricordare che la promessa attraversa la debolezza di un patriarca e di un re e paradossalmente si appoggia su di essa.

Gesù inizia il suo ministero pubblico, quando egli, adulto, si reca presso il Precursore, Giovanni Battista che ha incominciato da qualche tempo la sua predicazione, riceve da lui il battesimo.
Era governatore della Giudea Ponzio Pilato che tenne questa carica tra il 26 e 36 d.C.

Noi sappiamo che la persona, la vita ,la morte e la risurrezione sono centrali al mistero cristiano. La persona e l’opera di Gesù sono la fonte di ciò che il cristianesimo significa ed annuncia al mondo.
Il Gesù terreno e il Cristo glorificato della fede.L’unità del Gesù terreno e del Cristo glorificato forma l’ambito della cristologia.
L’annuncio ha al centro appunto la figura e l’opera di Gesù di Nazareth morto e risorto.La cristologia prende le mosse dalla vita e dall’azione, dall’annuncio e dal comportamento di Gesù. Essa mostra come questo modo di presentarsi di Gesù è compreso come il sovrabbondante compimento dell’Antico Testamento. Evidenzia come il messaggio e l’opera di Gesù implichino un avvenimento, accaduto una volta per tutte che contiene i sé una storia, che solo nella morte e nella risurrezione di Gesù trova il suo interiore compimento.

Gesù ci dice poco della sua identità. A dispetto delle apparenze, sembra che Gesù non rivendichi alcun apretesa certa di essere il Mashiach, il discendente davidico nel quale si dovevano compiere le attese messianiche di Israele.
Non si è presentato come il profeta annunciato da Moshè, ma piuttosto almeno implicitamente si è identificato col misterioso “servo sofferente di Dio” della profezia del Deuteronomio. Isaia 42,53.
Questo titolo godeva di bassa stima da parte del popolo, poiché era agli antipodi di un Mashiach trionfante.
Gesù prima di annunciare che doveva essere consegnato alla morte, pone ai suoi discepoli una domanda decisiva: “Chi dite che io sia?”
Gli evangelisti riportano il fatto parlando dapprima di chi ritenesse la gente fosse Gesù di cui la risposta: “Giovanni il battista, o uno dei profeti”.
Solo la risposta di Pietro può essere considerata simbolicamente come la prima affermazione di fede cristologica:
“Tu sei i Cristo il Figlio del Dio vivente”.Quindi i titoli di Cristo, Signore, Figlio di Dio che ritroviamo nella risposta di Pietro riportato in Atti 2,36, costituiscono il nucleo della primitiva fede cristologica ed evidenziano il posto centrale che tale confessione ha occupato nella fede della Chiesa Cristiana.

Prima della risurrezione di Gesù, i discepoli non avevano compreso il vero senso della persona e dell’opera del Maestro. Si potrebbe dire che i discepoli da seguaci di Gesù divennero ‘credenti’ tramite l’esperienza pasquale. La pienezza, attesa del tempo escatologico, profezia biblica, si era compiuta in lui, ossia l’escatologia era stata introdotta nel tempo ed era percepito dalla fede dei discepoli in relazione all’intera escatologia di Israele.
I discepoli, infatti, con uno sguardo indietro si sono rivolti alla testimonianza di Gesù durante la sua vita terrena, e ispirati dallo Spirito Santo, hanno richiamato ciò che il Gesù pre-pasquale aveva fatto e detto.


MISSIONE DI GESU’

Il tema della predicazione di Gesù è la venuta del Regno di Dio. Questo tema del regno era già conosciuto nel mondo giudaico ma la novità che porta Gesù è che per lui il Regno è simbolo del nuovo dominio che Dio instaurerà nel mondo rinnovando così tutte le cose e ristabilendo le relazioni fra Dio e gli uomini come anche per gli uomini stessi.
Il Regno è imminente e ha incominciato a manifestarsi con la sua stessa missione.
Esso è come un seme che deve continuamente svilupparsi. I miracoli di Gesù sono segni e simboli della presenza del Regno, ossia, che tramite Gesù, Dio sta instaurando il suo dominio sulla terra, sottomettendo la forza distruttrice della morte e del peccato.
Si indirizza principalmente ai poveri, i veri poveri che sono anche i semplici, coloro che sono aperti a Dio e al suo Regno. Gesù si identifica personalmente e si associa preferenzialmente a loro – egli appartiene a loro ed è con loro.
Questo atteggiamento di Gesù non solo indica il pensiero di Dio a favore dei poveri ma personifica l’impegno di Gesù nei loro confronti e il suo coinvolgersi nella loro situazione.
Nel Cristianesimo c’è una forte vocazione alla missione, all’universalismo che include la conversione. Percorre la comunità ebraica per andare oltre. La missione è legata a un messaggio semplice e rivoluzionario. La dottrina è semplice, invita alla pace, alla giustizia e divide il mondo terreno e il mondo celeste.
La chiesa primitiva parte da Gerusalemme, attraversa la Palestina, culla del Vangelo e dilaga nel Medio Oriente fino a Roma.
Paolo ha rappresentato la rottura definitiva tra l’ebraismo e la chiesa nascente.
La rilettura delle fonti e la rilettura filosofica ci fa leggere il Nuovo Testamento come letteratura ebraica. E’ stato scritto da ebrei che vivevano nel mondo ebraico. Paolo segna il punto di congiunzione con Gesù. Paolo in Gesù vede il Mashiach, Gesù è Christos, il tempo messianico si è compiuto.
Da questa affermazione di compimento del tempo messianico in Gesù, Paolo comunque dichiara e attesta il permanere dei doni propri a Israele da cui deriva la conseguente dicibilità dell’esistenza di una speranza comune. L’esempio primo e più alto di ciò si ha nella lettera ai Romani in cui Paolo dopo aver dichiarato che i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento- Rm 11,28-29- prorompe in un inno rivolto alle paradossali vie della sapienza divina che consentono, pur senza negare l’attuale contrapposizione, di additare l’esistenza di un esito universalmente comune.
“Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio- ma quanto alla elezione, sono amati a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento”. “O profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio, quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie”.
Nel ripercorrere la falsariga di questi passi dalla lettera ai Romani constatiamo che essi restano carissimi a Dio con il fatto che gli ebrei ‘in gran parte’ si sono opposti alla diffusione del Vangelo. Il ragionamento di Paolo comporta che entrambe le prospettive, quella della accettazione e quella dell’elezione rimangono affermate ‘apertis verbis’, quasi a voler dire che anche il presente contrasto fa parte integrale del cammino che porta alla comunione finale.
In ogni caso, la chiamata d’Israele resta in se stessa un dato certo, non una concessione. Per esprimere l’accomunante esito finale della storia c’è una frase del profeta Sofonia particolarmente cara al messianismo ebraico, che prospetta la comunione dei popoli che invocano Dio con labbro puro “servendo spalla a spalla” Sof. 3,9 “in permanente attesa per il giorno che solo Dio conosce in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e lo serviranno appoggiandosi spalla a spalla”.
Paolo rivolgendosi, comunque, alternativamente ai cristiani di origine ebraica e a quelli di origine pagana li esorta nella prospettiva della grande parentesi a vivere nella concretezza quotidiana dell’amore: rinunziando a ogni pretesa, quei cristiani ricercheranno il bene degli altri e si impegneranno a evitare tutto quello che potrebbe minacciare la loro solidarietà, sia tra di loro, sia con tutti gli uomini. “E così che nel tempo di questo mondo essi annunzieranno e abbozzeranno il compiersi della storia”. ( Rm 13,11-14)

GESU’ FIGLIO D’ISRAELE
Riflessione ebraica su un uomo chiamato Gesù


La letteratura ebraica moderna abbonda di saggi, scritti e testi sulla figura di Gesù ebreo. Spesso con l’intenzione di studiarne la sua ebraicità o il suo messaggio messianico. Per molti di essi, Gesù è stato un profeta e pertanto gli studi convergono sulla sua profezia, ma per taluni è stato motivo di conversione alla fede Cristiana. A Gerusalemme esiste una comunità molto antica giudaico – cristiana, la comunità di S.Giacomo. Gli aderenti, ebraici e cristiani professano, la fede cristiana secondo la tradizione più antica giudaica della cristianità delle origini. S.Giacomo, apostolo di Gesù, fu il primo vescovo di Gerusalemme.
La riflessione ebraica contemporanea , quindi,si proietta su quel periodo cruciale del Cristianesimo da cui è nato un fenomeno ebraico più durevole e che dura da 2000 anni.
Oggi gli ebrei sono un popolo come altri cioè dotato di un territorio su cui abitare esercitare la propria sovranità, in autonomia politica e di coscienza. E’ del 1948, nato dal movimento sionista, l’istituzione d’Israele quale nazione. Una società consolidata e intraprendente, composta da profughi dell’Europa, da sopravvissuti alla Shoà. Shoà significa ‘ catastrofe’. Catastrofe significa un milione e mezzo di bambini uccisi, eliminati per il solo fatto che esistevano e in quanto ebrei non avevano più diritto di esistere.
Antisemitismo è il pensiero che gli ebrei abbiano colpa di tutto, dei mali del mondo e dei propri. E’ il pensare che, oltre a una storia, una identità religiosa, li leghi insieme una trama ostile volta a capovolgere le sorti del mondo e a dominarlo.
Ma Israele esiste, inserito nel mondo. Esiste una storia di salvezza in cui Israele resta custode di una identità.
L’identità è sempre un fatto complesso, plurale e mai singolare, perché tutti al mondo ci specchiamo in vario modo con le nostre idee, le radici sulle quali ci reggiamo, le strade che abbiamo intrapreso.
E’ fedele, a volte per fede, come nel caso degli osservanti, per i quali la Torah è Parola quotidiana, è ingrediente di vita e preghiera, di obblighi e divieti.
A volte e sempre più spesso in questo mondo sempre più laico, fedele per fedeltà più che per fede. Per un senso di appartenenza che non si rivolge a Dio, bensì al mondo qui sotto, al passato cui appartengono, al rispetto dei loro avi.
E’ un’identità composta e multiforme quella dell’’ivrì’, di ‘colui che sta dall’altra parte’, oggi segnata da due eventi fondamentali ravvicinati nel tempo – la Shoà, lo sterminio nazifascista e la rinascita dello stato d’Israele.
Due sfide di segno opposto, per la storia ebraica.
L’uno perché ha tentato di negare l’esistenza, l’altro perché ha chiesto e ottenuto giustizia al mondo, dato consistenza al futuro.

In questo snodo di transizione storica è comunque sorprendente che una certa tradizione mistica ebraica legga ed interpreti la Passione di Cristo come un evento portatore di un importante messaggio di sfida per il mondo, un messaggio che è messianico.
Secondo questa stessa tradizione mistica ebraica, messa per iscritto per la prima volta nel XIII secolo, mentre l’umanità si appresterebbe a fare il suo ingresso sulle scene finali dell’evoluzione globale, ‘divinamente orchestrata’, ci sarebbe dato di sperimentare un influsso e un’accessibilità, senza precedenti nella storia, della “ Sapienza dall’Alto” (gli insegnamenti mistici prima nascosti) e un’accelerazione mai raggiunta prima della “Sapienza dal Basso” (la scienza e la tecnologia). Questi sono i segni e le meraviglie che si manifesterebbero all’inizio di una nuova era e che insieme lavorerebbero in sinergia per introdurre una coscienza messianica. I rabbini insegnano che l’individuo Mashiach è semplicemente il vortice di questa coscienza – il corpo resuscitato di tutta l’umanità. Ci sono aspetti della tecnologia che sono destinati a giocare un importante ruolo messianico.
Il motivo del loro interesse non è stabilire se la Passione di Gesù sia un atto antisemita e nemmeno propongono la stessa domanda riguardo lo stesso Nuovo Testamento. Per molti cristiani – in ogni momento della storia – i Vangeli sono testi sicuramente anti-ebraici e così dovrebbero essere perché essi credono che ogni persona nata da genitori ebrei sia intrinsecamente differente dal resto dell’umanità e rappresenti il “male” a differenti livelli. Altri cristiani, sebbene percepiscano anch’essi gli ebrei come “differenti”, preferiscono non soffermarsi su quei passaggi del Nuovo Testamento enfatizzando piuttosto gli insegnamenti di Gesù riguardo la fratellanza, l’amore e la redenzione.
Dio lavora in modi strani e a volte tortuosi, come ha proclamato il profeta Isaia, “I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le Mie vie non sono le vostre vie”.
La chiave che svela il messaggio messianico nascosto nel Sacrificio di Cristo è contenuta nella frase “Egli è ferito per le nostre trasgressioni”. Questo è anche un versetto del profeta Isaia reso famoso dai cristiani come l’essenza del loro “Servo Sofferente”. Tuttavia, prima che il mondo cristiano utilizzasse questo passaggio per accreditarlo ad un unico ebreo, la tradizione rabbinica, che si rifà allo stesso Isaia, ha sempre saputo che questo passaggio si riferisce invece a ‘tutti’ gli ebrei, l’anima collettiva della Nazione d’Israele. ‘Gesù, come Ebreo a cui Dio ha affidato una missione, non è che una goccia in un oceano più vasto’. Non deve sorprendere che questo sia ovvio per la tradizione ebraica ma non per altre tradizioni. Come scrisse il grande matematico e filosofo inglese Alfred North Whitehead, “Ci vuole una mente straordinaria per percepire l’evidente”.
Nel corso delle ultime generazioni l’immagine di Gesù ha subito una trasformazione. Partendo da un’immagine di “cristiano” biondo e gli occhi blu, è stato via via lentamente riconosciuto come ebreo, poi anche come facitore di miracoli, come rabbino istruito, ed oggi persino come cabalista, un ebreo saggio-mistico (così come centinaia dei suoi contemporanei). Ma la trasformazione finale di Gesù, questa sì di proporzioni messianiche, sarà quello di riconoscerlo come un “microcosmo del corpo e dell’anima collettiva della nazione ebraica. Il ritratto di Isaia del Messia come servo sofferente universale è soltanto uno dei ruoli della totalità della centralità della missione ebraica nel tessuto della storia e nella riunificazione di tutta l’umanità in un unico Adamo, l’anima dimensionalmente superiore dalla quale è scaturita la vita.” (Rabbi Joel David Bakst)

Le ultime dodici appassionate ore dell’umiliazione, tortura e morte di Gesù nella cronaca dei Vangeli non sono che un trailer dei venti secoli di incessante umiliazione, tortura e morte di milioni di ebrei innocenti, uomini e donne e bambini per mano del resto dell’umanità, semplicemente a causa del loro essere ebrei. Insieme a Gesù i romani crocifissero un quarto di milioni di altri ebrei. Non molto tempo dopo la morte di Gesù il famoso Rabbi Aqiva, il Moshè virtuale della sua generazione, fu sottoposto ad una tortura lenta e atroce: venne letteralmente e completamente scorticato vivo con dei pettini di ferro. I suoi colleghi – come lui grandi maestri di sapienza e amanti di Dio – furono anch’essi torturati e uccisi. Per quattromila anni, a partire da Avrahàm e Sara, per gli ebrei è stata un’esperienza incessante di bagni di sangue, dominazione ed esilio dalle proprie case i Terra d’Israele, seguite da tortura ed assassinio per mano di Crociati, pogrom, libelli di sangue, inquisizioni, espulsioni e Olocausto. Tuttavia secondo la tradizione biblica, sono esattamente queste ferite incise sul cuore dell’ebraismo che fanno sì che sia l’ebraismo a portare si di sé il peso cosmico delle imperfezioni del mondo, e che paradossalmente lo guideranno verso la sua rettificazione finale.

Anni fa, quando studiavo la lingua ebraica, incontrai un ministro cristiano che si stava appassionatamente riconnettendo con l’ebraicità del suo salvatore Gesù. Egli mi raccontò una cosa straordinaria che no ho mai dimenticato. Egli si convertì al cristianesimo all’età di 16 anni. Crescendo in Sud America non aveva letteralmente mai incontrato prima un solo ebreo. Retrospettivamente, il mio amico cristiano mi disse che fu Gesù il primo ebreo che incontrò. Gesù l’ebreo è, per la maggior parte del mondo, semplicemente il primo ebreo che essi hanno conosciuto.
Rabbi Joel David Bakst afferma che: “ Non soltanto Gesù è ebreo, Gesù è anche un microcosmo di tutta la nazione ebraica. Come cristiani credenti e come giusti non ebrei, Gesù può anche essere il primo vero ebreo che avete iniziato a conoscere e con il quale avete una relazione intima, ma non dovrebbe essere certamente l’ultimo. Gesù può essere la verità, la luce e il modo per tutti i giusti gentili di iniziare una relazione non soltanto con l’anima collettiva della Nazione d’Israele ma anche con gli insegnamenti sacri della Torah – la vasta tecnologia spirituale e la sapienza dell’ebraismo – applicabili a tutta l’umanità”.
In Harper’s Magazine, Mark Twain nel 1898 concluse un saggio dicendo che da una prospettiva storica, “Gli Egiziani, i Babilonesi, e i Persiani sono saliti al potere, hanno riempito il pianeta di suoni e splendori, per poi…morire. I Greci e i Romani hanno seguito a ruota.l’ebreo ha visto tutti loro, li ha superati, e ora è ciò che è sempre stato, non esibisce né decadenza né infermità a causa dell’età, nessun indebolimento delle membra…Tutte le cose sono mortali eccetto lebreo; tutte le altre forze passano, ma egli rimane. Quale è il segreto della sua immortalità?”
A questa domanda aggiungerei “E quale è il segreto della sua sofferenza?” In altre parole, entrambi i segreti devono essere visti semplicemente come due lati di una stesa enigmatica moneta cosmica. Percepire l’appassionata sofferenza del Cristo può aprire la porta per comprendere la sofferenza del suo stesso popolo, perché entrambi, nel mistero dell’anima immortale ebraica, sono feriti per le nostre trasgressioni. Inoltre Gesù è soltanto uno dei doni che l’Ebraismo ha offerto al mondo. La Torah come fondamento della Bibbia cristiana è soltanto una piccola parte di ciò che l’ebraismo ha ancora da offrire. All’interno degli insegnamenti rivelatori della Tradizione Orale della Torah, si trova una tesoreria virtuale di chiavi universali per capire la creazione. E questo è specialmente vero per quanto riguarda gli insegnamenti esoterici, la Cabalà ebraica che soltanto nella nostra generazione, a compimento dell’antica profezia, sta divenendo accessibile anche ai giusti non ebrei mentre ci prepariamo all’imminente salto di quantico di tutta l’umanità e della vita.

Un altro profeta ebreo, Zaccaria, ha avuto una visione del futuro messianico e ha testimoniato che, “In quei giorni dieci persone appartenenti a popoli di diversa lingua si afferreranno all’abito di un solo Ebreo dicendo: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”. Gesù può essere imprimo ebreo con cui un cristiano è venuto a contatto, ma non dovrebbe essere l’ultimo.

RAPPORTO TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO


Nella II guerra mondiale gli eventi tragici, i crimini abominevoli perpetrati ai danni del popolo ebraico, di una gravità estrema, hanno minacciato la sua stessa esistenza in gran parte dei paesi d’Europa. Conseguentemente a questa immane tragedia s’impone per i cristiani la necessità di approfondire la questione dei loro rapporti con il popolo ebraico. Un grande sforzo di ricerca e di riflessione è già stato compiuto in tale direzione, il mondo cristiano sempre più penetra nel mondo ebraico, così ampio e articolato.
Tra i cristiani e il popolo ebraico la Bibbia cristiana stabilisce rapporti molto stretti innanzitutto perché la Bibbia cristiana si compone, in gran parte delle ‘Sacre Scritture’ (Rm 1,2) del popolo ebraico che i cristiani chiamano Antico Testamento poi perché la Bibbia cristiana comprende un insieme di scritti che esprimendo la fede in Cristo Gesù mettono quest’ultimo in stretta relazione con le Sacre Scritture del popolo ebraico. Questo secondo insieme di scritti è chiamato Nuovo Testamento.
L’esistenza di stretti rapporti è innegabile. Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe ‘un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi’. (n.84 doc. P.C.B. 2001)
Tuttavia un esame più preciso dei testi rivela che non si tratta di relazioni semplici ma al contrario presentano una grande complessità che va dal perfetto accordo su alcuni punti ma a una forte tensione su altri.
Spesso si è detto che l’esegesi ebraica era una esegesi carnale, letterale, mentre l’esegesi praticata nel cristianesimo era spirituale. Ma questa è una posizione superata. Occorre approfondire la ricchezza dell’esegesi ebraica. L’esegesi ebraica è tutt’altro che carnale. Pensiamo alla letteratura midrashica che è uno scavo allegorico, una esposizione spirituale del testo.
Cito un esempio di interpretazione spirituale di un testo di una frase dell’Esodo: “E Moshè salì a Dio”. La tradizione ebraica riporta nel Talmud che se non ci fosse stato Moshè, Elzerai sarebbe stato degno di andare a ricevere la Torah e a porgerla al popolo d’Israele.
Moshè era salito sul Synai. Elzerai era salito dalla Babilonia per andare in terra d’Israele. Ma cosa erano andati a fare?
Moshè a ricevere la Torah da porgere al popolo d’Israele ed Elzerai a resuscitare la Torah che era stata dimenticata, quindi a porgerla di nuovo al popolo d’Israele.
Questo è un granello del grande mare dell’esegesi ebraica postbiblica. Era il mondo di Gesù, probabilmente questo midrash l’aveva sentito anche Gesù, apparteneva a Israele.
Fondamentale è il rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento. La lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile che è in continuità con le Sacre Scritture dell’epoca del secondo Tempio ed è analoga alla lettura cristiana che si è sviluppata parallelamente a questa. I cristiani possono imparare molto dall’esegesi ebraica praticata per duemila anni, a loro volta i cristiani sperano che gli ebrei possano trarre utilità dai progressi dell’esegesi cristiana.

Queste analisi saranno utili per il progresso del dialogo ebraico – cristiano ma anche per la formazione della coscienza cristiana.
Il Nuovo Testamento riconosce l’autorità dell’Antico Testamento come rivelazione divina e non può essere compreso senza le sue strette relazioni con esso e la tradizione ebraica che lo trasmette.
Gli scritti del Nuovo Testamento accolgono il ricco contenuto dell’Antico Testamento di cui riprendono i temi fondamentali visti alla luce del Cristo Gesù e infine registra gli atteggiamenti molto vari che gli scritti del Nuovo Testamento esprimono sugli ebrei imitando del resto in questo l’Antico Testamento stesso.
I rimproveri rivolti nel Nuovo Testamento non sono più frequenti né più aspri delle accuse contro Israele nella Legge e nei Profeti, quindi all’interno dello stesso Antico Testamento e quindi devono essere interpretati come le parole dei Profeti. Essi mettono in guardia da deviazioni presenti, ma per loro natura sono sempre temporanei e presuppongono quindi sempre nuove possibilità di salvezza.

CHIESE e EBRAISMO


1942 Nascita dell’amicizia ebraico-cristiana per il dialogo fra eberei e cristiani e per la difesa delle libertà di ciascuno.
1947 Conferenza di Seeligsber in cui gli ebrei e i cristiani elaborano i ‘Dieci punti di Seeligsber’.
1959 Giovanni XXIII sopprime la parola ‘perfidi ebrei’ nell’Ufficio del Venerdì santo.
1965 Il decreto conciliare ‘Nostra Aetate’ del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, preconizza un cambiamento di atteggiamento nei confronti degli ebrei.
1966 Il dipartimento Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese pubblica: ‘la Chiesa e il popolo ebreo’. Si introduce nella liturgia cattolica la nuova preghiera per il Venerdì Santo.
1975 Promulgazione di ‘Orientamenti e suggerimenti’ per l’applicazione della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’.
1978 Il Sinodo della Chiesa evangelica della Renania pubblica: ‘Messaggio in vista del
dialogo tra ebrei e cristiani.
1985 La commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo della Chiesa cattolica pubblica: ‘Sussidi per una corretta presentazione di Ebrei ed Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica’.
1989 La CEI indice la ‘Giornata per l’amicizia ebraica-cristiana’ su ispirazione e proposta del Vescovo Alberto Abbondi.
2001 La commissione Pontificia Biblica pubblica: ‘Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’.
2002 La CEE indica ed estende la’Giornata per l’amicizia ebraica-cristiana’ a livello europeo.

DIALOGO TRA EBREI E CRISTIANI PERCHE’?


Non sono unicamente motivazioni storiche che legano cristiani ed ebrei, anche se ci sono stati da parte cristiana duemila anni di denigrazione, sospetti, oppressione e odio. Non sono neppure motivi di riparazione psicologica. Ma la Chiesa, afferma il documento concilare Nostra Aetate, ‘scopre il suo vincolo con l’Ebraismo scrutando il proprio mistero’, andando al cuore stesso della propria identità. La sua autocomprensione è quindi legata alla comprensione d’Israele.

“Mai possiamo dimenticare la nostra ‘radice santa’, il popolo d’Israele, a cui appartengono Gesù e Maria, sua madre, gli apostoli e la prima comunità cristiana di Gerusalemme”.
Ci sentiamo quindi legati non solo all’Isreaele vissuto prima di Cristo, ma anche agli Israeliti di oggi, che vivono nella meditazione della loro Legge e dei loro Profeti, e ancora pregano con i Salmi.
Tanto più agli Ebrei viventi oggi in mezzo a noi, siamo debitori di atteggiamenti di fraternità e di sincera ricerca di comunione, quanto più ripensiamo alla storia delle loro sofferenze alle quali spesso i cristiani non sono stati estranei.

Desideriamo quindi che non vada perduta alcuna occasione di dialogo tra le nostre comunità israelitiche, per il comune godimento e sviluppo del grande patrimonio spirituale che è insieme loro e nostro.

(Documento pastorale della CEI per gli anni ’80: Comunione e Comunità)

Il FONDAMENTO TEOLOGICO DEL DIALOGO

Vorrei introdurvi nella mia riflessione sul fondamento del dialogo giudaico – cristiano attraverso un gioco di metafore, quello che sostanzia l’intera storia della salvezza secondo il racconto biblico.
Le metafore sono quattro, tutte ben note: dapprima il ‘Giardino’, la bellezza del Giardino dell’Eden, la seconda la metafora del ‘Deserto’, il ‘Midnbar’, la terza la metafora della ‘Parola’, ‘Dabar’ e la quarta il ‘Germoglio’.
Perché queste quattro metafore? Perché esse sono la sostanza del messaggio biblico che ci aiutano a porre nella maniera più corretta la domanda che è alla base della nostra riflessione.

All’inizio il ‘Giardino’. Sappiamo che nel racconto biblico Dio è il Grande Giardiniere che ordina, separa, dà vita. Il ‘Giardino’ in seguito alla colpa era trasformato in quello che seccamente la parola biblica chiama ‘Midbar’, il ‘deserto.’
L’intera storia della salvezza è in attesa di un ‘Germoglio’, cioè di un momento nel quale questo deserto nuovamente fiorisca e ritorni ad essere sia pure come anticipazione, come promessa la bellezza del Giardino dell’Eden. La metafora percorrerà non solo il mondo biblico ma percorrerà la teologia, la mistica, la spiritualità.
Pensate allora come invitabile che nell’attesa ebraica ha il ‘Germoglio’. Non è un caso che Gesù è il Nazareno. Nazareth è la città del ‘Germoglio’, è la città giudaica fiaccola della fede.
Che cos’è allora l’attesa della salvezza? E’ l’attesa di un ‘Giardino’ che fiorisca e come fiorirà?
I rabbini amano il gioco di parole: il ‘Midbar’ fiorirà soltanto grazie al ‘Dabar’, la ‘Parola’.
E’ un gioco peraltro che è amato anche dagli scrittori biblici. Pensate a Osea 2: “Ti chiamerò nel deserto, parlerò al tuo cuore”. Dunque l’intera attesa d’Israele è l’attesa di un ‘Germoglio’, di un ‘Giardino’ che rinasca dal ‘Deserto’ grazie appunto a questo evento detto la ‘Parola’.
Ma tutta l’attesa della ‘Parola’, questo non dobbiamo dimenticarlo, non è l’attesa di un evento trionfante, di un evento miracoloso.
La ‘Parola’ si presenta nascosta nella storia dell’uomo, si presenta nella forma della notte. E ora il grande interrogativo: ‘ Quando verrà la ‘Parola’? Quando fiorirà il ‘Germoglio’ che ne sarà del resto? Sarà tutto ‘Deserto’ o il ‘Germoglio’ ci consentirà per la forza della ‘Parola’ di cogliere altri ‘Germogli’?

Usciamo dalla metafora e entriamo nel linguaggio del Nuovo Testamento: Gv 14,6, il Cristo giovanneo: “Io sono la via, la verità, la vita – risponde alla domanda di Tommaso- “Come possiamo conoscere te Cristo?” e subito dopo: “Nessuno va al Padre all’infuori di me se non per me”.
Parola netta, decisa. Dunque in questo scenario dell’attesa della ‘Parola’ che faccia riconoscere il ‘Giardino’ dell’origine, il ‘Giardino’ del compimento, Gv 14,6 ci fa ascoltare la ‘Parola’ che dice: “Io sono la via, la verità, la vita” – “ Nessuno viene al Padre se non per me”. Non esiste dunque altra possibilità di ‘Germoglio’ nel ‘Deserto’ della vita, nel ‘Deserto’ del tempo.
L’unico luogo in cui fiorirà il ‘Giardino’ è il luogo in cui ‘la ‘Parola’ cade.

Ecco la grande domanda. Per la fede ebraica cristiana non c’è dubbio che è la ‘Parola’ che salva il mondo. E dunque se questa è la ‘Parola’, se l a’Parola’ si è donata, si è fatta incontrare – “ Cadde la ‘Parola”-, potrà esserci al di fuori della ‘Parola’ uno spazio, un evento di salvezza? Potranno fiorire ‘germogli’ nel ‘deserto’ del mondo per costruire il ‘Giardino’ di Dio, il nuovo ‘Giardino’ di Dio al di là di quella ‘Parola’?

Tenterò di rispondere seguendo alcune tappe: Il dono della Parola – avviene nella storia della rivelazione e del suo compimento. Il mondo della Parola – ovvero il rapporto tra rivelazione naturale e rivelazione storica.

In una certa frase di Louis Bouyer: “Il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e del quale è come il fiore supremo e il frutto che sorpassa la promessa dei fiori, è il popolo della Parola. Per la fede d’Israele nella tradizione ebraica la Parola, dabar, non si riferisce solo alla dimensione noetica informativa ma rinvia ala parola che opera che fa quel che dice. Il carattere informativo si congiunge a quello performativo: nella concezione biblica la parola non solo informa, accerta, trasmette notizie, ma anche agisce, incide, plasma, disegna e struttura. La Parola dà frutto morendo. Ricordate la tradizione delle quattro notti della Parola? Quattro sono le notti della tradizione rabbinica. La prima: Notte della Creazione, la Parola dice “tutto è fatto” e dunque nella notte della primigenie. La Parola Primigenia, creatrice: la Parola operante quando crea forza pura, uomo puro. Ma accanto a questa Parola della notte prepara l’aurora la Parola del Mattino. C’è nella tradizione ebraica una fondamentale esperienza della notte in cui giunge la Parola legata di Isacco’.
E’ questa la seconda Notte: “Gen 22 – la ‘haggedà’ , il legamento, il Legamento della Parola. Isacco legato. La Parola sembra legata e l’interpretazione non è azzardata se un genio dell’esegesi, Origene non ha esitato a rileggere Rm 8,32 come midrash di Gen 22. Rm 8,32: “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato a tutti noi”. Origene fondava le sue osservazioni sulla corrispondenza precisa di termini tra la traduzione greca della Bibbia ebraica e il testo romano dei Settanta e di Rm 8,32. Quello che impressiona è che Paolo non può non aver presente l’uso di questi termini per quanto è scritto e avviene in Gen 22. Che cos’è allora Rm 8,32? Sul Monte Moria un padre mortale offre un figlio mortale che non muore. Sul Monte Calvario il Padre immortale offre il Figlio immortale che muore.
Ecco la seconda Notte, la Notte della Pietà, la Notte del Silenzio di Avraham. Avraham taceva. La Notte della Parola Legata, contraddetta. Dunque la Parola creatrice, operante, la Parola creata, legata, contraddetta.
Terza Notte della tradizione ebraica: la Notte dell’Esodo, è la notte della Parola liberata dalla schiavitù in Egitto. – non dimenticate che secondo la tradizione ebraica la schiavitù degli ebrei è la schiavitù della ‘scecchinà’, cioè Dio è stato schiavo in Egitto con Israele schiavo. La ‘scecchinà’ era l’esilio in Egitto, la Parola era prigioniera. La Notte dell’Esodo, la Notte del mar Rosso produce un cammino di liberazione.
E la quarta Notte secondo la tradizione ebraica è la Notte del Messia.
Il Messia non viene come re di gloria e di onnipotenza . il Messia viene nella notte, nell’abbandono, il Messia viene nell’esilio, il Messia viene nella desolazione. Dunque ecco il secondo punto di questa storia del dono della Parola, quando la Parola si fa carne, la carne della Parola.
Non è un’avventura di luce, di gloria il compiersi. La Parola entra nella Notte e sin dagli inizi richiama lo scenario della luce e delle tenebre ed è un altro scenario ebraico di straordinaria potenza. Secondo i rabbini quando Dio crea l’uomo, crea la luce, l’uomo è or, e ‘or’ è luce. Ebbene quando l’uomo pecca che cosa succede? L’uomo assume una piccola consonante aspirata ,‘hor’ – ‘hor’ significa pelle. La pelle copre la luce. E quando verrà il Messia? Verrà nella notte ma il Messia è colui che porterà nella notte la luce.
Sarà l’Adamo di luce. Allora capite che cos’è la trasfigurazione in questo contesto.
Gesù è l’Adamo di luce ma è tale perché è entrato nella notte, dunque il vero Messia non potrà essere che il Messia abbandonato, solo la Parola abbandonata è la Parola che salva. Dove non c’è la kenosi, dove non c’è l’abbandono della parola non c’è la morte della Parola, non c’è Messia. Altro che gloria e trionfo, il Messia è la Parola abbandonata.
Ed è questa carne crocifissa nella Parola l’evento in cui si dice una volta e per sempre in una maniera più alta: il silenzio di Dio.
Nell’opera della predicazione di Gesù non c’è mai la negazione della realtà mondana come realtà dannata o come realtà altra ed estranea al mondo di Dio, anzi, “Dio ha tanto amato il mondo da…”
La grande logica dell’Incarnazione è la logica di un Dio che si destina al mondo perché il mondo si destini a lui.
Karl Barth con la solita potenza delle sue formule diceva: “Dio ha tempo per l’uomo”. Questo è il Dio cristiano. E quando meditava su “Deo dixit”, su questa formula diceva: “Ma ‘ Deo dixit’ che significa? Significa che se Dio si pronuncia, si dice in Parola è segno che queste parole sono state fatte per essere abitate dalla sua comunicazione”.
Il “Deo dixit” è la rivelazione della struttura originaria del mondo come luogo in cui Dio può comunicarsi ad altro da sé. Se noi riflettiamo su questi due termini “Deo dixit”, Dio ha detto, già questo ci dice che la carne del mondo, cioè il mondo nelle sue strutture mondane è fatto per essere veicolo della comunicazione di Dio.
Allora “Homo capax Deo”. L’uomo è capace di Dio per il semplice motivo che Dio parla le parole degli uomini. Se Dio destina si all’uomo, se Dio ha tempo per l’uomo, allora l’uomo può destinarsi a Dio.

Questa è l’idea teologica che percorre tanto il V.T. quanto il N.T., tematizzata in categorie scolastiche diventerà la dottrina definitiva dal C.V.II riguardo al rapporto tra fede e ragione e ripresa se pure con altri termini in Fides et Ratio.
Affermiamo teologicamente l’assoluta corrispondenza dei due ordini della rivelazione naturale e rivelazione storica. Ogni atteggiamento interista che “noi abbiamo la verità, il mondo è come massa dannata da evangelizzare in atteggiamento di crociata” contraddice il fondamento teologico di cui sto parlando.

Dio si destina alla creatura che ha destinato a sé. Dunque c’è nella realtà stessa del mondo un destino verso la Parola che lo apre all’incontro con la Parola.
L’Altro che viene a noi nella rivelazione storica non si darebbe a noi nella rivelazione storica se quanto viene a darci in essa non fosse non solo quantitivamente ma qualitivamente nuova rispetto a ciò che ci ha donato nella rivelazione naturale.
Quando diciamo “Il Verbo si è fatto carne” non diciamo soltanto che Dio sta operando una nuova creazione ma questa nuova creazione è anche la novità assoluta, inedita della Notte della Parola e cioè che il Verbo è venuto ad abitare fra di noi. Cioè non c’è solo una destinazione alla Parola e al “silenzio eterno di Dio” ma c’è un abitare della parola tra gli uomini, un mettere le sue tende fra noi.
La ‘scecchinà’ è diventata totalmente carne. Sappiamo la storia del concetto della ‘scecchinà’. Inizialmente nella tradizione ebraica ‘scecchinà’ vuol dire la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, cioè il fatto che Dio si contrae nell’Arca per stare in mezzo al suo popolo. Solo successivamente da questo si sviluppa il pensare la presenza di Dio in tutta la storia d’Israele. E’ divenuta poi
categoria trasposta nella concezione cristiana, la presenza di Dio nella ‘carne’, nel Verbo di Gesù crocifisso.

Come le parole umane possono accogliere ed ospitare la Parola di Dio? Quali sentieri possono condurre alla Parola di Dio?
Possiamo dire: la Parola e le Parole. Nella visione biblica tutto ciò che esiste è una Parola. Sapete che per il mondo ebraico il mondo non è altro che un Alfabeto? Quando Dio crea il mondo che cosa fa? Chiama l’Alfabeto e dice: “Chi di voi vuole essere la prima lettera dell’Alleanza? Siccome le lettere sono come gli umani piuttosto presuntuosi tutti alzano il dito per essere la prima lettera della Creazione, tranne una, quale? L’Alef perché l’Alef non è neanche un suono, l’Alef è soltanto una lettera d’appoggio per pronunciare la vocale che non si scriveva. Allora l’Alef è talmente insignificante da non avere il coraggio di offrirsi come lettera per la Creazione. E cosa fa Dio? Sceglie la Bet che è subito la lettera dopo l’Alef – in verità la sceglie perché è la prima lettera di “Beracà”, cioè la lettera della benedizione, il Benedetto. Il Benedetto sceglie la lettera della benedizione e la sceglie perché essendo quadrato aperto sul lato in cui continua la scrittura allora la Bet ci fa capire che il mondo non è compiuto, il mondo è una lettera aperta che deve scriversi ancora. E’ una sequenza che deve narrarsi
Quando Dio però rivela se stesso qual è la prima lettera della rivelazione divina? E’ l’Alef, il senso è chiaro. Dio si rivela nell’umiltà e nell’insignificanza. Ritorna questa logica paradossale della rivelazione biblica ebraico - cristiana che noi diremo con linguaggio di Filippesi che è la kenosi, che è la reductio, che è il farsi piccolo.

Il mondo intero è abitato da questa Parola. La Parola è in rapporto dialettico con le altre Parole. L’Alfabeto del mondo è un Salmo. Questa è la visione ebraica, il mondo loda il Creatore.
Gesù vede il mondo come una parabola della signoria divina della salvezza escatologica, anche per Gesù il mondo è un Alfabeto. Gesù non ha nulla del disprezzo eroico o ascetico del mondo. Gesù è profondamente umano e amante della vita.

 
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