Luned́, 6 febbraio 2012 

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Il Fenomeno delle nuove religioni

PLURALISMO E POST-MODERNISMO. LE SFIDE ALLA RELIGIONE.

Prima di affrontare la tematica relativa al pluralismo religioso e analizzare gli aspetti sociologici, culturali che investono l’intero fenomeno, ritengo doveroso approfondire una pagina su quella che è la storia dell’attuale scena religiosa dei tempi che stiamo vivendo.
Credo opportuno procedere in tale direzione perché si possa giungere ad un giudizio complessivo corretto su quanto esporrò che derivi però da uno sguardo aperto sull’intero scenario e non limitato e chiuso nella singola realtà che di fatto ne farebbe perdere la capacità di lettura e di interpretazione se non posta in dialettica e in dinamica con la complessità e la diversità di questa nuova stagione

 


uando i tempi si fanno tristi e il cammino diventa difficile è spontaneo guardare avanti per intravedere all’orizzonte possibili segni di novità e alimentare così la speranza. Che oggi l’umanità stia vivendo un tempo critico e dal futuro in certo è indubbio. Anche molte comunità cristiane in luoghi diversi e per ragioni analoghe stanno attraversando zone oscure e paludose”. (Paolo Naso)
Lo stesso cammino ecumenico e il dialogo interreligioso, che nei decenni scorsi hanno registrato momenti di esaltazione, arrancano con fatica, quasi per inerzia e senza convinzione.
Volgendo lo sguardo al futuro si sottolineano alcuni “rischi” in cui si può inciampare quando si cerchi di leggere i segni dei tempi: la presunzione, cioè di non essere all’altezza di quanto ci proponiamo di fare, soprattutto se non sappiamo essere umili; il rischio di una valutazione sbagliata, quando ci apprestiamo a giudicare il presente; il rischio della disattenzione, quando non riusciamo a discernere l’attualità, perché troppo impegnati a guardare “oltre”.
La nota espressione biblica “segni dei tempi” è stata rimessa in circolo nell’uso ecclesiale contemporaneo da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, proprio per indicare quelle novità, suscitate dallo Spirito, che rendono possibile l’esercizio della speranza.
Con il C.V. II, con papa Roncalli, l’annuncio evangelico assunse la peculiarità di dare alla storia attuale un significato positivo, rinvenendo anche un ottimismo teologale della speranza-presenza del Cristo glorioso. A partire dagli anni ’70, però, queste speranze si affievoliscono e il messaggio acquisisce una valenza soprattutto sociologica.
Oggi siamo di fronte ad un passaggio culturale e sociale di cui ancora non vi è piena consapevolezza.

In un tempo di complessità non abbiamo categorie esaustive di comprensione del presente, noi non siamo in grado di definire un punto, un momento particolare della nostra riflessione. Siamo però in grado di delineare un campo di riflessione, non un punto. Un campo, uno spazio.
L’ambito verso il quale il credente deve volgere lo sguardo od oggetto materiale della lettura sono gli avvenimenti della storia, in particolare le attese, le aspirazioni, l’indole spesso drammatiche del mondo in cui viviamo, i vari modi di parlare del nostro tempo.
Oggetto specifico dello sguardo ecclesiale sono appunto i segni della presenza o del disegno di Dio da rintracciare nella storia umana. L’opera di Dio nel mondo non si aggiunge all’attività umana, ma la rende possibile e la sostiene, non piove dall’alto, ma emerge dall’interno delle creature.
M.-D.Chenu notava:”Se la Parola di Dio è manifesta e testimoniata da “segni”, è oggi che la Parola di Dio parla di una storia continua. L’atto liberatore e rivelatore di Dio, in un solo movimento si iscrive nella storia e vi apporta la sua verità”.
Attraverso la lettura dei segni dei tempi, in senso proprio, si tende a individuare l’emergenza della forza dello Spirito all’interno della storia umana, soprattutto là dove essa ha la possibilità di esprimersi con tutta la sua potenza creatrice, nell’ambito cioè dei poveri e dei credenti.
L’azione divina non è sempre accolta e può apparire allo sguardo di fede anche come esigenza non soddisfatta, attraverso cioè la sua negazione o la sua assenza.

MODERNITA’ E POST-MODERNITA’

Per procedere in questa analisi storica è necessario avere chiara la comprensione di due termini che spesso incontreremo: modernità e post-modernità.

Il termine ‘moderno’ esprime la tendenza al rinnovamento e alla riforma di dee, metodi, ecc., che si vogliono adeguare a esigenze moderne; soprattutto come nome di determinati movimenti religiosi o letterari.
L’età moderna con i suoi grandi temi origina nel protestantesimo da Calvino dal pensiero della Riforma. Non è un caso che i Paesi in cui il calvinismo si diffuse furono quelli che si posero all’avanguardia dello sviluppo economico dell’età moderna. L’organizzazione della Chiesa calvinista prevedeva la collaborazione con il potere politico delle città e la coincidenza tra la vita sociale e quella religiosa dei cittadini: nella concezione calvinista l’esistenza cristiana doveva essere improntata a principi di estremo rigore etico e di intensa operosità mondana. Vennero così a coincidere l’etica calvinista e le caratteristiche della nuova etica capitalistica.
L’uomo protestante della Riforma ha assunto la “modernità” come fondamento nel quale inquadrare una nuova concezione della fede cristiana, del modello istituzionale e del sistema di relazioni civili, culturali e politici.
Nella storia della Chiesa col nome di modernismo cattolico si è indicato quel moto di interno rinnovamento del cattolicesimo promosso da alcuni esponenti della cultura cattolica, soprattutto sacerdoti, tra la fine del sec. 19° e gli inizi del 20°, condannato dalla Chiesa cattolica con decreto ‘Lamentabili’ e con l’enciclica ‘Pascendi’ (1907). Il termine fu adoperato dapprima solo dagli avversari del movimento e sollevò la protesta dei ‘modernisti’ che tenevano a dichiararsi cattolici e ‘viventi in armonia con lo spirito del loro tempo’ affermando di voler ‘adattare’ la religione cattolica a ‘tutte le conquiste dell’epoca moderna nel dominio della cultura e del progresso sociale’, ma dichiarando altresì il loro proposito di voler rimanere nella Chiesa per operare una riforma in essa. Si affermava che la tendenza ad armonizzare i dati centrali della rivelazione neotestamentaria con le forme mutevoli della cultura e della spiritualità “moderna” circostante, costituisce una tendenza immanente del fatto cristiano, che ha permesso un’efficace presenza del cristianesimo nella cultura di ciascuna epoca; e d’altra parte il concetto di tradizione- implicante insieme continuità ed evoluzione- avrebbe reso possibile, all’interno del cattolicesimo, uno sviluppo del dogma nelle sue formulazioni, che rispecchiano nella loro terminologia l’ambiente filosofico nel quale sono sorte. Tuttavia, se nella storia del cattolicesimo si scorge un continuo e spesso difficile equilibrio fra storia e dogma, è anche vero che molte delle correnti eterodosse ed ereticali- soprattutto quelle a carattere più schiettamente speculativo- sono appunto sorte dalla rottura di quell’equilibrio e dalla dissoluzione dell’elemento più schiettamente religioso e dogmatico in formule puramente filosofiche e culturali.
Storicamente le origini del movimento vanno ricercate nel rinnovamento della scienza ecclesiastica durante il 19° e nell’influenza esercitata su di essa dalla filosofia contemporanea ( vitalismo, pragmatismo, contingentiamo, idealismo) e dai progressi compiuti dalla metodologia storiografica; in campo non cattolico l’enorme influenza della filosofia religiosa dello Schleiermacher, il protestantesimo liberale ecc.
La Chiesa condannò con estrema decisione definendolo come “la sintesi di tutte le eresie” perché in esso sarebbero rifluiti tutti gli “errori” del pensiero moderno: relativismo, soggettivismo, razionalismo, agnosticismo, immanentismo, storicismo, portando alla risoluzione della fede nel sentimento, del dogma nella storia, della Chiesa in una pura società mistica.
Il movimento si esaurì nel primo decennio del 20°, si distingueva esplicitamente dalla ‘teologia ‘liberale’ che finiva per dissolvere la sostanza della fede riaffermando la necessità di presentarla in forme nuove.

Una conseguenza della modernità è la secolarizzazione. La società secolarizzata non ha più la religione come punto cardine della vita dell’uomo, non è più centrata su di essa e ha sottratto alla religione quelle tante realtà sociali in cui precedentemente aveva significato e parole decisive.
Quindi modernità e secolarizzazione risultano collegate. Attualmente viviamo in un epoca di postmodernità, in cui appunto la modernità sembra avere esaurito la sua azione.
Gli elementi caratteristici del post-moderno sono complessi.
Nella questione fede ci troviamo dinanzi ad un ritorno del sacro. Nuove sensibilità religiose scaturiscono all’interno delle religioni tradizionali occidentali ed altre si individuano in movimenti o nuovi gruppi variamente strutturati ed organizzati. Preoccupa l’emergere o il riemergere dei fondamentalismi religiosi che vogliono affermare con determinazione un ruolo primario sulla scena politica e sociale.
La perdita del fondamento religioso come sistema unitario ha comportato una frammentazione della società nella molteplicità e nelle articolazioni delle sue funzioni con un riflesso nella cultura presente anch’essa frammentata ed incapace di creare coesione non essendoci nuclei centrali e portanti.
L’uomo è irrimediabilmente solo, impossibilitato a scoprire l’identità dell’altro in una relazione dialettica.
La ricerca di senso evidenzia la carenza di una società debole incapace a rispondere al bisogno dell’uomo.
In questa dimensione la religione, che altro non è che un sistema di valori alternativo, si rivela come qualcosa di emergente nella riflessione alla attuale frammentazione sociale, non riuscendo tuttavia ad esprimere un potenziale forte, ragioni forti nel pensiero.

Questa passaggio dalla modernità al fenomeno del postmoderno ha inciso fortemente nel rapporto fra fede e cultura laica. Se nella contrapposizione radicale agli esiti razionalistici della modernità la Chiesa ha dovuto custodire e difendere la teologia e il pensiero credente ridimensionando le pretese di una ragione totalitaria, ora- i rischi e i pericoli sembrano invertirsi. Il confronto sempre più serrato è con atteggiamenti e teorie rinunciatarie in ordine alla conoscenza del Vero che la
condannano allo scetticismo e al relativismo.

L’ECUMENISMO E LE “NUOVE FEDI”

Sarebbe un grave errore confondere l’ecumenismo con l’atteggiamento da assumere nei confronti di un fenomeno nuovo e completamente diverso, quale è il diffondersi, anche nel nostro paese, di “nuove fedi” o- come si dice- di “nuovi movimenti religiosi o sette”. Sorgono problemi delicati. Non è possibile livellare tutto il fenomeno, che è così complesso, riducendolo ad una sola sua forma di espressione. Inoltre non è lecito confondere tali movimenti con le chiese storiche o con le grandi religioni mondiali. Al contrario, i problemi sollevati dall’impatto con questo nuovo fenomeno dovrebbero essere studiati con maggiore profondità, ed anzi in collaborazione fra tutte le chiese che si trovano ad affrontarlo. “In attesa di indicazioni pastorali più precise a tale riguardo, i fedeli cattolici sono invitati a tenere desto l’interesse per questo problema, ma con atteggiamento di equilibrio, di fermezza e insieme di carità, soprattutto rafforzando la propria maturità di fede. Urge una migliore informazione circa la propria tradizione di fede e circa quella degli altri; urge più ancora una solida formazione teologica” (Nota Pastorale 35)

Ciò premesso tuttavia l’impegno ecumenico deve estendersi anche in questa nuova dimensione, quella dell’incontro, dell’ascolto , del dialogo e della collaborazione. La loro esistenza rappresenta una sfida che può aprire nuovi orizzonti alla ricerca delle ragioni della propria fede nel credente ed essere un forte richiamo alle chiese perché imparino a non dare tutto per acquisito nella loro concezione di unità e ad aprirsi a bisogni e valori fin tropo trascurati.
L’atteggiamento evangelico vuole un comportamento di apertura e amore nei riguardi di persone e comunità portatori di nuovi annunci, valorizzandone i lati positivi che potrebbero essere di arricchimento per la stessa comunità cristiana, interpretando questi segni come un invito permesso da Dio affinché le chiese cristiane si adoperino in un rinnovamento


LA SECOLARIZZAZIONE

Prendiamo le mosse dalla attuale chiara percezione delle possibili ambiguità del fenomeno della “secolarizzazione”: se da una parte ha significato la netta acquisizione, per la moderna coscienza dell’uomo occidentale, tra l’altro della “non divinizzazione”, della “laicità” dell’ordinamento in particolare sociale, statuale, politico (tutto questo “secolare”, è frutto dell’opera dell’uomo e può essere da lui riformato; non è basato su un ordine gerarchico che abbia immediatamente il suo fondamento in Dio, come nel modello teocratico), dall’altra parte può avere come possibile risvolto, a livello di comunità ecclesiale, la privatizzazione della fede. Si pensi, per fare un riferimento nell’ambito della riflessione teologica, al discorso bonhofferiano: con quella inequivocabile sottolineatura della fede tipicamente cristiana come giustificazione dell’impegno “ateo”, da parte del credente, nel mondo “secolare”, esattamente perché il Dio di Gesù Cristo è la negazione di ogni idolo che si opponga alla piena ed autonoma assunzione di responsabilità da parte dell’uomo (la fine di Dio “tappabuchi”); ma anche con quella caratteristica assenza di tutta la tematica riguardante da una parte la valenza concretamente (e non solo di principio, di “riserva critica”) socio-politica della fede, e dall’altra la possibile azione, a questo livello, della comunità cristiana come tale.
D’altro canto, sia pure collocatisi su di un piano profondamente diverso, sono comunque sotto gli occhi di tutti i “revivals” spiritualistici tipici di questi ultimi anni, o, per usare un linguaggio meno pregiudicato, per quanto anch’esso decisamente approssimativo, il ridiffondersi,a livello di massa, del cosiddetto “fenomeno religioso”; realtà queste, che sembrano mettere decisamente in crisi la previsione di un futuro che sia sotto il segno globale di un affermarsi sempre più totalizzante ed esclusivo de “la città secolare”.
A.M.Greley ha addirittura avanzato la tesi che, dal punto di vista sociologico, tutto il discorso della “teologia della secolarizzazione” fosse frutto di un colossale abbaglio: nella introduzione alla sua opera “L’uomo non secolare”, che nel titolo stesso evidenzia l’intento inequivocabilmente polemico, egli scrive: “La tesi di questo libro è, in parole povere, che i fondamentali bisogni religiosi dell’uomo e le fondamentali funzioni della religione non sono mutati un gran che dall’ultima Era Glaciale: se qualche cambiamento è avvenuto, esso rende le questioni religiose più critiche piuttosto che meno critiche nel mondo contemporaneo. In altre parole, quando mi sento dire dagli ammiratori entusiastici di Dietrich Bonhoffere che “il mondo è diventato maggiorenne” e che ciò di cui ora ha bisogno è un “cristianesimo senza religione”, divento profondamente scettico. Che il mondo sia cambiato è abbastanza evidente, ma da ciò non consegue che l’uomo sia mutato tanto sostanzialmente da potersi dire che “è diventato maggiorenne”, con cui, secondo me, si vuol dare a intendere che possa fare a meno dell’Assoluto…L’”uomo occidentale”, l’”uomo moderno”, l’”uomo tecnologico”, l’”uomo secolare”, sono reperibili, per lo più, solo nei campus universitari e, in misura crescente, solo fra i membri più anziani del corpo insegnante, mentre gli studenti si occupano di magia, astrologia e altre bizzarre pratiche cultuali”.

Nonostante la secolarizzazione, tra gli uomini del nostro tempo non è scomparsa la religiosità: sono noti i vari fenomeni in cui questa si manifesta, nonostante la crisi che, in diversa misura interessa le grandi religioni.

IL CONFORMISMO CULTURALE E I VALORI INTERCULTURALI

Poniamo l’accento sul conformismo culturale come fattore di estremo pericolo per l’umanità. Per i popoli del Sud e per le fasce della povertà del Nord è legato alla perdita di identità culturale, alla conformazione culturale, per i popoli del Nord alla informatizzazione della cultura monopolizzata da parte di coloro che detengono il controllo dell’informazione e delle banche dei dati, che ancor più imprimeranno un segno a scapito di una endogena educazione. Un altro fattore che coinvolge strettamente Nord e Sud allo stesso tempo può avere delle enormi ripercussioni sulla sopravvivenza della forza culturale dell’umanità e quindi della sua stessa capacità di creare il mondo: è l’incontro scontro fra le culture. La velocità di spostamento, infatti, mentre facilita l’incontro tra le culture, le espone a un fagocitamento da parte delle culture più aggressive, soprattutto quando quelle più deboli sono portate nelle aree più ricche, del Nord, degli emigrati, quelli che oggi chiamiamo gli immigrati extracomunitari. Le migrazioni sono tutt’altro che un ricordo del passato; le nuove tecnologie e l’industria moderna hanno prodotto scambi finora sconosciuti tra molti Paesi. Indubbiamente questi fattori interessano in modo diverso continenti e nazioni, ma nessuna parte del mondo, almeno in qualche misura, può considerarsi estranea.
Questo periodo storico è caratterizzato dallo scontro conflittuale con le differenze ma anche da una accelerata velocità di spostamento. In tale contesto la facilità di comunicazione e di relazione può condurre non solo allo scontro delle differenze ma anche all’incontro delle culture e religioni differenti.

Un discorso di senso sui valori interculturali è delicato e complesso. La presenza di un contesto culturale e sociale di tipo plurale è un acquisizione importante per lo sviluppo della società ma questo pone ulteriori sfide e interrogativi.
La sfida più immediata è quella del relativismo. Il relativismo è la tendenza a relativizzare i valori, non esistendo più valori assoluti.
Sono quattro i grandi processi di carattere sociale culturale che depongono fortemente per il relativismo dei valori e della cultura:

1. La caduta delle grandi narrazioni dei sistemi culturali, economici e sociali. Con la loro omogeneità interna rendevano possibile la funzione di descrivere, spiegare, giustificare il mondo. Le grandi visioni del mondo, i processi reali, venivano interpretati alla luce e all’idea di questi riferimenti omogenei. Vedi il Capitalismo e il Socialismo.
2. La Globalizzazione. E’ l’insieme di processi che a più livelli si sviluppano su scala più alta rispetto alle singole realtà. Abbiamo processi di produzione diffusi: economia globalizzata, mercato globale…Ciò che avviene nella società è omogeneità sul piano globale e frammentazione su quello locale. All’interno di questo processo abbiamo l’immigrazione. Ma se il Capitalismo può dominare mercato e merci non può regolare i flussi migratori, specie quelli dal Sud verso il Nord. L’immigrazione è vista come una minaccia. Si naviga a vista , si dilaziona. Manca la progettualità sociale di questo fenomeno.Gli immigrati esigono dialogo, confronto, apertura e il costruire insieme.
3. Perdita di certezze. Dall’11 Settembre siamo più insicuri. Nella sua drammaticità, questa data viene considerata la soglia temporale che ha reso evidente la perdita di certezze. E’ minacciata l’integrità fisica. Il terrorismo si differenzia dal passato. Allora i casi erano storicamente individuati. Oggi si è sottoposti a minaccia della integrità fisica. L’incertezza è lo spazio dove si vive, è il nuovo stabile all’interno di cui costruiamo la nostra identità. I processi sono diffusi, siamo dinanzi alla liquidità dei processi, si fluisce nei processi. Non abbiamo strumenti per controllarli. Diminuisce la nostra capacità di sentirsi parte di qualcosa, il sentirsi parte di una famiglia.
4. L’individualizzazione. L’individuo si rifugia in se stesso, al riparo in se stesso, in una ricerca interiore del senso, i riferimenti esterni vengono relativizzati. Venendo a mancare i punti valoriali l’idea del sacrificio non viene postulata. Di fronte a questa situazione diversi possono essere gli atteggiamenti: l’irrigidirsi, un agire razionale o un’autoflessibilità.
L’irrigidirsi è la tendenza a definire che i valori stanno in una dimensione metafisica e li prendiamo come sono, oppure si dice: “vediamo”, “dipende”. L’altro rischio è l’anomia e cioè il non riuscire a vedere dove sono i valori.
Oppure possiamo invece adottare un agire razionale rispetto ai valori. Ognuno di noi costruisce un sistema di valori e l’agire orientato ai valori rende adeguati i mezzi e i fini.
L’autoflessibilità definisce sempre più i margini nel confronto “con”; capire quali siano i modi con cui posso vivere quei valori; riflettere costantemente sui fini e sui mezzi vuol dire essere capaci di dialogo, di apertura e confronto in una ridefinizione costantemente riflettuta sul confronto con altri.
Avere delle ragioni forti, il non pensare debolmente aiuta a riflettere su dove risiede la nostra forza.

L’Italia sotto il profilo religioso si avvia ad essere una società pluralista, nel quale la maggioranza è chiamata a convivere con molte espressioni di fede. Tutte visibili, radicate nella nostra quotidianità e quindi desiderose di un pieno riconoscimento giuridico.
Pensare ad una omogeneità etnica, culturale e religiosa non è possibile. La nostra esperienza quotidiana di cittadini credenti afferma il contrario. In Italia a fianco alle chiese cattoliche trovi moschee, comunità buddiste e induiste. L’1,92% della popolazione comprende 614 realtà religiose presenti nel nostro paesi pari a 1.100.300 cittadini italiani. Il rischio di essere stretti tra indifferentismo e plauso retorico, tra i fondamentalisti e il supermarket religioso c’è.
L’espressione “Italia cattolica” va quindi spiegata e articolata: non è più un assunto immediatamente eloquente. Lo dicono i modesti dati sulla partecipazione degli italiani alla vita parrocchiale, il loro basso grado di adesione a dogmi e direttive della Chiesa, la libertà con cui affrontano i problemi di ordine etico.
Nella varietà di altre risposte religiose si sta affermando dunque in pluralismo religioso.
L’ebraismo pur limitato numericamente, appartiene alle radici dell’Europa. Il rapporto con esso è complicato dalla immane tragedia della shoah e dalla attuale situazione in Medio Oriente. Occorre rilanciare un dialogo autenticamente teologico.
C’è una crescente presenza dei musulmani.
In questi anni si registra un crescente interesse per il buddhismo. Sono presenti le tre grandi famiglie o tradizioni: la Theravada, del sud-est asiatico, la Mahayana Zen dell’estremo oriente e la Mahayana-Vajrayana del Tibet. Vi sono anche altri gruppi minori, non ufficialmente riconosciuti, come ad esempio quello del Soka Gakkai. Problema da considerare è il sincretismo religioso o la doppia appartenenza.
Il cosiddetto ritorno del religioso o del sacro, nelle sue espressioni esoteriche, gnostiche, arcaiche, vitalistiche, pagane, paniche, mitiche, è un altro protagonista ambiguo della nostra cultura e storia. Davanti a esso permane la domanda: il ritorno del sacro attuale, col suo volto anonimo, è vero superamento del nichilismo o in qualche modo ne porta ancora i segni o addirittura ne è solo la nuova maschera? Il ritorno del sacro è segno forte di una domanda, ma non ancora di un ritrovamento di una risposta.
Il dato numericamente dei “non cattolici” resta quantitivamente poco rilevante- due milioni circa di persone- ma è molto significativo sul piano qualitativo: in massima parte si tratta di persone determinate ad affermare la specificità della propria fede, presenti ed attive sulla scena pubblica.
Le diverse comunità di fedi presenti in Italia hanno storia e strategie di presenza nel paese assai diverse tra loro: c’è chi punta all’intervento culturale, chi soprattutto al sociale, chi promuove proselitismo; così come c’è chi si pone in atteggiamento di dialogo con la società italiana e chi invece si chiude dentro la propria comunità; c’è chi punta alla italianità della propria confessione e chi invece cerca di mantenere e sviluppare relazioni spirituali, organizzative e finanziarie con le più diverse “case madri”; c’è chi guarda ai principi di laicità come una garanzia della propria libertà di culto e chi invece li considera una pericolosa minaccia alla fede.
Questa eterogeneità ha una valenza sociale e pubblica; non è affatto irrilevante rispetto alla costruzione di una società pluralista e conviviale in cui molte strade concorrono a costruire una città. Insomma, il pluralismo confessionale non è ancora a servizio di una società plurale, del bene comune, della convivenza e della pace.
Questo tempo che stiamo vivendo, richiede di ripartire daccapo e ricominciare a porsi le ragioni profonde della fede.


L’EREDITA’ DELL’ILLUMINISMO


Si ritiene che questo mutare possa essere visto come un sintomo tra i tanti delle difficoltà di ambientamento, del disagio da parte della Chiesa, della comunità cristiana nei confronti del mondo moderno: mondo sorto dalla svolta rappresentata da quel fenomeno complesso che va sotto il nome di “Illuminismo”.
Uno dei suoi caratteri fondamentali può essere descritto parlando di decisa centralità riconosciuta all’uomo (antropocecentrismo): il punto di partenza per l’investigazione reale, e il fondamento dell’organizzazione della vita sociale, non è più immediatamente Dio, in quanto creatore dell’ordine globale del cosmo, ma l’uomo, il soggetto “Cogito ergo sum”, cui il Cosmo è sottomesso. Si determina un profondo cambiamento rispetto all’assetto culturale, sociale, politico…medioevale: assetto con il quale la riflessione credente e la comunità cristiana nel suo complesso avevano realizzato legami strettissimi, e per alcuni aspetti straordinariamente fecondi (si pensi, per esempio, a tutta la stagione della Scolastica).

Ora, dal punto di vista storico si deve dire che “di fatto, la coscienza cattolica realizzò nel corso dell’800 una valutazione negativa dei mutamenti più significativi prodottisi nella cultura europea moderna a livello di visione della realtà (liberalismo, autonomia individuale a livello teorico e pratico, civile ed ecclesiastico, forte valorizzazione della trasformazione civile intesa come “progresso” ininterrotto: democrazia politica; laicità dello stato, ecc…) Le cause della scelta “antimoderna” della Chiesa cattolica dell’800 sono complesse e non solo di ordine teoretico: si pensi al rilievo decisivo che ebbe la preoccupazione di restaurazione civile e politica nel determinare la rinascita scolastica e tomistica, specie presso la scuola gesuita romana”.
Comunque sia, la vicenda teologica di questo secolo, il nostro, può essere descritta seguendo il filo dominante costituito dai tentativi di superare la frattura tragica determinatasi tra intelligenza cattolica e cultura egemone a livello civile.
Su questo sfondo, che rimanda a un contenzioso addirittura di secoli, si capiscono le difficoltà e anche le ingenuità, i ripensamenti, le revisioni…
Al di là delle esagerate polemiche del secolo scorso, la critica della Chiesa all’Illuminismo come sistema messianico omnicomprensivo (critica, quindi, di alcuni aspetti della modernità) è la medesima che oggi fa dell’Illuminismo la cultura post- moderna. Ma se il dibattito di un tempo raggiungeva da entrambe le parti toni aspri ed eccessivi, oggi è fecondo perché ci ha permesso di apprezzare alcuni valori della modernità, senza per questo credere che tutto sia stato risolto con il messianismo illuministico inteso quale sistema totalizzante.
Credo si collochi qui appunto la possibilità di dialogo odierno tra una modernità che ha riconosciuto le proprie pretese esagerate e una Chiesa, un pensiero religioso che riconosce le conquiste della modernità e, soprattutto, non ha più paura della libertà. Il centro delle discussioni, in fondo, è stato sempre quello dell’esaltazione o della paura della libertà. la Chiesa ha superato tale paura ritornando alle sue origini genetiche: la parola di Gesù “la verità vi farà liberi”, e la risonanza di Paolo “siete stati liberati per la libertà”.
In ogni caso, se si guardano le cose in termini generali, si può dire che la linea di tendenza sottesa a quanto detto sin qui è obiettivamente indirizzata a porre genericamente il problema, per così dire, “ecclesiologico”: nel senso cioè che il centro di gravità dell’attenzione tende a coagularsi attorno all’interrogativo su come la comunità cristiana, deve vivere e atteggiarsi nel mondo odierno, sviluppatosi per molti aspetti a prescindere o in atteggiamento di critica radicale, o di opposizione nei confronti della comunità ecclesiale e del messaggio da essa annunciato.


I SEGNI DEI TEMPI: UNA PROSPETTIVA TEOLOGICA

L’importanza del fatto religioso nella vita umana e gli incontri sempre più frequenti tra gli uomini e le culture rendono necessario il dialogo interreligioso, in vista dei problemi e dei bisogni che riguardano l’umanità, per chiarire il senso della vita e per promuovere un’azione comune in favore della pace e della giustizia nel mondo. Il cristianesimo non si tiene fuori né può rimanere al margine di tale incontro e del conseguente dialogo tra le religioni. Se queste sono state talvolta, e possono essere ancora, fattori di divisione e di conflitto tra i popoli, è auspicabile che nel mondo attuale appaiono agli occhi di tutti come elementi di pace e di unione. Il cristianesimo deve dare il suo contributo perché questo sia possibile.
In questi termini è il problema del Concilio Vaticano II: Concilio indubbiamente “ecclesiologico”, nel senso che la direzione principale verso la quale si sono indirizzati gli sforzi e concentrata l’attenzione è stata quella dell’”aggiornamento” della Chiesa, della riforma di questa comunità gerarchica in vista di un’apertura nei confronti del mondo moderno, riforma da realizzarsi, da parte della comunità ecclesiale, sulla base di una più limpida e completa coscienza di sè e della propria struttura profonda.
Paolo VI, succeduto a Giovanni XXIII, così indicava, nel discorso di apertura della seconda sessione, “gli scopi principali di questo Concilio, che per ragione di brevità e di migliore intelligenza noi indicheremo in quattro punti: la conoscenza di sé o, se così piace dire, la coscienza della Chiesa, la sua riforma, la ricomposizione di tutti i cristiani nell’unità, il colloquio della Chiesa col mondo contemporaneo”.
In questa direzione risultano particolarmente significativi documenti come la Costituzione dogmatica Lumen Gentium e la Costituzione pastorale Gaudium et Spes; così pure, anche se a un altro livello, encicliche come l’Ecclesiam suam, programmatica del pontificato paolino.
La riflessione teologica del periodo conciliare andava anch’essa nel medesimo senso: le tematiche ecclesiologiche erano al centro dell’attenzione e della discussione. Basti pensare a tutta la produzione di teologi come Y. Congar o a opere come la “La Chiesa” di H. Kung.
Ha scritto W.Kasper a proposito della produzione teologica conciliare e immediatamente post-conciliare: “Il dibattito teologico di questi anni ha avuto per oggetto, almeno in campo cattolico, soprattutto il tema del rinnovamento della Chiesa, proposto dal Concilio Vaticano II. Al centro dell’interesse troviamo le questioni che riguardano la Chiesa, la sua natura, unità e strutture, come anche il problema del rapporto tra Chiesa e società contemporanea”.
Ma la linea logica non poteva non portare a superare questa fase: la Chiesa non è una comunità fine a se stessa, che abbia unicamente in sé la propria ragione d’essere e di operare. La Chiesa è la comunità di coloro che credono in Cristo e annunciano Cristo al mondo. Per cui il problema radicale è quello di ritrovare un senso oggi, nel mondo di oggi, alla fede in Cristo, all’annuncio di Lui. La tensione vera è quella Cristo-mondo: e la Chiesa a servizio di questa tensione.
Per dirla in altri termini: superata la parzialità del riferimento ecclesiocentrico come qualificante il cristiano, (“cristiano è colui che, battezzato obbedisce ai legittimi pastori della Chiesa”), il volto del discepolo di Cristo è primariamente caratterizzato precisamente dal suo riferimento a Cristo; è a questo riferimento allora, al suo “oggetto”, alla sua meta, che si deve prestare approfondita attenzione.
La ragione e il senso della Chiesa è una persona, che ha un nome ben preciso:Gesù Cristo, la confessione di Gesù Cristo fonda sia la determinatezza, l’inconfondibilità e la differenziazione del dato cristiano, come pure la sua apertura universale e la responsabilità nei confronti del mondo intero.
Non ci proponiamo quindi nessun proselitismo, non miriamo a nessuna riconquista, non ci preoccupiamo di un ritrovamento di chissà quale influenza sociale e culturale; ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo, ci basta sentire questo Vangelo come l’anima delle nostre assemblee, l’ispiratore dei nostri ordinamenti, il punto unico di riferimento della nostra azione e della nostra organizzazione.
AREA ESOTERICA E DEL POTENZIALE UMANO


Ai fini dell’analisi che stiamo conducendo sul pluralismo religioso contemporaneo, è importante soffermarci su fenomeni relativamente nuovi: l’emergere di moderne religioni della mente.
Osservando da vicino in maniera approfondita le varie tipologie dei nuovi movimenti religiosi, è facile notare alla loro base una forma di sincretismo di psicologia umanista, di psicologia transpersonale e di religiosità-spiritualista. Il ricorso ad uso di tecniche e di contenuti psicologici, lo riscontriamo in taluni movimenti di matrice cristiana, frequentemente nei movimenti di origine orientale, in quelli esoterici, gnostici, magici e in quelli che accentuano lo sviluppo del potenziale umano.
Queste nuove religioni, ricordiamo Scientologia, cercano di parlare meno di Dio e molto di più delle potenzialità riposte nell’essere umano, potenzialità ritenute spesso inesplorate e soprattutto sottovalutate ai fini del benessere spirituale e fisico che ogni individuo tende a raggiungere.
Innanzitutto si tratta di imparare a conoscere e riconoscere le forze sopite che sono dentro di noi, risvegliando le positive e rimuovendo, con tecniche specifiche le negative, poiché impediscono la realizzazione sociale e l’armonia dell’individuo. Conoscere i segreti della mente per salvarsi l’anima, guarire dai mali fisici e riuscire nella vita: è questa l’estrema sintesi, la formula che racchiude l’essenza delle religioni della mente. La parola chiave è guarire, cioè stare bene attingendo a forze interiori, morali e mentali, senza dover ricorrere necessariamente a medici, psicologi, psicanalisti. Si può guarire, sperimentando in prima persona che in ognuno di noi si nascondono risorse spirituali capaci di diminuire la cause del malessere che affligge il nostro corpo e la nostra mente.
Coloro che aderiscono a seminari di studio, incontri di gruppo puntano globalmente alla salute del corpo e dello spirito, partendo dalla propria esperienza di disagio e di malessere generalizzato. Nell’arcipelago di queste esperienze, numerosissime sono le organizzazioni spirituali, esoteriche, gnostiche –cristiane, terapeutiche che hanno la pretesa di condurre le persone a stadi superiori di coscienza, al recupero di uno stato di benessere che include lo sviluppo spirituale. Gli animatori o guru di questi gruppi spesso diventano modelli cultuali e le tecniche di meditazione fungono come riti magici di iniziazione che, facendo giungere il soggetto a una nuova coscienza cosmica, gli permettono di percepirsi come una semplice onda dell’oceano cosmico, una parte di un tutto molto più grande, un essere egli stesso divino con potenzialità non ancora utilizzate e che non necessitano di alcuna salvezza.
Non viene proposto nulla in cui credere; chiedono solo di “fare esperienza” per giungere a una concezione di libertà interiore ad un’esperienza intrisa di emotività, di sentimento, di affettività, in cui giocano un ruolo notevole le manifestazioni esteriori, quali pianti, abbracci, fenomeni paranormali, glossolalia, trance, profezia, guarigioni e discernimento.Una religiosità psicologica soggettiva che in un contesto storico segnato dal disorientamento, sottolinea ed evidenzia l’esigenza dell’autorealizzazione ricorrendo ad espressioni quali essere, unità, coscienza pura, coscienza divina, trascendenza, identità individuale, insomma concentrata sul soggetto e sull’affermazione dell’io.
Attraverso il love bombino si risponde alle attese di calore umano, all’ispirazione di potersi esprimere liberamente, a trovare una guida comprensiva, un maestro, una direzione, a percepirsi diversamente anche nei rapporti con l’umanità, la storia e il cosmo.
Che questi obiettivi possano essere raggiunti , riscoprendo un filone gnostico-cristiano, oppure trasformando intuizioni fantascientifiche in una complessa costruzione metafisica, qui non è importante far emergere le pur profonde differenze esistenti fra questi approcci, quanto tener fermo un punto che accomuna queste esperienze: curare i mali si può, basta sapersi curare, affidandosi ai poteri o della propria fede religiosa o della propria mente.
Presentiamo di seguito alcune esperienze che si rifanno a Scienza di Cristo a Scientologia ecc.
Scientologia e Scienza di Cristo sono, difatti, divisi da un elemento decisivo: nella seconda si parla esplicitamente di fede e il riferimento è la Bibbia; nella prima si evoca una tecnica di risveglio delle forze interiori mentali capaci di dare una risposta al bisogno d’immortalità dell’essere umano, senza postulare necessariamente né un Dio né un Salvatore.


SCIENZA DI CRISTO


Movimento religioso fondato da Louis Antoine alla fine del XIX secolo. Inizialmente il movimento è fortemente caratterizzato da una forma sperimentale di spiritismo, scientifica, per provare l’esistenza dell’aldilà e delle anime immortali, con le quali entrare in contatto. Inoltre vengono esplorati i poteri di guarigione mediante l’imposizione delle mani e in comunicazione con anime potenti riuscendo a vedere gli organi malati sui quali esercitare azione magnetica. Un connubio di spiritismo e cristianesimo, di quest’ultimo prendendo a modello ovviamente la figura di Gesù-taumaturgo.
Attraverso un’intensa esperienza di guaritore, allargata ad una vasta comunità di discepoli (medium, guaritori, spiritisti), Antoine elabora una concezione-non cero nuova- che connette i mali del corpo ai disturbi dell’anima. La posizione critica, assunta nei confronti della medicina ufficiale, gli ha procurato numerose noie giudiziarie per abuso della professione. Tuttavia, forte delle sue convinzioni, alla guarigione del corpo ben presto aggiungerà una complessa pratica rituale di resurrezione dell’anima, che lo porterà più tardi ad abbandonare l’innamoramento originario per lo spiritismo.
Le sedute di guarigione individuali si trasformano in preghiere collettive, da lui guidate, e che culminavano in fenomeni di guarigioni per imposizioni delle mani. L’arte terapeutica viene inquadrata in un sistema di credenza religiosa, fondata sull’idea che Antoine non sia altro che un profeta, chiamato da Dio a rivelare la forza dello Spirito divino. Il movimento che si forma attorno a lui, dopo questa svolta, prende sempre più le caratteristiche di un movimento carismatico, adunato attorno ad un portatore di poteri straordinari, riconosciuti come tali dai seguaci e dai numerosi fedeli.
Il nucleo della dottrina di Anoine è riconducibile all’alveo delle religioni della mente: il nesso fra salute e salvezza, fra mente e corpo.Questo nucleo si articola nel modo seguente:

a) una visione dualista del mondo, dominato da due forze, la legge di Dio e la legge degli incarnati;
b) l’essere umano è diviso fra due forze: corpo e anima divina. La mente partecipa di un livello di coscienza e al tempo stesso di un livello di intelligenza, condizionato dalle passioni umane.
c) Il male è un’immagine deformata della realtà che la mente intelligente si forma e che solo l’altra mente è in grado di correggere grazie all’apporto della fede nell’Eterno, così come la materia è solo un’illusione, essa non esiste;
d) La via ascetica che consegue, il lavoro morale, è la ricerca delle forze progressive che sono in noi per battere quelle regressive, arrivando alla piena coscienza della presenza potente del fluido d’amore e di luce che ci pervade e che, dominati dalla mente, intelligente, non riusciamo a percepire;
e) Il cammino di liberazione ha bisogno di più vite, perciò viene ammessa la reincarnazione;
f) E infine la malattia, essendo una piaga esterna dell’anima, non è altro che l’accumulo di errori commessi, di deformazioni della realtà che la nostra mente ha creato in noi, anche nelle vite precedenti, da cui è possibile liberarsi gradualmente attraverso il lavoro morale ( cammino mistico e gnostico guidato da un leader carismatico), sola garanzia di restituzione all’anima individuale del fluido positivo della mente coscienza.


Come si può notare, siamo di fronte ad un movimento religioso che, per alcuni versi, anticipa alcune tendenze presenti oggi nel vasto arcipelago del neo-sincretismo, che soddisfano il bisogno di esperienza mistica, diretta e carismatica del sacro, e al tempo stesso, il desiderio di ricavarne benefici immediati per il corpo e la mente.

LA CHIESA DI SCIENTOLOGIA

Il fondatore è Ron Hubbard. La terapia religiosa che egli proporrà è in realtà l’esito finale di un cammino di ricerca, lungo e tormentato. Prima di approdare ad una visione religiosa, Hubbard cerca di definire una tecnica che “riesca a far star bene le persone nella loro pelle e nella loro testa”. Il testo “Dianetica” del 1950 ha fatto la sua fortuna. Nel libro si parla dei disturbi della mente e della psiche umana e di come porvi rimedio ricorrendo ad una particolare psicoterapia.
La mente umana viene vista come un insieme di “province autonome”, ma interdipendenti fra loro, corrispondenti a tre livelli dell’attività psichica:

a) Analitica, reattiva e somatica;
b) fra la prima e la seconda esiste un flusso di informazioni ma se la regolazione del flusso subisce un incidente di percorso,la reattiva lo fissa nella memoria individuale come un modo normale di reagire di una persona agli stimoli positivi e negativi della vita. Gli “engrammi”, un silos di sensazioni negative, che bloccano il funzionamento positivo della mente analitica.
c) L’individuo agisce dal fascio di emozioni che non controlla e che lo condizionano, suscitato da un evento vissuto drammaticamente nel passato e sedimentatosi nella memoria inconscia.
d) Il condizionamento si trasferisce dalla psiche al soma, provocando traumi e stati di malessere fisico.
e) Obiettivo della cura è prosciugare la “provincia reattiva” da tutti gli engrammi che impediscono ad un individuo di vivere pienamente la sua vita.
f) Sotto la guida di un buon auditor, una persona è sollecitata a risalire indietro nelle sue esperienze passate, fino ad afferrare la causa prima dei suoi disturbi emotivi che hanno generato il blocco della memoria reattiva e di quella analitica di conseguenza. Così l’individuo esce gradualmente dalla zona d’ombra della sua coscienza e diventa un “rischiarato” (clear), ripulito dentro delle ragnatele della sua mente.

Le difficoltà incontrate presso gli ambienti scientifici americani che screditeranno i suoi metodi, trasformerà questa tecnica in una nuova visione del mondo, un sistema di credenza vero e proprio, cui gli adepti potessero aderire sulla base di un atto di fiducia e di fede nella capacità salvifica promessa dalla Scientologia.
Hubbard sviluppa l’idea secondo la quale l’essenza dell’essere umano va ricercata nella dimensione spirituale: l’anima, il thetan. L’uomo può vivere a prescindere dal corpo e nella sua storia passata è vissuto in altri corpi. L’acquisizione della teoria della reincarnazione, appunto. Su questa strada andrà più lontano e concepirà i thetan come spiriti creatori dell’universo che- ad un cero punto, per misteriose vie- hanno dimenticato di esserlo e hanno subito un processo di decadenza. Il cammino dell’uomo è quindi di rimuovere le fonti dei “ricordi traumatici” che bloccano l’armonico sviluppo delle persona,riscoprire la sua lontana origine trascendente, come spirito di luce. Giunto a questo stadio supremo, il “clear”, il rischiarato, comprende che il suo destino è la liberà assoluta di cui possono godere solo i thetan.

Scientologia è ancora oggi al centro di controversie giudiziarie e di campagne denigratorie molto aspre. Da una parte Scientologia vorrebbe definirsi l’immagine del prestigio e della scienza ma la sua scienza si riferisce al regno della spiritualità. Dall’altra, sviluppando un’organizzazione per proteggere questa scienza spirituale, ha creato una Chiesa che sembra poco familiare a chi frequenta gli edifici di culto che ospitano gruppi religiosi più conosciuti costruiti su antiche tradizioni o su rivelazioni divine.
“I fedeli e i critici sono d’accordo su un punto: le sensazioni che si provano entrando in una sede locale della Chiesa di Scientologia non assomigliano affatto a quelle offerte da una chiesa cristiana e neppure da un tempio buddista.” (Melton, 1998, pag. 82)

ITALIA PLURALISTA

 

Sotto il profilo religioso anche l’Italia si avvia ad essere un paese pluralista, nel quale la religione cattolica, religione di maggioranza, si trova a fare fronte ad una realtà frammentata, complessa che è quella dei nuovi movimenti religiosi, delle nuove religioni.

E’ questo un passaggio culturale e sociale di cui non ancora si ha piena consapevolezza.
Questi nuovi movimenti di fede, visibili, sono radicati nella nostra società e molti di essi attendono un riconoscimento giuridico.

Sono circa 650 differenti sigle riunite in 18 “famiglie”: dalle chiese tradizionali ai movimenti dei dischi volanti, dei neo-templari ai satanismi, dai gruppi di “magia cerimoniale” a quelli neo-sciamanici. Ma insieme a tutto questo c’è anche la varietà di altre risposte religiose; dai testimoni di Geova ai buddisti, dai musulmani agli ebrei.
Il dato numerico dei “non cattolici”, delle cosiddette minoranze religiose sale al 3,50% della popolazione residente; crescono l’area del “potenziale umano” ( 100.000 persone, frequentatori soprattutto di Scientology), e la galassia New-Age ( circa 20.000).
Questo dato è significativo per la qualità che ne è riferita: in gran parte parliamo di persone determinate ad affermare la specificità della propria fede ed attiva nella scena pubblica.

Le varie comunità di fede presenti in Italia hanno storia e strategia di presenza nel paese molto differenti tra loro da interventi e promozioni culturali-sociali a ricerca di dialogo, dal sviluppare relazioni spirituali all’organizzare imperi finanziari, dal sottolineare la laicità come garanzia della propria libertà di culto alla considerazione di una minaccia alla spiritualità della fede.

La complessità del fenomeno ha una sua effettiva valenza sociale e pubblica e potrebbe divenire rilevante rispetto alla costruzione di una società pluralista e conviviale in cui molte dinamiche confluiscono e interagiscono.

La nostra epoca è stata definita come l’epoca della post-modernità in quanto designa l’emergere di un insieme di fattori nuovi che per estensione ed efficacia hanno determinato cambiamenti radicali e durevoli.
In particolare è stata rimessa in questione la pretesa razionalistica tipica della modernità che affermava che il destino della religione sul finire del secondo millennio era l’estinzione.

 
Gli anni 60 e 80 sono stati gli anni del tema sociologico della secolarizzazione.
In quei periodi avvengono profonde e radicali trasformazioni socioculturali, spiegate da diversi fattori quali l’industrializzazione e il passaggio da un economia agricola ad una industriale, l’urbanizzazione con il moltiplicarsi delle città e delle grandi concentrazioni umane, l’emigrazione, la crescente diffusione dei massmedia, l’accresciuta secolarizzazione, l’intensificarsi dei rapporti tra gli uomini e la conseguente nuova socializzazione.

Ripercussione profonda di tale cambiamento è il passaggio da un sistema unitario di valori e di comportamenti ad una pluralità di scale di valori diverse e spesso contraddittorie nonché la caduta stessa del fatto religioso sia come pratica ed esperienza personale sia come valore spirituale.

Le grandi chiese , quindi, si trovarono a fronteggiare l’emergere della secolarizzazione, cioè l’estinzione della pratica e della realtà religiosa dai singoli ambiti della vita della persona. La religione non era capace di incidere nelle scelte non solo personali ma anche sociali. La fede non era capace di trasformarsi da un itinerario individuale ed un itinerario unitario.
Il teologo battista Harvey G.Cox nella sua opera “The secular city” elaborava una teologia per l’epoca “postreligiosa”il cui avvento in molti ritenevano fosse imminente.

Trent’anni dopo da “The secular city” lo stesso Cox, nel 1995, scrive in “Fire from heaven” che :
“oggi è la secolarizzazione non la spiritualità che può essere vicina all’estinzione” e che è diventato “ovvio che al posto della morte di Dio “ che alcuni teologi avevano dichiarato non molti anni fa, o del declino della religione che i sociologi avevano previsto, è avvenuto qualcosa di veramente diverso. E proposito di “ The secular city” il teologo aggiunge: “ L’orizzone era questo, quello che ci raccontavano gli altri, che utilizzavano strumenti sociologici di descrizione del reale o che usavano lenti deformanti per leggere il reale perché coprivano forse alcuni propri desideri sul destino dell’umanità. Pensavamo di assistere ed un disincanto del mondo ma invece stiamo assistendo ad un reincanto del mondo.

Pensavamo che ci fosse un uscita dalla religione dalla scena dominante, ma forse ero troppo giovane ed impressionabile quando gli accademici facevano queste previsioni tristi. Chi le faceva ammetteva che la fede sarebbe potuta sopravvivere come eredità culturale, forse in ridotti etnici o abitudini di famiglia, ma insisteva che i giorni della religione come forza capace di dare forma alle culture e alla storia erano finiti.
Tutto questo non è accaduto, al contrario, prima che i futurologi accademici facessero in tempo a ritirare la prima pensione, una rinascita religiosa di un certo tipo ha cominciato a manifestarsi in tutto il mondo.”

Infatti le statistiche degli ultimi 15 anni ci parlano di un trend in aumento della pratica religiosa nelle confessioni delle comunità religiose nuove ed antiche. Un trend di una generazione tra i 25-40 anni che è ritenuta potenzialmente attiva e matura dalle società contemporanee.

Forse la secolarizzazionenon era un fatto essenzialmente quantitativo bensì come ha insistito il sociologo Brian Wilson, un fatto qualitativo, cioè una individualizzazione della fede non più capace di sapere incidere sulle grandi scelte culturali, economiche, politiche della società. Una fede che vive sempre più radicata nelle scelte individuali della persona e non ha pretese di conquistare spazii, altri ambiti.


I dati statistici oggi ci dicono che abbiamo un 4,5% di atei, un 36% di cattolici e l’1,92% dell’area delle nuove religiosità.
La popolazione in Italia è di 57143000 cittadini.
L’1,92% è un numero significativo, è la presenza della minoranza religiosa in Italia. C’è una restante percentuale del 40% di persone impegnate in un “credere senza appartenere”, “credere a modo mio” che la sociologa inglese Grace Davie definisce “believe without belonging”. Questa è la maggioranza della popolazione italiana, della popolazione europea, della popolazione occidentale. Che crede in qualcosa ma non appartiene.

L’1,92% della popolazione comprendente 614 realtà religiose presenti nel nostro paese pari a i.10300 cittadini italiani.
Dell’1’92% l’1% circa della popolazione costituita da una realtà: i testimoni di geova, la maggiore realtà organizzata in modo unitario.

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