Sabato, 4 settembre 2010 

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L'INDUISMO

L’induismo è un complesso di dottrine, di credenze, di riti che costituiscono una fase della vita religiosa dell’India.

L’induismo si riallaccia geneticamente al filone ortodosso delle religioni vedica e brahmanica e dopo la parentesi eterodossa e eretica del giainismo e del buddhismo riafferma e diffonde per il vasto continente indiano quell’ortodossia tradizionale.. però elementi genuinamente ari, che attingono ad alte concezioni religiose e alla speculazione filosofica, si trovano nell’induismo mescolati insieme con le credenze e osservanze superstiziose e popolari, arie e non arie, e con dottrine estranee all’antica religione indo-aria.

Al crogiolo etnico e linguistico dell’India si può dire pertanto che corrisponda quel crogiolo o vero sincretismo religioso che è l’induismo.

Tempio Induista "Prambanan" dedicato alle divinità induiste Brahma, Shiva e Vishnu.

Una miriade di fedi, culture e filosofie, a volte anche distanti teologicamentefra loro, che manifestano però alcuni punti di convergenza comune, quali la teoria del karma e della reincarnazione, la possibilità di liberazione-moksa-, l’accettazione dei “Veda”, le scritture sacre, il vasto numero degli dei adorati, peraltro, non tutte le correnti accettano le medesime manifestazioni del divinodei o dee-, ma accettano il fatto che ogni manifestazione sia, in ultimi analisi, un aspetto di Dio.

Vi dominano le tre divinità Brama,Visnu e Shiva, alle quali sono rispettivamente attribuiti i compiti del creare, del conservare e del distruggere. Esse si trovano altresì riunite nella trimurti o triade indiana raffigurata da un corpo con tre teste.

La pratica del culto rivela una spiccata tendenza unificatrice e monoteistica: la divinità è, in realtà, una sola sebbene sotto nome diverso; e, eclissatasi la figura di Brahma, l’alternativa rimane fra Visnu e Siva, concepiti e l’uno e l’altro, dai visnuiti e dagli scivaiti, come l’unico e sommo Dio, la cui essenza è universale e panteistica, ma che può assumere e di fatto assume per soccorrere il mondo e i devoti, e quale oggetto concreto della loro devozione e del loro amore, fattezze personali e umane.

Grande importanza hanno i numerosi luoghi sacri –tirtha-sparsi per tutta l’India e legati a tradizioni che ricordano l’apparizione e la dimora di Visnu o Siva; visite e pellegrinaggi a quelle sante mete rappresentano quanto di più meritorio e pio il credente possa compiere. La mancanza di una norma unitaria e di una gerarchia ha permesso una grande varietà di credenze e di sette locali, la coesistenza di correnti popolari e speculative, di devoto amor di Dio e culto fallico e di molti contrasti e contraddizioni.

Recentemente,l’induismo si è definito in relazione all’Occidente e al cristianesimo. Sono nati i grandi movimenti di riforma del XIX secolo, il Bramo Samaj, fondato nel 1828 da Raja Ram Mohan Roy (1772-1833), e l’Arya Samaj, fondato nel 1875 da Swami Dayananda Sarasvati (1824-1883). Pure molto diversi fra loro, entrambi presentano l’induismo come monoteismo. Altri maestri si pongono il problema di portare l’induismo in Occidente, superando il punto di vista secondo cui si tratta di una religione per i soli indiani. La rinascita dell’induismo di fronte alla sfida dei missionari cristiani nel XIX secolo- e la successiva “contro misione” in Occidente- è rappresentata particolarmente da Ramakrishna e dal suo discepolo Vivekananda, il “san Paolo” dell’induismo. A lui si rifanno poi altri maestri spirituali e riformatori religiosi, come Radhakrishnan e, pur con una via relativamente autonoma, Sri Aruobindo.

Tutti costoro perseguono nella loro sperimentazione religiosa e spirituale due obiettivi: proclamare l’esistenza di un unico universale Dio e praticare una pluralità di tecniche di meditazione, sconfinando liberamente da una tradizione religiosa ad altra, teorizzando la legittimità di ricorrere a metodi differenti per raggiungere la fusione mistica, l’identificazione dell’anima individuale con l’Assoluto ( il brahman). I Veda, nella loro visione teista, sono visti come un silos di simboli universali, vero e proprio terreno d’incontro con altre tradizioni religiose.

L’aspirazione universalistica ed ecumenica di questa Missione fu parzialmente ridimensionata da Sri Aurobindo, il quale, invece recupererà nel suo messaggio spirituale l’identificazione fra religione ed etnia: il popolo hindù è depositario, secondo lui, della verità universale contenuta nei Veda e l’India è chiamata a far conoscere al mondo intero il tesoro di che questa nazione custodisce. L’India è definita il “guru delle nazioni”, l’incarnazione storica dell’energia divina. Da qui l’idea di organizzare una vera e propria campagna di promozione delle idee religiose e dell’induismo nel mondo intero.

Nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle il neo-induismo ha conosciuto un altro fenomeno:l’emergere di nuovi maestri spirituali attorno ai quali si sono formati veri e propri nuovi movimenti religiosi, che pur conservando tratti originari della cultura induista, hanno spesso innovato, adattando categorie spirituali e pratiche di vita, nate in India, alla mentalità e alla cultura occidentale. Molti di questi guru sono diventati spesso più popolari in Occidente che nel loro Paese d’origine.

Il più famoso maestro dell’India contemporanea è senz’altro Ramana Maharshi (1879-1950): questi sperimentò la possibilità di attingere la profondità del proprio Sé, sconfiggendo la paura della morte e potendo così superare il bisogno d’identificazione con il proprio corpo (e conseguentemente, con tutto quanto, tramite il corpo ci lega a questo mondo sensibile).Egli è diventò un punto di riferimento spirituale come maestro di sapienza, riconosciuto in India e in Occidente: un innovatore della via gnostica.

Un altro sapiente è Swami Ramdas (morto nel 1963), fondatore di un centro di meditazione nel sud dell’India, meta di pellegrini indiani e occidentali; egli è stato un propagatore della via “bhakti”, di una religione del cuore, che troviamo anche nel fondatore degli Hare Krishna, Swami Prabhupada.

Un movimento che ha, attualmente, un certo seguito è quello fondato da Swami Shivananda (1887-1963): la Divine Life Mission. La dottrina che sta a fondamento di questa Missione, è una sintesi- a volte sincretistica- della spiritualità vedica (dunque teista e non dualista) con i valori della cultura moderna (compresi quelli espressi dalla mentalità scientifica). I corollari che ne discendono sono, da un lato, l’apertura ecumenica verso altre religioni e, dall’altro, l’impegno sociale per migliorare le condizioni di vita degli esseri umani meno favoriti dalla sorte.

Un’altra figura molto nota in Occidente è quella di Satyarayana, meglio nota con il nome di Sai Baba ( nato nel 1926 a Puttaparti, dove, ancor oggi riceve le migliaia di pellegrini da tutto il mondo in un complesso d’edifici che sono venuti aumentando nel corso degli anni). Egli si è autoproclamato la reincarnazione del guru Sai Baba di Shirdi (morto nel 1918), misteriosa figura di maestro capace di compiere miracoli e di proporre un messaggio religioso che riprende motivi sia dall’universo induista che da quello musulmano. Satya Sai Baba s’inserisce in una linea carismatica e riproduce, enfatizzandoli, i poteri del suo maestro spirituale. Satya è in grado di cogliere le aspettative spirituali di una parte del mondo moderno, giacchè egli predica una dottrina molto prossima alla cultura del New Age: l’io individuale non è altro che una particella dell’Assoluto. Occorre riscoprire questa semplice verità, affidandosi alle pratiche di devozione dello “bhakti yoga” e riconciliarsi con se stessi e gli altri, superando i rigidi confini che le religioni hanno costruito nel tempo.

Sono centinaia i nomi del catalogo, seppure succinto, dei maestri indiani venuti in Italia. La maggior parte di loro rappresenta movimenti di riforma molti dei quali sono importanti in India per l’auto-definizione dell’induismo da un punto di vista intellettuale, e talora politico. Ma in India- e nell’emigrazione indiana- questi movimenti coesistono con forme popolari di religiosità del tutto diverse, che sarebbe peraltro improprio escludere dalla definizione di “induismo”, un concetto certamente insostituibile ma che gli studiosi considerano sempre più problematico.


CENTRI DI OSHO

Mohan Chandra Rajneesh è il fondatore di una comunità in un sobborgo di Poona, in India. La comunità si stabilisce nel sobborgo di Poona nel 1974, qui è aperto un ashram ed è fondata una Rajneesh Foundation. Accorrono devoti da tutto il mondo, che partecipano non solo a corsi di meditazione, yoga e tanta, ma anche a gruppi di incontro e di terapia ispirati alle forme occidentali di psicoanalisi, con terapeuti formatisi negli anni 1970, in Inghilterra, nel movimento di psicologia umanistica, e in America, all’Esalen Institute. La sperimentazione sessuale- insieme con i pronunciamenti paradossali di Rajneesh, che critica violentemente sia il cristianesimo sia la retorica sui poveri ( dal canto suo, giungerà a possedere novantadue Rolls Royce)- rendono il maestro di Poona particolarmente controverso.

Nel febbraio 1989, il maestro cambia il suo nome in Osho – che significa secondo ideogrammi giapponesi:”esistenza che si espande in armonia”. A Poona è fondato il centro Osho Meditation, e la Osho International Foundation.
Osho (1931-1990), continua a essere, fra i maestri venuti in Occidente dall’India, il più paradossale e controverso. Si continua a discutere se sia stato un manipolatore e un ciarlatano, o un illuminato che scandalizzava consapevolmente i seguaci proponendo la via della contraddizione e del paradosso. Certamente il suo insegnamento non può essere semplicemente ricondotto a nessuna delle tradizioni indiane: né all’induismo, né al giainismo in cui era stato allevato, anche se non è difficile cogliere l’eco di forme giainiste di tipo tantrico.

La sua tecnica di meditazione, la “meditazione dinamica”, è sincretistica e attinge anche alla psicoterapia occidentale. Le cinque tappe principali sono: la tecnica di respirazione; una catarsi di tipo psico-drammatico con lacrime, grida, pianti e canti; l’espirazione vigorosa e sonora; il blocco della respirazione e il silenzio con “ascolto delle energie”; infine, la celebrazione nella danza e nella gioua. Ma Rajneesh e i suoi seguaci rimangono noti per uno stile di vita alternativo e radicale. Alcuni elementi per cui i seguaci erano conosciuti negli anni 1980 sono ora abbandonati: così il vestito rosso o arancione, la “mala”, una collana con la fotografia del guru, e altri. Rimangono però l’amore per il paradosso iconoclasta e la polemica con la morale sessuale corrente, segno di controversie destinate probabilmente a durare ancora molto a lungo.

UNIONE INDUISTA ITALIANA

L’Unione Induista Italiana è datata in Italia dal 1996, grazie alla collaborazione dell’ambasciata indiana in Italia, di vari ambienti universitari con Svami Yogananda Ghiri, guida spirituale del Ghitananda Ashram. Lo statuto dell’associazione fa riferimento ad un opera “per la tutela, la coordinazione, lo studio, la pratica della religione e della cultura induista”. L’Unione Induista Italiana promuove esplicitamente la pratica del culto induista “officiato da panditji e svamji appartenenti alla pura tradizione induista”, oltre al coordinamento fra le varie presenze dell’induismo in Italia.
Sono circa quattromila gli aderenti anche se per il momento la maggior parte dei movimenti internazionali, di ispirazione induista, che operano in Italia non hanno aderito all’Unione.
Attualmente il Ghitananda Ashram di Altare (Savona) ha ottenuto il riconoscimento giuridico come ente di culto.
Sono fornite alcune schede sui centri associati all’U.I.I.

CENTRO YOGANANDA VIDYALAYA


Dal 1994 il centro raccoglie un gruppo di appassionati di yoga che hanno aderito al pensiero induista. Dopo anni di ricerca attraverso lo yoga e l’incontro con vari maestri orientali, il gruppo concretizza la sua esperienza con lo studio dell’induismo e del “siddha siddhanta” yoga sotto la guida di Svami Yogananda Ghiri. Il Centro promuove numerosi incontri sulla cultura e religione indiana, opera in campo sociale ed è impegnata nel dialogo interreligioso; nel Centro si tengono inoltre corsi di yoga e meditazione.


GHITANANDA ASHRAM

L’ashram induista è stato aperto nel 1984 ed è l’unico tempio induista in Italia e uno dei più grandi d’Europa. Si trova nell’entroterra ligure in provincia di Savona.
La tradizione spirituale risale a il “rishi” Brigu, un remoto veggente, di cui Svami Yogananda ne è tramite ed iniziato. Ma nel contempo il maestro è iniziato anche nello “saiva siddhanta” e nello “shakta samaya”- di carattere tantrico-, incentrato sull’adorazione della Madre Divina, soprattutto nella sua espressione di Lalita Tripurasundari.
Sono tre le tradizioni seguite presso il Ghitananda Ashram:

1. la tradizione ortodossa monastica dell’ordine Ghiri per coloro che diventano monaci intraprendendo la via della rinuncia (samayas);

2. la tradizione dello “saiva siddhanta”, incentrata sull’adorazione di Shiva come Dio assoluto.I testi sacri di riferimento sono denominati “Agama” e comprendono le istruzioni trasmesse attraverso la linea dei diciotto “mistici siddha”. La pratica è espressa mediante il siddhanta yoga: tecnica yoga sviluppata alla sua massima potenza per mantenere corpo e mente armonizzati. Attraverso questa tecnica si va ad interagire con le varie necessità dell’uomo, condizione fisica, salute, livello spirituale, sete di conoscenza, aspirazione e devozione.

3. il culto del samaya. Trattasi della tradizione shakta considerata nel Tanta di grande completezza e raffinatezza. Il culto è incentrato sull’adorazione della Madre Divina, simboleggiata dallo Sri Chakra o Sri Yantra, ovvero “l’eccellente diagramma mistico” rappresentante le potenze della madre Divina in forma grafica. La sua autorità è espressa nelle scritture dei Devi Agama, e la sua metodologia yoga si trova nell’intero sistema tantrico del Kundalini Yoga.

Al Ghitananda Ashram si studiano scritture sacre induiste, il sancrito, la danza Barata Natyam, la musica e il canto devozionali; è inoltre centro per lo studio della medicina ayurvedica e l’astrologia indiana jyotisha.
Il rituale è celebrato ogni giorno ma in particolare la mattina del venerdì e della domenica si svolgono speciali shakti puja alla Madre Divina.

I numerosi templi sono al servizio di comunità induiste immigrate in Italia e di praticanti italiani. Si calcolano circa seicento simpatizzanti. Centrale per l’ashram è il satsangha- assemblea nella verità-, durante il quale i fedeli dialogano con il maestro e ricevono risposte appropriate.

M.E.R.U.- Meditazione trascendentale


La Meditazione Trascendentale è un movimento che inizia nel 1956 con il maestro Maharishi il quale nel 1958 fonda un “Movimento di Rigenerazione Spirituale”. La “meditazione trascendentale” si diffonde a ondate a livello mondiale e negli anni 1970 diventa un fenomeno di massa. Nel 1972 Maharishi stabilisce un “Piano Mondiale”, che prevede l’istituzione di 3.600 centri nel mondo, ciascuno con mille insegnanti, in modo da avere un insegnante per ogni mille abitanti del pianeta. Questo perché permetterà una rigenerazione totale della Terra e un miglioramento delle condizioni psicologiche, sociali e politiche, con effetti concreti in settori come il disagio giovanile e la criminalità.

Nel 1975 l’Università Europea di Ricerca Maharishi (M.E.R.U.) è fondata in Svizzera. Nel 1977 l’Università annuncia un “programma siddhi”, teso a sviluppare le potenzialità della mente dell’uomo fino a conseguire la capacità di levitare- volo yoga- e di “conoscere il passato e il futuro”.
Queste dichiarazioni attirano al movimento controversie e critiche e recentemente sono stati presi provvedimenti riguardo un dirigente del movimento negli Stati Uniti, l’indiano Deepak Chopra, in ordine alla capacità di guarire parecchie malattie tramite la Meditazione Trascendentale.

In Italia la rete di diffusione dei centri rimane consistente, se ne contano una trentina.

La Meditazione Trascendentale si pratica per venti minuti due volte al giorno, mattino e sera, seduti ad occhi chiusi. Viene ripetuto un mantra, una parola che ciascuno riceve dopo un corso preparatorio da un insegnante in una cerimonia privata. Maharishi afferma che la Meditazione Trascendentale rappresenta un meccanismo naturale insito nel sistema nervoso di ogni essere umano. L’applicazione della pratica permette l’accesso a una grande varietà di settori specifici. L’antico sistema di medicina naturale di origine indiana intervenendo sulla coscienza, sulla fisiologia, sul comportamento e sull’ambiente.- Ayur Veda Maharishi- Lo Shtaptya Veda Maharishi riscopre l’arte architettonica e la riadatta all’architettura moderna.

Il Jiotish Maharishi, una sorta di approccio matematico che contiene la conoscenza dei cicli del tempo che determina ogni trasformazione. Si fanno oroscopi natali di persone, società, città.
Infine le Yagyh Maharishi, tecniche per promuovere la salute individuale e collettiva, e la musica Gandarva Ved, volta a creare equilibri nella natura, producendo un’influenza salutare sulle persone e la pace per l’intera famiglia mondiale.

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