Una miriade di fedi, culture e filosofie, a volte anche
distanti teologicamentefra loro, che manifestano però alcuni
punti di convergenza comune, quali la teoria del karma e della reincarnazione,
la possibilità di liberazione-moksa-, l’accettazione dei
“Veda”, le scritture sacre, il vasto numero degli dei adorati,
peraltro, non tutte le correnti accettano le medesime manifestazioni
del divinodei o dee-, ma accettano il fatto che ogni manifestazione
sia, in ultimi analisi, un aspetto di Dio.
Vi dominano le tre divinità Brama,Visnu e Shiva,
alle quali sono rispettivamente attribuiti i compiti del creare, del
conservare e del distruggere. Esse si trovano altresì riunite
nella trimurti o triade indiana raffigurata da un corpo con tre teste.
La pratica del culto rivela una spiccata tendenza unificatrice e monoteistica:
la divinità è, in realtà, una sola sebbene sotto
nome diverso; e, eclissatasi la figura di Brahma, l’alternativa
rimane fra Visnu e Siva, concepiti e l’uno e l’altro, dai
visnuiti e dagli scivaiti, come l’unico e sommo Dio, la cui essenza
è universale e panteistica, ma che può assumere e di fatto
assume per soccorrere il mondo e i devoti, e quale oggetto concreto
della loro devozione e del loro amore, fattezze personali e umane.
Grande importanza hanno i numerosi luoghi sacri –tirtha-sparsi
per tutta l’India e legati a tradizioni che ricordano l’apparizione
e la dimora di Visnu o Siva; visite e pellegrinaggi a quelle sante mete
rappresentano quanto di più meritorio e pio il credente possa
compiere. La mancanza di una norma unitaria e di una gerarchia ha permesso
una grande varietà di credenze e di sette locali, la coesistenza
di correnti popolari e speculative, di devoto amor di Dio e culto fallico
e di molti contrasti e contraddizioni.
Recentemente,l’induismo si è definito in relazione all’Occidente
e al cristianesimo. Sono nati i grandi movimenti di riforma del XIX
secolo, il Bramo Samaj, fondato nel 1828 da Raja Ram Mohan Roy (1772-1833),
e l’Arya Samaj, fondato nel 1875 da Swami Dayananda Sarasvati
(1824-1883). Pure molto diversi fra loro, entrambi presentano l’induismo
come monoteismo. Altri maestri si pongono il problema di portare l’induismo
in Occidente, superando il punto di vista secondo cui si tratta di una
religione per i soli indiani. La rinascita dell’induismo di fronte
alla sfida dei missionari cristiani nel XIX secolo- e la successiva
“contro misione” in Occidente- è rappresentata particolarmente
da Ramakrishna e dal suo discepolo Vivekananda, il “san Paolo”
dell’induismo. A lui si rifanno poi altri maestri spirituali e
riformatori religiosi, come Radhakrishnan e, pur con una via relativamente
autonoma, Sri Aruobindo.
Tutti costoro perseguono nella loro sperimentazione
religiosa e spirituale due obiettivi: proclamare l’esistenza di
un unico universale Dio e praticare una pluralità di tecniche
di meditazione, sconfinando liberamente da una tradizione religiosa
ad altra, teorizzando la legittimità di ricorrere a metodi differenti
per raggiungere la fusione mistica, l’identificazione dell’anima
individuale con l’Assoluto ( il brahman). I Veda, nella loro visione
teista, sono visti come un silos di simboli universali, vero e proprio
terreno d’incontro con altre tradizioni religiose.
L’aspirazione universalistica ed ecumenica di questa Missione
fu parzialmente ridimensionata da Sri Aurobindo, il quale, invece recupererà
nel suo messaggio spirituale l’identificazione fra religione ed
etnia: il popolo hindù è depositario, secondo lui, della
verità universale contenuta nei Veda e l’India è
chiamata a far conoscere al mondo intero il tesoro di che questa nazione
custodisce. L’India è definita il “guru delle nazioni”,
l’incarnazione storica dell’energia divina. Da qui l’idea
di organizzare una vera e propria campagna di promozione delle idee
religiose e dell’induismo nel mondo intero.
Nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle il neo-induismo ha conosciuto
un altro fenomeno:l’emergere di nuovi maestri spirituali attorno
ai quali si sono formati veri e propri nuovi movimenti religiosi, che
pur conservando tratti originari della cultura induista, hanno spesso
innovato, adattando categorie spirituali e pratiche di vita, nate in
India, alla mentalità e alla cultura occidentale. Molti di questi
guru sono diventati spesso più popolari in Occidente che nel
loro Paese d’origine.
Il più famoso maestro dell’India contemporanea
è senz’altro Ramana Maharshi (1879-1950): questi sperimentò
la possibilità di attingere la profondità del proprio
Sé, sconfiggendo la paura della morte e potendo così superare
il bisogno d’identificazione con il proprio corpo (e conseguentemente,
con tutto quanto, tramite il corpo ci lega a questo mondo sensibile).Egli
è diventò un punto di riferimento spirituale come maestro
di sapienza, riconosciuto in India e in Occidente: un innovatore della
via gnostica.
Un altro sapiente è Swami Ramdas (morto nel
1963), fondatore di un centro di meditazione nel sud dell’India,
meta di pellegrini indiani e occidentali; egli è stato un propagatore
della via “bhakti”, di una religione del cuore, che troviamo
anche nel fondatore degli Hare Krishna, Swami Prabhupada.
Un movimento che ha, attualmente, un certo seguito
è quello fondato da Swami Shivananda (1887-1963): la Divine Life
Mission. La dottrina che sta a fondamento di questa Missione, è
una sintesi- a volte sincretistica- della spiritualità vedica
(dunque teista e non dualista) con i valori della cultura moderna (compresi
quelli espressi dalla mentalità scientifica). I corollari che
ne discendono sono, da un lato, l’apertura ecumenica verso altre
religioni e, dall’altro, l’impegno sociale per migliorare
le condizioni di vita degli esseri umani meno favoriti dalla sorte.
Un’altra figura molto nota in Occidente è
quella di Satyarayana, meglio nota con il nome di Sai Baba ( nato nel
1926 a Puttaparti, dove, ancor oggi riceve le migliaia di pellegrini
da tutto il mondo in un complesso d’edifici che sono venuti aumentando
nel corso degli anni). Egli si è autoproclamato la reincarnazione
del guru Sai Baba di Shirdi (morto nel 1918), misteriosa figura di maestro
capace di compiere miracoli e di proporre un messaggio religioso che
riprende motivi sia dall’universo induista che da quello musulmano.
Satya Sai Baba s’inserisce in una linea carismatica e riproduce,
enfatizzandoli, i poteri del suo maestro spirituale. Satya è
in grado di cogliere le aspettative spirituali di una parte del mondo
moderno, giacchè egli predica una dottrina molto prossima alla
cultura del New Age: l’io individuale non è altro che una
particella dell’Assoluto. Occorre riscoprire questa semplice verità,
affidandosi alle pratiche di devozione dello “bhakti yoga”
e riconciliarsi con se stessi e gli altri, superando i rigidi confini
che le religioni hanno costruito nel tempo.
Sono centinaia i nomi del catalogo, seppure succinto,
dei maestri indiani venuti in Italia. La maggior parte di loro rappresenta
movimenti di riforma molti dei quali sono importanti in India per l’auto-definizione
dell’induismo da un punto di vista intellettuale, e talora politico.
Ma in India- e nell’emigrazione indiana- questi movimenti coesistono
con forme popolari di religiosità del tutto diverse, che sarebbe
peraltro improprio escludere dalla definizione di “induismo”,
un concetto certamente insostituibile ma che gli studiosi considerano
sempre più problematico.
CENTRI DI OSHO
Mohan Chandra Rajneesh è il fondatore di una
comunità in un sobborgo di Poona, in India. La comunità
si stabilisce nel sobborgo di Poona nel 1974, qui è aperto un
ashram ed è fondata una Rajneesh Foundation. Accorrono devoti
da tutto il mondo, che partecipano non solo a corsi di meditazione,
yoga e tanta, ma anche a gruppi di incontro e di terapia ispirati alle
forme occidentali di psicoanalisi, con terapeuti formatisi negli anni
1970, in Inghilterra, nel movimento di psicologia umanistica, e in America,
all’Esalen Institute. La sperimentazione sessuale- insieme con
i pronunciamenti paradossali di Rajneesh, che critica violentemente
sia il cristianesimo sia la retorica sui poveri ( dal canto suo, giungerà
a possedere novantadue Rolls Royce)- rendono il maestro di Poona particolarmente
controverso.
Nel febbraio 1989, il maestro cambia il suo nome in Osho – che
significa secondo ideogrammi giapponesi:”esistenza che si espande
in armonia”. A Poona è fondato il centro Osho Meditation,
e la Osho International Foundation.
Osho (1931-1990), continua a essere, fra i maestri venuti in Occidente
dall’India, il più paradossale e controverso. Si continua
a discutere se sia stato un manipolatore e un ciarlatano, o un illuminato
che scandalizzava consapevolmente i seguaci proponendo la via della
contraddizione e del paradosso. Certamente il suo insegnamento non può
essere semplicemente ricondotto a nessuna delle tradizioni indiane:
né all’induismo, né al giainismo in cui era stato
allevato, anche se non è difficile cogliere l’eco di forme
giainiste di tipo tantrico.
La sua tecnica di meditazione, la “meditazione dinamica”,
è sincretistica e attinge anche alla psicoterapia occidentale.
Le cinque tappe principali sono: la tecnica di respirazione; una catarsi
di tipo psico-drammatico con lacrime, grida, pianti e canti; l’espirazione
vigorosa e sonora; il blocco della respirazione e il silenzio con “ascolto
delle energie”; infine, la celebrazione nella danza e nella gioua.
Ma Rajneesh e i suoi seguaci rimangono noti per uno stile di vita alternativo
e radicale. Alcuni elementi per cui i seguaci erano conosciuti negli
anni 1980 sono ora abbandonati: così il vestito rosso o arancione,
la “mala”, una collana con la fotografia del guru, e altri.
Rimangono però l’amore per il paradosso iconoclasta e la
polemica con la morale sessuale corrente, segno di controversie destinate
probabilmente a durare ancora molto a lungo.
UNIONE
INDUISTA ITALIANA
L’Unione Induista Italiana è datata in
Italia dal 1996, grazie alla collaborazione dell’ambasciata indiana
in Italia, di vari ambienti universitari con Svami Yogananda Ghiri,
guida spirituale del Ghitananda Ashram. Lo statuto dell’associazione
fa riferimento ad un opera “per la tutela, la coordinazione, lo
studio, la pratica della religione e della cultura induista”.
L’Unione Induista Italiana promuove esplicitamente la pratica
del culto induista “officiato da panditji e svamji appartenenti
alla pura tradizione induista”, oltre al coordinamento fra le
varie presenze dell’induismo in Italia.
Sono circa quattromila gli aderenti anche se per il momento la maggior
parte dei movimenti internazionali, di ispirazione induista, che operano
in Italia non hanno aderito all’Unione.
Attualmente il Ghitananda Ashram di Altare (Savona) ha ottenuto il riconoscimento
giuridico come ente di culto.
Sono fornite alcune schede sui centri associati all’U.I.I.
CENTRO YOGANANDA VIDYALAYA
Dal 1994 il centro raccoglie un gruppo di appassionati di yoga che hanno
aderito al pensiero induista. Dopo anni di ricerca attraverso lo yoga
e l’incontro con vari maestri orientali, il gruppo concretizza
la sua esperienza con lo studio dell’induismo e del “siddha
siddhanta” yoga sotto la guida di Svami Yogananda Ghiri. Il Centro
promuove numerosi incontri sulla cultura e religione indiana, opera
in campo sociale ed è impegnata nel dialogo interreligioso; nel
Centro si tengono inoltre corsi di yoga e meditazione.
GHITANANDA ASHRAM
L’ashram induista è stato aperto nel 1984
ed è l’unico tempio induista in Italia e uno dei più
grandi d’Europa. Si trova nell’entroterra ligure in provincia
di Savona.
La tradizione spirituale risale a il “rishi” Brigu, un remoto
veggente, di cui Svami Yogananda ne è tramite ed iniziato. Ma
nel contempo il maestro è iniziato anche nello “saiva siddhanta”
e nello “shakta samaya”- di carattere tantrico-, incentrato
sull’adorazione della Madre Divina, soprattutto nella sua espressione
di Lalita Tripurasundari.
Sono tre le tradizioni seguite presso il Ghitananda Ashram:
1. la tradizione ortodossa monastica dell’ordine Ghiri per coloro
che diventano monaci intraprendendo la via della rinuncia (samayas);
2. la tradizione dello “saiva siddhanta”, incentrata sull’adorazione
di Shiva come Dio assoluto.I testi sacri di riferimento sono denominati
“Agama” e comprendono le istruzioni trasmesse attraverso
la linea dei diciotto “mistici siddha”. La pratica è
espressa mediante il siddhanta yoga: tecnica yoga sviluppata alla sua
massima potenza per mantenere corpo e mente armonizzati. Attraverso
questa tecnica si va ad interagire con le varie necessità dell’uomo,
condizione fisica, salute, livello spirituale, sete di conoscenza, aspirazione
e devozione.
3. il culto del samaya. Trattasi della tradizione shakta considerata
nel Tanta di grande completezza e raffinatezza. Il culto è incentrato
sull’adorazione della Madre Divina, simboleggiata dallo Sri Chakra
o Sri Yantra, ovvero “l’eccellente diagramma mistico”
rappresentante le potenze della madre Divina in forma grafica. La sua
autorità è espressa nelle scritture dei Devi Agama, e
la sua metodologia yoga si trova nell’intero sistema tantrico
del Kundalini Yoga.
Al Ghitananda Ashram si studiano scritture sacre induiste,
il sancrito, la danza Barata Natyam, la musica e il canto devozionali;
è inoltre centro per lo studio della medicina ayurvedica e l’astrologia
indiana jyotisha.
Il rituale è celebrato ogni giorno ma in particolare la mattina
del venerdì e della domenica si svolgono speciali shakti puja
alla Madre Divina.
I numerosi templi sono al servizio di comunità induiste immigrate
in Italia e di praticanti italiani. Si calcolano circa seicento simpatizzanti.
Centrale per l’ashram è il satsangha- assemblea nella verità-,
durante il quale i fedeli dialogano con il maestro e ricevono risposte
appropriate.
M.E.R.U.- Meditazione
trascendentale
La Meditazione Trascendentale è un movimento che inizia nel 1956
con il maestro Maharishi il quale nel 1958 fonda un “Movimento
di Rigenerazione Spirituale”. La “meditazione trascendentale”
si diffonde a ondate a livello mondiale e negli anni 1970 diventa un
fenomeno di massa. Nel 1972 Maharishi stabilisce un “Piano Mondiale”,
che prevede l’istituzione di 3.600 centri nel mondo, ciascuno
con mille insegnanti, in modo da avere un insegnante per ogni mille
abitanti del pianeta. Questo perché permetterà una rigenerazione
totale della Terra e un miglioramento delle condizioni psicologiche,
sociali e politiche, con effetti concreti in settori come il disagio
giovanile e la criminalità.
Nel 1975 l’Università Europea di Ricerca Maharishi (M.E.R.U.)
è fondata in Svizzera. Nel 1977 l’Università annuncia
un “programma siddhi”, teso a sviluppare le potenzialità
della mente dell’uomo fino a conseguire la capacità di
levitare- volo yoga- e di “conoscere il passato e il futuro”.
Queste dichiarazioni attirano al movimento controversie e critiche e
recentemente sono stati presi provvedimenti riguardo un dirigente del
movimento negli Stati Uniti, l’indiano Deepak Chopra, in ordine
alla capacità di guarire parecchie malattie tramite la Meditazione
Trascendentale.
In Italia la rete di diffusione dei centri rimane consistente, se ne
contano una trentina.
La Meditazione Trascendentale si pratica per venti minuti due volte
al giorno, mattino e sera, seduti ad occhi chiusi. Viene ripetuto un
mantra, una parola che ciascuno riceve dopo un corso preparatorio da
un insegnante in una cerimonia privata. Maharishi afferma che la Meditazione
Trascendentale rappresenta un meccanismo naturale insito nel sistema
nervoso di ogni essere umano. L’applicazione della pratica permette
l’accesso a una grande varietà di settori specifici. L’antico
sistema di medicina naturale di origine indiana intervenendo sulla coscienza,
sulla fisiologia, sul comportamento e sull’ambiente.- Ayur Veda
Maharishi- Lo Shtaptya Veda Maharishi riscopre l’arte architettonica
e la riadatta all’architettura moderna.
Il Jiotish Maharishi, una sorta di approccio matematico che contiene
la conoscenza dei cicli del tempo che determina ogni trasformazione.
Si fanno oroscopi natali di persone, società, città.
Infine le Yagyh Maharishi, tecniche per promuovere la salute individuale
e collettiva, e la musica Gandarva Ved, volta a creare equilibri nella
natura, producendo un’influenza salutare sulle persone e la pace
per l’intera famiglia mondiale.