Sabato, 4 settembre 2010 

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il pluralismo religioso > area Islamica
L'ISLAMISMO

Il campo religioso dell’islam, pur essendo inizialmente unitario, ben presto si è diviso risultando articolato e differenziato.

Non è la stessa cosa la corrente musulmana sciita rispetto alla sunnita, così come differente è una confraternita sufi o una setta minoritaria come quella dei drusi o degli zayditi.

Elemento cardine basilare è il credere nel Profeta, leggere il Corano, pregare ed attenersi ai precetti morali stabiliti dalla Legge coranica; tuttavia esistono vari modi di leggere e di interpretare il testo sacro e di guardare alla figura stessa del Profeta.

Il pluralismo, quindi, è sinonimo di diversità negli atteggiamenti , nei comportamenti e di credenze.

Vale la pena ricordare, in questo contesto, la prima “grande discordia”, lo scisma fra sunniti e sciiti. Oggi gli sciiti rappresentano il 14% dei musulmani, con una presenza importante in Iraq, in Iran e i Afghanistan.

  Moschea Salo (www.webislam.it)

Il conflitto religioso che si consumò alla morte del Profeta, (632) aveva per oggetto il principio di legittimità del capo della comunità. La prima comunità dell’islam si è divisa drammaticamente nella definizione dei criteri legittimi di successione del Profeta. Da una parte, un gruppo che ha rivendicato la successione per sangue, dall’altra un gruppo che ha sostenuto il principio dell’istituzionalizzazione del carisma.

Pertanto l’esito di questo conflitto fu che la comunità si divise fra sciiti, coloro che rivendicavano la successione in forza del legame di parentela, e i sunniti che avevano elaborato la teoria che il capo della comunità dopo Muhammed dovesse essere semplicemente il vicario del Profeta, il califfo-khalifa- scelto nel novero dei credenti dei primi compagni, di specchiata fedeltà al Profeta.

Dal conflitto politico e religioso gli sciiti uscirono battuti. Nel corso dei secoli, lo sciismo ha costruito una teologia del martirio e dell’attesa del riscatto, teologia che non trova riscontro nel sunnismo. Ridotto ad una setta, lo scismo ha costruito una sequenza di capi della comunità-gli imam- per linea di sangue che si arresta al dodicesimo nel IX secolo.La comunità attende ancor oggi il suo ritorno. E’ la dottrina dell’Occultamento che genera tensione escatologica di redenzione e di riscatto, tensione che alimenta i grandi movimenti rivoluzionari della storia dell’Iran, sino alla rivoluzione di Khomeyni del 1979. prima dell’avvento dell’Atteso c’è un tempo di preparazione e d’espiazione: ne consegue il modello religioso di tipo ascetico.

Nello sciismo la professione di fede: “Non c’è Dio al di fuori di Dio e Muhammed è il suo Inviato” viene completata con: “e Ali è il Suo waly (amico fedele); la preghiera pubblica del venerdì non è obbligatoria; il pellegrinaggio alla Mecca può essere sostituito con la visita ai luoghi santi dello scismo (Najaf); l’obbligo della “prudenza”, che consente di tenere celata la propria identità in caso di persecuzione; la discendenza di sangue permette il fregiarsi di titolo onorifico di sharif (nobile).
Le divisioni interne all’islam hanno originato altre frammentazioni. C’è da dire che la differenza dei punti di vista nell’islam è ammessa e considerata positivamente. Il limite è che tutte le posizioni divergenti non mettano in discussione i fondamenti ultimi della credenza.

Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento l’islam conosce una fase di risveglio caratterizzato da due movimenti collettivi attivi in varie parti del mondo:il puritano e scritturalista; il secondo riformista.
Le differenze che li contraddistinguono riguardano il rapporto fra islam e modernità: il confronto fra la supposta decadenza della civiltà musulmana e la trionfante potenza della scienza, della tecnica, dell’economia e della forza militare della civiltà europea. Nei movimenti di risveglio puritani si invoca un ritorno alla purezza delle fonti religiose, la restaurazione della Legge coranica; in queli di secondo tipo si evidenzia un convincimento diverso: per arrestare la resa della civiltà islamica bisogna confrontarsi con la scienza moderna, con le forme moderne d’organizzazione politica e sperimentale in Occidente, interpretando valori e principi della tradizione musulmana e conformandoli alla modernità.

I riformisti si assumono il compito storico di far uscire l’islam dalla condizione di inferiorità e di decadenza rispetto alla potenza dell’Europa.Puruficare l’islam da incrostazioni storiche che avevano finito per far smarrire l’universalità dei valori di cui la religione musulmana è portatrice, e di modernizzare, cioè di estrarre dalla tradizione religiosa tutte le risorse culturali che potevano apparire coerenti con l’avvento di una società democratica moderna anche nelle realtà musulmane.

Sulla radice del riformismo si innesta, negli anni Trenta, il movimento dei Fratelli Musulmani. Questo movimento propone una terza via fra il nazionalismo, modellato sulle ideologie occidentali e fondato su due presupposti, tipici del pensiero e dell’azione dei Fratelli Musulmani: l’islam è una religione che detta regole e principi di condotta validi in tutto il contesto individuale e sociale compreso quello politico; il ritorno alla purezza delle fonti religiose è inteso come riforma e intellettuale, capace di contrastare la decadenza delle società musulmane, accelerata dalla dominazione diretta e indiretta delle potenze occidentali. La lotta per riformare le menti e i cuori dei musulmani si salda così alla lotta contro il Nemico-Occidente. La categoria del jihad- il combattimento sulla via di Dio-assume il significato di affermazione di fede in Dio nel combattimento dei nemici interni ed esterni all’islam che impediscono la piena restaurazione dello Stato etico musulmano.

Altri movimenti radicali e fondamentalisti nascono dopo gli anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta: dal Fronte di Salvezza islamica in Algeria alla Jihad islamica in Egitto, dal movimento radicale di Hamas in Palestina sino alla potente organizzazione della Jamat al-islamyya, quest’ultima originata dall’islam asiatico e per finire ad u n movimento ultrafondamentalista come i Talebani in Afghanistan.

Alimento ulteriore allo sviluppo di questi movimenti è stato dato dalla rivoluzione sciita in Iran nel 1979 e l’instaurazione dello Stato islamico in Sudan nel 1990.

Le contraddizioni che attraversano questi movimenti sono molte:il ricorso alla violenza e la strumentalizzazione a fini politici del messaggio religioso hanno provocato una lunga scia di sangue mostrando quanto sia arduo imprigionare la Parola rilevata dentro la gabbia d’acciaio di una organizzazione complessa come lo stato moderno. Il tentativo in atto in Iran di avviare una riforma interna che salvi l’islam e garantisca un regime democratico e l’impossibilità da parte della leadership sudanese di imporre la Legge coranica anche alle popolazioni cristiane ed animaste delle loro regioni conferma l’impossibilità di conciliare legge religiosa e gestione politica: la politica prevarica sulla religione mettendo di fatto in cattiva luce il depositum fidei che si dice voler difendere, a danno di valori che, invece si vorrebbero affermare.

"LA DONNA NELLE CHIESE E NELLE RELIGIONI"

Relazione di Husmand

L’ Islam e Confraternite in Senegal

L’Islam è presente in Senegal sin dal XII secolo. Tuttavia l’islamizzazione, radicata soprattutto nei centri carovanieri e nelle classi legate al commercio, non si diffonde in gran parte della popolazione rurale che molto più tardi. Ciò avviene soltanto nel XIX secolo, tramite l’azione capillare delle Confraternite o Tariqa (vie spirituali). Il sistema delle Confraternite è assai sviluppato nell’Islam africano, a nord come a sud del Sahara. In Senegal, dove i musulmani rappresentano circa il 94% della popolazione, la stragrande maggioranza di questi appartiene ad una Confraternita. Secondo quanto afferma un noto studioso, Cruise O’Brien, essere musulmani in Senegal vuol dire quasi automaticamente essere affiliato ad una Tariqa

Si tratta di un Islam che “senza perdere la sua sostanza originaria e i suoi dogmi fondamentali, si è profondamente africanizzato”. (D.Samb)

Sorte attorno alla figura di un santo fondatore le Confraternite, definite impropriamente “sette” da un lato si sono rivelate risposte particolarmente fertili per una minoranza attratta dal misticismo, dall’altro, attraverso il culto dei santi e l’obbedienza alla guida spirituale (Serigne In Xiolof ), si sono rivelate strumenti per innestare l’Islam su altre tradizioni, delle quali hanno consentito la parziale sopravvivenza. Per questo, non di rado sono state considerate con sospetto dall’Islam “arabisant” e, nel migliore dei casi, accettate come il male minore, una tappa inevitabile del processo di islamizzazione. Fulcro della Confraternita sono le Sawiya o Logge, luogo di residenza della guida o maestra; queste attraggono folle di pellegrini e, in alcuni casi, sono divenute centri di potere spirituale. Le caratteristiche e le peculiarità delle singole confraternite si evidenziano nell’adattamento alle realtà locali. In Senegal questo aspetto è particolarmente importante: ferma restando la comune appartenenza islamica, dal punto di vista organizzativo le confraternite appaiono distinte e tendono a preservare gelosamente la loro indipendenza.

La più antica è la Qadiriyya, che ebbe origine a Bagdad nel XII secolo con la predicazione di Abd-El Qadir Al Dilani e fece la sua apparizione in Senegal all’inizio del XIX secolo. La seconda in ordine di apparizione è la Tijaniyya, fondata nel nord Africa da Ahmed Al-Tijani (1815). Si diffuse in Senegal dopo la metà del XIX secolo ad opera di Dihaj Umar Tall e dei suoi successori. Si tratterebbe del gruppo maggioritario.

Infine la Muridiyya, dalla parola araba Murid (aspirante). Di origine recente, è l’unica Tariqa schiettamente senegalese. Essa nasce infatti in seno all’etnia Wolor attorno al 1880, con la predicazione di Ahmadu Bamba Mbacke (1852-1927). Tramite le Confraternite si avrà la conversione in massa delle differenti etnie senegalesi. (Sangoulene Tall)

FEDE BAHA’I

Movimento religioso, fondato nel 1866-67 da un discepolo del Bab persiano. Dopo l’uccisione del Bab (1850) era subentrato nella direzione del movimento babista Mirza' Husayn Alì Nurì col nome di Subh-i Azal (L’Aurora dell’Eternità) nell’attesa di un personaggio che Dio avrebbe manifestato (Colui che Dio manifesterà); il fratellastro di costui, Mirza Husain Alì nuri nel 1863 dichiarò di essere appunto quel personaggio e prese il nome di Baha Allah ( Splendore di Dio) con il quale era stato profetizzato dal Bab, traendo con sé quasi tutti i babisti che da quel momento si chiamarono baha’i.

Nell’ambito della teoria islamica delle rivelazioni successive, la Fede Bahà'ì introduce l’importante innovazione che sostituisce senz’altro al concetto di “profeta” quello di manifestazione della divinità ( il profeta come “specchio” di Dio). La teologia del la Fede Bahà'ì si incentra sul concetto della conoscibilità di Dio solo attraverso le sue manifestazioni cicliche che per i Baha’i si estendono anche a personaggi storici o mitici di altre religioni (Buddha, Krsna), e delle quali l’attuale, della durata di un millennio, è rappresentata appunto da Baha Allah; di qui il carattere sincretistico e universalistico della Fede Bahà'ì. che ha valso un certo successo alla sua propaganda in Asia, in Europa e negli Stati Uniti. Attualmente la Fede Bahà'ì conta in Europa e in America comunità non meno attive che in Oriente.

In Italia, sono presenti fin dagli inizi del XX secolo, prima della II guerra mondiale, con un numero che gradatamente è andato ad aumentare fino alla formazione di un’Assemblea Spirituale Nazionale Italiana nel 1962, riconosciuta dallo Stato Italiano nel 1966. attualmente sono presenti circa 2.800 fedeli, sparsi in un totale di quattrocento località sul territorio.

Tenuto presente il messaggio Baha’i, rigorosamente monoteistico: c’è un unico Dio che si rivela attraverso le sue manifestazioni, ne deriva che tutte le religioni universali sono rivelate dall’Unico Dio di tutti gli uomini e quindi come parte di un continuo processo evolutivo, che comporterà l’instaurarsi della “Grande Pace”, un epoca caratterizzata dalla pace permanente e dall’unità del genere umano fondate sui principi spirituali e sulle istituzioni dell’Ordine Mondiale di Baha Allah, e da un continuo progresso della civiltà umana sotto la guida di future manifestazioni di Dio.

Quanto al progresso spirituale i Baha’i si prodigano per la diffusione di virtù umane come l’amore, la saggezza, il coraggio, e quindi per la rigenerazione spirituale e morale dell’umanità. Quanto al progresso sociale seguono un programma riformista sintetizzabile in unità dell’umanità; libera ricerca della verità; unità e progressività delle religioni; armonia fra scienza e religione; uguaglianza fra uomo e donna; equilibrio fra la civiltà materiale e quella spirituale; pace mondiale grazie a un governo mondiale;educazione obbligatoria per tutti.

I Bahà'ì condividono con l'Islam, a livello di prescrizioni dietetiche, soltanto l'astinenza dall'alcool. Osservano la preghiera secondo un calendario babi e così le loro festività. Il pellegrinaggio spirituale ed è molto diffuso verso Haifa e Akka.
I Baha’i sono più che orgogliosi della loro organizzazione democratica, i Bahà'ì si sforzano di mettere in pratica all'interno della propria comunità il principio dell'unità nella diversità, principio centrale per la convivenza pacifica dell'intera umanità.

 

L'anima dell'islam


I boia di Nicholas Berg - simbolicamente gli stessi autori di altri crimini come quello dell'11 settembre e quello di Madrid - con il loro atto barbaro hanno recato un grosso torto al Corano e a Mohammed di cui pretendono essere fedeli seguaci. Le torture e le decapitazioni non sono pratiche inusuali per i regimi arabi che si definiscono anche islamici. L'islam, per uscire dal suo immobilismo, ha bisogno di perdere tanti suoi cattivi interpreti e di ritrovare la sua anima.

La decapitazione del cittadino americano Nicholas Berg ad opera di un gruppo di terroristi sedicenti "musulmani" ha fortemente scosso l'opinione pubblica internazionale. Le immagini della crudele scena del suo sgozzamento hanno giustamente suscitato sdegno e disprezzo nei confronti degli autori di quell'atto criminale. Questa agghiacciante esecuzione ha danneggiato in primo luogo l'intero mondo musulmano, che vede la sua immagine ulteriormente deteriorata nell'immaginario collettivo occidentale, che in gran parte considera già l'islam come una religione fanatica, violenta e sanguinaria.

Fatto il danno, ci viene da chiedere se gli assassini del prigioniero Berg si possono davvero definire musulmani e se il loro atto criminale è veramente conforme ai valori dell'islam.
Il Corano e la Sunna (gli insegnamenti del profeta Mohammed), le due fonti principali della religione islamica, raccomandano chiaramente ai musulmani di trattare in modo civile i loro prigionieri, perché si tratta di un dovere religioso importante quanto quello di prendersi cura dei poveri e degli orfani. In questo senso il Corano elogia i musulmani che "danno da mangiare al povero, all'orfano e al prigioniero per amore di Dio" (sura 76, versetto 8).

Il prigioniero non deve essere né torturato né ucciso, ma liberato in cambio di un riscatto. Durante la battaglia di "badr" (624 e.v.) contro la tribù di Mecca che perseguitava la neo-nata comunità islamica, i musulmani catturarono settanta combattenti meccani. Il Profeta Mohammed ordinò ai suoi seguaci di trattare bene i prigionieri. Essi furono "ospiti" nelle famiglie musulmane in attesa del loro riscatto, e ad ognuno di coloro che sapevano leggere e scrivere fu chiesto di istruire dieci bambini in cambio della loro liberazione.

I boia di Berg - simbolicamente gli stessi autori di altri crimini come quello dell'11 settembre e quello di Madrid - con il loro atto barbaro hanno disatteso l'insegnamento della religione islamica e hanno recato un grosso torto al Corano e a Mohammed di cui pretendono essere fedeli seguaci.

A sua volta, lo scandalo delle torture in Iraq ha fortemente turbato il quieto vivere dell'opinione pubblica internazionale; ha provocato indignazione e rabbia in seno alla popolazione arabo-musulmana.

L'"affaire" della prigione di Abu Ghreib sta creando una valanga di problemi all'amministrazione Bush e ai suoi alleati. Ma per i regimi arabi la faccenda delle torture in Iraq ha causato soprattutto un grande imbarazzo. Infatti la tortura, la repressione, le esecuzioni sommarie sono all'ordine del giorno nella maggior parte dei paesi arabo-islamici guidati da regimi totalitari che violano sistematicamente i diritti fondamentali della persona.
E anche qui ci viene da chiedere se coloro che governano oggi il mondo arabo sono veramente rispettosi dei valori della loro religione islamica.

Nell'islam la dignità umana è così cara a Dio che la libertà dell'individuo non può essere arbitrariamente sottoposta ad alcuna autorità tutelare, nemmeno a quella del profeta Mohammed. Il suo ruolo, infatti, fu quello di aiutare la nascente comunità musulmana a prendere possesso della propria responsabilità in quanto comunità di credenti liberi e coscienti dei loro diritti e doveri. Il Corano introdusse la norma della shura (la consultazione): "Consultati con loro sul da fare" (sura 3, versetto 153) con lo scopo di educare i musulmani ai valori della democrazia.

Oggi dei valori della democrazia, che trovano, quindi, radice anche nella tradizione islamica, i regimi arabi non sembrano per nulla tener conto. Le élite al potere nel mondo arabo sono giunte al potere, confiscandolo, attraverso procedure tutt'altro che democratiche. Lo hanno fatto attraverso rivoluzioni di palazzo (vedi Tunisia, Qatar), o con colpi di stato militari (vedi Egitto, Iraq, Algeria, Siria, Pakistan), o con l'aiuto da parte delle potenze occidentali che hanno tracciato intorno a queste élite aree geografiche artificiali (vedi il Kuwait e la Giordania).

Mediante il potere politico e militare le dittature arabe hanno il monopolio dell'economia e delle ricchezze dei paesi che "governano". E per salvaguardare questa situazione di privilegio, tali regimi ricorrono spesso ad indicibili forme di repressione e di discriminazione etniche, religiose, culturali e politiche. La popolazione nei paesi arabi è ridotta oggi ad uno stato di disagio economico, sociale e politico; continua, inoltre, ad essere vittima di una politica di analfabetizzazione intenzionalmente organizzata da chi governa per mantenere il controllo sociale su di essa.

L'immobilismo culturale in cui versa oggi il mondo arabo islamico è dovuto prevalentemente a queste dittature che occupano illegittimamente i palazzi di potere e che attraverso metodi di repressione politica e poliziesca hanno soffocato qualsiasi sentimento di riscatto sociale e culturale da parte dei cittadini arabi.

Le torture e le decapitazioni non sono quindi pratiche inusuali per i regimi arabi che si definiscono anche islamici. Come può, allora, un regime totalitario come quello di Mubarak, chiedere agli americani di rispettare i diritti umani in Iraq, senza cadere nel ridicolo, quando sappiamo che in Egitto vige da 23 anni lo stato d'emergenza, decretato dallo stesso Mubarak, con il pretesto di combattere il terrorismo islamico? Con quale coraggio il regime wahabita può dirsi sdegnato davanti alla decapitazione di Nicholas Berg, quando noi tutti sappiamo che questa consuetudine è all'ordine del giorno in Arabia Saudita, paese dove sono custoditi i luoghi sacri dell'islam?

Quante sono le persone che oggi subiscono torture, sevizie sessuali e che muoiono nelle prigioni arabe? Il loro torto è spesso quello di avere espresso un'opinione non gradita ai "padroni" del mondo arabo islamico.

Che cosa può, quindi, partorire questo stato di sfacelo generale in cui vivono gli arabi musulmani oggi, se non dei tiranni e i loro alter ego, i fanatici religiosi e terroristi? Anche l'islam, per salvarsi, ha bisogno di perdere tanti suoi cattivi interpreti e di ritrovare la sua anima.

Mostafa El Ayoubi


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