
Università di Pisa - Facoltà di Lettere – Dipartimento di Storia Antica - Seminario di Storia Romana -
- MARCO MARTINEZ -
IUDAEOS IMPULSORE CHRESTO ASSIDUE TUMULTUANTES ROMA EXPULIT
Introduzione.
Durante il primo secolo il fenomeno allora nascente del cristianesimo investì dapprima il mondo giudaico e poi quello romano.
Le primissime comunità cristiane sorsero in seno a quelle ebraiche ed erano formate unicamente di giudei convertiti all’idea che il promesso Messia ( ebraico per “Unto”, nel senso di “Consacrato da Dio”, equivalente al termine di origine greca “Cristo” ) fosse da identificare con il personaggio di Gesù il Nazareno.
Anche se inizialmente sia i giudei ortodossi che i giudei cristianizzati condividevano gli stessi luoghi di riunione, cioè le Sinagoghe, gli stessi antichissimi usi e costumi ebraici e la stessa mentalità morale e religiosa, fatta eccezione ovviamente per l’identificazione del Messia, la convivenza si dimostrò ben presto tutt’altro che pacifica, sia per l’intransigente ortodossia dei giudei tradizionalisti che mal sopportavano l’eresia legata alla figura di Gesù, sia per l’accanito proselitismo da parte dei giudei cristianizzati che tentavano ad ogni occasione di aumentare il numero delle loro esigue file con la conversione di nuovi adepti.
Per tutta la prima metà del primo secolo gli Ebrei convertiti all’idea del Gesù-Messia erano veramente una ridotta minoranza, e riscuotevano in tutto il mondo ebraico opposizione ed ostilità.
Sia la potente casta sacerdotale che i dotti eruditi in materia religiosa, primi fra tutti i Farisei
ed i Sadducei, tentarono in ogni modo, dalle minacce verbali alle punizioni corporali, di soffocare sul nascere l’odiata eresia, ma tutto si dimostrò vano per la coraggiosa tenacia e la pervicace convinzione che animava i dissidenti cristianizzati.
Costoro, lontani dal darsi per vinti e pur relativamente pochi di numero, coglievano opportunità di proselitismo ovunque in mezzo ai loro connazionali giudei, predicando il Gesù-Messia nelle Sinagoghe, negli affollati luoghi di mercato e perfino di casa in casa, come ci viene testimoniato da un passo degli Atti degli Apostoli, capitolo 5, verso 42.
Nuovo impulso verso l’opera di proselitismo fu dato da un giudeo neo-convertito ed ex-fariseo nativo della città Cilicia di Tarso: Saulo, il quale latinizzando il proprio nome in Paolo (godeva per nascita anche degli ambiti diritti di cittadinanza romana) divenne uno dei più noti apostoli (greco “apostolos” = “inviato”, nel senso di “missionario” ) .
Grazie a lui ed ai numerosi suoi collaboratori il messaggio cristiano fu esportato dalla Palestina a tutte le comunità giudaiche sparse sul territorio dell’impero romano.
In quegli stessi anni, per una felice intuizione dell’apostolo Simone ( detto in aramaico Kefa, cioè Pietra, Roccia, da cui il più noto nome di Pietro ) la conversione al cristianesimo fu estesa anche ai non-giudei, il primo dei quali fu un centurione romano di nome Cornelio, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli.
Il risultato fu che ovunque gli apostoli si indirizzassero nel corso dei loro viaggi missionari, portavano l’ideologia cristiana prima alle orecchie delle locali comunità giudaiche, come fosse una sorta di privilegio dare loro la precedenza nella divulgazione, per poi cercare adepti anche tra i non-giudei.
L’espansione delle comunità cristiane caratterizzò inizialmente le città del bacino mediterraneo orientale, più vicine all’originale centro di diffusione palestinese, per poi giungere in tutti i principali centri del mondo romano, particolarmente là ove già era presente una comunità ebraica, giungendo anche e soprattutto fino alla capitale dell’impero : ROMA.
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Parte prima: La comunità giudaica di Roma.
Con la decisiva battaglia di Farsalo del 48 a.c. la guerra civile tra Cesare e Pompeo giunse all’epilogo e vide di lì a poco la morte di quest’ultimo.
Una delle conseguenze della vittoria di Cesare fu il rovesciamento del fronte politico che si ebbe in Giudea, dove Ircano II si schierò apertamente dalla parte del vincitore ed inviò il suo ministro Antipatro, padre del futuro Erode il Grande, con 3000 giudei in soccorso di Cesare durante l’assedio di Alessandria d’Egitto.
Da allora i rapporti tra Cesare e la Giudea furono
così felici da indurre il condottiero romano a concedere loro innumerevoli
privilegi, come testimonia anche Giuseppe Flavio in Antichità giudaiche
XIV, 145 segg.
In particolare era loro concesso l’esonero dai
tributi ogni sette anni per riguardo alla legge ebraica dell’anno sabbatico;
vessilli militari recanti l’effigie dell’imperatore non dovevano entrare in
territorio giudaico per non violare le prescrizioni della Legge Mosaica; erano
vietate requisizioni militari in natura e leve di persone; anche i giudei della Diaspora erano esenti
dal servizio militare in ossequio al riposo ebraico del Sabato; inoltre la
religione ebraica era “religio licita”, ed era ufficialmente protetta da Roma.
L’erudito Giuseppe Ricciotti in Il giudaismo a Roma, pag. 223, precisa che “l’atteggiamento benevolo della Roma ufficiale verso il Giudaismo fu imitato, in realtà, assai poco dai sudditi di Roma; moltissimi, disprezzarono cordialmente il giudaismo e l’odiarono con un accanimento alimentato dall’ignoranza e dal pregiudizio, mentre solo una minor parte lo protesse e nutrì simpatia per esso”
Comunque sia la gratitudine dei Giudei verso il Dittatore fu palesemente espressa in occasione del suo funerale, quando, come narra Svetonio (Divus Iulius, 84), essi a Roma fecero cordoglio per più notti di seguito intorno al suo rogo.
Il favore di cui godettero i Giudei con Cesare continuò sotto Augusto, ma dopo di lui si ebbero nell’Urbe degli attriti con la comunità ebraica ivi residente.
Il primo momento di tensione di cui si ha notizia avvenne sotto Tiberio nell’anno 19, allorquando l’imperatore indignato da uno scandalo espulse dalla città di Roma tutti i Giudei privandoli dei loro privilegi. (Cfr. Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, XVIII, 65-82; Tacito, Annali 2.85.4; Svetonio,Vita di Tiberio 36.)
Giuseppe Ricciotti (op. cit., pag. 221) ritiene che alle spalle di questa decisione vi fossero oscure manovre da parte dell’allora Prefetto del Pretorio Lucio Elio Seiano, notoriamente ostile ai Giudei, poiché alla caduta in disgrazia di costui, nell’anno 31, essi furono riammessi in Roma ottenendo nuovamente i privilegi concessi loro in passato.
Alla morte di Tiberio, avvenuta nell’anno 37, Gaio Caligola fu designato suo successore, e durante il suo principato il filosofo ebreo Filone di Alessandria, in occasione di un suo viaggio a Roma per incontrare proprio l’imperatore, poté testimoniare del rinnovato favore verso la comunità giudaica da parte del governo romano.
L’imperatore Caligola morì nell’anno 41 vittima di una congiura pretoriana ed a succedergli fu chiamato suo zio Claudio.
Nuove tensioni tra il governo romano ed i Giudei dell’Urbe si manifestarono proprio sotto il
Principato di Claudio.
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Parte seconda: L’imperatore Claudio ed i Giudei di Roma.
Nell’anno 41 Claudio era da poco asceso al potere quando la presenza della comunità giudaica in Roma fu sentita come un problema da parte del governo.
La ragione è da ricercare nel fatto che tale comunità era cresciuta notevolmente di numero e doveva
aver raggiunto una consistenza ragguardevole anche per una metropoli come Roma.
In effetti si trattava, come fa notare Marta Sordi in Il cristianesimo e Roma, dell’ “aumento di una minoranza etnica compatta, impermeabile ed inassimilabile, capace di costituire una forza unitaria in seno alla popolazione della grandi città e di turbare, eventualmente, l’ordine pubblico”.
L’iniziale atteggiamento di Claudio fu caratterizzato dall’ambiguità; se infatti con una mano confermava ai Giudei i loro privilegi, con l’altra si preoccupava di contenere le loro sempre crescenti pretese ed accarezzava l’idea di allontanarli di nuovo da Roma.
Un passo riportato da Cassio Dione in Storia romana LX, 6,6, riguarda proprio un tale progetto risalente al primo anno del principato di Claudio; in esso si nota il timore circa il fatto che i Giudei erano divenuti molto numerosi, ma anche la consapevolezza che non era possibile espellerli senza provocare tumulti, per cui ci si risolveva ad ordinare loro di non riunire tutte le sinagoghe insieme per il culto, ma ognuna per suo conto, limitando così il numero di ogni assembramento.
Dione stesso ricorda subito dopo un ulteriore provvedimento riguardante le “eterìe”, ed è interessante notare che i timori che l’imperatore nutriva per la situazione nell’Urbe erano avvertiti anche nei riguardi di altre città, come Alessandria d’Egitto per esempio, ove Claudio, sempre nell’anno 41, allo scopo di sedare controversie ivi sorte tra Greci e Giudei, ordina ai primi di mostrare tolleranza e mitezza, ed ai secondi di non pretendere ulteriori privilegi, e, soprattutto, di non inviare proprie ambascerie distinte da quelle greche, come se vivessero in due città diverse, ma di accontentarsi di quanto già godevano in una città altrui.
Il punto di vista personale di Claudio circa la forte immigrazione giudaica che stava caratterizzando tutte le grandi città dell’epoca è dimostrato dall’espressione con cui la definisce: “una peste comune a tutto il mondo”.
L’imperatore Claudio tollerò la presenza giudaica in Roma ancora per alcuni anni, poi, nell’anno 49, accadde qualcosa che spezzò la già fragile intesa tra la comunità giudaica ed il governo romano, e questo portò all’espulsione degli Ebrei da Roma.
Il biografo romano Gaio Svetonio Tranquillo ci dà notizia di questo avvenimento, citandolo nella sua opera Vita di Claudio 25, 4 con le parole : “Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit”, tradotto da Gianni Guastella come “Espulse da Roma gli Ebrei, che sotto l’istigazione di Cristo erano continuamente in subbuglio”, e da Francesco Casorati come “Bandì dalla città i Giudei che, istigati dalla dottrina di Cristo, creavano sempre disordini”.
Un passo riportato in Atti degli Apostoli, capitolo 18, versi 1 e 2 cita un incontro avvenuto nella città di Corinto, intorno all’anno 50, tra l’apostolo Paolo ed una coppia di giudei di nome Aquila e Priscilla : “Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i giudei.” (CEI).
Anche lo storico ed apologista cristiano Paolo Orosio, vissuto tra il IV ed il V secolo, in Historiarum adversus paganos VII,6,15, fa menzione dell’espulsione ordinata da Claudio nel suo nono anno di regno, citando, oltre Svetonio, pure Giuseppe Flavio come sua fonte di informazione, però a noi non è giunto nulla da parte di quest’ultimo sull’argomento in questione, né tantomeno da parte di Tacito o di Cassio Dione.
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Parte terza: Il personaggio “Chrestus”.
Che cosa era successo a Roma di tanto grave da spingere il governo romano alla drastica soluzione di espellere tutti i giudei, e chi era l’istigatore chiamato Chrestus a cui veniva imputato il motivo dell’espulsione?
Marta Sordi in L’espulsione degli Ebrei da Roma nel 49 d.c., pag. 259, fa giustamente notare come tale frase sia “da molto tempo ormai, al centro di un appassionato dibattito” tra coloro che vedono nei contrasti religiosi giudaico-cristiani la causa dei tumulti e coloro che ritengono che “l’espulsione non riguardava in alcun modo la nascente comunità cristiana”.
Arnaldo Momigliano in The emperor Claudius and his achievements, pag. 33, propendeva per identificare in “Chrestus” l’ebreo Gesù di Nazareth, sia perché riteneva che tale interpretazione non contrastava plausibilmente con nessun’altra, e sia perché non vedeva suffragate da sufficienti argomentazioni tutte le altre ipotesi contrarie.
Su simili posizioni è anche Mary Smallwood che in The Jews under roman rule, pagg. 210-212, mostra fiducia nella citazione di Giuseppe Flavio riportata da Orosio, il quale, secondo lei, potrebbe benissimo essere venuto a conoscenza di uno scritto oggi purtroppo perduto; inoltre, il motivo che avrebbe provocato i tumulti sarebbe da ricercare nell’arrivo a Roma di missionari cristiani; ed ancora, Aquila e Priscilla avrebbero potuto essere giudei cristianizzati già al momento della loro espulsione da Roma, la qualcosa indicherebbe che il provvedimento governativo non faceva distinzione tra giudei ortodossi e giudei cristianizzati, poiché, agli occhi dei romani contemporanei di Claudio, questi ultimi erano visti solo come una setta all’interno del giudaismo stesso.
Anche Giuseppe Ricciotti (op. cit., pag. 222) ritiene che all’epoca di Claudio “ancora non si distingueva il cristianesimo dal giudaismo…perciò gli <assidui tumulti> giudaici di Roma, attribuiti da Svetonio a questo <Chrestus>, sono evidentemente i vivi dissensi sorti in seno alla comunità di Roma in conseguenza della propaganda cristiana”; Ricciotti fa altresì notare che, per il fenomeno dell’itacismo, “Chrestus” può benissimo essere letto “Christus”, e che in Tertulliano e Giustino Martire i cristiani sono chiamati anche “chrestiani”.
Sul fronte opposto H.D. Slingerland in Claudian policymaking and the early imperial repression of Judaism at Rome, pagg. 203 segg., ritiene “Chrestus” la traslitterazione del nome greco “Chrestos”, nome che, trovandosi spesso sulle iscrizioni di età imperiale, sarebbe da attribuire ad un non meglio identificato liberto di Claudio, vedendo in costui la persona che convinse l’imperatore ad attuare l’espulsione, traducendo la summenzionata frase di Svetonio come “Cresto istigò Claudio ad espellere i Giudei”; (Gianni Guastella in L’imperatore Claudio, pag., 181, è in disaccordo su tale interpretazione perché tradurrebbe in maniera errata Svetonio, in quanto “appare evidente che l’ablativo assoluto, data la sua posizione, debba modificare <tumultuantes>, e non <expulit>”).
Neppure Marta Sordi ritiene che “Chrestus” sia da identificare con il personaggio di Gesù di Nazareth, sostenendo piuttosto in op.cit.II pag. 264, “l’ipotesi che <Chrestus> sia un ignoto ebreo di Roma” fomentatore dei disordini che portarono alla cacciata; tantomeno ritiene che eventuali contrasti giudaico-cristiani siano stati alla base del provvedimento di espulsione.
Una certa equidistanza è invece manifestata da Gianni Guastella in op.cit. pag. 181, il quale fa notare che se si accetta l’identificazione di “Chrestus” con Gesù di Nazareth allora Svetonio “fonderebbe confusamente Ebrei e Cristiani, attribuendo a questi ultimi la responsabilità di una turbolenza le cui conseguenze sarebbero state poi scontate da una più larga parte della comunità ebraica di Roma”, se non si accetta tale identificazione “si deve pensare ad un ignoto ebreo romano di nome <Chrestus>, e di conseguenza staccare il destino della comunità ebraica da quella cristiana”.
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Parte quarta: L’accesso dei “gentili” alla dottrina cristiana.
La conversione al cristianesimo da parte del centurione romano Cornelio aprì l’ingresso anche ai non-giudei, ovvero ai cosiddetti “gentili”, a quella dottrina intorno al Gesù-Messia che era stata fino ad allora esclusivo appannaggio dei figli d’Israele.(Atti degli Apostoli Cap. 10 – CEI)
Non fu affatto facile per la maggior parte dei giudei cristianizzati accettare questo cambiamento in quanto la loro mentalità era quella che troviamo espressa dall’apostolo Pietro in Atti 10:28 : “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di un’altra razza” (CEI).
Pietro stesso, che pure era stato il promotore di questo cambiamento, ebbe per lungo tempo il timore di urtare la sensibilità dei cristiani di origine ebraica, evitando in loro presenza di frequentare cristiani di origine pagana, e fu in un’ occasione aspramente rimproverato da Paolo per tale suo atteggiamento ambiguo, come riporta la Lettera ai Galati 2:11-14 (CEI).
L’apertura della comunità cristiana ai non-giudei era comunque una realtà che trovava negli apostoli Paolo e Barnaba due tra i suoi più accesi sostenitori.
Da allora in poi l’opera di proselitismo intorno alla figura di Gesù Cristo fu indirizzata sia ai giudei che ai gentili, con precedenza ai primi piuttosto che ai secondi come riporta la Lettera ai Romani 1:16 “…vangelo…per la salvezza…del Giudeo prima e poi del Greco” (CEI), ma è facile immaginare che i già difficili rapporti con i giudei ortodossi subissero un drastico peggioramento in seguito a tale apertura; infatti, per la loro mentalità tradizionalista, era come far entrare la corruzione nel loro mondo religiosamente immacolato, poiché i non circoncisi erano considerati persone spiritualmente impure in quanto non osservanti della Legge Mosaica.
I giudei divenuti cristiani, anche se mal visti e criticati, avevano pur sempre accesso alla locale sinagoga e potevano comunque godere della compagnia degli altri giudei del luogo.
Lo stesso apostolo Paolo fa menzione della sua abitudine di frequentare le sinagoghe delle comunità in cui si recava nel corso dei suoi viaggi missionari; leggiamo infatti in Atti 17:17: “Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei…” (CEI), per cui egli esercitava un suo privilegio, in quanto giudeo di nascita e cultura, che nessun incirconciso avrebbe potuto avere; i giudei non avrebbero mai permesso ad un gentile di entrare in una sinagoga e discutere con loro in materia religiosa; ma lo stesso Paolo ci informa, continuando la lettura del versetto summenzionato, che “(discuteva pure con) i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava”(CEI).
La predicazione ai non-giudei dette i suoi frutti in quanto il numero dei convertiti di origine pagana arrivò ben presto a superare quello di origine ebraica in tutte le città raggiunte dal messaggio evangelico.
Possiamo ben capire che là ove era presente una comunità ebraica i rapporti tra giudei ortodossi e giudei cristiani ebbero a guastarsi irreparabilmente in seguito a questo, poiché i primi accusavano i secondi di frequentare persone impure, di associarsi senza scopo con loro, e di considerarle al di sopra dei loro stessi connazionali, ed il livello di tolleranza scese così rapidamente da indurre i più facinorosi alla violenza fisica.
L’apostolo Paolo è uno delle più note vittime di tale intolleranza manifestata dai suoi medesimi connazionali, egli ricordò, nella Seconda Lettera ai Corinzi 11:23-25 di aver subito “…prigionie…percosse… pericolo di morte. Cinque volte (frustato con) 39 colpi, tre volte…battuto con le verghe, una volta …lapidato (e dato per morto)…” (CEI).
Perfino all’interno della comunità cristiana ci si interrogò se non fosse il caso di imporre ai neo-convertiti di origine pagana la pratica della circoncisione e dell’osservanza delle norme riguardanti il Sabato e le altre feste religiose ebraiche, evidenza questa che anche ai giudei cristianizzati era difficile considerare alla pari un “fratello nella fede incirconciso”.
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Parte quinta: Il Concilio di Gerusalemme e le sue conseguenze.
Per risolvere una tale controversia che aveva coinvolto tutto il primitivo mondo cristiano del tempo, ed indirettamente il mondo giudaico che si era venuto a scontrare con esso, fu indetto quello che viene chiamato il Concilio di Gerusalemme, intorno all’anno 50.
In base a questo concilio si decise di “non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenetevi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia” (Atti degli apostoli 15:28,29 CEI) ; dunque il cristianesimo prendeva ora una sua forma ufficiale ed iniziava a distinguersi dal giudaismo, dal quale era derivato ma che stava ormai lasciando, anche nelle sue forme rituali; l’apostolo Paolo ribadì lo spirito di tale decisione scrivendo nella sua Lettera ai Colossesi 2:16 “Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a Sabati” (CEI).
Il Concilio di Gerusalemme fu una vera e propria rivoluzione per il nascente cristianesimo, da quel momento in poi libero da ogni legame con il giudaismo, ma fu anche l’inizio di un incolmabile divario con quello stesso mondo giudaico, divario che dette vita ad una spirale di intolleranza che sfocerà assai spesso in atti di violenza.
Dal libro degli Atti degli Apostoli possiamo seguire le fasi della progressiva penetrazione del cristianesimo in molte città del bacino mediterraneo orientale, ma in quegli stessi anni anche la capitale dell’impero era stata interessata dal messaggio intorno alla figura di Gesù Cristo.
Marta Sordi in op.cit.I, pag. 68, fa giustamente notare che “le più antiche notizie del cristianesimo a Roma devono essere giunte dalla Palestina dopo la Pentecoste del 30 o del 29, col ritorno di quei giudei e proseliti romani che assistettero, secondo gli Atti, alla predicazione apostolica” (cfr. Atti 2:9-11 CEI).
Non siamo in grado di ricostruire tutte le fasi dell’iniziale espansione cristiana a Roma, la tradizione antica, però, pone subito dopo il 42 la prima venuta a Roma di Pietro, partito da Gerusalemme secondo l’accordo di cui fa menzione Paolo nella sua Lettera ai Galati 2:7,9 “…a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi,…Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi” (CEI).
Fedele alla missione a lui assegnata, Pietro partì alla volta di Roma, capitale dell’impero e sede di una comunità giudaica tanto numerosa da suscitare nell’imperatore Claudio, già dall’anno 41, come abbiamo visto, l’idea di una eventuale espulsione in massa dall’Urbe di tutti gli Ebrei ivi residenti.
Ha perfettamente ragione Marta Sordi in op.cit.II, pag. 261,quando afferma che non è affatto la presenza della setta cristiana a Roma a spingere Claudio al proponimento dell’anno 41; Claudio non ha nessun motivo di temere tumulti o problemi di alcun genere da quelli che lui probabilmente vede solo come una setta, una diramazione eretica del mondo giudaico, e ben difficilmente potrebbe capire le sottili motivazioni e differenze di ordine teologico che animano i giudei nell’accettare o nel respingere l’idea che il promesso Messia sia il crocifisso Gesù di Nazareth; ciò che lo preoccupa è solo il numero ragguardevole raggiunto da una comunità inassimilabile come quella giudaica che potrebbe turbare l’ordine pubblico.
Ma la presenza di Pietro a Roma, cioè del promotore in persona dell’apertura cristiana ai non circoncisi, avrebbe necessariamente dovuto mutare il pensiero di quei giudei cristiani che erano all’interno della comunità ebraica; costoro, davanti alla testimonianza e alle argomentazioni di un’autorità religiosa come Pietro, si trovarono di fronte alla necessità di dover accettare che persone pagane potessero diventare dei “fratelli nella fede”; ci si aspettava da loro, cioè da uomini e donne di mentalità e cultura ebraica, che rivoluzionassero il loro proprio pensiero fino a predicare, convertire, accettare e frequentare persone fino a poco tempo prima ritenute impure, e subire di conseguenza nuove ed aspre critiche da parte della comunità giudaica ortodossa.
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Parte sesta: L’espansione del cristianesimo a Roma dalla venuta di Pietro fino all’anno 49.
Il nuovo pensiero dette di lì a poco i suoi frutti anche nell’Urbe, ed abbiamo notizia della conversione avvenuta nell’anno 43, come ricorda Marta Sordi in op.cit.I, pag. 68, di una pagana d’alto rango, “quella Pomponia Grecina moglie di Aulo Plauzio, il vincitore della Britannia”.
Quanto il pensiero cristiano attecchisse in quegli anni tra i pagani romani ed in particolare all’interno della classe aristocratica non è dato sapere con precisione, ma il fatto che i cristiani fossero “raccolti per le riunioni di culto nelle case che i nobili convertiti avevano messo a disposizione della Chiesa”, op.cit.I, pag. 68, mostra chiaramente una separazione di fatto col giudaismo locale, vuoi per il carattere elitario dei nuovi adepti cristiani, vuoi per l’atteggiamento apertamente ostile all’eresia cristiana da parte dei giudei ortodossi, inaspriti ancor più dal nuovo punto di vista assunto verso i pagani da parte dei giudei cristianizzati.
Gli anni che seguirono videro un costante aumento del numero dei nuovi adepti cristiani provenienti dal mondo pagano, insieme ad una progressiva ed inarrestabile chiusura mentale da parte della comunità giudaica, che iniziarono giocoforza una crescente intolleranza verso i loro stessi connazionali cristianizzati.
Questi ultimi, intrepidi e baldanzosi, secondo l’immagine che di loro danno sia il libro degli Atti che le Lettere degli Apostoli, ogniqualvolta predicavano il Cristo ai loro connazionali, nelle sinagoghe, se vi erano ancora ammessi, o nei luoghi di mercato, o di casa in casa (cfr. Atti 20:20 CEI), non potevano non suscitare vive proteste, clamori ed anche reazioni violente da parte degli elementi più fanatici e facinorosi; e poiché l’attività di divulgazione e di proselitismo era quanto più caratterizzava quei cristiani, fedeli alla dottrina riportata in Matteo 28:19,20, appare chiaro come la situazione potesse degenerare a tratti in episodi che dovevano turbare sensibilmente l’ordine pubblico.
L’imperatore Claudio intendeva da anni espellere gli Ebrei da Roma per i motivi di cui si è già trattato, ma si asteneva dal farlo per il timore di causare tumulti; però la situazione esplosiva che in quei giorni esisteva tra i giudei ortodossi ed i loro connazionali cristiani gli fornì il motivo per attuare quel provvedimento, poiché ora sarebbe apparso non più persecutorio nei confronti di una minoranza etnica, bensì giusto e doveroso, avendo lo scopo di garantire tranquillità e sicurezza ai cittadini romani.
Ancora Marta Sordi op.cit.II pag. 265, spiega che “l’espulsione degli Ebrei da Roma nel 49 si manifesta semplicemente come l’applicazione, a 8 anni di distanza, della misura che Claudio voleva già prendere nel 41 e che riproduceva una misura analoga presa da Tiberio nel 19”, e continua dichiarando che “si trattava di misure ricorrenti, che riguardavano l’ordine pubblico nelle grandi città e che non avevano carattere definitivo (visto che gli espulsi ritornavano regolarmente nel giro di pochi anni)”.
L’espulsione colpì solo i giudei, non i cristiani in quanto tali; Claudio e il governo di Roma non avevano nulla contro questi ultimi, e probabilmente non possedevano neppure la competenza religiosa necessaria per distinguere quello che ai loro occhi continuava ad apparire solo una diramazione del giudaismo; non si hanno notizie di espulsioni di aristocratici romani perché cristiani, ed una cosa del genere, se fosse accaduta, avrebbe sicuramente prodotto una vasta eco; vengono dunque espulsi i giudei in quanto etnicamente tali, sia che fossero ortodossi o cristianizzati od altro ancora; la motivazione fornita ufficialmente è rappresentata dai “continui tumulti” che turbavano l’ordine pubblico, ed è una motivazione che rimase sicuramente impressa nella memoria degli espulsi, i quali, tornando man mano nell’Urbe di lì a pochi anni, ebbero tutto l’interesse a non fornire più alcun simile pretesto al governo imperiale per non dover nuovamente subire un provvedimento analogo.
Tra i giudei espulsi da Roma in quell’occasione vi furono pure Aquila e Priscilla, che riparando a Corinto, vi avrebbero incontrato l’apostolo Paolo.
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Parte settima: Analisi riassuntiva.
La summenzionata interpretazione delle circostanze relative all’espulsione del 49 necessita ovviamente di giustificazioni nei riguardi di coloro che sono di parere diverso.
Gianni Guastella in op.cit. pag. 181, obietta che se il “Chrestus” svetoniano fosse da identificare con Gesù Cristo allora il biografo romano “fonderebbe confusamente Ebrei e Cristiani”, ma tale obiezione appare restrittiva in quanto Svetonio scrive nella prima metà del secondo secolo, cioè negli anni in cui si era perfettamente consci della differenza tra mondo giudaico e mondo cristiano, mondi che si erano ormai completamente separati; inoltre Svetonio conosceva le persecuzioni che, da Nerone a Traiano, passando per Domiziano, si erano abbattute sui cristiani, la qualcosa avrebbe indotto chiunque ad informarsi, non fosse altro che per curiosità, su chi fossero costoro, in che cosa credevano e quali fossero i motivi di tanta acrimonia; né il biografo sarebbe potuto cadere in un errore tanto grossolano da pensare che Gesù Cristo fosse un personaggio contemporaneo all’imperatore Claudio.
Perché allora Svetonio indica “il Cristo” come istigatore dei disordini? Ma proprio per la maggior conoscenza che lui ha della dottrina cristiana, la quale ha sempre predicato l’idea che Gesù Cristo fosse risorto, asceso ai cieli, e guidasse i suoi fedeli nel loro compito di divulgazione evangelica; la risurrezione di Gesù era la base della dottrina cristiana, e per i seguaci del Nazareno, Gesù era una persona spirituale viva e reale; tale lo sentivano e tale lo predicavano con enorme zelo, sfidando gli oppositori giudei e rischiando consapevolmente violente ritorsioni; l’analisi di Svetonio è giusta quando, come dice Guastella in op.cit. pag., 181, “attribuisce a questi ultimi (i cristiani) la responsabilità di una turbolenza le cui conseguenze sarebbero state poi scontate da una più larga parte della comunità ebraica di Roma”.
Riguardo alla teoria promulgata da H.D. Slingerland (vd. Parte terza) appare sufficiente l’obiezione sollevata da Guastella circa la posizione dell’ablativo assoluto nella frase svetoniana.
Come già menzionato Marta Sordi si dice contraria all’idenficazione del “Chrestus” svetoniano con Gesù Cristo, e ritiene, per usare le sue parole, che “l’argomento più forte resta per me il contrasto fra l’interpretazione <cristiana> del passo di Svetonio e il racconto degli Atti degli Apostoli sul primo incontro di Paolo prigionierio, nel 56…o nel 60 circa, con i capi della comunità giudaica di Roma” perché questi ultimi rivolgendosi a Paolo dicono: “Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione” (Atti 28:22 CEI); la Sordi continua con le parole “Dovunque, ma non a Roma: ed essi chiedono a Paolo di informarli in proposito. A distanza di 7 o 11 anni la comunità giudaica si era formata di nuovo, ma non aveva nessuna esperienza dei contrasti fra Ebrei e Cristiani che pure avvenivano dovunque”. (op.cit.II, pagg. 264,265).
Sorge spontaneo chiedersi il perché di questa apparente contraddizione e a tale scopo occorre soffermarci sulla situazione a Roma dopo l’espulsione del 49; la comunità cristiana di Roma, forse epurata degli elementi di origine ebraica, cessò giocoforza di scontrarsi con il mondo giudaico dell’Urbe, sia perché quei giudei eventualmente rimasti in loco si sarebbero guardati bene dal causare ulteriori tumulti, e sia perché i restanti cristiani di origine pagana e/o aristocratica non manifestarono la precedente attitudine nel proselitismo, tanto che dalla Lettera ai Filippesi, scritta da Paolo a Roma, si evince che prima della sua venuta, nel 56 o nel 60, lo zelo della comunità si era spento; un’invisibile barriera era così sorta tra le due fazioni religiose; quegli espulsi che tornarono in seguito, memori della lezione passata, non dovettero far altro che adattarsi alla nuova situazione, e se tutto ciò da una parte evitò violenti scontri, dall’altra impedì però ogni nuovo scambio informativo; per cui all’arrivo di Paolo a Roma, dopo anni di freddezza consolidata tra giudei e cristiani, la situazione non poteva che essere “anomala” rispetto alle altre città dell’impero, e le informazioni che i locali capi giudei avevano sui cristiani potevano solo essere riportate.
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Conclusione.
Se torniamo con la mente a quell’importantissimo avvenimento che fu il Concilio di Gerusalemme dell’anno 50, che rivoluzionò il pensiero di tutto il mondo cristiano di origine giudaica, non possiamo fare a meno di pensare che lo stesso Concilio aveva tacitamente favorito, di lì in poi, la conversione di persone provenienti dal paganesimo; anzi, costoro ben presto soverchiarono nel numero i loro fratelli di origine ebraica, e ciò tese a differenziare sempre più giudaismo e cristianesimo.
In età neroniana, appena 14 anni dopo il Concilio in questione, e cioè nell’anno 64, l’anno della prima persecuzione governativa nei confronti dei cristiani, questi erano così distinti dai giudei che già nessuno più li confondeva.
A maggior ragione questa realtà divenne ancor più evidente in età flavia, allorquando Domiziano li perseguitò ancora, e più tardi ancora in età antonina sotto l’imperatore Traiano che scatenò contro di loro un’ulteriore persecuzione; dunque Svetonio non poteva non conoscere le ormai manifeste differenze culturali, morali e religiose tra giudei e cristiani, e se attribuisce al “Cristo”, personaggio ritenuto reale e spiritualmente vivente dai suoi adepti, la figura di “istigatore” (dei suoi seguaci nel provocare i giudei) lo fa con cognizione di causa, e probabilmente dopo aver potuto visionare i rapporti di polizia del tempo di Claudio, grazie alla carica di funzionario imperiale che ricopriva sotto Traiano ed Adriano.
C’è da aggiungere, circa i tumulti dell’anno 49, che per i cristiani fedeli alla lettera del vangelo essere perseguitati era segno di appartenenza alla giusta religione e di approvazione da parte di Gesù Cristo (cfr. Matteo 5:10-12 ; Luca 21:12 ; Atti 7:52 ; 2° Timoteo 3:12 CEI), per cui possiamo ben immaginare che allorquando i giudei romani si lasciavano andare a violenze contro i provocatori cristiani questi, convinti di essere divinamente approvati in quanto perseguitati, facessero ben poco in seguito per evitare che tali cose si ripetessero, e la spirale dei disordini fatalmente aumentava.
In conclusione la frase “Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit”
appare ben tradotta da Gianni Guastella come: “Espulse da
Roma gli Ebrei, che sotto l’istigazione di Cristo erano continuamente in
subbuglio”, nel senso però di: “Espulse da Roma i giudei che tumultuavano di
continuo provocati dal Cristo”.
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BIBLIOGRAFIA:
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