Cause storico-sociali
1) Critica della enorme ricchezza e dei privilegi
della Chiesa romana. Decadenza morale della Chiesa (nepotismo: cariche
politico-religiose-diplomatiche offerte ai parenti di papi-vescovi-cardinali;
lusso della curia romana; corruzione del clero, che si è lasciato influenzare
dallo stile di vita borghese, emergente in tutta Europa, mondanità...). La sede
pontificia era disputata da grandi famiglie italiane (Medici, Farnese, Della
Rovere).
2) Risveglio delle nazionalità (Francia, Germania,
Inghilterra, Olanda, ecc.) contro il Sacro romano impero rappresentato da Carlo
V con Spagna-Austria-Ungheria-Paesi Bassi, e contro l’universalismo medievale
cattolico del papato. In Germania è soprattutto la grande feudalità che
combatte l’impero, negli altri Stati è soprattutto la borghesia, che appoggia
la monarchia nazionale.
3) Esigenze emancipative di vari strati sociali:
piccoli nobili in decadenza contro la grande feudalità (soprattutto in
Germania, dove la piccola nobiltà non è riuscita, come in Italia, a istituire i
Comuni insieme alla borghesia); servi della gleba contro la grande feudalità
(soprattutto in Germania); borghesia contro i grandi feudatari (ovunque, ma in
Inghilterra la riforma anglicana si farà sulla base di un compromesso fra
queste due classi).
La riforma protestante, per gli effetti di lunga
durata che ha provocato, è stato l’avvenimento più importante, a livello
europeo, della prima metà del ‘500. Essa rappresenta lo sbocco della crisi
religiosa dei secoli precedenti (vedi i movimenti ereticali), che aveva
espresso l’esigenza della riforma della chiesa; e lo sbocco del processo di
formazione delle nazionalità, iniziato con la crisi dell’universalismo
medievale e del sistema feudale.
La riforma provoca la spaccatura del mondo cattolico:
gran parte dei popoli di lingua anglo-sassone si separano dalla chiesa romana.
Solo a separazione avvenuta, la chiesa intraprende, con il Concilio di Trento
(1545-63) la sua riforma interna, basata sul rafforzamento dell’autorità del
papa, sull’Inquisizione, sull’Indice dei libri proibiti, sulla creazione di
nuovi ordini religiosi (gesuiti, cappuccini, barnabiti, somaschi, scolopi...),
su una notevole solidità dogmatica e disciplinare.
La crisi della chiesa era iniziata con la “cattività
avignonese” (1305-77), in cui si verifica il trasferimento della sede
pontificia ad Avignone (Francia meridionale), dopo il crollo della teocrazia
papale: il che determinerà la soggezione del papato alla politica francese.
La crisi si accentua con i due “scismi d’occidente”,
dopo il ritorno del papato a Roma. Durante il primo scisma (1378-1417), il
Collegio dei cardinali, in maggioranza francesi, non era intenzionato ad
accettare la politica di autonomia del papato nei confronti della Francia. Per
questa ragione i cardinali elessero un antipapa, il quale però, dopo essere
stato sconfitto col suo esercito, mentre marciava su Roma per sbarazzarsi del
rivale, decise di fissare la sua sede ad Avignone.
Molti cardinali, in un Concilio di Pisa, decisero di
deporre i due papi e di eleggerne un terzo, ma gli altri due non vollero
riconoscerlo. Allora l’imperatore Sigismondo convocò un Concilio ecumenico a
Costanza, riuscendo a far deporre i tre papi e a farne eleggere uno nuovo,
riconosciuto da tutti. Il concilio decise anche di condannare le eresie di
Wiclef (Inghilterra) e Huss (Cecoslovacchia), riservandosi di trattare in un
prossimo concilio il problema della riforma della chiesa. Infine adottò il
principio della superiorità del Concilio sul papato.
Questo principio però non piaceva ai prelati della
curia romana, i quali proclamarono al Concilio di Firenze la superiorità del
papato sul concilio. Per dieci anni (1439-49) il Concilio di Basilea rifiutò di
riconoscere il papa di Roma ed elesse un antipapa: cedette solo dopo aver visto
che il prestigio del papato romano era aumentato, in seguito alla
riunificazione con la chiesa greco-ortodossa (durata meno di 20 anni), la quale
aveva chiesto aiuto militare all’Occidente contro i turchi.
Il pretesto della Riforma
Fu offerto dalla questione delle indulgenze. Nel 1517
papa Leone X, volendo ricostruire la basilica di S.Pietro a Roma, e non
disponendo dei mezzi necessari, aveva bandìto in tutto il mondo una speciale
indulgenza per coloro che avessero fatto un’offerta in denaro. L’indulgenza
(già usata nel corso delle crociate) era una sorta di condono delle pene che il
credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio, che il papa concedeva a quei
fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze
(pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie...). Lo “sconto” offerto da questi
certificati d’indulgenza era proporzionato all’importo del denaro.
I primi a reagire sono i cattolici tedeschi,
capeggiati da Lutero, frate agostiniano. I punti fondamentali della rottura
sono i seguenti:
I) Giustificazione per fede: la salvezza si
ottiene direttamente dalla grazia divina e non attraverso le opere guidate
dalla Chiesa; quello che conta è solo l’atteggiamento di coscienza. Non ci si
salva per i propri meriti. Il peccato originale rende l’uomo incapace di bene.
Solo Dio può salvare. Di questa salvezza l’uomo non può essere certo finché non
muore. In attesa di saperlo deve avere
II) Libero esame delle Scritture: contro
l’interpretazione ufficiale, dogmatica, canonica, della Chiesa. Conseguenza
pratica: forte intellettualismo, nascita di molte comunità e sètte nell’ambito
delle confessioni protestanti, rifiuto quasi totale della tradizione
ecclesiastica cattolica, subordinazione dei sacramenti/riti/culto alla
Bibbia...
III) Sacerdozio universale dei credenti: contro
le divisioni gerarchiche fra clero e laici. Conseguenza pratica: fine della
struttura tradizionale della Chiesa, fine del monachesimo, sviluppo delle
piccole comunità religiose...
I LIMITI DI LUTERO
Perché la Germania di Lutero non abbracciò subito il
capitalismo? Perché Lutero invitava alla sola emancipazione di coscienza,
intellettuale. Calvino invece pretese anche quella pratica, che fece appunto
coincidere con l'attività economica borghese. Lutero era moderno nelle idee
religiose, ma medievale nella considerazione della vita sociale. La sua
liberazione dell'individuo doveva coincidere con quella della coscienza
interiore (con il pensiero -dirà più tardi Hegel). Una volta costatata,
contemplata l'oggettività delle cose, cioè la loro necessità, la loro
inevitabilità storica (che Lutero faceva risalire direttamente a dio, e non
ancora a un'astratta ragione, all'idea o allo spirito assoluto), l'uomo doveva
sentirsi pago di sé.
Il luteranesimo porta inevitabilmente al fatalismo (e
al culto dello Stato), poiché non ripone una particolare fiducia nell'individuo
collettivo, cioè nelle masse popolari. Il contributo del luteranesimo è stato
quello di aver liberato l'uomo dal peso di una tradizione culturale superata.
Il limite nell'averlo liberato solo sul piano intellettuale e soggettivo.
Lutero ha avuto paura delle conseguenze delle sue stesse scoperte. Di qui il
rifiuto di appoggiare Müntzer.
Zwingli, Serveto, Melantone e Calvino diedero maggior
peso alla cultura umanistica, e meno a quella religiosa, perché erano più
agnostici di Lutero. Essi sono decisamente rivolti al futuro (borghese) e
restano legati alla religione o per un interesse di tipo politico (questo in
Calvino è molto evidente), o per timore di forzare troppo i tempi. Nessuno di
loro ha mai avuto l'idealismo di Lutero. Non si può infatti avere un grande
idealismo in campo religioso e un altrettanto grande idealismo in campo laico.
Non si può essere "amanti" di dio e dell'uomo con la stessa
intensità.
Zwingli, Serveto, Melantone e Calvino hanno cercato di
attenuare l'idealismo religioso di Lutero, servendosi della cultura umanistica,
cioè sostituendo il misticismo col razionalismo, ma nessuno di loro, sul piano
laico, ha mai raggiunto le vette che Lutero raggiunse sul piano religioso.
Anche questo era un segno di quei tempi. Solo nell'Italia umanistica e
rinascimentale si poteva fare di meglio, ma gli intellettuali non avevano
rapporti con le masse. Nessuno dei seguaci di Lutero è mai stato così radicale
da abbandonare ogni riferimento di metodo alla religione, neppure dopo che la
loro riforma conseguì i successi sperati.
Resta comunque significativo che la riforma del
luteranesimo (pur condotta in modi diversi) abbia portato ad un'accentuazione
del lato ateistico della cultura umanistica (a prescindere dalla volontà degli
stessi riformatori). Lutero dunque, sul piano religioso, può essere considerato
come l'iniziatore più importante di quel moderno processo di secolarizzazione
che porta all'ateismo.
I LUTERANI
Il luteranesimo è la corrente principale del
protestantesimo. Oggi i luterani si chiamano evangelici, mentre i riformati si
ispirano a Calvino. Nel mondo sono poco più di 100 mil. (i protestanti si
aggirano sui 300 mil.). La Riforma protestante è nata con la questione delle
indulgenze.
Secondo la chiesa cattolica il peccato è costituito
dalla "colpa" e dalla "pena". La colpa si cancella con il
sacramento della penitenza, la pena è necessaria per soddisfare la giustizia
divina offesa dal peccato. Quindi, oltre al pentimento, occorrono anche delle
"prove" che attestino l'effettivo pentimento (ad es. al ladro si
chiedeva di restituire la refurtiva o di donare una somma equivalente in
beneficenza, oppure, se non disponeva più nulla, gli si imponeva un
pellegrinaggio in luoghi santi o una scomunica temporanea).
problemi suscitaTI DALLA
CONCEZIONE CATTOLICA DEL PECCATO
C’era il rischio che il penitente potesse credersi
pienamente giustificato davanti a Dio solo per aver fatto degli atti di
penitenza (il cristianesimo infatti afferma che la salvezza è "dono di
Dio" e che l'unico "merito" del credente sta nell'accettare
questo dono). E questo rischio aumentava in misura proporzionale al sorgere dei
rapporti borghesi di proprietà, che rendevano in un certo qual modo formale
la prassi religiosa.
IL SIGNIFICATO DELLE
indulgenze
Le indulgenze erano una specie di "decreti di
amnistia" scritti dal Papa, sulla base del cd. "tesoro dei
meriti" di Cristo e Maria, che avrebbero dato agli uomini più di quanto
non occorresse per la loro salvezza (ma in questo "tesoro" sono
inclusi anche i santi e i fedeli più devoti del paradiso, la cui grandezza
superava, secondo la chiesa, le pene che meritavano per i loro peccati).
In virtù di questo "surplus" di meriti, la
chiesa si sentiva in diritto di diminuire o addirittura di cancellare la pena
del peccatore (in vita o nel Purgatorio). Chi, pagando una certa somma,
riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i
morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno "sconto"
sulla pena (per i vivi anche sulle pene future), a prescindere naturalmente
dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo
i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto.
conseguenze determinATE DALLA
PRASSI DELLE INDULGENZE
Abusi e speculazioni a non finire. La chiesa di Roma
incamerava ingenti quantitativi di denaro, i mediatori che distribuivano le
indulgenze esigevano una parte degli "utili". Le tariffe erano
proporzionali alla richiesta del beneficio. Chi rifiutava questa consuetudine
veniva considerato un "cattivo" credente (perché presuntuoso, avaro,
o quasi un eretico...).
Storicamente, il commercio delle indulgenze fu assai
diffuso in tutta l'Europa occidentale. agli inizi del XVI sec. Nel 1517 papa
Leone X promulgò un'indulgenza plenaria, cioè un riscatto della totalità delle
pene per tutti coloro che invece di recarsi in pellegrinaggio a Roma, avessero
versato un obolo per la costruzione della basilica di s. Pietro. Interpretando
questa iniziativa come un ennesimo abuso della chiesa romana, Lutero protestò,
dando così inizio alla Riforma protestante.
Come prima conseguenza di questa protesta contro le
indulgenze, Lutero arrivò ad affermare che le opere, le azioni, i meriti
personali non sono sufficienti per salvarsi: la mancanza di fede in Dio, o di
coscienza personale del proprio limite, non può essere sostituita
dall'attivismo con cui si vuole dimostrare a tutti i costi d'essere santi,
buoni e perfetti. Ecco perché -dice Lutero- le indulgenze, così come i
pellegrinaggi, i digiuni, i voti di santità povertà obbedienza, non servono a
giustificare. Per salvarsi occorrono due cose: la volontà di Dio e la fede
dell'uomo. L'uomo si giustifica per fede e per grazia. Può fare delle
"buone azioni", ma a titolo personale e non perché obbligato da
qualche legge o consuetudine.
La seconda conseguenza del ragionamento di Lutero è
che se le opere non servono a niente in quanto basta la fede nella grazia di
Dio, allora per conoscere questa grazia è sufficiente leggersi la Bibbia (da
lui tutta tradotta in tedesco). I sacramenti, la tradizione della chiesa, il
magistero non hanno un valore salvifico, ma solo simbolico (i sacramenti),
orientativo (la tradizione), pratico (il magistero). Non c'è nulla che possa
avere un potere vincolante per la coscienza del credente. Il credente è solo
davanti a Dio, incerto sul suo destino. Se si salverà è perché era
predestinato.
PROTESTANTESIMO E COSCIENZA
DEL PECCATO
Una delle più grossolane ingenuità del luteranesimo è
stata quella di aver accentuato la "coscienza del peccato" nella
convinzione che in tal modo il credente protestante si comportasse meglio, sul
piano morale e della condotta personale, rispetto al credente cattolico (la cui
moralità dipende anzitutto -oggi come allora- dall'obbedienza alla gerarchia).
Il risultato della teoria sulla "coscienza del
peccato" è stato opposto a quello voluto: il protestante cioè, convinto di
non avere in sé la forza sufficiente per compiere il bene (in quanto
irrimediabilmente impedito dal "peccato d'origine" che grava, come
una condanna, sulla coscienza di ogni uomo, e quindi sulla stessa capacità di
compiere il bene, e che si esprime, a livello fenomenico, nell'egoismo sociale
della società divisa in classi), affida interamente alla "grazia di
dio" il compito di salvarlo, riservando a se stesso quello di costruire
una morale positiva sulla base della volontà soggettiva. Di qui l'inevitabile
individualismo del protestante, unito a una sorta di fatalismo "etico"
(che poi lo porterà a credere ciecamente nelle istituzioni).
Il protestantesimo, rispetto al cattolicesimo, è una
forma d'ingenuità (la fede della libertà nell'interiorità, a prescindere dalle
condizioni esterne), mentre il cattolicesimo, rispetto all'ortodossia, è una
forma di malizia (la fede della libertà nell'esteriorità: potere politico,
economico ecc., a prescindere dalle condizioni interne).
In tal modo Lutero, proprio mentre cercava di rendere
migliore l'uomo, gli toglieva i mezzi per poterlo diventare, cioè quei mezzi
sociali e politici (comunione dei beni, uguaglianza sociale ecc.) che aiutano a
trasformare la realtà, e che la chiesa cattolica, da sempre, si ostina a
indicare nella mera obbedienza alla gerarchia, la quale anzitutto, e non il
popolo credente, lotta per una trasformazione della realtà che le sia
vantaggiosa.
Il protestantesimo non ha fatto altro che legittimare
sul piano etico-religioso (l'idealismo lo farà su quello filosofico-politico)
una prassi, quella dello sfruttamento individuale (nobiliare o borghese che
fosse), sottraendolo dal peso di un giudizio (ecclesiale, pubblico) di condanna
morale. Il calvinismo, in particolare, ha sottratto la prassi borghese a
qualunque giudizio etico.
Al
borghese il calvinismo concede qualunque cosa, riservandosi di riprenderlo
moralmente quando l'abuso è già stato commesso e ha avuto una rilevanza
sociale. Il calvinismo è la religione dell'ultima ora, quella che si può
utilizzare nei momenti più drammatici (come la morte, una grave malattia, una
condanna penale o una catastrofe naturale, sociale, militare...).
SUL CONCETTO DI PREDESTINAZIONE
Il protestantesimo, soprattutto nella sua forma
calvinistica, perse molta della propria rigorosità e specificità
etico-religiosa man mano che le sue fila s'infoltirono di elementi borghesi. La
borghesia infatti era in grado di assicurare sul piano giuridico
quell'uguaglianza formale che i teorici della Riforma pretendevano di
garantire, in modo non meno formale, sul piano religioso, con il concetto
appunto di "coscienza del peccato". (Il cattolicesimo invece
garantiva l'uguaglianza nell'obbedienza alla gerarchia, per questo va
considerato come una religione medievale).
Lo sviluppo borghese del protestantesimo non è solo
una diretta conseguenza delle teorie del "libero esame" e del
"sacerdozio universale", ma è anche una indiretta conseguenza della
teoria sulla "predestinazione", che apparentemente sembrava la più
lontana dall'ottimismo borghese.
Il concetto luterano di predestinazione non ha nulla a
che vedere con gli analoghi concetti che avevano le religioni precristiane. Ad
es. presso gli aztechi esso era un concetto religioso che doveva infondere
sentimenti di rassegnata fiducia nella bontà divina, e comportava una prassi
abitudinaria, rigorosamente determinata dalla legge.
Viceversa, nel protestantesimo (soprattutto nel
calvinismo) lo stesso concetto è caratterizzato da un certo ateismo, poiché la
prassi ch'esso suscita è materialistica (capitalistica, se si considera il
contesto storico). Il borghese protestante cioè si sente destinato o alla
salvezza o alla condanna e, in virtù di tale consapevolezza, egli acquisisce il
senso della relatività delle cose, dei valori. Il concetto di "valore di
scambio" (come antitesi al "valore d'uso") poteva emergere solo
in una cultura di tipo protestante.
Di qui la decisione del borghese calvinista di vivere
la vita con assoluta libertà d'iniziativa. Il suo dio è del tutto soggetto a un
ragionamento di tipo logico e individualistico. Il fatto è che se l'uomo è
predestinato alla salvezza o alla condanna, diventa ad un certo punto
irrilevante il suo comportamento sulla terra, anche se l'idea originaria di
Lutero era proprio quella d'indurre nel soggetto, incerto sulla propria fine
ultraterrena, un sentimento di angoscia esistenziale e di scrupolo religioso.
Lutero non poteva immaginare una conseguenza del genere, ma essa è implicita
nella sua teoria.
Inevitabilmente, il borghese, essendo legato a
un'attività economica la cui riuscita è inversamente proporzionale al livello
etico di responsabilità con cui la gestisce, diventa il tipo ideale di quella
fede religiosa non più sicura di sé e che però vuole togliere a chiunque ogni
sicurezza etica e religiosa. Se manca l'oggettività del giudizio, in quanto
tutto è rimesso alla "volontà di dio", il borghese si sente
autorizzato ad agire come meglio crede.
L'indifferenza ideologica della borghesia in materia
di religione (nel senso che il borghese non crede nell'oggettività del
giudizio), la si può riscontrare anche in questo singolare fatto, che i Paesi
europei più calvinisti nella pratica (Francia, Inghilterra...), erano anche
quelli che, ufficialmente, continuavano a professare il cattolicesimo.
PREDESTINAZIONE E CALVINISMO
Il
concetto protestante di predestinazione è stato elaborato in conseguenza della
manifesta incapacità del credente “cattolico” di risolvere i problemi sociali
dal punto di vista “cristiano”.
La
predestinazione al bene o al male viene accettata nel momento stesso in cui si
rinuncia a porre nella libertà dell’uomo la responsabilità del proprio futuro.
Gli
uomini fanno il “bene” o il “male” non perché lo vogliono -dice Lutero e
soprattutto Calvino-, ma perché così li ha predestinati Dio, il quale si serve,
nella sua imperscrutabile prescienza, del bene o del male per confondere i
“reprobi” e rassicurare i “virtuosi”.
La
predestinazione è stata poi laicamente riassorbita dalla filosofia hegeliana
con il concetto di “necessità storica”, che ha una valenza ottimistica, vicina
alla provvidenza di matrice cattolica.
Infatti,
la differenza sostanziale tra provvidenza e predestinazione sta in questo, che
mentre per la prima il male, in ultima istanza, viene reintegrato positivamente
dal bene; per la seconda invece il male è irrecuperabile. Il calvinismo deve
assolutamente tenere separati il bene dal male, se vuole dimostrare il proprio
ottimismo.
In
fondo la predestinazione è un concetto religioso che vuole riflettere una
situazione sociale basata sull’antagonismo di classe e sull’individualismo.
“Fare
il bene”, nell’ottica calvinista, altro non può significare che “fare bene il
proprio dovere”, deciso a priori da dio, in particolare “il proprio dovere
professionale”.
Col
concetto di predestinazione il pentimento è impossibile: chi sbaglia paga per
sempre. Il pentimento serve per rendersi conto che non ci sono alternative, non
per poter cambiare vita. Anche se la sentenza di un tribunale condannasse un
colpevole a un periodo determinato di carcere, la coscienza morale degli uomini
lo condannerebbe in eterno.
Chi
tradisce la propria vocazione, non merita neppure di vivere. Moralmente infatti
è già morto, benché fisicamente continui a vivere. Chi pecca contro dio non può
essere perdonato.
E
per il calvinista “dio” coincide coll’ordine costituito. Dio è la coincidenza
di essere e dover essere. Chi non si adegua è perduto, perché vuole porsi
contro l’ordine naturale (e sovrannaturale) delle cose.
Il
calvinismo ha tolto all’uomo il libero arbitrio e ha trasformato la libertà
nella necessità di obbedire a una realtà precostituita.
Probabilmente
questo modo di ragionare è stato usato anche per difendere il
cattolicesimo-romano del tardo Medioevo, che non voleva neanche sentir parlare
di mutamenti sociali: di qui la nascita del capitalismo, nei confronti del
quale il protestantesimo ha usato lo stesso ragionamento.
Il
calvinismo è andato a innestarsi in una pratica sociale che spontaneamente e
progressivamente si stava allontanando dall’esperienza del collettivismo
cristiano (che nell’ambito del cattolicesimo-romano era fortemente contraddetta
dell’autoritarismo politico del papato).
Questa
pratica spontanea aveva bisogno di darsi una legittimazione teorica che le
permettesse di svilupparsi e diffondersi velocemente e in maniera consapevole.
Senza il calvinismo il capitalismo non sarebbe mai nato come sistema
produttivo, ma si sarebbe fermato allo stadio “commerciale” (mercantile), come
avvenne nell’Italia cattolica.
Ancora oggi
1) crede in tutto quanto ha affermato Lutero;
2) nega qualunque autorità al papa e ai concili,
qualunque funzione salvatrice alla chiesa;
3) afferma il sacerdozio universale dei fedeli (cioè,
pur esistendo un episcopato, il clero è elettivo: non c'è sacramento
dell'ordine). Ciò implica il "libero esame" della Bibbia. Per la
corretta interpretazione della Bibbia, Dio manda lo Spirito a chi vuole: senza
lo Spirito la ragione è impotente. Sarà poi la storia a decidere quale
interpretazione era
4) I pastori (fra i quali ci sono anche le donne) si
possono sposare e, come i laici, possono anche divorziare. Non sono contrari,
per principio, all'aborto.
5) I sacramenti che riconoscono sono solo quelli che,
secondo loro, Cristo avrebbe istituito: battesimo ed eucarestia, più che altro
accettati sul piano simbolico (ad es. la frase "Questo è il mio
corpo" va intesa in senso allegorico o metaforico: "Questo sembra il
mio corpo"). Il battesimo può essere dato anche ai neonati.
Nell'eucarestia non si rinnova il sacrificio di Cristo, neanche in forma
simbolica. Il sacramento serve più che altro al credente per rapportarsi a Dio
chiedendo la grazia o il perdono dei peccati. Il momento fondamentale resta il
sermone.
6) Ogni altro rito (ad es. la cresima) o funzione
liturgica (inclusi i paramenti sacri) è molto semplificato e austero. Il
matrimonio non è un sacramento, in quanto considerato un'istituzione comune ad
altre religioni: gli sposi vengono però benedetti dalla chiesa. L'unzione degli
infermi è ritenuta una superstizione.
7) Non venerano Maria, gli angeli e i santi. Ignorano
il culto delle reliquie e delle icone, non credono nel Limbo e nel Purgatorio.
Non praticano il monachesimo.
8) Nelle chiese hanno l'altare, la croce, le candele,
l'organo, pochi dipinti religiosi. Usano il pane azzimo e recitano il Credo con
il Filioque.
9) Le cerimonie vengono svolte nella lingua nazionale
dei credenti.
10) Le chiese nazionali sono indipendenti fra loro,
però molte si riconoscono nella Federazione luterana mondiale. Comunque il
Protestantesimo è diviso in tantissime correnti.
11) Politicamente affermano una netta separazione del
civile dal religioso.
12) In Italia sono presenti come Valdesi, Metodisti,
Pentecostali, Avventisti, Battisti ecc. (circa mezzo mil.).
13) I Luterani si trovano in Germania, Scandinavia,
Paesi Bassi, USA ecc. (circa 75 mil.).
Conseguenze STORICHE DELLA
RIFORMA PROTESTANTE
La riforma in Germania assunse tra il popolo l’aspetto
di una ribellione delle classi oppresse contro quelle privilegiate. La rivolta
dei contadini (1524-25), capeggiata da Tommaso Münzer, fu enorme, ma venne
repressa dai grandi principi feudatari con l’appoggio dello stesso Lutero.
Stessa sconfitta la subirono i piccoli nobili ribellatisi ai grandi feudatari.
L’impero di Carlo V, d’accordo col papato, si oppone
alla riforma, ma senza successo. Le ostilità fra impero e principi tedeschi si
concludono con la Pace di Augusta (1555) che afferma il principio di
“tolleranza religiosa”, seppur entro i limiti del “cuius regio eius religio”
(cioè la religione dei sudditi di una nazione deve essere quella del loro re).
I beni ecclesiastici secolarizzati (confiscati) dai
principi o dai re non furono più restituiti alla chiesa romana.
La Riforma indebolì senza dubbio l’impero e
l’universalismo medievale, ma non favorì in Germania la monarchia nazionale
(come invece in Inghilterra, Olanda). Furono piuttosto i principi feudali a
trarne i maggiori vantaggi.
Diramazioni DEL
PROTESTANTESIMO
1. Protestantesimo-Luteranesimo-Evangelismo: Germania,
Paesi scandinavi e parzialmente in Centro-Europa, poi Stati Uniti...
2. Calvinismo: Svizzera (in Francia come Ugonotti).
Non si appoggiò ai principi ma alla borghesia cittadina. Esso infatti santifica
gli affari e la produzione.
3. Anglicanesimo: Inghilterra e colonie. Fautore:
Enrico VIII, che si autoproclamò “capo della chiesa inglese”. Vittima illustre:
Tommaso Moro. Ha origini più politiche che religiose, in quanto, almeno all’inizio,
non vennero modificati i dogmi della chiesa. Esso esprimeva l’esigenza della
monarchia di staccarsi dall’impero e dalla chiesa romana, per diventare
assoluta, centralizzata...
GLI ANGLICANI
La Riforma protestante in Inghilterra non fu il frutto
di un movimento religioso popolare, ma ebbe origini politico-istituzionali. La
causa scatenante va ricollegata al fatto che Enrico VIII non riuscì ad ottenere
dal Vaticano lo scioglimento del suo matrimonio, che era stato richiesto perché
non aveva avuto un figlio maschio cui lasciare il trono. Il re, approfittando
del malcontento che serpeggiava nelle file del clero e del laicato cattolico
inglese contro Roma, si rivolse all'arcivescovo Cranmer di Canterbury e riuscì
ad ottenere il divorzio da Caterina d'Aragona. Subito dopo la scomunica fece
approvare dal Parlamento (1533) una serie di leggi che rompevano i legami con
Roma e sottomettevano interamente il clero inglese alla corona (ad es. impedì
che si pagassero le "annate" al papato, cancellò la sua giurisdizione,
sciolse i monasteri, confiscò i beni della chiesa, stroncando ogni resistenza
interna). Non solo, ma egli stesso si autoproclamò "capo della chiesa
inglese" con l'Atto di supremazia.
Naturalmente il divorzio fu solo un pretesto: la causa
profonda va vista nel generale processo di rivendicazione della sovranità regia
contro ogni interferenza, soprattutto se proveniente dall'esterno. Il sorgere
dei rapporti capitalistici nell'Inghilterra del XVI sec. aveva reso urgente la
costituzione di una monarchia assoluta, che accelerasse la disgregazione del
regime feudale. Un importante mezzo di centralizzazione dei poteri fu appunto
la riforma della chiesa, con la quale il re riuscì a secolarizzare circa 1/3 di
tutta la proprietà terriera inglese.
Da notare che in genere i papi non opponevano alcun
veto ai principi e ai re che volevano separarsi dalle loro consorti. In questo
caso però il rifiuto fu determinato dal timore di scontentare il parente più
importante di Caterina d'Aragona, l'imperatore Carlo V, che rappresentava in
quel momento un valido baluardo contro la diffusione del luteranesimo.
Lo scisma anglicano non incontrò in Inghilterra alcuna
forte resistenza da parte ecclesiastica (fanno eccezione alcuni religiosi
francescani e certosini, nonché il vescovo Fisher). La vittima più illustre fu
il Gran cancelliere del re, Thomas More, che pur essendo disposto a firmare
l'Atto per la successione della discendenza di Anna Bolena (la seconda moglie),
rifiutava il modo in cui Enrico VIII si era proclamato "capo della
chiesa" (e gli opponeva la convocazione di un concilio nazionale).
Non vi fu resistenza semplicemente perché i torti di
una sede pontificia esosa, corrotta e retriva quanto mai, apparivano ai sudditi
inglesi sufficienti a legittimare la costituzione di una monarchia
assolutistica e scismatica. Peraltro Enrico VIII aveva garantito al clero e a
tutti i fedeli che nulla del tradizionale cattolicesimo sarebbe stato
modificato, a livello sia dogmatico che sacramentale e rituale. In precedenza,
lo stesso re aveva scritto, in collaborazione con Moro, alcuni pamphlet
antiluterani.
L'opposizione del Moro fu interessante anche per
un'altra ragione. Per la prima volta nella storia egli si appellò ufficialmente
al principio dell'obiezione di coscienza. Ovvero, chiese di poter dissentire,
per motivi personali (di natura religiosa), dall'atto d'imperio di Enrico VIII,
senza che in questo si dovesse per forza vedere un'opposizione politica alla
monarchia. Naturalmente se il re l'avesse lasciato libero, egli si sarebbe
ritirato a vita privata. Cosa che però non avvenne in quanto il re rifiutò di
distinguere nel Moro l'uomo dal cittadino, ovvero il credente dal politico.
Dunque la chiesa anglicana nasce come chiesa cattolica
scismatica, conservando del cattolicesimo l'organizzazione e la successione
episcopale, nonché i sacramenti, il cerimoniale, i testi canonici. Se vogliamo,
la chiesa anglicana è la sintesi di tendenze abbastanza diverse tra loro:
l'assolutismo della monarchia, il nazionalismo della borghesia inglese
emergente, che sapeva promuovere rapporti sociali di tipo capitalistico, il
moderato riformismo di tipo erasmiano (di cui lo stesso Moro si sentiva
rappresentante). Le influenze luterane e calviniste del continente europeo si
fecero sentire immediatamente dopo. L'Inghilterra era arrivata alle stesse
conclusioni della Germania, prendendo non la strada della speculazione
teologica ma quella più prosaica, che alla lunga si rivelerà anche più
efficace, della lenta trasformazione borghese dei rapporti sociali.
Le nuove dottrine, soprattutto calviniste, furono
introdotte sotto Edoardo VI (1547-53), che Enrico VIII aveva avuto da un terzo
matrimonio. Re Edoardo approvò il Libro delle preghiere pubbliche che
l'arcivescovo Cranmer e altri teologi avevano realizzato. Questo libro, in uso
ancora oggi, comprende la liturgia della domenica e delle feste, l'ufficio del
mattino e della sera per ogni giorno, il rituale dei sacramenti. Esso si
ricollega direttamente alla tradizione liturgica medievale e antica.
A questa situazione cercò di reagire
Fu appunto Elisabetta I che assunse il titolo (tuttora
esistente) di "supremo reggente". Con l'Atto di uniformità del 1559
venne affermata l'indipendenza dal papa romano, venne mantenuta la continuità
con la chiesa antica attraverso l'adesione alle confessioni di fede e alle
decisioni dei primi quattro concili ecumenici, vennero accettati i principi
fondamentali della Riforma (specie gli articoli sulla giustificazione per fede,
sulla chiesa, sulle opere buone della Confessione luterana di Augusta del
1530), venne solennemente dichiarata la Bibbia come suprema norma di fede,
affermando che non si può pretendere da alcuno di accettare come articolo di
fede quello che non può essere approvato con la Bibbia.
I "39 articoli" prevedevano una struttura
ecclesiastica centrata sia sui vescovi, nominati dal re, che sulla successione
apostolica; cerimonie, riti, liturgia e paramenti di tipo cattolico; la
teologia di tipo calvinista moderato (ad es. la tradizione non è negata ma
subordinata alla Bibbia, la "forza salvifica" della chiesa non è
negata ma si considera più importante la fede personale. Netto invece il
rifiuto di ogni culto per Maria, i santi, le reliquie, le icone e di ogni forma
di suffragio per i defunti. Forti simpatie vanno al concetto di assoluta
predestinazione dei calvinisti).
Altre caratteristiche sono analoghe a quelle di tutte
le confessioni protestanti: il matrimonio dei preti, il rifiuto delle
indulgenze e del purgatorio, il servizio liturgico nella lingua locale. Questa
chiesa non ha alcuna difficoltà ad ammettere divorzio, aborto, contraccezione,
rapporti prematrimoniali. Di recente sono state ammesse al sacerdozio anche le
donne.
La differenza più sostanziale rispetto alle altre
chiese riformate sta nel fatto ch'essa è una "chiesa di stato" a
tutti gli effetti (viene anche chiamata "chiesa stabilita", cioè
protetta dalle leggi). Le cose ecclesiastiche sono ritenute affari di Stato. In
teoria il capo di questa chiesa potrebbe anche non essere un anglicano. I due
arcivescovi più importanti sono quelli di Canterbury (cui spetta un primato
onorifico) e di York. E' appunto il primo che riconosce il re come supremo
governatore visibile della chiesa, con poteri politico-giuridici non
dottrinali.
Molti protestanti inglesi, che durante il regno di
Maria Tudor erano fuggiti nel continente e avevano appreso le dottrine
calviniste, ritornati in Inghilterra pretesero una chiesa più coerente con la
Riforma, senza episcopato né cerimonie religiose vetero-cattoliche. Essi
diedero origine alla setta dei "puritani" e sotto il regno di Giacomo
I (1603-25) ottennero la traduzione della Bibbia in inglese. Durante il regno
di Carlo I (1625-49) insorsero con le armi insieme ai presbiteriani scozzesi,
instaurando il calvinismo di Westminster, dopo aver ucciso lo stesso Carlo I e
l'arcivescovo Laud. (Nel frattempo era sorta in Inghilterra una nuova setta,
quella dei "quaccheri"). Ma con il re Carlo II (1660-85) si ristabilì
l'anglicanesimo, seppure a una condizione, che il re prestasse giuramento
contro la dottrina della transustanziazione (quest'uso restò in vigore sino
all'inizio del XX sec.). In cambio il re pretendeva che tutti gli impiegati statali
(e quindi anche i ministri di religione) accettassero Il Prayer Book.
Giacomo II (1685-88) promulgò la Dichiarazione
d'indulgenza, in forza della quale tutti i sudditi inglesi erano ritenuti
uguali di fronte alla legge, senza distinzione di religione, e fu sospeso il
giuramento contro
Con
La Chiesa bassa o movimento evangelico, che nato alla
fine del XVIII sec., è sostanzialmente calvinista, benché accetti i sacramenti
del battesimo e dell'eucarestia (quest'ultima ha valore più che altro
simbolico). Altre caratteristiche sono la semplicità rituale, una spiccata
azione missionaria e un forte impegno sociale a favore dei ceti più poveri, è
poco interessata alla speculazione teologica. A loro si deve l'abolizione della
schiavitù nel 1833, la legge sulle 10 ore di lavoro nel 1847 e la fondazione
della maggiore società missionaria (1799). Questa chiesa considera
l'anglicanesimo una corrente del Protestantesimo. Nel
La Chiesa larga, sorta all'inizio del XIX sec., è
vicina al deismo razionalista, in quanto mira a esprimere la fede cristiana in
modo comprensibile all'uomo moderno. In campo sociale afferma un socialismo
cristiano che l'ha portata a contrasti con
Naturalmente, a seconda che seguano l'orientamento
ritualistico della Chiesa Alta o la semplicità di culto evangelico della Chiesa
Bassa, le varie comunità anglicane hanno notevoli differenze liturgiche. In
particolare, la Chiesa episcopale di Scozia, le Chiese di Galles e d'Irlanda fanno
parte della "Comunione anglicana" ma sono separate dalla chiesa
d'Inghilterra.
Ad Anna successe il ramo protestante degli Hannover,
durante il cui regno l'anglicanesimo fu minacciato di soffocamento, soprattutto
in seguito alla controversia di Bangor e anche a causa della sospensione delle
convocazioni decennali dei vescovi, decisa da Giorgio I. L'avvento delle teorie
razionaliste di Locke, di quelle antitrinitarie di Clarke e di quelle deiste di
Toland (dalla metà del XVII sec. alla metà del XVIII) non fecero che acuire la
crisi in atto.
La reazione contro questa crisi provocò la nascita del
"metodismo", un movimento pietista fondato sulla esperienza mistica
della certezza che si sarà salvati (oggi ha più di 30 milioni di fedeli nel
mondo). E a partire dal 1833 si ebbe il cosiddetto
"anglocattolicesimo", un movimento spirituale sorto a Oxford con
l'intento di rivendicare l'indipendenza della chiesa dallo Stato, di ostacolare
la secolarizzazione della chiesa e di favorire una riapertura verso il cattolicesimo
romano in campo dottrinale e liturgico. Ebbe tra i suoi maggiori esponenti J.
Newman, J. Keble e E. Pusey, che facevano parte della Chiesa Alta. Newman passò
al cattolicesimo nel 1845; gli altri due fondarono appunto
l'anglocattolicesimo, che effettivamente in molti punti dottrinali e liturgici
è simile al cattolicesimo (ad es. nella valorizzazione dell'episcopato, del
ritualismo e del monachesimo).
Alla fine del XIX sec., allorché papa Leone XIII sancì
l'invalidità delle ordinazioni anglicane, l'anglocattolicesimo subì una grave
crisi, ma si riprenderà grazie all'impegno teorico e pratico di Lord Halifax e
T. Eliot.
Nel 1852 furono nuovamente autorizzate le convocazioni
dei vescovi, i quali così poterono riacquistare maggiore autonomia ai fronte al
potere politico. A partire dal 1867 si è aggiunta una struttura molto elastica:
la Conferenza di Lambeth, che raduna ogni 10 anni circa tutti i vescovi
anglicani. E' un'assemblea priva di autorità giuridica, cioè le decisioni non
hanno carattere vincolante. L'arcivescovo di Canterbury invita non convoca gli
altri vescovi. Dal 1968 sono stati invitati alcuni cattolici come osservatori.
Tentativi privati per giungere a un accordo totale con
la chiesa romana sono stati fatti dopo
In seguito all'emigrazione di molti inglesi in vari
continenti e grazie a un'intensa opera missionaria, l'anglicanesimo si è
diffuso in tutto il mondo. Sono così sorte altre 16 chiese nazionali autonome
che non dipendono dal governo inglese e che riconoscono all'arcivescovo di
Canterbury un'autorità puramente morale. La più importante di queste chiese è
La Chiesa anglicana è molto attiva nel movimento
ecumenico. Alla Conferenza di Lambeth del 1920 è stato presentato un Appello a
tutto il popolo cristiano, col quale si è proposta la riunificazione di tutte
le chiese cristiane sulla base della comune accettazione di quattro punti
fondamentali: 1) la Bibbia come norma suprema di fede, contenente tutto ciò che
è necessario alla salvezza; 2) il Credo di Nicea, come sufficiente esposizione
della fede cristiana; 3) i sacramenti istituiti da Cristo: Battesimo ed
eucarestia; 4) L'episcopato situato nella "successione apostolica"
come garanzia di validità degli altri ministeri e come legame di continuità con
la chiesa antica.
Gli anglicani nel mondo sono circa 50 milioni (di cui
IL
CALVINISMO
Il fallimento della guerra contadina tedesca
determinerà l'arretratezza economica e politica della Germania sino
all'unificazione nazionale. Se in Germania ci fosse stato il calvinismo (non di
Calvino, che era autoritario non meno di Lutero, ma dei suoi seguaci), forse la
rivolta avrebbe avuto successo: si sarebbe formata la nazione, appoggiata dalla
borghesia (che naturalmente avrebbe tradito il movimento contadino), e forse
non sarebbe nato il nazismo, poiché la Germania, come altre nazioni calviniste
(Francia, Olanda e Inghilterra) avrebbe partecipato subito alla spartizione
coloniale del mondo (invece fu costretta a farlo, proprio come l'Italia dei
genovesi e dei fiorentini, affidandosi a consorzi bancari e società
finanziarie: i Függer, i Welsser ecc.).
La borghesia europea preferì il calvinismo al
luteranesimo anche perché esso faceva derivare l'autorità regia dalla sovranità
popolare, ed accettava l'eventualità della resistenza armata nei confronti
degli abusi del re. Il calvinismo arrivò sino a formulare le prime teorie
contrattualistiche (naturalmente un calvinista al potere faceva ragionamenti
opposti). La borghesia aveva bisogno di emanciparsi dalla feudalità
aristocratica ed ecclesiastica. Il luteranesimo offriva, in questo senso, meno
garanzie. Essendo una religione idealistica, esso era piuttosto favorevole a
una sorta di compromesso tra borghesia e aristocrazia.
Il luteranesimo, se avesse
appoggiato con coraggio la causa dei contadini, sarebbe stato una religione
molto democratica. Non avendolo fatto, esso ha finito col rappresentare sul
piano teorico un ideale irrealizzabile (la stessa borghesia tedesca sarà
tradita dalle forze feudali che avevano lottato al suo fianco contro Roma:
quella borghesia che poi cercherà nel nazismo una forma di rivincita sociale).
Il fallimento dell'ideale universale luterano ha fatto la fortuna del
calvinismo che si è preoccupato di realizzare non un ideale valido per tutti,
ma solo per la classe borghese.
LUTERO E CALVINO
Perché
ha contribuito più Calvino che Lutero alla formazione dello “spirito
capitalistico”?
Qui
non è questione della personalità dell’uno o dell’altro e neppure dei diversi
ambienti in cui essi sono vissuti. Semplicemente è dipeso dal fatto che
Calvino, in quanto discepolo “teorico-pratico” di Lutero, voleva portare a
conseguenze più radicali le posizioni innovative di Lutero, che ebbe comunque
il merito di aver dato per primo una risposta globale al
cattolicesimo-romano.
Questo
atteggiamento è normalissimo nella storia del pensiero umano. Per tale ragione
non si può affatto sostenere che Calvino abbia “tradito” Lutero. Ad un certo
punto della storia europea, quelle società che stavano imboccando la via del
capitalismo considerarono inevitabile far propria, per meglio realizzare la
loro impresa, la decisione calvinista di radicalizzare le posizioni luterane.
Anche la Germania, alla fine del sec. XIX, dovrà adeguarsi a questa necessità.
Non
si possono fare delle rivoluzioni culturali senza pensare alle loro conseguenze
sociali e politiche. Da questo punto di vista ha un senso relativo sostenere
che i fondatori del protestantesimo non potevano immaginare che la loro
rivoluzione sarebbe stata “sposata” dal capitalismo.
Forse
non potevano immaginare fino a che punto il capitalismo avrebbe
strumentalizzato la Riforma, ma non potevano ignorare che con le loro
innovazioni si stava creando una religione molto diversa da quella
cattolico-romana, una religione che avrebbe sicuramente avuto delle
ripercussioni sul costume e sulla vita sociale dei credenti.
Certo,
all’inizio dell’impresa i riformatori avranno pensato di operare per il bene
collettivo, ma già durante la loro esistenza essi si erano accorti che la
Riforma conteneva in sé degli aspetti alquanto contraddittori (Lutero
sterminava i contadini, Calvino bruciava gli “eretici”...). Forse erano ancora
in tempo per tornare indietro. O forse, se l’avessero fatto, qualche altro
riformatore avrebbe preso il loro posto.
Se
avessero potuto immaginare a quali nefaste conseguenze avrebbe portato il
protestantesimo nell’ambito del capitalismo, essi probabilmente si sarebbero
limitati a contestare le assurdità della chiesa cattolica, senza volerla
sostituire con un’altra chiesa.
Ma
resta tutto da dimostrare che se essi avessero avuto veramente coscienza di
tali conseguenze, si sarebbero limitati alla critica (ancorché profonda e
radicale) del cattolicesimo-romano.
Quando
non si vedono alternative praticabili all’orizzonte, si preferisce rischiare il
peggio pur di cambiare in qualche modo
Peraltro sul piatto della bilancia va anche messo l’atteggiamento ottuso della chiesa romana, che non sentiva ragioni di sorta, essendo da tempo abituata a lanciare scomuniche e anatemi.
PROTESTANTESIMO E LAVORO
Perché
il protestantesimo ha dato così tanta importanza al lavoro?
Perché
quando si afferma l’individualismo e quindi la fine della comunità cristiana,
l’unico modo che l’individuo ha di sopravvivere senza cadere nella miseria è
quello di lavorare duramente, anche a costo di rinunciare alla propria dignità
umana.
Il
protestantesimo, sotto questo aspetto, ha saputo magnificamente legittimare lo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Col
primato assegnato al lavoro, il credente veniva a trovare la propria identità
nel guadagno accumulato, cioè nella possibilità di acquistare dei beni di
consumo, o comunque nella sicurezza di non aver bisogno dell’altrui
solidarietà.
Quando
nel Genesi si dice, all’Adamo peccatore: «Lavorerai col sudore della tua
fronte», non s’intende ovviamente sostenere che nel regime del comunismo
primitivo gli uomini non lavorassero, ma semplicemente che non erano costretti
a farlo in maniera angosciante.
CALVINO E L'USURA
Nell'opera di
Calvino è chiarissima l'interrelazione tra capitalismo e protestantesimo, molto
più che nell'opera di Lutero, il quale si limitò a porre le basi per un primato
del singolo sulla chiesa: il singolo che vuol stare in un rapporto
"assoluto", "immediato" col proprio Dio. D'altra parte non
sarebbe stato possibile un "Calvino" senza Lutero.
Quando si afferma
che Calvino, rispetto a Lutero, ebbe preoccupazioni più "sociali",
cioè di organizzazione della comunità civile, spesso si dimentica di precisare
che Calvino volle essere il legislatore di una società tendente al capitalismo,
mentre Lutero si limitava a considerare l'attività commerciale della borghesia
come un aspetto della società feudale (cui bisognava dare più spazio, ma sempre
entro i limiti del feudalesimo).
La superiorità di
Calvino, nei confronti di Lutero, va vista esclusivamente dalla prospettiva
degli interessi economici della società borghese. Al di là di questo, Calvino
resta un discepolo incapace di raggiungere le altezze del maestro Lutero.
La superiorità del
Calvino borghese è ben visibile laddove egli parla del prestito ad interesse.
Si tratta appunto di una superiorità in relazione alla natura del profitto
capitalistico, anche se, proprio per questa ragione, si tratta di una
"inferiorità" rispetto al progetto iniziale della Riforma luterana
d'infrangere il muro della tarda Scolastica, tornando, per così dire, allo
spirito del cristianesimo primitivo. Per quanto -è bene precisarlo- Calvino
resti, in ultima istanza, il prodotto inevitabile del luteranesimo nella
società borghese.
Infatti il
luteranesimo non rappresentò un'alternativa vera e propria alle contraddizioni
antagonistiche del mondo feudale in dissoluzione, ma solo l'illusione di poter
conciliare quelle contraddizioni nell'interiorità della coscienza religiosa
(più o meno angosciata), salvo poi reprimere con la forza le insurrezioni di
quelle masse popolari che volevano realizzare una liberazione anche
nell'esperienza esteriore (sociale, economica, politica e culturale). In
Germania il luteranesimo porterà alla filosofia idealistica, cioè al primato
del pensiero sulla fede.
* * *
L'idealismo di
Lutero, insostenibile, come tale, sotto il capitalismo, lo si nota, a proposito
del tema dell'usura, laddove egli ammette il prestito a interesse solo da parte
di chi, essendo incapace di far fruttare il proprio denaro, rischierebbe di
finire in povertà. Lutero, in sostanza, era disposto ad ammettere una pratica
borghese solo in una situazione proletaria! Era questa l'unica eccezione che
ammetteva nel campo dell'usura.
Cioè da un lato
egli chiedeva "amicizia e aiuto spontaneo", dall'altro, rendendosi
conto dell'utopia di tale richiesta, permetteva al povero (o a chi rischiava di
diventarlo) di comportarsi come lo stesso borghese avrebbe voluto fare.
Risultato di tutto ciò? Siccome diventava difficile stabilire un confine sicuro
tra vera e falsa povertà (o rischio alla povertà), Lutero aveva bisogno
dell'appoggio di un governo politico molto forte per tenere sotto controllo una
classe, quella borghese, che rischiava di mandare in rovina, coi suoi traffici,
tutte le classi feudali. In tal modo però i contadini (specie quelli poveri)
venivano sfruttati due volte: dai nobili, anzitutto, nelle campagne, e dalla
borghesia, nella vita di città.
Melantone e Bucero,
prima di Calvino, avevano cercato di uscire da queste incongruenze dettate da
una coscienza religiosa che in teoria non voleva essere "medievale" e
che in pratica non riusciva ancora ad essere "borghese". Melantone
rese lecito l'interesse sul credito a motivo dei danni cui il creditore andava
incontro nel caso di grossi prestiti effettuati per periodi lunghi o non
determinati. Bucero riteneva che un interesse del 5% non recasse alcun danno al
debitore. Sia l'uno che l'altro naturalmente stavano dalla parte della
borghesia e cercavano di arrampicarsi sugli specchi per dimostrare la
legittimità dell'usura. Melantone voleva far credere che esistevano borghesi
disposti a fare grossi prestiti a tempo indeterminato! Bucero addirittura che
un debitore costretto a versare un'aliquota minima d'interesse fosse meglio
indotto a impegnarsi per risarcire il prestito!
* * *
Ma chi ha veramente
posto le basi ideologiche per superare definitivamente l'interdizione canonica
del prestito a interesse, prescritto sin dal Concilio di Nicea del 775, è stato
Calvino.
Egli parte -come si
è soliti fare quando si vuole compiere una riforma che giustifichi il
"peggio" (anche se per l'autore della riforma questo
"peggio" appariva come un fenomeno "naturale" o
"inevitabile")- da una costatazione: il divieto ecclesiastico
dell'usura non ha mai impedito le ingiustizie socio-economiche. Non solo, ma
quel divieto, di fatto, non veniva rispettato neppure dalle autorità civili e
religiose. Calvino infatti ricorda -e su questo nessuno avrebbe potuto dargli
torto- che la protezione dei vescovi, al pari dell'appoggio interessato del
Duca di Savoia, avevano permesso, da secoli, a Ginevra la pratica del prestito
a interesse. (Nel sec. XVI Ginevra era diventata un centro commerciale europeo
di primaria importanza, dove la nuova classe mercantile e imprenditoriale aveva
scalzato, economicamente, la piccola nobiltà e la corte del vescovo-conte).
La seconda
osservazione che Calvino fa è la seguente: se la società borghese sta
diventando dominante, il cristianesimo deve tener conto di questa nuova realtà,
e se fra le attività della società borghese vi è quella del prestito a
interesse, il cristianesimo, se non vuole autoemarginarsi, cioè se vuole
impostare con l'emergente borghesia un nuovo dialogo, deve necessariamente
porsi il problema di come giustificare una prassi che vuole diventare
"legge" a tutti i livelli.
D'altra parte
-diceva Calvino- "è una bestemmia contro Dio disapprovare la
ricchezza": "la variabile mescolanza di ricchi e poveri" è
determinata dalla provvidenza. Il cielo è aperto "a tutti coloro che hanno
usato della loro ricchezza correttamente o che hanno sopportato la povertà con
pazienza". E ancora: "l'ordine politico esige che ciascuno conservi
ciò che è suo"; il comunismo -mai praticato dalla chiesa apostolica-
trasforma "il mondo intero in una foresta di briganti in cui, senza
contare e senza pagare, ciascuno piglia per sé ciò che può afferrare".
Calvino prende
dunque in esame la Bibbia, perché allora l'ideologia dominante era quella
cristiana, e, per quanto riguarda il Vecchio Testamento, dice: 1) l'interdizione
dell'usura era vietata presso la comunità ebraica, ma non nel rapporto degli
ebrei coi pagani (cfr Es 22,25; Lv 25,35ss. e soprattutto Dt 23, 19s.); 2) gli
ebrei erano costretti all'usura nei confronti dei pagani, perché questi la
praticavano normalmente; 3) il divieto dell'usura non ha valore di "legge
spirituale a carattere universale", in seno alla comunità ebraica,
altrimenti non si sarebbero ammesse eccezioni, neppure nei confronti dei
pagani. Si trattò dunque di una legge "gius-politica", avente un
carattere storico limitato, non estensibile a realtà socio-economiche del tutto
differenti.
Nel Nuovo
Testamento -dice Calvino- Cristo non si propone di regolare il prestito a
interesse; egli non è contrario, in via di principio, a tale pratica (lo
dimostra la "parabola dei talenti"), ma solo al fatto che in essa
debba essere il povero a rimetterci. Cristo si limita a predicare l'amore
universale e non impone delle leggi particolarmente severe ai suoi seguaci. Il
comandamento evangelico "prestate senza sperare di ricevere"(Lc 6,35)
non impedisce di esigere un interesse, poiché il suo scopo è soltanto quello di
stimolare la spontaneità nel dare. Il consiglio che Cristo diede al giovane
ricco: "Vendi tutto ciò che hai"(Mc 10,21), non andava certo interpretato
alla lettera.
Calvino, in
pratica, fa questo ragionamento (peraltro abbastanza curioso, ma del tutto
comprensibile in chiave "borghese"): nel mondo ebraico l'interesse
era vietato solo fra ebrei, ma il cristianesimo, ammettendo dei princìpi universali,
è superiore all'ebraismo, quindi l'interesse può essere ammesso!
Egli naturalmente
conosceva bene l'esegesi medievale del divieto deuteronomico, secondo cui Mosé
aveva concesso agli ebrei il privilegio di praticare l'usura nel rapporto coi
pagani, perché temeva che, non concedendolo, gli ebrei l'avrebbero praticata
fra loro. Ma, mentre i teologi e canonisti medievali (a parte qualche
autorevole eccezione) ne traevano la conclusione che, in virtù del
cristianesimo, l'usura andava considerata illecita sempre e comunque (anche nei
confronti dei non-cristiani); Calvino, proprio per la medesima ragione, mirava
a giustificarla sempre e comunque, cioè anche all'interno della comunità
cristiana! Egli cioè era convinto che la legge cristiana dell'amore avrebbe
saputo impedire, in questo campo, ogni abuso; anche perché la vita comunitaria
dei fedeli -secondo Calvino- andava in sostanza paragonata al commercio dei
mercanti. Come infatti il denaro serve per mettere in comunicazione reciproca
persone diverse, così vanno utilizzate le virtù del cristiano: "l'abilità
con cui ciascuno esegue il dovere che gli è imposto e segue la sua vocazione,
la capacità di fare ciò che è giusto, ecc.".
* * *
Il suo sofisma di
partenza si basava su una distinzione che già nel Basso Medioevo alcuni teologi
avevano fatto tra "usura" e "interesse". "Nella nostra
lingua francese, il vocabolo "usura" è abbastanza in odio, ma gli
interessi sono in voga senza difficoltà né scrupolo" (dice nel Commento
sui cinque libri di Mosè). In pratica Calvino si era appropriato, svolgendole
in maniera coerentemente borghese, di quelle considerazioni francescane che
avevano portato alla nascita dei Monti di pietà. Istituzione, questa, che, nata
in alternativa al fallimento della charitas nell'ambito della comunità
cristiana, fu molto contestata da domenicani e agostiniani, perché con essa si
chiedeva un "interesse" ai soggetti "bisognosi" di aiuto
finanziario. I francescani replicavano che si trattava soltanto di una forma di
risarcimento delle spese di gestione.
Ma l'apporto
specifico di Calvino è stato un altro. Egli fu il primo ad accettare l'idea
(feticistica) che il denaro andava considerato come merce universale, dotata di
vita propria, in grado di produrre altro denaro.
Dopo aver
costatato, amaramente, che il principio medievale della carità cristiana era
venuto meno, Calvino pensò che era rimasto solo un modo per convincere il
borghese a diventare "cristiano", pur restando "borghese":
quello di assicurargli un interesse sui suoi crediti.
E' stato così che
il denaro è diventato più importante della proprietà della "terra".
Col denaro infatti si potevano acquistare nei mercati urbani delle merci che
con la terra non si potevano acquistare e che nella vita rurale non si
sarebbero potute produrre. Il denaro è diventato tanto più "merce
universale" quanto più sul mercato s'imponevano all'attenzione dei
consumatori dei prodotti effimeri, non indispensabili alla sopravvivenza della
classe lavorativa per eccellenza, quella contadina.
Il vero sofisma di
Calvino, quello assolutamente inedito, sta nell'aver distinto tra il profitto
di soccorso o di consumo, destinato al povero o all'acquisto di beni di
consumo, per il quale non è previsto alcun interesse, essendo esso
improduttivo; e il prestito di produzione o d'investimento, non previsto dalla
Bibbia, perché è un credito commerciale o d'impresa. Chi riceve del denaro in
prestito e lo investe, deve pagare un giusto interesse. Il ragionamento, dal
punto di vista borghese, è -come si può notare- perfettamente logico, ma
appunto perché si era voluti assolutamente uscire da un'economia di
autosussistenza, fondata sul valore d'uso, ovvero perché, nel democratizzare la
vita rurale, abolendo il servaggio, si era preferito concedere ampia autonomia
allo "spirito capitalistico" delle manifatture e dei commerci
privati.
* * *
Naturalmente
Calvino si rendeva conto che, potendo scegliere fra il concedere prestiti a un
povero incapace di metterli a frutto, e il concedere gli stessi crediti a uno
intenzionato a lavorare sodo, il borghese avrebbe sempre scelto la seconda
alternativa. Egli dunque doveva escogitare un sistema per impedire che qualcuno
potesse rivolgergli la seguente obiezione: chi potrebbe prestare senza
interesse per soccorrere altri e non lo fa, col pretesto che col suo denaro può
acquistare dei vantaggi con un buon investimento, è un usuraio. I problemi di
coscienza -come si può notare- avevano ancora un certo peso agli albori del
capitalismo!
Sapendo questo,
Calvino si preoccupò di elencare una serie di restrizioni sul prestito a
interesse (si preoccupò naturalmente solo di questo e non anche di come
risolvere il problema della povertà): 1) nessuno può far di professione
l'usuraio; 2) è vietato chiedere un interesse al povero; 2) il creditore non può
pensare solo ai propri interessi; 4) l'interesse dev'essere equo, benché sia
impossibile stabilire una regola oggettiva in base alla quale fissare un tasso
uniforme; 5) l'interesse va chiesto solo se chi lo riceve ha ottenuto, dopo
aver impegnato il prestito in un'attività produttiva, un guadagno superiore
alle spese sostenute; 6) l'interesse dev'essere pubblico, perché bisogna
controllare che non aumenti, in virtù di esso, il costo della vita. Occorre
quindi un controllo statale.
Tutte queste
restrizioni sembrano volerci far capire che Calvino si assoggettò malvolentieri
all'idea di dover concedere ampio spazio ai prestiti con interesse. In realtà
egli lo fece con la convinzione ch'essi erano non solo legittimi ma anche
indispensabili alla vita economica borghese. "E' chiarissimo -egli
afferma- che agli antichi era proibita l'usura, ma dobbiamo riconoscere che ciò
faceva parte della loro costituzione politica. Ne consegue che oggi l'usura non
è illegale, purché non contravvenga all'equità a alla fraternità".
In questo senso la sua opera segna una svolta epocale,
un punto di non ritorno. L'usura non è più proibita come principio ma solo
post-factum, cioè quando l'interesse richiesto è eccessivo. L'interesse prima
proibito come principio ma tollerato in diversi casi particolari (uno era
appunto quello dei Monti di pietà), ora diventa lecito come principio,
nell'illusione che lo si possa proibire ogni volta che sembri contrario
all'equità.
Nota bibliografica
G. Calvino, Istituzione
della religione cristiana, ed. UTET.
G. Tourn, Calvino e la
Riforma a Ginevra, ed. Claudiana.
A. Biéler, L'umanesimo
sociale di Calvino, ed. Claudiana.
W.J. Bouwsma, Giovanni
Calvino, ed. Laterza.
A. Penna, S. Ronchi, Il
protestantesimo, ed. Feltrinelli.
R. Bainton, La riforma protestante,
ed. Einaudi.
M. Weber,
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, ed. Sansoni.
CATTOLICESIMO, PROTESTANTESIMO E CAPITALISMO
La
Scolastica è una filosofia cristiana che pur avendo rotto completamente con la
tradizione del pensiero patristico, non portò alla nascita del capitalismo.
Questo perché sul piano politico essa è sempre stata una filosofia
conservatrice.
La
Scolastica ha rappresentato una laicizzazione del cristianesimo, sul piano
culturale, ma senza riuscire a mettere in discussione l’autorità politica del
papato.
Perché
invece il protestantesimo ebbe la forza politica di porsi in alternativa
all’autorità politica del papato? Semplicemente perché la Scolastica aveva
aperto, sul piano della riflessione filosofica, delle porte così importanti che
non era più possibile tenerle chiuse con l’autoritarismo clericale.
E’
dunque stato il cattolicesimo-romano che ha spianato, a livello culturale, la
strada alla radicalizzazione protestantica, anche se i frutti di questo lavoro
intellettuale gli si sono rivoltati contro sul terreno politico.
Non
dobbiamo infatti dimenticare che uno dei grandi “meriti” del cattolicesimo, ai
fini della realizzazione del capitalismo (“meriti” quindi del tutto
inintenzionali), è stato quello di aver rotto i ponti, seppur non in maniera
radicale, con la tradizione comunitaria del mondo ortodosso.
Cos’è
che fa diventare “borghese” una persona religiosa? E’ la crisi della sua stessa
religione.
Ma
perché questa persona diventi veramente “borghese”, senza soluzione di continuità,
cioè non aspiri soltanto a diventarlo o non lo diventi solo per un breve
periodo di tempo, è necessario che mille, diecimila persone religiose
diventino, più o meno contemporaneamente, “borghesi”. E perché ciò accada
occorre che la crisi della religione sia acuta, profonda, assolutamente
irrisolvibile con mezzi e metodi tradizionali.
Ecco
perché il capitalismo, prima di affermarsi con successo, a partire dal sec.
XVI, su ogni altra formazione sociale, ha avuto bisogno di almeno mezzo
millennio di gestazione. Come ne ebbe bisogno il cristianesimo, prima di
diventare con Teodosio, la religione di stato. Il cattolicesimo-romano ha avuto
il suo ruolo decisivo per il tutto il basso Medioevo.
Le
prime forme di capitalismo commerciale sono nate in Italia, nell’ambito
comunale, ma l’incapacità di trasformare queste forme in un’occasione di
battaglia politica radicale contro il papato, ha fatto sì che quest’ultimo
riuscisse a frenare lo sviluppo capitalistico dell’Italia per molti secoli.
Evidentemente il cattolicesimo italiano aveva già fatto abbastanza...: i suoi
sforzi colossali di por fine all’esigenza comunitaria di liberazione dovevano
essere ereditati da quella parte di cattolicesimo che, per tradizione, era
rimasto più legato all’individualismo del paganesimo.
Per
realizzare un sistema capitalistico vero e proprio occorre che venga
rivoluzionato il modo di produzione, non è sufficiente l’espansione dei
commerci. Nel basso Medioevo l’Italia fu una grande potenza commerciale, ma
questo non le fu sufficiente per trasformarsi in nazione capitalistica: il
primato produttivo spettò sempre all’agricoltura. Il capitalismo commerciale fu
tollerato dal potere costituito (clerico-nobiliare) appunto perché sul piano
produttivo dominava l’agricoltura feudale.
Quando
i commerci si furono sviluppati al punto da rendere quasi inevitabile una
Riforma protestante, la chiesa passò al contrattacco, sferrando un colpo
demolitore con la Controriforma, che fece ripiombare improvvisamente l’Italia
nel buio del peggior integralismo politico-religioso.
In
Italia ci fu la Controriforma prima ancora di qualunque Riforma. Ci furono, è
vero, correnti ereticali, movimenti culturali laici, progressi
tecnico-scientifici, filosofie più o meno agnostiche..., ma tutto ciò non
riuscì a coagularsi attorno a un progetto politico rivoluzionario anti-feudale
(almeno sino alla metà del XIX secolo). Ecco perché la chiesa poté avere la
meglio sulla nazione più sviluppata d’Europa.
Gli
intellettuali più progressisti non seppero organizzare una Riforma religiosa
popolare semplicemente perché avevano sopravvalutato le forze del loro sviluppo
culturale e sottovalutato le forze retrive della chiesa romana.
In
virtù di questa sconfitta oggi sappiamo che per rivoluzionare il modo di
produzione di una qualunque società occorre una rivoluzione culturale che rompa
progressivamente i ponti col passato e una politica che ad un certo punto li
rompa drasticamente, per superare le inevitabili resistenze di chi sta al
potere. Di qui la grande importanza della Riforma protestante.
Il
primato dunque spetta sempre alla politica, perché se è vero che l’innovazione
teorico-culturale può precedere l’impegno politico, è anche vero che senza una
battaglia politica radicale è impossibile trasformare qualitativamente
Con
ciò naturalmente non si vuole affatto sostenere che il capitalismo sia meglio
del feudalesimo, o che alla crisi del feudalesimo dovesse necessariamente
seguire uno sviluppo capitalistico della società. Si vuole semplicemente
sostenere che quando si pongono in essere elementi di forte discontinuità
culturale col passato, diventano poi inevitabili, in un modo o nell’altro,
determinate conseguenze pratiche.
E’
per questa ragione che nei confronti della memoria storica bisognerebbe avere
un rispetto molto più grande di quello che normalmente caratterizza la cultura
occidentale.