Giovedì, 11 marzo 2010 

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ARCHEOLOGIA E CRISTIANESIMO

I SETTE CIELI, ovvero , IL MONDO DI SOPRA
Per i popoli antichi, era il cielo a scandire i cicli naturali e i ritmi del lavoro. Per questo ne fecero la dimora degli dei

Autore: Adriano Gaspani
Fonte: the Lighthouse of the Harbour

Dai tempi più lontani , indistintamente, tutte le culture si sono poste interrogativi sull’origine e la natura dell’universo. La fenomenologia astrale era parte preponderante nella vita degli antichi, molto più di quanto accada a noi oggi. L’uomo viveva a contatto con la natura, ne era partecipe. E questo non tanto perché il cielo in passato non era nascosto dalle luci artificiali delle grandi città, ma perché alcuni fenomeni astronomici, con il loro andamento periodico, si prestavano molto bene alla rilevazione della misura del tempo e alla compilazione dei calendari , che diventarono indispensabili quando si diffuse l’agricoltura.
Osservando il cielo, ogni popolo cominciò a vedere nella disposizione delle stelle i contorni di figure familiari: personaggi (per i Greci, ad esempio, gli eroi della mitologia), oggetti di uso comune, animali. Nascevano le costellazioni, vere ‘mappe’ del cielo che aiutavano a orientarsi tra le stelle e che erano legate a fantasiose ma infondate interpretazioni astrologiche.
I primi fenomeni notati dagli antichi furono senza dubbio quelli legati alla scansione della vita quotidiana, il ritmo delle stagioni e il movimento apparente del Sole sulla sfera celeste.
Ben presto fu osservata la connessione che esiste tra la levata o il tramonto di alcune costellazioni e la migrazione delle mandrie di animali selvatici o la maturazione dei frutti.
Risultò anche evidente che il Sole, poco prima di sorgere, inondando il cielo con la propria luce, permetteva di intravedere la presenza di alcune stelle, che non erano le stesse ogni giorno; di questo abbiamo prova dell’osservazione fatta presso gli Egizi, le popolazioni della Mezzaluna fertile, nell’India antica e in Cina, in Europa e più di recente tra le tribù di pellerossa americani, alcune delle quali, come i Pawnee o gli Hopi, avevano conoscenze astronomiche molto sviluppate.
Poi fu la volta della Luna, che catturava l’attenzione perché cambiava giorno dopo giorno la propria forma, illuminava le notti consentendo la caccia e, con il suo ritmo particolare, scandiva intervalli di tempo intermedi tra il giorno e l’anno. Il ciclo delle fasi è talmente evidente che fu probabilmente uno dei primi fenomeni astronomici a incuriosire gli antichi. A tale proposito, vi sono reperti ossei risalenti al Paleolitico superiore, rinvenuti in Francia (a Les Eyzies de Tayac) che, secondo gli studi compiuti durante gli anni ’60 dall’archeologo americano Alexander Marshack, mostrano serie di incisioni a forma di mezzaluna il cui numero, posizione relativa e morfologia sono chiaramente correlati con la forma apparente della Luna e la periodicità delle sue fasi.
Queste ossa, e molte altre simili rinvenute in diverse parti del mondo, come Abris de las Vinas in Spagna oppure Gonzi in Ucraina, attestano che le prime osservazioni della Luna e il loro utilizzo pratico per la misura del tempo risalgono a epoche antichissime, attorno a 15 mila anni prima di Cristo.

Le questioni astronomiche più complesse, in particolare quelle riguardanti l’origine della Terra e del cosmo, erano trattate dagli antichi in maniera prevalentemente simbolica. I simboli astrali preistorici, disegnati su manufatti o graffiti sulla pietra, come quelli che si trovano in Valcamonica, a Bohuslan e in altri luoghi del mondo, sono innumerevoli. Il Sole era quasi sempre rappresentato da un cerchio, spesso dotato di un punto centrale, oppure di una croce; più raramente, il cerchio era avvolto da un’ampia raggiera.
Anche la spirale, in molti casi, era un segno solare; molti esempi di questa simbologia si possono ammirare in tutta Europa, sui monoliti che compongono le tombe megalitiche o incisi sulle pietre che si trovano numerose nei luoghi ove venivano celebrati i riti solari, soprattutto durante l’Età del rame.
Un altro simbolo solare era la svastica, utilizzata specialmente dalle genti asiatiche, ed evoluta in Europa nel particolare petroglifo noto come ‘rosa camuna’, di cui troviamo 93 esemplari in Valcamonica, ma anche in Inghilterra, in Svezia, in Irlanda e altrove.
La Luna venne invece rappresentata semplicemente con un segno a forma di ‘C’, sia diritta che rovesciata; in altri casi indicata con una falce oppure con le corna di un toro. Tutte figure simili all’aspetto che l’astro assume durante il ciclo delle fasi. Durante la preistoria, la relazione tra il simbolo lunare e quello delle corna del toro rappresentò l’immagine della potenza creativa, della fecondità della terra, cioè il significato sacrale dell’atto della creazione, e simboleggiò pertanto la continuità del ciclo cosmico. Nell’antica Europa la Luna era legata alla dea della vita, che presiedeva anche alla crescita della vegetazione e persino alla morte.
Un altro antichissimo simbolo cosmico fu l’uovo, che risulta rappresentato frequentemente in molti graffiti paleolitici. Si tratta dell’uovo dal quale, secondo alcune credenze largamente diffuse, era emerso l’intero universo. In molti antichi miti babilonesi, greci, egiziani e indù, l’uovo rappresentava il mondo in formazione, dal quale erano nati persino gli dei. Nell’antichissima letteratura indù appare tra le tante, anche la cosmogonia della Chandogya Upanisad, nella quale l’universo è considerato come le due parti di un guscio d’uovo, una metà del quale, tutta d’oro, rappresenta il cielo, mentre l’altra metà, in argento raffigura la Terra. Nelle antiche leggende indiane, infatti il mondo nacque da un uovo cosmico, tanto che in sanscrito il termine “Brahmanda”, cioè l’uovo di Brahma, indicava anche l’universo nella sua totalità.

Gli antichi miti, le immagini tracciate sulla pietra e sui manufatti, i dipinti negli anfratti rocciosi, evidenziano chiaramente l’attenzione dell’uomo verso il cosmo e le sue manifestazioni, persino nelle antichissime comunità preistoriche. I molteplici fenomeni cosmici che avevano come protagonisti il Sole, la Luna e le stelle costituivano il riferimento di gran parte dell’attività umana, specialmente quella che era dedicata al culto della natura e a quello dei defunti.
Ma come possiamo capire, oggi, ciò che dal cielo sapevano i popoli vissuti millenni orsono? Gli strumenti a tal scopo sono diversi, e nel loro insieme definiscono una vera e propria disciplina scientifica: l’archeoastronomia, che studia prevalentemente i resti dei complessi monumentali preistorici o protostorici.
Cosa significa? Che osservando e misurando con cura gli edifici antichi è possibile capire se questi sono orientati in direzioni significative dal punto di vista astronomico, per esempio, i punti di levata e di tramonto del Sole o di altri astri significativi in certi giorni dell’anno. E spesso è proprio così, testimoniando delle profonde conoscenze astronomiche dei nostri antenati.
Un esempio famosissimo è la “Avenue” di Stonehenge, che risulta orientata verso il punto in cui durante il III e il II millennio a.C. era possibile vedere il Sole sorgere all’orizzonte nel giorno del solstizio d’estate, dietro la cosiddetta “Heel Stone”. Da allora ,il punto di levata del Sole solstiziale estivo si è un po’ spostato ma il fenomeno è ancora oggi ben visibile, come lo era durante il Neolitico e l’Età del rame. Anche se l’allineamento non è più così accurato come quando fu disposto dagli esponenti delle tribù locali che costruirono quello che fu uno dei più famosi luoghi di culto dell’antichità.

LA STORIA DELLA VITA SULLA TERRA

Autore: Laura Petreccia
Fonte: the Lighthouse of the Harbour

Ogni forma di vita sulla Terra è basata su due classi di molecole organiche complesse: le proteine e gli acidi nucleici.
Gli acidi nucleici sono i costituenti essenziali della molecola a doppia elica (Dna) che contiene in codice le istruzioni per costruire altro Dna e anche proteine. Alcune proteine poi sono gli enzimi che permettono di utilizzare le istruzioni in codice nelle operazioni di costruzione.
Nelle pozze di brodo primordiale erano presenti gli elementi necessari per costruire proteine e acidi nucleici: zuccheri, fosfati, amino acidi; tuttavia il grosso problema è dato dal fatto che le proteine (enzimi) non possono essere costruite se mancano gli enzimi. E’ come il problema dell’uovo e della gallina. La soluzione di questo problema costituisce l’impegno attuale della biologia. Un successo in tal senso però costituirà solo il primo passo nella spiegazione dell’origine del più semplice organismo vivente in grado di svolgere le funzioni essenziali: utilizzare energia, conservare la propria integrità di insieme, crescere e duplicarsi con precisione in una sequenza indefinita di moltiplicazioni.
Siamo molto lontani dalla comprensione di tutto ciò: eppure, circa tre miliardi e mezzo di anni fa la vita ebbe inizio sulla Terra, si sviluppò e si diversificò.
In tutte le forme viventi oggi note, (micro-organismi, piante, animali) il materiale genetico è costituito dagli stessi elementi fondamentali, e le proteine sono formate dagli stessi 20 aminoacidi. Questa constatazione depone a favore dell’ipotesi di un’unica origine della vita, dalla quale è scaturita l’immensa varietà degli esseri viventi e, allo stesso tempo evidenzia l’estrema improbabilità di questa origine.
I fossili dei primi organismi conosciuti mostrano che questi rassomigliavano a batteri e sono chiamati eobatteri. Poiché l’atmosfera primitiva non conteneva quantità adeguate di ossigeno, gli eobatteri ricavavano la loro energia dai materiali organici del brodo primordiale ed il loro materiale genetico era localizzato in filamenti a spirale liberi all’interno della cellula (come nei batteri ed in tutti gli altri procarioti sino ai nostri giorni).
Si ritiene che gli eobatteri abbiano trovato difficoltà a causa dell’esaurimento del cibo formatosi dalle reazioni chimiche del mondo prebiotico e concentrato nel brodo. Dopo centinaia di milioni di anni però, gli organismi viventi svilupparono mutazioni che permisero di utilizzare fonti alternative di energia. La più importante è la comparsa di pigmenti che assorbono la luce solare e ne utilizzano l’energia (fotosintesi) come fanno le alghe verdazzurro con il pigmento verde: la clorofilla. Anche i batteri svilupparono pigmenti adatti a compiere la fotosintesi. Le alghe azzurre si estesero fino a coprire le acque superficiali. Gli stromatoliti sono resti fossili che ne testimoniano oggi l’esistenza. L’influsso della luce solare sulla clorofilla di queste alghe converte anidride carbonica e acqua in ossigeno e zucchero. In tal modo in qualche miliardo di anni, dall’atmosfera primitiva, che conteneva pochissimo ossigeno ed alte percentuali di anidride carbonica proveniente dalle esalazioni dei vulcani, si formò l’ossigeno dell’attuale atmosfera terrestre. I primi organismi multi -cellulari la cui esistenza è documentata dai fossili sono le meduse ed i vermi, che vengono fatti risalire a circa 700 milioni di anni fa.
Tutto ciò che possiamo sapere dei due o tre miliardi di anni precedenti, è che l’ossigeno dell’atmosfera giungeva a circa metà del livello attuale e si verificò un assestamento genetico negli organismi eucarioti, per cui il codice genetico del Dna si raccolse all’interno del nucleo centrale delle cellule dove era più protetto e così guidava il processo di riproduzione riducendo il margine degli errori di trascrizione. Se pensiamo alla scala temporale dell’esistenza degli organismi viventi ciò che sembra superare ogni immaginazione è l’enorme durata della più semplice fase procariota, che continuò per 1600 milioni di anni prima che si verificasse il riassestamento del materale genetico negli eucarioti.
Con la comparsa, avvenuta circa 700 milioni di anni fa, degli organismi multicellulari ebbe inizio la differenziazione cellulare secondo le diverse funzioni, che rivelò le immense capacità capacità innovative dell’evoluzione biologica. Questo avvenimento è una rivoluzione dopo miliardi di anni di vita unicellulare.
Possiamo disegnare un diagramma della storia della vita, che rappresenti la principale biforcazione tra piante da un lato ed animali dall’altro con le successive ramificazioni di ordini, famiglie, generi e specie. Ad esempio, i resti fossili dicono che 500 milioni di anni fa prosperavano gli artropodi trilobiti che si estinsero 200 milioni di anni fa.
I grandi dinosauri dominavano la Terra a partire da 225 milioni di anni fa ma si estinsero 65 milioni di anni fa. Da allora in poi predominarono i mammiferi. Apparvero allora i nostri remoti antenati primati, ma le testimonianze sono assai incomplete, così che i dettagli dell’origine ominide sono ancora incerti. Non vi sono testimonianze fossili dell’epoca che va da 8 milioni di anni fa sino alla comparsa dei primi ominidi (Australopithecus) che risale a circa 5 milioni di anni fa.
Siamo osservatori necessariamente parziali dell’ spettacolo dell’evoluzione perché ci interessa soprattutto la linea evolutiva che probabilmente condusse alla comparsa dei nostri immediati antenati, l’Homo Sapiens, circa 200 mila anni fa.

DARWIN: LA CHIESA E L’EVOLUZIONE

L’istruzione del periodo di Pio XII aveva affrontato il problema dell’evoluzione nella Humani Generis, e non c’era nessun pericolo di conflitto con i dati di dottrina ricevuti nella formazione cattolica; anzi sarebbe stato offensivo pensare ad un Dio-burattinaio la cui azione dovesse determinare direttamente ogni fatto osservato. Era proprio il contrario nella tradizione culturale della Chiesa, da S. Agostino a San Tommaso: Dio opera per cause seconde che sono altre creature visibili e sperimentabili; e la scienza della natura non è altro che l’esplorazione di queste cause seconde, demandando alla metafisica o “filosofia prima” lo studio dell’essere in quanto tale, indipendentemente dalle connotazioni specifiche che catturiamo nelle nostre osservazioni. Il problema di una armonia fra Fede (verità rivelate) e Ragione (verità accessibili alla nostra ragione autonoma) riguarda la filosofia prima e non la scienza, come discusso da Giovanni Paolo II nelLA Fides et Ratio.
In effetti questo quadro è stato modificato negli ultimi decenni dal diffondersi di due fondamentalismi: da una parte alcuni gruppi cristiani negli Stati Uniti cercano di imporre una corrente di opinione, detta creazionismo, in base a cui bisogna prendere alla lettera il racconto biblico della creazione in sei giorni, con tutte le specie, compreso l’uomo, apparso solo da circa cinquemila anni; dall’altra alcuni divulgatori scientifici- attraverso i media, giornali e tv – cercano di imporre il loro credo (scientismo) che la scienza possa dire tutto e che non esiste altro di cui parlare. Si tratta in ambo i casi di una deficienza culturale, di una forma di intolleranza per cui il predicatore familiare con la Bibbia o lo scienziato familiare con le sue procedure tendono a svalutare modi alternativi di conoscenza, senza cercare di esplorarne la validità.
Questo dibattito richiede una maturità di giudizio.
La scienza moderna è figlia della rivoluzione culturale cristiana. Nel pensiero antico manca l’idea di creazione dal nulla: o il mondo è emanazione, appendice necessaria di Dio, il quale è un po’ calato nel mondo (panteismo: Dio in tutto); oppure la materia è organizzata a caso nelle varie forme, che pertanto sono precarie (ateismo: assenza di Dio). Questo implica che lo studio della natura è una teologia, impedendo una ricerca senza preconcetti, oppure che no esistono comportamenti ripetibili perchè il caso può scompaginare quanto accaduto finora.
Invece la rivelazione biblica parla di un Dio che crea liberamente dal nulla. Questo ha almeno due implicazioni immediate: primo l’organizzazione del mondo non è casuale ma vi si possono estrarre regolarità (le leggi di natura), secondo, il mondo non è parte necessaria di Dio, ma ha una sua autonomia, e pertanto può essere esplorato senza ricorrere a una teologia.
Queste implicazioni sono state la base della fioritura scientifica delle scuole medievali, di cui Galileo e Newton sono il coronamento e con cui non sono in opposizione come taluni credono.
Nella Lettera a Cristina di Lorena, madre del Granduca di Toscana, Galileo dice Che Dio ha scritto in due libri, il libro della natura e quello della rivelazione, e una lettura attenta e onesta dei due libri non può portare a conflitti. Purtroppo la Chiesa del tempo, nell’emergenza delle dispute religiose che opponevano le chiese riformate a Roma, reagì con una chiusura per cui la libera investigazione, nata al suo interno per esplorare le cause seconde, proseguì al di fuori e spesso contro di essa. Ma quando a metà ‘800 Darwin cominciò a parlare di evoluzione per mutazione e selezione da parte cattolica si fu in genere più cauti di quanto non fossero gli esponenti della Chiesa Anglicana, che finirono sbertucciati per posizioni ingenue e di basso profilo culturale, non solo sul piano scientifico-filosofico, ma anche sul piano della cultura interna della Chiesa, che aveva, come visto, già dai primi secoli dibattuto il problema della libertà di esplorazione del mondo.
La mia attitudine di studiosa e di credente è che il mondo ha una sua consistenza autonoma, che è mio dovere esplorarlo con libertà in base al mandato di Dio ad Adamo di dare un nome a tutti gli oggetti del creato, che in ogni caso la creazione libera porta ad un universo che ha un senso e tocca a me- leggendo il libro della natura- trovare questo senso; il caso non è il dominatore, ma è il nome che io attribuisco a fenomeni di cui mi sfugge (ancora o per sempre?) la spiegazione.
Quanto a quegli elementi di forza razionale che mi spingono a cercare Dio prima ancora che io lo trovi nelle Sue parole rivelate, sono alla portata di tutti, fanno parte del senso comune che non ha bisogno di strumentazione scientifica: se guardo me stesso o il mondo intorno a me, vedo che ogni cosa è, è e basta, senza bisogno di specificare quelle collezioni di attributi che esploro con la scienza. Ma questo essere non è necessario, è quel che si dice contingente (oggi c’è domani non più: vale per me, per le stelle e per tutto ciò che osservo): deve perciò avere ricevuto l’essere da un Essere assoluto, che lo dona liberamente nella creazione. Dunque la creazione non è confinata all’origine del cosmo, ma continua sempre.
Qui nasce una obiezione: se usiamo il nostro linguaggio per parlare di Dio non cadiamo nell’antropomorfismo (il Dio nostra proiezione di L. Feurbach)? No, se parliamo dell’essere in modo analogo, cioè non intendendo che il termine essere abbia lo stesso valore quando si parla di una creatura e quando si parla di Dio; e qui la nostra ricerca è aiutata dalla rivelazione: Dio parlando a Mosè dice di se stesso “Io sono colui che è”.

LA TEORIA DI DARWIN

La teoria di Darwin dell’evoluzione biologica, così come l’elaborazione del metodo di Galileo, va considerata come una delle più grandi conquiste scientifiche. Essa ha un immenso potere esplicativo: anche se non ha una forma definitiva e andrà modificata dall’aumento dei ritrovamenti fossili dal progresso della biologia molecolare, non vi sono alternative per spiegare quanto osservato. Vi è però il pericolo che la teoria dell’evoluzione biologica sia irrigidita in dogma mentre il suo potere esplicativo è ancora insufficiente e va messo ala prova. La teoria si compone di due elementi. In primo luogo vi sono mutazioni del materiale genetico, i geni composti del Dna. Le mutazioni sono piccoli cambiamenti nella struttura molecolare del dna. Esse avvengono per puro caso, ad esempio in conseguenza dell’azione di elementi chimici e di radiazioni, e non sono dovute in alcun modo al bisogno dell’organismo di aumentare le proprie capacità di sopravvivenza. In secondo luogo, c’è la selezione naturale che garantisce la conservazione delle combinazioni di geni più adatte alla sopravvivenza. Gli animali con una combinazione genetica sfavorevole sono eliminati nella competizione da quelli dotati in maniera più vantaggiosa.

di Dio”.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L’APOSTOLO VIAGGIATORE

Autore: Fabrizio Bisconti
Fonte: Archeo n.7 (185)

La grande avventura dell’evangelizzazione del mondo antico iniziò tra il 45 e il 48 d.C. quando Paolo con il fedele Barnaba, mosse alla volta di Antiochia di Siria. Da qui raggiunse Seleucia e poi l’isola di Cipro.
“Giunti a Salamina- ricordano gli Atti degli Apostoli (capp. 13-14)-annunziarono la parola di Dio nelle Sinagoghe…attraversata tutta l’isola, fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio”.

San Paolo

Quel primo viaggio continuò, sino a raggiungere l’Asia Minore, toccando le importanti città di Perge, di Antiochia di Pisidia, di Listra, di Derbe e dintorni. In tutte queste tappe, la dinamica dell’evangelizzazione prevede sempre un primo impatto con le comunità giudaiche per poi rivolgersi ai pagani; ma, quasi in tutti i casi, furono proprio i Giudei ad accogliere più tiepidamente gli evangelizzatori, tanto che Paolo e Barnaba furono spesso costretti a fuggire, braccati dalle autorità e dalle popolazioni istigate dagli ambienti ebraici.
Nonostante queste fughe improvvise, le città toccate dalla missione di Paolo conobbero presto la genesi e l’evoluzione di comunità vive e guidate da anziani prescelti dall’apostolo delle genti, come era successo ad Antiochia e a Gerusalemme.

IN ASSEMBLEA SOLENNE

I Giudei divenuti cristiani, in seguito all’attività evangelizzatrice di Paolo, crearono il primo grave problema interno della Chiesa nascente. Da Gerusalemme, infatti, giunsero alcuni Giudei che esigevano che ai pagani divenuti cristiani fosse praticata la circoncisione; ma, in una solenne assemblea, che si tenne proprio a Gerusalemme e durante la quale presero la parola anche Pietro e Giacomo, si decise, secondo il giudizio paolino, di lasciar liberi i cristiani di osservare le leggi del giudaismo.
Mentre le comunità nascenti soffrivano per questi precoci problemi di coesione interna, nei primi mesi del ’50 d.C. Paolo intraprese il secondo viaggio: questo durò circa tre anni e toccò, in un primo tempo, le città già evangelizzate durante il primo viaggio, per portarlo infine in Europa. Paolo, accompagnato da Sila, Timoteo e Silvano, fondò alcune chiese in Macedonia e in Acaia e, segnatamente, a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene e Corinto. Di questo secondo viaggio rimane indelebile il ricordo del discorso che Paolo fece dinanzi all’Areopago di Atene, incalzato da alcuni cittadini che avevano chiesto: “ Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?”, e ancora: “Sembra essere un amministratore di divinità straniere!”. Paolo provò a spiegare i dogmi fondamentali della nuova dottrina, ma quando sentirono parlare di resurrezione di morti alcuni lo deridevano e altri dissero: “Ti sentiremo su questo punto un’altra volta” ( Atti degli Apostoli 17).
Nella primavera del 53 d.C. iniziò il terzo viaggio di Paolo che attraversò la Galazia e la Frigia, alla volta di Efeso, dove soggiornò tre anni, per recarsi quindi a Corinto, a Filippi e poi raggiungere di nuovo Gerusalemme. Qui l’atmosfera si rivelò subito difficile, come gli comunicarono Giacomo e gli anziani della comunità, tanto che Paolo, per le accuse dei Giudei, fu arrestato dai soldati romani e trasferito a Cesarea, dove fu processato dal procuratore Felice che, pur ritenendolo innocente, lo fece recludere per due anni.


UN VIAGGIO TRAVAGLIATO

Nel 59 d.C. i Giudei reclamarono presso il nuovo procuratore Festo affinché Paolo fosse estradato a Gerusalemme, ma l’apostolo si appellò alla sua cittadinanza romana e fu inviato a Roma. Nel settembre dello stesso anno iniziò un viaggio pieno di insidie, che culminò con il terribile naufragio sull’isola di Malta.
Qui Paolo soggiornò per alcuni mesi, compiendo molti miracoli, ma poi si imbarcò per Siracusa e di lì mosse verso Pozzuoli. Il viaggio continuava per via di terra. Il porto campano rappresentava uno scalo fisso per tutti i naviganti che, provenendo dall’Africa o dall’Oriente, si dirigevano a Roma, e lì Paolo trovò un gruppo di “fratelli”, dunque dei cristiani (Atti degli Apostoli 28,14)). Il cristianesimo si era propagato precocemente in Campania, forse per la vicinanza con Roma, forse per la vicinanza con Roma, forse per i contatti che i porti campani avevano con tutte le genti del mediterraneo. A Pompei, d’altra parte, come dimostrano le pitture di una domus con la rappresentazione del giudizio di Salomone, era già attestata una comunità giudaica, mentre è più difficile dimostrare archeologicamente la presenza in zona di cristiani nel I secolo d.C., in quanto il celebre segno cruciforme rinvenuto nella Casa del Bicentenario a Ercolano altro non sembra che l’incavo di un mobile ligneo.


NELLE CATACOMBE DI SAN GENNARO


Più evidenti, ma più tarde di oltre un secolo, paiono le testimonianze archeologiche sicuramente cristiane riferibili alla città di Napoli, in quanto, intorno alla fine del II secolo, furono scavate e decorate con temi cristiani le catacombe di San Gennaro a Capodimonte. Allo stesso frangente cronologico possiamo, infine, riferire gli scritti di un autore di ambiente campano, noto come il Pastore di Erma.

 

Paolo attraversò la Campania alla volta di Roma. Sono ancora gli Atti degli Apostoli (28,14-15) a
riferirci la dinamica di queste ultime tappe del viaggio della cattività: “E così arrivammo a Roma.
E di là i fratelli, che avevano sentito le nostre peripezie, ci vennero incontro fino al Foro Appio
e alle Tre Taverne. Quando li vide, Paolo ringraziò Dio e prese coraggio”.
I cristiani di Roma conoscevano molto bene Paolo, non solo per la fama del suo pensiero e della
sua attività missionaria ma perché, già nel 57 d.C., erano stati i destinatari di una lunga lettera
dell’apostolo che manifestava il desiderio di incontrarli. Per questo motivo un cospicuo gruppo di fedeli gli si fa incontro lungo la regina viarum, la via Appia, e alcuni raggiunsero addirittura la
statio di Tres Tabernae, che distava oltre cinquanta chilometri da Roma; addirittura alcuni si
inoltrarono sino a Forum Appii, a sessantacinque chilometri dalla
città.


ROMA AL TEMPO DI PIETRO E PAOLO


Chi erano quei cristiani che, con tanto entusiasmo, erano andati incontro all’apostolo delle genti? Come e quando si era diffuso il cristianesimo a Roma? Certa storiografia riferisce la prima evangelizzazione dell’Urbe a San Pietro, interpretando un passaggio veloce degli Atti degli Apostoli (12,17), nel quale si racconta la rocambolesca fuga dal carcere del principe degli apostoli che, comunque, non si sentiva più sicuro a Gerusalemme, sicchè tra il 41 e il 44 “Pietro se ne andò in altro luogo”. Il laconico epilogo del racconto lascia molti dubbi circa un’effettiva evangelizzazione petrina della città e , d’altra parte, Paolo, nella celebre lettera a cui si è già fatto cenno, avrebbe sicuramente alluso alla presenza di Pietro presso quella comunità “la cui fama si spande in tutto il mondo” (Rm.1,8).
All’arrivo di Paolo la capitale dell’impero ospitava un nutrito numero di giudei; almeno 42.000 persone-secondo alcuni storici- erano organizzate in comunità definite sinagoghe, disseminate un po’ in tutta la città, da Trastevere alla Suburra. I Giudei svolgevano specialmente attività commerciali e rappresentavano, dunque, una componente fondamentale nella dinamica sociale ed economica, sin dai tempi di Augusto.


UN ANONIMO AGITATORE

All’epoca di Caligola (37-41 d.C.) l’ebreo Filone di Alessandria così descrive la comunità giudaica di Roma: “Abitano un grande quartiere della città, nel Trastevere; per lo più, sono vecchi prigionieri di guerra, liberati dai loro padroni. Con il benestare di Augusto, hanno costruito le sinagoghe, dove tengono le loro riunioni, specialmente il sabato, apprendono la legge dei loro padri, raccolgono del denaro che inviano a Gerusalemme”. (Legatio ad Gaium 23).

 

 

 


Svetonio, il biografo degli imperatori romani, ci ricorda un grave episodio capitato alla comunità giudaica al tempio di Claudio, il quale “cacciò da Roma gli Ebrei continuamente in tumulto per le istigazioni di Cristo” (Claud.25). Nonostante alcuni storici abbiano tentato di individuare nel Cristo- che nel testo è menzionato come Chrestus- un sobillatore qualsiasi, è evidente che l’importante provvedimento imperiale fu preso per dissidi che la nuova religione cristiana provocava all’interno delle comunità giudaiche. Gli Atti degli Apostoli ci parlano continuamente dei problemi di convivenza tra gli aderenti alle due religioni, sino a giungere all’uccisione di Stefano a Gerusalemme, alla lapidazione di Paolo a Listra. Alle fughe di questi da Filippi e da Corinto.
Alla notizia ricordata di Svetonio non si è attribuita sempre molta affidabilità, in quanto non viene menzionata da altri importanti storici, come Tacito, Giuseppe Flavio e Dione Cassio, ma sull’episodio abbiamo un’ulteriore testimonianza, proveniente ancora dagli Atti degli Apostoli, relativa al soggiorno di Paolo a Corinto: “ A Corinto Paolo trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricanti di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere i Giudei e greci.” (18,1-4). Questi fatti possono essere collocati tra il 49 e il 50 d.C., ma più tardi i due romani salveranno la vita a Paolo, durante alcuni disordini di Efeso e, infine li ritroveremo a Roma, quando soggiornerà Pietro nella città.
Una decina di anni dopo l’editto di Claudio, a Roma si era costituita una cospicua comunità, tanto è vero che l’apostolo delle genti, soltanto tre giorni dopo il suo arrivo, ebbe un incontro con i rappresentanti giudei della città. L’atmosfera si era placata e gli Ebrei sembravano desiderosi di conoscere le peculiarità della nuova religione e, anzi, alcuni di essi, insieme a qualche pagano, aderirono subito al cristianesimo che, d’altra parte, era già una consistente realtà di fatto. Di lì a qualche anno, la comunità cristiana di Roma- secondo quanto ci ricorda Tacito - sarà un’”ingente moltitudine”, tanto che neppure la violenta persecuzione neroniana riuscì a decimarla.
A quest’ultimo proposito, dobbiamo ricordare la notte fra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C., quando a Roma scoppiò il più tremendo degli incendi della sua storia. Il terribile evento è intimamente legato alla fine tragica e gloriosa di Pietro e Paolo. Mentre gli storici attribuirono, quasi all’unanimità, la responsabilità del disastro all’imperatore, le colpe furono addossate ai cristiani. La persecuzione fu istantanea e tremenda e interessò prima coloro che confessavano di aver aderito alla nuova religione e poi molti altri, per delazione. Alcuni di questi furono giustiziati nel circo Vaticano: furono avvolti con pelli di fiera, perché fossero divorati dai cani, o furono usati come “torce umane” per illuminare i giardini adiacenti. L’imperatore stesso partecipò in prima persona a questi giochi, travestito da auriga (Tacito, Anali 15,44).

Approfondimento di Marco Martinez - Università di Pisa - Facoltà di Lettere - Dipartimento di Storia Antica (.doc):

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LA CROCIFISSIONE DI PIETRO

Tra i supplizi contemplati dalla persecuzione neroniana emerge, per la similitudine con la morte di Cristo, quello della crocifissione, che , secondo le fonti e la tradizione, venne riservata anche a Pietro. Agli esordi del III secolo, Tertulliano ricorda: “Pietro fu crocifisso, Paolo decapitato” (Scorpiace 15,3).Alla fine del II secolo furono redatti gli Atti di Pietro, uno scritto apocrifo (non incluso, cioè tra i testi canonici), in cui si puntualizza la modalità di questa crocifissione. Pietro prega, così, i suoi aguzzini: “Io vi scongiuro, o carnefici, crocifiggetemi così: con la testa in giù”.

 

san Paolo

E’ difficile risalire alla data del martirio di Pietro. Mentre Clemente di Roma e Ireneo sembrano fissare tale data all’anno stesso dell’incendio neroniano, sull’onda delle prime persecuzioni, il grande storico della chiesa Eusebio di Cesarea e San Girolamo riferiscono la data del martirio dei principi degli apostoli al 67 d.C. Per quanto riguarda la fine tragica di Paolo, sappiamo che essa comportò il supplizio della decapitazione che, secondo le norme riservate ai cittadini romani, fu eseguita fuori della città. La tradizione vuole che la decollatio sia avvenuta al III miglio della via osiense, in un sito definito “ad aquas Salvias”, dove si può ancora ammirare un complesso di santuari.


IL RITMO DELLA FEDE

Fonte: Toscana Oggi, 4 luglio 2004
Autore: Valeria Novembri

Il primo riferimento alla musica nella Bibbia si trova poco dopo il racconto della creazione: insieme alla pastorizia e all’artigianato essa riveste un ruolo di primo piano come primordiale manifestazione di civiltà. In Genesi 4,21, infatti, Iubal, uno dei discendenti di Caino, ci viene presentato come il “padre di tutti suonatori di cetra e di flauto”, mentre i suoi fratelli Iabal e Tubalkàn incarnano rispettivamente “il padre di quanti abitano sotto le tende accanto al bestiame” e “il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro”. In questa prima menzione degli strumenti musicali appartenenti alla tradizione ebraica, si può facilmente notare una non casuale distinzione fra strumenti a corda (la cetra) e strumenti a fiato (il flauto). Pare che una simile suddivisione no fosse priva di significato: i primi tra cui l’arpa e la cetra, che servivano ad accompagnare il servizio liturgico, erano gli strumenti propri dei leviti, incaricati dell’esecuzione musicale all’interno del Tempio, mentre i secondi e in particolare il corno, generalmente di ariete o di capro, mai di bue, e la tromba, realizzata in metallo prezioso, erano destinati ai sacerdoti, a causa della loro notevole componente simbolica. Con uno strumento a fiato, infatti, lo jobel, o “tromba dell’acclamazione”, si dava l’inizio all’anno giubilare, mentre il corno d’ariete, lo shophar, aveva accompagnato la rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai (Es 19,19) e, insieme alla tromba, la hazozrah, aveva manifestato la sua potenza devastatrice in contesti di guerra. Durante la presa di Gerico da parte di Giosuè, infatti sette sacerdoti per sette giorni suonarono questi strumenti, guidando l’esercito in marcia intorno alle mura della città; al settimo giorno, al segnale dello shophar, il popolo di Dio lanciò il grido di guerra e le mura di Gerico crollarono.
Le trombe dovevano accompagnare gli olocausti e i sacrifici pacifici, così come era avvenuto al momento dell’ingresso dell’arca dell’alleanza a Gerusalemme (2 Sam 6). La consacrazione del Tempio di Salomone (2Cr 5,12-13), invece, era stata celebrata da una vera e propria orchestra, in cui i leviti suonavano cembali, arpe e cetre all’unisono con centoventi sacerdoti muniti di trombe. E’ da questa lunga tradizione, legata a contesti eccezionali,a momenti di penitenza, ma anche di gioia e di incontro con Dio, che la tromba, nel libro dell’Apocalisse, potrà diventare lo strumento deputato ad annunciare la fine dei tempi e l’imminente arrivo del giorno del Signore. Per quanto riguarda il culto e la liturgia del Tempio, gli strumenti più usati erano il kinnor e il nebèl, che si è soliti identificare con l’arpa e la cetra. Davide era abilissimo nel suonarli, la sua musica aveva addirittura potere terapeutico: soltanto lui riusciva ad alleviare le pene del re Saul “quando lo spirito cattivo lo investiva” (1 Sam 16,23). Davide fu il riorganizzatore della musica cultuale: a lui è attribuita gran parte dei Salmi, ma anche l’invenzione di molti nuovi strumenti musicali (Am 6,5); egli stabilì che 4000 leviti suonassero i suoi strumenti per rendere lode al Signore (1 Cr 23,5) e creò classi di cantori e suonatori addetti alla liturgia ( 1 Cr 15,16-24).
Oltre che dagli strumenti a corda, “l’orchestra” del Tempio era composta anche da alcuni stumenti a fiato, come l’oboe doppio, e da percussioni: cembali, timpani e sistri, più volte citati nel libro di Samuele e nei Salmi.
Accanto agli strumenti di carattere liturgico il popolo ebraico ne conosceva altri, “laici”, usati nelle feste tradizionali, durante i matrimoni o per allietare la mietitura e la vendemmia: vari tipi di flauti, fatti di canna, osso o legno, tamburelli, sistri e timpani, particolarmente adatti ai ritmi sostenuti e allegri delle danze.
Pare che questi strumenti fossero strettamente legati al mondo femminile: dopo il passaggio del mar Rosso, Maria, sorella di Mosè, guidò le danze delle donne al suono dei timpani (Es 15,20), mentre, al ritorno di Davide dalla vittoria su Golia, le donne di Israele cantarono e danzarono incontro al re Saul, accompagnandosi “con i timpani, con grida di gioia e con sistri” (1 Sam 18,6).
Manifestazioni di giubilo come queste dovettero apparire assolutamente fuori luogo al popolo ebraico durante la deportazione babilonese, quando le cetre furono appese ai salici (Sal 137,2), ma soprattutto dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C., quando in segno di lutto, tutta la musica strumentale fu proibita dai rabbini: la liturgia delle sinagoghe al tempo della diaspora fu limitata all’esecuzione vocale.

PREGARE A PASSO DI DANZA

Autore: Manuela Sadun Paggi

La danza è l’espressione più piena della preghiera e della gestualità. Non viviamo più in epoche in cui la danza era parte integrante della vita quotidiana e in cui il sentimento del sacro era mescolato alle attività comuni. La danza è un raro momento di concentrazione, interiore e sacra, una preghiera completa e corporea, una meditazione semplice che coinvolge tutto il nostro essere. Mi riferisco in particolare alla danza ebraica, ma non in maniera esclusiva. La danza stessa è un’energia vitale e come tale è risanante. I Chassidim sono quelli che più hanno valorizzato e apprezzato la danza, come preghiera ed espressione vitale. Un principio della tradizione e della vita ebraica è che la tristezza è cattiva, la gioia è buona.
La danza è un modo di vivere col quale abbiamo perso il contatto e da recuperare. L’importanza della danza si manifesta nelle sue forme sorte nelle varie epoche storiche, e nei diversi popoli. Permette un collegamento con le altre discipline e manifestazioni culturali e esistenziali. E’ un modo di essere e di esistere. Gli esseri umani hanno sempre danzato nei momenti solenni della propria esistenza per esprimere i loro sentimenti. E’ un linguaggio che l’essere umano può usare per esprimere ciò che lo delude, quello in cui crede, sentimenti emozioni, angosce, ansie, gioie. Dolori. E’ strumento per comunicare, unirsi, incontrarsi, entrare i comunione e parlare con l’altro, dalla profondità del proprio essere.
La danza è un’esigenza innata, in ogni epoca e contesto socio-culturale. E’ un linguaggio, che usa
come mezzo l’azione motoria in cui il soggetto esprime il suo mondo interiore.
La danza è unione che si esplica dinamicamente da persona a persona, come comunione e dialogo da persona all’universo, come espressione e celebrazione di un rapporto attivo con la natura, da persona a Dio, è prendere parte al movimento cosmico e al suo dominio.
La danza si esplica anche come forma di preghiera.
La danza è stata e può essere un modo per vivere in maniera totale la vita e il mondo: è nello stesso tempo conoscenza, arte e religiosità. Essa ci rivela che il sacro non è scindibile dal profano, che lo spirito non può essere disincarnato, e attraverso di essa l’umano si scopre non diviso, ma interamente presente a quello che fa mentre i gesti scaturiscono in bellezza ed armonia. La danza è nata con l’uomo: in quanto tale la ritroviamo in ogni epoca, in ogni ceto sociale, in ogni luogo della terra, da ogni parte con le sue caratteristiche ma comunque danza, che l’uomo adatta alle sue condizioni ed esigenze. La danza è fatta di umanità, aderente alla vita di sempre al di là dello spazio e del tempo pur essendo ogni volta inserita in uno spazio (sale, palestre, all’aria aperta) e in un tempo (sia cronologico di secolo e giorno che ritmico perché generalmente è sopra una musica), è dunque universale.
La danza è espressione popolare e religiosa, strettamente collegata ad ogni aspetto della vita dell’individuo e del popolo che la esprimono. In essa si estrinseca l’unità dell’individuo e del suo ambiente, dell’individuo e del gruppo, del coro e dello spirito. Per le danze ebraiche, si possono sottolineare le stesse cose e quanto la danza sia, e può sempre di più, essere momento di unità. Nella cultura ebraica dove non c’è rappresentazione di immagini, i gesti della danza diventano immagini del sacro in movimento. La danza fa parte del patrimonio più prezioso di ogni popolo ed è sempre stata molto importante per gli ebrei.
Ci sono ben sette verbi nella lingua ebraica che indicano la danza. E questo sottolinea la diversità dei modi e dei tempi di questa attività. Alcuni dei tanti esempi lasciateci dalla Bibbia: “Dopo il passaggio del Mar Rosso la sorella di Mosè, Miriam, guidò la danza delle donne frai canti e il suono dei timpani”. (Es 15,20); “Hai mutato il tuo lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia” (Sal 30,21); “I vincitori venivano accolti al loro ritorno con timpani e danze” (Gdc 11,34); “Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi e uscirai fra la danza dei festanti” (Ger 31,4).
Punto d’incontro di tutte le risorse che alimentano da oltre un secolo, la danza popolare ebraica possiede oggi una vitalità e u colore originale che le conferiscono una incontestabile personalità nell’universo del folklore dei paesi dove hanno vissuto le comunità ebraiche (Palestina, Yemen, Spagna, Africa del Nord, Grecia, Romania, Polonia, Russia) la danza ebraica non ha assunto per questo un carattere meno originale, affondando proprio nella cultura le sue origini più intime, tanto che i testi delle canzoni sono ancora oggi tratti per la maggior parte dalla Bibbia. Nata nell’antico Israele come forma di preghiera, la danza ha accompagnato la storia di questo popolo fino ai giorni nostri adattandosi nei secoli a esigenze storiche e religiose, rielaborando al suo interno elementi artistici derivati dal confronto con le svariate culture con le quali l’ebraismo della diaspora è venuto in contatto. In ogni religione i momenti danzati sono preghiera ed espressione vitale di corpo e anima in cui il corpo è lo specchio di una profonda religiosità. Chi danza si accorge di andare oltre la fatica, di no stancarsi, di avere un rapporto diverso col male fisico, è uno stimolo ad andare sempre avanti a dare il meglio di sé, a valorizzare la disciplina, ad annullare l’ambizione personale, a trasmettere armonia.
Si balla in gruppo come nelle danze antiche rituali e così si sperimenta la gioia, la vitalità e anche momenti mistici nel tentativo di avvicinarsi al misterioso, all’incomprensibile. Mostra la nobiltà, l’eleganza e la dignità che caratterizza l’umanità i quanto tale; la danza con la sua azione motoria può rappresentare questo. Muovendoci nel nostro modo di porsi e di essere, ci manifestiamo e diciamo chi siamo.
La danza, in un mondo in cui sembra mancare spazio per l’alterità, l’amicizia , l’amore, è accoglienza gioiosa. Per la presenza, oggi, di più culture, la danza dei vari popoli e delle varie religioni può diventare un reciproco momento d’integrazione che favorisce la comunicazione e la comprensione.
La danza è nata e cresciuta nelle civiltà comunitarie, ma si è intristita nelle civiltà moderne e individualistiche; forse la sua riscoperta è in grado di contribuire a creare una nuova sintesi in cui la comunità coesiste con la ricchezza dell’individuo e della sua creatività, proprio come in una danza in cerchio in cui non c’è niente di statico e già predisposto, per passare così da una civiltà dello scontro a una civiltà della coralità, per un nuovo modo di vita. Solo l’arte e la bellezza trasformano una società. Dove non c’è l’arte e la bellezza non c’è armonia, non c’è anima.
Danzare insieme è la lotta più efficace per superare conflitti e riconciliarsi. La danza come l’arte, non può essere un mezzo per la fama e la gloria personale, ma di umiltà, devozione, gratitudine.

 
     
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