I SETTE CIELI, ovvero , IL MONDO
DI SOPRA Per i popoli antichi, era
il cielo a scandire i cicli naturali e i ritmi del lavoro. Per questo
ne fecero la dimora degli dei
Autore: Adriano Gaspani
Fonte: the Lighthouse of the Harbour
Dai tempi più lontani , indistintamente,
tutte le culture si sono poste interrogativi sull’origine
e la natura dell’universo. La fenomenologia astrale era parte
preponderante nella vita degli antichi, molto più di quanto
accada a noi oggi. L’uomo viveva a contatto con la natura,
ne era partecipe. E questo non tanto perché il cielo in passato
non era nascosto dalle luci artificiali delle grandi città,
ma perché alcuni fenomeni astronomici, con il loro andamento
periodico, si prestavano molto bene alla rilevazione della misura
del tempo e alla compilazione dei calendari , che diventarono indispensabili
quando si diffuse l’agricoltura.
Osservando il cielo, ogni popolo cominciò a vedere nella
disposizione delle stelle i contorni di figure familiari: personaggi
(per i Greci, ad esempio, gli eroi della mitologia), oggetti di
uso comune, animali. Nascevano le costellazioni, vere ‘mappe’
del cielo che aiutavano a orientarsi tra le stelle e che erano legate
a fantasiose ma infondate interpretazioni astrologiche.
I primi fenomeni notati dagli antichi furono senza dubbio quelli
legati alla scansione della vita quotidiana, il ritmo delle stagioni
e il movimento apparente del Sole sulla sfera celeste.
Ben presto fu osservata la connessione che esiste tra la levata
o il tramonto di alcune costellazioni e la migrazione delle mandrie
di animali selvatici o la maturazione dei frutti.
Risultò anche evidente che il Sole, poco prima di sorgere,
inondando il cielo con la propria luce, permetteva di intravedere
la presenza di alcune stelle, che non erano le stesse ogni giorno;
di questo abbiamo prova dell’osservazione fatta presso gli
Egizi, le popolazioni della Mezzaluna fertile, nell’India
antica e in Cina, in Europa e più di recente tra le tribù
di pellerossa americani, alcune delle quali, come i Pawnee o gli
Hopi, avevano conoscenze astronomiche molto sviluppate.
Poi fu la volta della Luna, che catturava l’attenzione perché
cambiava giorno dopo giorno la propria forma, illuminava le notti
consentendo la caccia e, con il suo ritmo particolare, scandiva
intervalli di tempo intermedi tra il giorno e l’anno. Il ciclo
delle fasi è talmente evidente che fu probabilmente uno dei
primi fenomeni astronomici a incuriosire gli antichi. A tale proposito,
vi sono reperti ossei risalenti al Paleolitico superiore, rinvenuti
in Francia (a Les Eyzies de Tayac) che, secondo gli studi compiuti
durante gli anni ’60 dall’archeologo americano Alexander
Marshack, mostrano serie di incisioni a forma di mezzaluna il cui
numero, posizione relativa e morfologia sono chiaramente correlati
con la forma apparente della Luna e la periodicità delle
sue fasi. Queste ossa, e molte altre simili rinvenute
in diverse parti del mondo, come Abris de las Vinas in Spagna oppure
Gonzi in Ucraina, attestano che le prime osservazioni della Luna
e il loro utilizzo pratico per la misura del tempo risalgono a epoche
antichissime, attorno a 15 mila anni prima di Cristo.
Le questioni astronomiche più
complesse, in particolare quelle riguardanti l’origine della
Terra e del cosmo, erano trattate dagli antichi in maniera prevalentemente
simbolica. I simboli astrali preistorici, disegnati su manufatti
o graffiti sulla pietra, come quelli che si trovano in Valcamonica,
a Bohuslan e in altri luoghi del mondo, sono innumerevoli. Il Sole
era quasi sempre rappresentato da un cerchio, spesso dotato di un
punto centrale, oppure di una croce; più raramente, il cerchio
era avvolto da un’ampia raggiera.
Anche la spirale, in molti casi, era un segno solare; molti esempi
di questa simbologia si possono ammirare in tutta Europa, sui monoliti
che compongono le tombe megalitiche o incisi sulle pietre che si
trovano numerose nei luoghi ove venivano celebrati i riti solari,
soprattutto durante l’Età del rame.
Un altro simbolo solare era la svastica, utilizzata specialmente
dalle genti asiatiche, ed evoluta in Europa nel particolare petroglifo
noto come ‘rosa camuna’, di cui troviamo 93 esemplari
in Valcamonica, ma anche in Inghilterra, in Svezia, in Irlanda e
altrove.
La Luna venne invece rappresentata semplicemente con un segno a
forma di ‘C’, sia diritta che rovesciata; in altri casi
indicata con una falce oppure con le corna di un toro. Tutte figure
simili all’aspetto che l’astro assume durante il ciclo
delle fasi. Durante la preistoria, la relazione tra il simbolo lunare
e quello delle corna del toro rappresentò l’immagine
della potenza creativa, della fecondità della terra, cioè
il significato sacrale dell’atto della creazione, e simboleggiò
pertanto la continuità del ciclo cosmico. Nell’antica
Europa la Luna era legata alla dea della vita, che presiedeva anche
alla crescita della vegetazione e persino alla morte.
Un altro antichissimo simbolo cosmico fu l’uovo, che risulta
rappresentato frequentemente in molti graffiti paleolitici. Si tratta
dell’uovo dal quale, secondo alcune credenze largamente diffuse,
era emerso l’intero universo. In molti antichi miti babilonesi,
greci, egiziani e indù, l’uovo rappresentava il mondo
in formazione, dal quale erano nati persino gli dei. Nell’antichissima
letteratura indù appare tra le tante, anche la cosmogonia
della Chandogya Upanisad, nella quale l’universo è
considerato come le due parti di un guscio d’uovo, una metà
del quale, tutta d’oro, rappresenta il cielo, mentre l’altra
metà, in argento raffigura la Terra. Nelle antiche leggende
indiane, infatti il mondo nacque da un uovo cosmico, tanto che in
sanscrito il termine “Brahmanda”, cioè l’uovo
di Brahma, indicava anche l’universo nella sua totalità.
Gli antichi miti, le immagini
tracciate sulla pietra e sui manufatti, i dipinti negli anfratti
rocciosi, evidenziano chiaramente l’attenzione dell’uomo
verso il cosmo e le sue manifestazioni, persino nelle antichissime
comunità preistoriche. I molteplici fenomeni cosmici che
avevano come protagonisti il Sole, la Luna e le stelle costituivano
il riferimento di gran parte dell’attività umana, specialmente
quella che era dedicata al culto della natura e a quello dei defunti.
Ma come possiamo capire, oggi, ciò che dal cielo sapevano
i popoli vissuti millenni orsono? Gli strumenti a tal scopo sono
diversi, e nel loro insieme definiscono una vera e propria disciplina
scientifica: l’archeoastronomia, che studia prevalentemente
i resti dei complessi monumentali preistorici o protostorici.
Cosa significa? Che osservando e misurando con cura gli edifici
antichi è possibile capire se questi sono orientati in direzioni
significative dal punto di vista astronomico, per esempio, i punti
di levata e di tramonto del Sole o di altri astri significativi
in certi giorni dell’anno. E spesso è proprio così,
testimoniando delle profonde conoscenze astronomiche dei nostri
antenati.
Un esempio famosissimo è la “Avenue” di Stonehenge,
che risulta orientata verso il punto in cui durante il III e il
II millennio a.C. era possibile vedere il Sole sorgere all’orizzonte
nel giorno del solstizio d’estate, dietro la cosiddetta “Heel
Stone”. Da allora ,il punto di levata del Sole solstiziale
estivo si è un po’ spostato ma il fenomeno è
ancora oggi ben visibile, come lo era durante il Neolitico e l’Età
del rame. Anche se l’allineamento non è più
così accurato come quando fu disposto dagli esponenti delle
tribù locali che costruirono quello che fu uno dei più
famosi luoghi di culto dell’antichità.
LA
STORIA DELLA VITA SULLA TERRA
Autore: Laura Petreccia
Fonte: the Lighthouse of the Harbour
Ogni forma di vita sulla Terra è
basata su due classi di molecole organiche complesse: le proteine
e gli acidi nucleici.
Gli acidi nucleici sono i costituenti essenziali della molecola
a doppia elica (Dna) che contiene in codice le istruzioni per costruire
altro Dna e anche proteine. Alcune proteine poi sono gli enzimi
che permettono di utilizzare le istruzioni in codice nelle operazioni
di costruzione.
Nelle pozze di brodo primordiale erano presenti gli elementi necessari
per costruire proteine e acidi nucleici: zuccheri, fosfati, amino
acidi; tuttavia il grosso problema è dato dal fatto che le
proteine (enzimi) non possono essere costruite se mancano gli enzimi.
E’ come il problema dell’uovo e della gallina. La soluzione
di questo problema costituisce l’impegno attuale della biologia.
Un successo in tal senso però costituirà solo il primo
passo nella spiegazione dell’origine del più semplice
organismo vivente in grado di svolgere le funzioni essenziali: utilizzare
energia, conservare la propria integrità di insieme, crescere
e duplicarsi con precisione in una sequenza indefinita di moltiplicazioni.
Siamo molto lontani dalla comprensione di tutto ciò: eppure,
circa tre miliardi e mezzo di anni fa la vita ebbe inizio sulla
Terra, si sviluppò e si diversificò.
In tutte le forme viventi oggi note, (micro-organismi, piante, animali)
il materiale genetico è costituito dagli stessi elementi
fondamentali, e le proteine sono formate dagli stessi 20 aminoacidi.
Questa constatazione depone a favore dell’ipotesi di un’unica
origine della vita, dalla quale è scaturita l’immensa
varietà degli esseri viventi e, allo stesso tempo evidenzia
l’estrema improbabilità di questa origine.
I fossili dei primi organismi conosciuti mostrano che questi rassomigliavano
a batteri e sono chiamati eobatteri. Poiché l’atmosfera
primitiva non conteneva quantità adeguate di ossigeno, gli
eobatteri ricavavano la loro energia dai materiali organici del
brodo primordiale ed il loro materiale genetico era localizzato
in filamenti a spirale liberi all’interno della cellula (come
nei batteri ed in tutti gli altri procarioti sino ai nostri giorni).
Si ritiene che gli eobatteri abbiano trovato difficoltà a
causa dell’esaurimento del cibo formatosi dalle reazioni chimiche
del mondo prebiotico e concentrato nel brodo. Dopo centinaia di
milioni di anni però, gli organismi viventi svilupparono
mutazioni che permisero di utilizzare fonti alternative di energia.
La più importante è la comparsa di pigmenti che assorbono
la luce solare e ne utilizzano l’energia (fotosintesi) come
fanno le alghe verdazzurro con il pigmento verde: la clorofilla.
Anche i batteri svilupparono pigmenti adatti a compiere la fotosintesi.
Le alghe azzurre si estesero fino a coprire le acque superficiali.
Gli stromatoliti sono resti fossili che ne testimoniano oggi l’esistenza.
L’influsso della luce solare sulla clorofilla di queste alghe
converte anidride carbonica e acqua in ossigeno e zucchero. In tal
modo in qualche miliardo di anni, dall’atmosfera primitiva,
che conteneva pochissimo ossigeno ed alte percentuali di anidride
carbonica proveniente dalle esalazioni dei vulcani, si formò
l’ossigeno dell’attuale atmosfera terrestre. I primi
organismi multi -cellulari la cui esistenza è documentata
dai fossili sono le meduse ed i vermi, che vengono fatti risalire
a circa 700 milioni di anni fa.
Tutto ciò che possiamo sapere dei due o tre miliardi di anni
precedenti, è che l’ossigeno dell’atmosfera giungeva
a circa metà del livello attuale e si verificò un
assestamento genetico negli organismi eucarioti, per cui il codice
genetico del Dna si raccolse all’interno del nucleo centrale
delle cellule dove era più protetto e così guidava
il processo di riproduzione riducendo il margine degli errori di
trascrizione. Se pensiamo alla scala temporale dell’esistenza
degli organismi viventi ciò che sembra superare ogni immaginazione
è l’enorme durata della più semplice fase procariota,
che continuò per 1600 milioni di anni prima che si verificasse
il riassestamento del materale genetico negli eucarioti.
Con la comparsa, avvenuta circa 700 milioni di anni fa, degli organismi
multicellulari ebbe inizio la differenziazione cellulare secondo
le diverse funzioni, che rivelò le immense capacità
capacità innovative dell’evoluzione biologica. Questo
avvenimento è una rivoluzione dopo miliardi di anni di vita
unicellulare.
Possiamo disegnare un diagramma della storia della vita, che rappresenti
la principale biforcazione tra piante da un lato ed animali dall’altro
con le successive ramificazioni di ordini, famiglie, generi e specie.
Ad esempio, i resti fossili dicono che 500 milioni di anni fa prosperavano
gli artropodi trilobiti che si estinsero 200 milioni di anni fa.
I grandi dinosauri dominavano la Terra a partire da 225 milioni
di anni fa ma si estinsero 65 milioni di anni fa. Da allora in poi
predominarono i mammiferi. Apparvero allora i nostri remoti antenati
primati, ma le testimonianze sono assai incomplete, così
che i dettagli dell’origine ominide sono ancora incerti. Non
vi sono testimonianze fossili dell’epoca che va da 8 milioni
di anni fa sino alla comparsa dei primi ominidi (Australopithecus)
che risale a circa 5 milioni di anni fa.
Siamo osservatori necessariamente parziali dell’ spettacolo
dell’evoluzione perché ci interessa soprattutto la
linea evolutiva che probabilmente condusse alla comparsa dei nostri
immediati antenati, l’Homo Sapiens, circa 200 mila anni fa.
DARWIN:
LA CHIESA E L’EVOLUZIONE
L’istruzione del periodo di
Pio XII aveva affrontato il problema dell’evoluzione nella
Humani Generis, e non c’era nessun pericolo di conflitto con
i dati di dottrina ricevuti nella formazione cattolica; anzi sarebbe
stato offensivo pensare ad un Dio-burattinaio la cui azione dovesse
determinare direttamente ogni fatto osservato. Era proprio il contrario
nella tradizione culturale della Chiesa, da S. Agostino a San Tommaso:
Dio opera per cause seconde che sono altre creature visibili e sperimentabili;
e la scienza della natura non è altro che l’esplorazione
di queste cause seconde, demandando alla metafisica o “filosofia
prima” lo studio dell’essere in quanto tale, indipendentemente
dalle connotazioni specifiche che catturiamo nelle nostre osservazioni.
Il problema di una armonia fra Fede (verità rivelate) e Ragione
(verità accessibili alla nostra ragione autonoma) riguarda
la filosofia prima e non la scienza, come discusso da Giovanni Paolo
II nelLA Fides et Ratio.
In effetti questo quadro è stato modificato negli ultimi
decenni dal diffondersi di due fondamentalismi: da una parte alcuni
gruppi cristiani negli Stati Uniti cercano di imporre una corrente
di opinione, detta creazionismo, in base a cui bisogna prendere
alla lettera il racconto biblico della creazione in sei giorni,
con tutte le specie, compreso l’uomo, apparso solo da circa
cinquemila anni; dall’altra alcuni divulgatori scientifici-
attraverso i media, giornali e tv – cercano di imporre il
loro credo (scientismo) che la scienza possa dire tutto e che non
esiste altro di cui parlare. Si tratta in ambo i casi di una deficienza
culturale, di una forma di intolleranza per cui il predicatore familiare
con la Bibbia o lo scienziato familiare con le sue procedure tendono
a svalutare modi alternativi di conoscenza, senza cercare di esplorarne
la validità.
Questo dibattito richiede una maturità di giudizio.
La scienza moderna è figlia della rivoluzione culturale cristiana.
Nel pensiero antico manca l’idea di creazione dal nulla: o
il mondo è emanazione, appendice necessaria di Dio, il quale
è un po’ calato nel mondo (panteismo: Dio in tutto);
oppure la materia è organizzata a caso nelle varie forme,
che pertanto sono precarie (ateismo: assenza di Dio). Questo implica
che lo studio della natura è una teologia, impedendo una
ricerca senza preconcetti, oppure che no esistono comportamenti
ripetibili perchè il caso può scompaginare quanto
accaduto finora.
Invece la rivelazione biblica parla di un Dio che crea liberamente
dal nulla. Questo ha almeno due implicazioni immediate: primo l’organizzazione
del mondo non è casuale ma vi si possono estrarre regolarità
(le leggi di natura), secondo, il mondo non è parte necessaria
di Dio, ma ha una sua autonomia, e pertanto può essere esplorato
senza ricorrere a una teologia.
Queste implicazioni sono state la base della fioritura scientifica
delle scuole medievali, di cui Galileo e Newton sono il coronamento
e con cui non sono in opposizione come taluni credono.
Nella Lettera a Cristina di Lorena, madre del Granduca di Toscana,
Galileo dice Che Dio ha scritto in due libri, il libro della natura
e quello della rivelazione, e una lettura attenta e onesta dei due
libri non può portare a conflitti. Purtroppo la Chiesa del
tempo, nell’emergenza delle dispute religiose che opponevano
le chiese riformate a Roma, reagì con una chiusura per cui
la libera investigazione, nata al suo interno per esplorare le cause
seconde, proseguì al di fuori e spesso contro di essa. Ma
quando a metà ‘800 Darwin cominciò a parlare
di evoluzione per mutazione e selezione da parte cattolica si fu
in genere più cauti di quanto non fossero gli esponenti della
Chiesa Anglicana, che finirono sbertucciati per posizioni ingenue
e di basso profilo culturale, non solo sul piano scientifico-filosofico,
ma anche sul piano della cultura interna della Chiesa, che aveva,
come visto, già dai primi secoli dibattuto il problema della
libertà di esplorazione del mondo.
La mia attitudine di studiosa e di credente è che il mondo
ha una sua consistenza autonoma, che è mio dovere esplorarlo
con libertà in base al mandato di Dio ad Adamo di dare un
nome a tutti gli oggetti del creato, che in ogni caso la creazione
libera porta ad un universo che ha un senso e tocca a me- leggendo
il libro della natura- trovare questo senso; il caso non è
il dominatore, ma è il nome che io attribuisco a fenomeni
di cui mi sfugge (ancora o per sempre?) la spiegazione.
Quanto a quegli elementi di forza razionale che mi spingono a cercare
Dio prima ancora che io lo trovi nelle Sue parole rivelate, sono
alla portata di tutti, fanno parte del senso comune che non ha bisogno
di strumentazione scientifica: se guardo me stesso o il mondo intorno
a me, vedo che ogni cosa è, è e basta, senza bisogno
di specificare quelle collezioni di attributi che esploro con la
scienza. Ma questo essere non è necessario, è quel
che si dice contingente (oggi c’è domani non più:
vale per me, per le stelle e per tutto ciò che osservo):
deve perciò avere ricevuto l’essere da un Essere assoluto,
che lo dona liberamente nella creazione. Dunque la creazione non
è confinata all’origine del cosmo, ma continua sempre.
Qui nasce una obiezione: se usiamo il nostro linguaggio per parlare
di Dio non cadiamo nell’antropomorfismo (il Dio nostra proiezione
di L. Feurbach)? No, se parliamo dell’essere in modo analogo,
cioè non intendendo che il termine essere abbia lo stesso
valore quando si parla di una creatura e quando si parla di Dio;
e qui la nostra ricerca è aiutata dalla rivelazione: Dio
parlando a Mosè dice di se stesso “Io sono colui che
è”.
LA
TEORIA DI DARWIN
La teoria di Darwin dell’evoluzione
biologica, così come l’elaborazione del metodo di Galileo,
va considerata come una delle più grandi conquiste scientifiche.
Essa ha un immenso potere esplicativo: anche se non ha una forma
definitiva e andrà modificata dall’aumento dei ritrovamenti
fossili dal progresso della biologia molecolare, non vi sono alternative
per spiegare quanto osservato. Vi è però il pericolo
che la teoria dell’evoluzione biologica sia irrigidita in
dogma mentre il suo potere esplicativo è ancora insufficiente
e va messo ala prova. La teoria si compone di due elementi. In primo
luogo vi sono mutazioni del materiale genetico, i geni composti
del Dna. Le mutazioni sono piccoli cambiamenti nella struttura molecolare
del dna. Esse avvengono per puro caso, ad esempio in conseguenza
dell’azione di elementi chimici e di radiazioni, e non sono
dovute in alcun modo al bisogno dell’organismo di aumentare
le proprie capacità di sopravvivenza. In secondo luogo, c’è
la selezione naturale che garantisce la conservazione delle combinazioni
di geni più adatte alla sopravvivenza. Gli animali con una
combinazione genetica sfavorevole sono eliminati nella competizione
da quelli dotati in maniera più vantaggiosa.
di Dio”.
L’APOSTOLO VIAGGIATORE
Autore: Fabrizio Bisconti
Fonte: Archeo n.7 (185)
La grande avventura dell’evangelizzazione
del mondo antico iniziò tra il 45 e il 48 d.C. quando Paolo
con il fedele Barnaba, mosse alla volta di Antiochia di Siria. Da
qui raggiunse Seleucia e poi l’isola di Cipro.
“Giunti a Salamina- ricordano gli Atti degli Apostoli (capp.
13-14)-annunziarono la parola di Dio nelle Sinagoghe…attraversata
tutta l’isola, fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso
profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio
Paolo, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava
ascoltare la parola di Dio”.
Quel primo viaggio continuò, sino a raggiungere l’Asia
Minore, toccando le importanti città di Perge, di Antiochia
di Pisidia, di Listra, di Derbe e dintorni. In tutte queste tappe,
la dinamica dell’evangelizzazione prevede sempre un primo
impatto con le comunità giudaiche per poi rivolgersi ai pagani;
ma, quasi in tutti i casi, furono proprio i Giudei ad accogliere
più tiepidamente gli evangelizzatori, tanto che Paolo e Barnaba
furono spesso costretti a fuggire, braccati dalle autorità
e dalle popolazioni istigate dagli ambienti ebraici.
Nonostante queste fughe improvvise, le città toccate dalla
missione di Paolo conobbero presto la genesi e l’evoluzione
di comunità vive e guidate da anziani prescelti dall’apostolo
delle genti, come era successo ad Antiochia e a Gerusalemme.
IN ASSEMBLEA SOLENNE
I Giudei divenuti cristiani, in
seguito all’attività evangelizzatrice di Paolo, crearono
il primo grave problema interno della Chiesa nascente. Da Gerusalemme,
infatti, giunsero alcuni Giudei che esigevano che ai pagani divenuti
cristiani fosse praticata la circoncisione; ma, in una solenne assemblea,
che si tenne proprio a Gerusalemme e durante la quale presero la
parola anche Pietro e Giacomo, si decise, secondo il giudizio paolino,
di lasciar liberi i cristiani di osservare le leggi del giudaismo.
Mentre le comunità nascenti soffrivano per questi precoci
problemi di coesione interna, nei primi mesi del ’50 d.C.
Paolo intraprese il secondo viaggio: questo durò circa tre
anni e toccò, in un primo tempo, le città già
evangelizzate durante il primo viaggio, per portarlo infine in Europa.
Paolo, accompagnato da Sila, Timoteo e Silvano, fondò alcune
chiese in Macedonia e in Acaia e, segnatamente, a Filippi, Tessalonica,
Berea, Atene e Corinto. Di questo secondo viaggio rimane indelebile
il ricordo del discorso che Paolo fece dinanzi all’Areopago
di Atene, incalzato da alcuni cittadini che avevano chiesto: “
Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?”, e
ancora: “Sembra essere un amministratore di divinità
straniere!”. Paolo provò a spiegare i dogmi fondamentali
della nuova dottrina, ma quando sentirono parlare di resurrezione
di morti alcuni lo deridevano e altri dissero: “Ti sentiremo
su questo punto un’altra volta” ( Atti degli Apostoli
17).
Nella primavera del 53 d.C. iniziò il terzo viaggio di Paolo
che attraversò la Galazia e la Frigia, alla volta di Efeso,
dove soggiornò tre anni, per recarsi quindi a Corinto, a
Filippi e poi raggiungere di nuovo Gerusalemme. Qui l’atmosfera
si rivelò subito difficile, come gli comunicarono Giacomo
e gli anziani della comunità, tanto che Paolo, per le accuse
dei Giudei, fu arrestato dai soldati romani e trasferito a Cesarea,
dove fu processato dal procuratore Felice che, pur ritenendolo innocente,
lo fece recludere per due anni.
UN VIAGGIO TRAVAGLIATO
Nel 59 d.C. i Giudei reclamarono
presso il nuovo procuratore Festo affinché Paolo fosse estradato
a Gerusalemme, ma l’apostolo si appellò alla sua cittadinanza
romana e fu inviato a Roma. Nel settembre dello stesso anno iniziò
un viaggio pieno di insidie, che culminò con il terribile
naufragio sull’isola di Malta.
Qui Paolo soggiornò per alcuni mesi, compiendo molti miracoli,
ma poi si imbarcò per Siracusa e di lì mosse verso
Pozzuoli. Il viaggio continuava per via di terra. Il porto campano
rappresentava uno scalo fisso per tutti i naviganti che, provenendo
dall’Africa o dall’Oriente, si dirigevano a Roma, e
lì Paolo trovò un gruppo di “fratelli”,
dunque dei cristiani (Atti degli Apostoli 28,14)). Il cristianesimo
si era propagato precocemente in Campania, forse per la vicinanza
con Roma, forse per la vicinanza con Roma, forse per i contatti
che i porti campani avevano con tutte le genti del mediterraneo.
A Pompei, d’altra parte, come dimostrano le pitture di una
domus con la rappresentazione del giudizio di Salomone, era già
attestata una comunità giudaica, mentre è più
difficile dimostrare archeologicamente la presenza in zona di cristiani
nel I secolo d.C., in quanto il celebre segno cruciforme rinvenuto
nella Casa del Bicentenario a Ercolano altro non sembra che l’incavo
di un mobile ligneo.
NELLE CATACOMBE DI SAN GENNARO
Più evidenti, ma più tarde di oltre un secolo, paiono
le testimonianze archeologiche sicuramente cristiane riferibili
alla città di Napoli, in quanto, intorno alla fine del II
secolo, furono scavate e decorate con temi cristiani le catacombe
di San Gennaro a Capodimonte. Allo stesso frangente cronologico
possiamo, infine, riferire gli scritti di un autore di ambiente
campano, noto come il Pastore di Erma.
Paolo
attraversò la Campania alla volta di Roma. Sono ancora gli
Atti degli Apostoli (28,14-15) a
riferirci la dinamica di queste ultime tappe del viaggio della cattività:
“E così arrivammo a Roma.
E di là i fratelli, che avevano sentito le nostre peripezie,
ci vennero incontro fino al Foro Appio
e alle Tre Taverne. Quando li vide, Paolo ringraziò Dio e
prese coraggio”.
I cristiani di Roma conoscevano molto bene Paolo, non solo per la
fama del suo pensiero e della
sua attività missionaria ma perché, già nel
57 d.C., erano stati i destinatari di una lunga lettera
dell’apostolo che manifestava il desiderio di incontrarli.
Per questo motivo un cospicuo gruppo di fedeli gli si fa incontro
lungo la regina viarum, la via Appia, e alcuni raggiunsero addirittura
la
statio di Tres Tabernae, che distava oltre cinquanta chilometri
da Roma; addirittura alcuni si
inoltrarono sino a Forum Appii, a sessantacinque chilometri dalla
città.
ROMA AL TEMPO DI PIETRO E PAOLO
Chi erano quei cristiani che, con tanto entusiasmo, erano andati
incontro all’apostolo delle genti? Come e quando si era diffuso
il cristianesimo a Roma? Certa storiografia riferisce la prima evangelizzazione
dell’Urbe a San Pietro, interpretando un passaggio veloce
degli Atti degli Apostoli (12,17), nel quale si racconta la rocambolesca
fuga dal carcere del principe degli apostoli che, comunque, non
si sentiva più sicuro a Gerusalemme, sicchè tra il
41 e il 44 “Pietro se ne andò in altro luogo”.
Il laconico epilogo del racconto lascia molti dubbi circa un’effettiva
evangelizzazione petrina della città e , d’altra parte,
Paolo, nella celebre lettera a cui si è già fatto
cenno, avrebbe sicuramente alluso alla presenza di Pietro presso
quella comunità “la cui fama si spande in tutto il
mondo” (Rm.1,8).
All’arrivo di Paolo la capitale dell’impero ospitava
un nutrito numero di giudei; almeno 42.000 persone-secondo alcuni
storici- erano organizzate in comunità definite sinagoghe,
disseminate un po’ in tutta la città, da Trastevere
alla Suburra. I Giudei svolgevano specialmente attività commerciali
e rappresentavano, dunque, una componente fondamentale nella dinamica
sociale ed economica, sin dai tempi di Augusto.
UN
ANONIMO AGITATORE
All’epoca di Caligola (37-41
d.C.) l’ebreo Filone di Alessandria così descrive la
comunità giudaica di Roma: “Abitano un grande quartiere
della città, nel Trastevere; per lo più, sono vecchi
prigionieri di guerra, liberati dai loro padroni. Con il benestare
di Augusto, hanno costruito le sinagoghe, dove tengono le loro riunioni,
specialmente il sabato, apprendono la legge dei loro padri, raccolgono
del denaro che inviano a Gerusalemme”. (Legatio ad Gaium 23).
Svetonio, il biografo degli imperatori romani, ci ricorda un grave
episodio capitato alla comunità giudaica al tempio di Claudio,
il quale “cacciò da Roma gli Ebrei continuamente in
tumulto per le istigazioni di Cristo” (Claud.25). Nonostante
alcuni storici abbiano tentato di individuare nel Cristo- che nel
testo è menzionato come Chrestus- un sobillatore qualsiasi,
è evidente che l’importante provvedimento imperiale
fu preso per dissidi che la nuova religione cristiana provocava
all’interno delle comunità giudaiche. Gli Atti degli
Apostoli ci parlano continuamente dei problemi di convivenza tra
gli aderenti alle due religioni, sino a giungere all’uccisione
di Stefano a Gerusalemme, alla lapidazione di Paolo a Listra. Alle
fughe di questi da Filippi e da Corinto.
Alla notizia ricordata di Svetonio non si è attribuita sempre
molta affidabilità, in quanto non viene menzionata da altri
importanti storici, come Tacito, Giuseppe Flavio e Dione Cassio,
ma sull’episodio abbiamo un’ulteriore testimonianza,
proveniente ancora dagli Atti degli Apostoli, relativa al soggiorno
di Paolo a Corinto: “ A Corinto Paolo trovò un Giudeo
chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia
con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio
che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da
loro e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì
nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricanti
di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di
persuadere i Giudei e greci.” (18,1-4). Questi fatti possono
essere collocati tra il 49 e il 50 d.C., ma più tardi i due
romani salveranno la vita a Paolo, durante alcuni disordini di Efeso
e, infine li ritroveremo a Roma, quando soggiornerà Pietro
nella città.
Una decina di anni dopo l’editto di Claudio, a Roma si era
costituita una cospicua comunità, tanto è vero che
l’apostolo delle genti, soltanto tre giorni dopo il suo arrivo,
ebbe un incontro con i rappresentanti giudei della città.
L’atmosfera si era placata e gli Ebrei sembravano desiderosi
di conoscere le peculiarità della nuova religione e, anzi,
alcuni di essi, insieme a qualche pagano, aderirono subito al cristianesimo
che, d’altra parte, era già una consistente realtà
di fatto. Di lì a qualche anno, la comunità cristiana
di Roma- secondo quanto ci ricorda Tacito - sarà un’”ingente
moltitudine”, tanto che neppure la violenta persecuzione neroniana
riuscì a decimarla.
A quest’ultimo proposito, dobbiamo ricordare la notte fra
il 18 e il 19 luglio del 64 d.C., quando a Roma scoppiò il
più tremendo degli incendi della sua storia. Il terribile
evento è intimamente legato alla fine tragica e gloriosa
di Pietro e Paolo. Mentre gli storici attribuirono, quasi all’unanimità,
la responsabilità del disastro all’imperatore, le colpe
furono addossate ai cristiani. La persecuzione fu istantanea e tremenda
e interessò prima coloro che confessavano di aver aderito
alla nuova religione e poi molti altri, per delazione. Alcuni di
questi furono giustiziati nel circo Vaticano: furono avvolti con
pelli di fiera, perché fossero divorati dai cani, o furono
usati come “torce umane” per illuminare i giardini adiacenti.
L’imperatore stesso partecipò in prima persona a questi
giochi, travestito da auriga (Tacito, Anali 15,44).
Tra i supplizi contemplati
dalla persecuzione neroniana emerge, per la similitudine con la
morte di Cristo, quello della crocifissione, che , secondo le fonti
e la tradizione, venne riservata anche a Pietro. Agli esordi del
III secolo, Tertulliano ricorda: “Pietro fu crocifisso, Paolo
decapitato” (Scorpiace 15,3).Alla
fine del II secolo furono redatti gli Atti di Pietro, uno scritto
apocrifo (non incluso, cioè tra i testi canonici), in cui
si puntualizza la modalità di questa crocifissione. Pietro
prega, così, i suoi aguzzini: “Io vi scongiuro, o carnefici,
crocifiggetemi così: con la testa in giù”.
E’
difficile risalire alla data del martirio di Pietro. Mentre Clemente
di Roma e Ireneo sembrano fissare tale data all’anno stesso
dell’incendio neroniano, sull’onda delle prime persecuzioni,
il grande storico della chiesa Eusebio di Cesarea e San Girolamo
riferiscono la data del martirio dei principi degli apostoli al
67 d.C. Per quanto riguarda la fine tragica di Paolo, sappiamo che
essa comportò il supplizio della decapitazione che, secondo
le norme riservate ai cittadini romani, fu eseguita fuori della
città. La tradizione vuole che la decollatio sia avvenuta
al III miglio della via osiense, in un sito definito “ad aquas
Salvias”, dove si può ancora ammirare un complesso
di santuari.
IL
RITMO DELLA FEDE
Fonte: Toscana Oggi, 4 luglio
2004
Autore: Valeria Novembri
Il primo riferimento alla musica
nella Bibbia si trova poco dopo il racconto della creazione: insieme
alla pastorizia e all’artigianato essa riveste un ruolo di
primo piano come primordiale manifestazione di civiltà. In
Genesi 4,21, infatti, Iubal, uno dei discendenti di Caino, ci viene
presentato come il “padre di tutti suonatori di cetra e di
flauto”, mentre i suoi fratelli Iabal e Tubalkàn incarnano
rispettivamente “il padre di quanti abitano sotto le tende
accanto al bestiame” e “il fabbro, padre di quanti lavorano
il rame e il ferro”. In questa prima menzione degli strumenti
musicali appartenenti alla tradizione ebraica, si può facilmente
notare una non casuale distinzione fra strumenti a corda (la cetra)
e strumenti a fiato (il flauto). Pare che una simile suddivisione
no fosse priva di significato: i primi tra cui l’arpa e la
cetra, che servivano ad accompagnare il servizio liturgico, erano
gli strumenti propri dei leviti, incaricati dell’esecuzione
musicale all’interno del Tempio, mentre i secondi e in particolare
il corno, generalmente di ariete o di capro, mai di bue, e la tromba,
realizzata in metallo prezioso, erano destinati ai sacerdoti, a
causa della loro notevole componente simbolica. Con uno strumento
a fiato, infatti, lo jobel, o “tromba dell’acclamazione”,
si dava l’inizio all’anno giubilare, mentre il corno
d’ariete, lo shophar, aveva accompagnato la rivelazione di
Dio a Mosè sul monte Sinai (Es 19,19) e, insieme alla tromba,
la hazozrah, aveva manifestato la sua potenza devastatrice in contesti
di guerra. Durante la presa di Gerico da parte di Giosuè,
infatti sette sacerdoti per sette giorni suonarono questi strumenti,
guidando l’esercito in marcia intorno alle mura della città;
al settimo giorno, al segnale dello shophar, il popolo di Dio lanciò
il grido di guerra e le mura di Gerico crollarono.
Le trombe dovevano accompagnare gli olocausti e i sacrifici pacifici,
così come era avvenuto al momento dell’ingresso dell’arca
dell’alleanza a Gerusalemme (2 Sam 6). La consacrazione del
Tempio di Salomone (2Cr 5,12-13), invece, era stata celebrata da
una vera e propria orchestra, in cui i leviti suonavano cembali,
arpe e cetre all’unisono con centoventi sacerdoti muniti di
trombe. E’ da questa lunga tradizione, legata a contesti eccezionali,a
momenti di penitenza, ma anche di gioia e di incontro con Dio, che
la tromba, nel libro dell’Apocalisse, potrà diventare
lo strumento deputato ad annunciare la fine dei tempi e l’imminente
arrivo del giorno del Signore. Per quanto riguarda il culto e la
liturgia del Tempio, gli strumenti più usati erano il kinnor
e il nebèl, che si è soliti identificare con l’arpa
e la cetra. Davide era abilissimo nel suonarli, la sua musica aveva
addirittura potere terapeutico: soltanto lui riusciva ad alleviare
le pene del re Saul “quando lo spirito cattivo lo investiva”
(1 Sam 16,23). Davide fu il riorganizzatore della musica cultuale:
a lui è attribuita gran parte dei Salmi, ma anche l’invenzione
di molti nuovi strumenti musicali (Am 6,5); egli stabilì
che 4000 leviti suonassero i suoi strumenti per rendere lode al
Signore (1 Cr 23,5) e creò classi di cantori e suonatori
addetti alla liturgia ( 1 Cr 15,16-24).
Oltre che dagli strumenti a corda, “l’orchestra”
del Tempio era composta anche da alcuni stumenti a fiato, come l’oboe
doppio, e da percussioni: cembali, timpani e sistri, più
volte citati nel libro di Samuele e nei Salmi.
Accanto agli strumenti di carattere liturgico il popolo ebraico
ne conosceva altri, “laici”, usati nelle feste tradizionali,
durante i matrimoni o per allietare la mietitura e la vendemmia:
vari tipi di flauti, fatti di canna, osso o legno, tamburelli, sistri
e timpani, particolarmente adatti ai ritmi sostenuti e allegri delle
danze.
Pare che questi strumenti fossero strettamente legati al mondo femminile:
dopo il passaggio del mar Rosso, Maria, sorella di Mosè,
guidò le danze delle donne al suono dei timpani (Es 15,20),
mentre, al ritorno di Davide dalla vittoria su Golia, le donne di
Israele cantarono e danzarono incontro al re Saul, accompagnandosi
“con i timpani, con grida di gioia e con sistri” (1
Sam 18,6).
Manifestazioni di giubilo come queste dovettero apparire assolutamente
fuori luogo al popolo ebraico durante la deportazione babilonese,
quando le cetre furono appese ai salici (Sal 137,2), ma soprattutto
dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C., quando in segno
di lutto, tutta la musica strumentale fu proibita dai rabbini: la
liturgia delle sinagoghe al tempo della diaspora fu limitata all’esecuzione
vocale.
PREGARE
A PASSO DI DANZA
Autore: Manuela Sadun Paggi
La danza è l’espressione
più piena della preghiera e della gestualità. Non
viviamo più in epoche in cui la danza era parte integrante
della vita quotidiana e in cui il sentimento del sacro era mescolato
alle attività comuni. La danza è un raro momento di
concentrazione, interiore e sacra, una preghiera completa e corporea,
una meditazione semplice che coinvolge tutto il nostro essere. Mi
riferisco in particolare alla danza ebraica, ma non in maniera esclusiva.
La danza stessa è un’energia vitale e come tale è
risanante. I Chassidim sono quelli che più hanno valorizzato
e apprezzato la danza, come preghiera ed espressione vitale. Un
principio della tradizione e della vita ebraica è che la
tristezza è cattiva, la gioia è buona.
La danza è un modo di vivere col quale abbiamo perso il contatto
e da recuperare. L’importanza della danza si manifesta nelle
sue forme sorte nelle varie epoche storiche, e nei diversi popoli.
Permette un collegamento con le altre discipline e manifestazioni
culturali e esistenziali. E’ un modo di essere e di esistere.
Gli esseri umani hanno sempre danzato nei momenti solenni della
propria esistenza per esprimere i loro sentimenti. E’ un linguaggio
che l’essere umano può usare per esprimere ciò
che lo delude, quello in cui crede, sentimenti emozioni, angosce,
ansie, gioie. Dolori. E’ strumento per comunicare, unirsi,
incontrarsi, entrare i comunione e parlare con l’altro, dalla
profondità del proprio essere.
La danza è un’esigenza innata, in ogni epoca e contesto
socio-culturale. E’ un linguaggio, che usa
come mezzo l’azione motoria in cui il soggetto esprime il
suo mondo interiore.
La danza è unione che si esplica dinamicamente da persona
a persona, come comunione e dialogo da persona all’universo,
come espressione e celebrazione di un rapporto attivo con la natura,
da persona a Dio, è prendere parte al movimento cosmico e
al suo dominio.
La danza si esplica anche come forma di preghiera.
La danza è stata e può essere un modo per vivere in
maniera totale la vita e il mondo: è nello stesso tempo conoscenza,
arte e religiosità. Essa ci rivela che il sacro non è
scindibile dal profano, che lo spirito non può essere disincarnato,
e attraverso di essa l’umano si scopre non diviso, ma interamente
presente a quello che fa mentre i gesti scaturiscono in bellezza
ed armonia. La danza è nata con l’uomo: in quanto tale
la ritroviamo in ogni epoca, in ogni ceto sociale, in ogni luogo
della terra, da ogni parte con le sue caratteristiche ma comunque
danza, che l’uomo adatta alle sue condizioni ed esigenze.
La danza è fatta di umanità, aderente alla vita di
sempre al di là dello spazio e del tempo pur essendo ogni
volta inserita in uno spazio (sale, palestre, all’aria aperta)
e in un tempo (sia cronologico di secolo e giorno che ritmico perché
generalmente è sopra una musica), è dunque universale.
La danza è espressione popolare e religiosa, strettamente
collegata ad ogni aspetto della vita dell’individuo e del
popolo che la esprimono. In essa si estrinseca l’unità
dell’individuo e del suo ambiente, dell’individuo e
del gruppo, del coro e dello spirito. Per le danze ebraiche, si
possono sottolineare le stesse cose e quanto la danza sia, e può
sempre di più, essere momento di unità. Nella cultura
ebraica dove non c’è rappresentazione di immagini,
i gesti della danza diventano immagini del sacro in movimento. La
danza fa parte del patrimonio più prezioso di ogni popolo
ed è sempre stata molto importante per gli ebrei.
Ci sono ben sette verbi nella lingua ebraica che indicano la danza.
E questo sottolinea la diversità dei modi e dei tempi di
questa attività. Alcuni dei tanti esempi lasciateci dalla
Bibbia: “Dopo il passaggio del Mar Rosso la sorella di Mosè,
Miriam, guidò la danza delle donne frai canti e il suono
dei timpani”. (Es 15,20); “Hai mutato il tuo lamento
in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia” (Sal 30,21);
“I vincitori venivano accolti al loro ritorno con timpani
e danze” (Gdc 11,34); “Di nuovo ti ornerai dei tuoi
tamburi e uscirai fra la danza dei festanti” (Ger 31,4).
Punto d’incontro di tutte le risorse che alimentano da oltre
un secolo, la danza popolare ebraica possiede oggi una vitalità
e u colore originale che le conferiscono una incontestabile personalità
nell’universo del folklore dei paesi dove hanno vissuto le
comunità ebraiche (Palestina, Yemen, Spagna, Africa del Nord,
Grecia, Romania, Polonia, Russia) la danza ebraica non ha assunto
per questo un carattere meno originale, affondando proprio nella
cultura le sue origini più intime, tanto che i testi delle
canzoni sono ancora oggi tratti per la maggior parte dalla Bibbia.
Nata nell’antico Israele come forma di preghiera, la danza
ha accompagnato la storia di questo popolo fino ai giorni nostri
adattandosi nei secoli a esigenze storiche e religiose, rielaborando
al suo interno elementi artistici derivati dal confronto con le
svariate culture con le quali l’ebraismo della diaspora è
venuto in contatto. In ogni religione i momenti danzati sono preghiera
ed espressione vitale di corpo e anima in cui il corpo è
lo specchio di una profonda religiosità. Chi danza si accorge
di andare oltre la fatica, di no stancarsi, di avere un rapporto
diverso col male fisico, è uno stimolo ad andare sempre avanti
a dare il meglio di sé, a valorizzare la disciplina, ad annullare
l’ambizione personale, a trasmettere armonia.
Si balla in gruppo come nelle danze antiche rituali e così
si sperimenta la gioia, la vitalità e anche momenti mistici
nel tentativo di avvicinarsi al misterioso, all’incomprensibile.
Mostra la nobiltà, l’eleganza e la dignità che
caratterizza l’umanità i quanto tale; la danza con
la sua azione motoria può rappresentare questo. Muovendoci
nel nostro modo di porsi e di essere, ci manifestiamo e diciamo
chi siamo.
La danza, in un mondo in cui sembra mancare spazio per l’alterità,
l’amicizia , l’amore, è accoglienza gioiosa.
Per la presenza, oggi, di più culture, la danza dei vari
popoli e delle varie religioni può diventare un reciproco
momento d’integrazione che favorisce la comunicazione e la
comprensione.
La danza è nata e cresciuta nelle civiltà comunitarie,
ma si è intristita nelle civiltà moderne e individualistiche;
forse la sua riscoperta è in grado di contribuire a creare
una nuova sintesi in cui la comunità coesiste con la ricchezza
dell’individuo e della sua creatività, proprio come
in una danza in cerchio in cui non c’è niente di statico
e già predisposto, per passare così da una civiltà
dello scontro a una civiltà della coralità, per un
nuovo modo di vita. Solo l’arte e la bellezza trasformano
una società. Dove non c’è l’arte e la
bellezza non c’è armonia, non c’è anima.
Danzare insieme è la lotta più efficace per superare
conflitti e riconciliarsi. La danza come l’arte, non può
essere un mezzo per la fama e la gloria personale, ma di umiltà,
devozione, gratitudine.
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