Primo Levi, che sopravvisse ad Auschwitz, descrisse così nel suo libro "I sommersi e i salvati", pur dal suo punto di vista laico, la forza morale e spirituale che sorresse i Testimoni ed altri:

  "Non solo nei momenti cruciali delle selezioni o dei bombardamenti aerei, ma anche nella macina della vita quotidiana, i credenti vivevano meglio (..) Non aveva alcuna importanza quale fosse il loro credo, religioso o politico. Sacerdoti cattolici o riformati, rabbini delle varie ortodossie, sionisti militanti, marxisti ingenui o evoluti, Testimoni di Geova, erano accumunati dalla forza salvifica della loro fede. Il loro universo era più vasto del nostro (...) più comprensibile: avevano una chiave e un punto d'appoggio, un domani millenario per cui poteva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra in cui la giustizia e la misericordia avrebbero vinto in un avvenire forse lontano ma certo: Mosca, o la Gerusalemme celeste, o quella terrestre. La loro fame era diversa dalla nostra; era una punizione divina, o una espiazione, o un'offerta votiva (...) Il dolore, in loro o intorno a loro, era decifrabile, e perciò non sconfinava nella disperazione."

           

 

 

 

 

 

 

Marie-Claude Vaillant-Couturier, che fu testimone al processo di Norimberga e che in seguito divenne Presidente della Federazione francese dei deportati internati resistenti e patrioti,  ha detto:

  "A Ravensbruck, solo le prigioniere dell'Armata Rossa e le Bibelforscherinnen avevano rifiutato di lavorare per la guerra (dichiarandolo apertamente): le une e le altre sono state perseguitate e decimate, ma alla fine hanno vinto. ( ...) Le testimoni di Geova non si lasciavano domare o ricuperare (...) ho un grande rispetto per il loro coraggio".

Lidia Beccaria Rolfi, nel libro "Le donne di Ravensbruck - testimonianze di deportate politiche italiane" ricorda così le testimoni di Geova:

  (...)vi sono (...) molte testimoni di Geova (...) sono riunite in un unico blocco e sottoposte a disciplina durissima".

"Un centinaio di testimoni di Geova, che rifiutano di lavorare per l'industria bellica, sono punite con 25 colpi di bastone e trasferite in cella senza acqua né cibo."

"Per la città concentrazionaria non è previsto il cimitero. Nei primi anni i cadaveri delle deportate decedute in campo sono bruciati nel crematorio di Furstemberg, poi, come la popolazione cresce, viene costruito un forno crematorio indipendente, giusto al di fuori del muro di cinta, in prossimità del lago.   

(...) Il camino, a partire dall'estate del '34, fuma giorno e notte. Al buio è ancora più sinistro: sulla cima brilla una fiamma verdastra e il vento, quando spira da Nord, porta fino in campo l'odore della carne bruciata e scorie e cenere che cadono addosso, imbrattano i visi e le mani, impregnano gli abiti. I triangoli viola, le testimoni di Geova, sono addette al trasporto della cenere dal crematorio al lago.

  Le vedo andando e tornando dal lavoro. Tirano delle cariole come quelle che usano i muratori, piene di cenere grigia. E' difficile accettare l'idea che quella cenere è tutto quello che resta del corpo di tante compagne che vediamo sparire dai blocchi. Entrano al Revier e non tornano più, diventano fumo che esce dal camino e polvere grigia portata in giro e scaricata nel lago. Nel lago, durante i mesi d'estate, vedo le mogli ed i bambini degli ufficiali SS che fanno il bagno e si divertono a sguazzare nell'acqua.

(...) Intanto le testimoni di Geova versano nel lago le carriole di cenere del crematorio e l'acqua che lambisce la sponda diventa grigia. Il risucchio porta la polvere grigia al largo e le donne delle SS nuotano nella polvere grigia. La cenere dei morti è asettica, e non inquina.

 

Margarete Buber-Neumann, prigioniera politica tedesca, fu per due anni la capoblocco delle testimoni di Geova a Ravensbruck. Nel suo  libro "Prigioniera di Stalin e di Hitler" ha descritto in venti pagine la sua esperienza con le appartenenti ai triangoli viola:

            "Le Testimoni di Geova (...) erano le uniche prigioniere di Ravensbruck a formare una comunità di fede compatta (...) La fede conferiva alle Testimoni di Geova una forza inesauribile e negli anni della loro permanenza nel campo dimostrarono tutte di affrontare impavide la morte e di saper sopportare in nome di Geova prove inaudite senza dar segni di cedimento. (...) Attenendosi al comandamento biblico "non uccidere", i Testimoni di Geova erano di conseguenza obiettori di coscienza, una scelta che era costata la vita a molti dei loro confratelli. Anche le prigioniere di Ravensbruck rifiutavano di eseguire qualunque attività a sostegno della guerra. (...) In un certo senso le Testimoni di Geova si potevano ritenere "prigioniere volontarie". Infatti per essere immediatamente rilasciate sarebbe stato sufficiente presentarsi alla capo-sorvegliante e firmare una dichiarazione con la quale abiuravano la loro fede. Il testo del documento suonava all'incirca così: "Con la presente dichiaro che da questo momento non sono più una Testimone di Geova e non presterò più il mio sostegno all' 'Unione Internazionale dei Testimoni di Geova', né con la predicazione, né con gli scritti."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel  libro, dal titolo "Milena, l'amica di Kafka"  Margarete Buber Neumann scrisse a proposito della corrispondenza degli internati:

"A Ravensbruck ci era consentito scrivere lettere. La carta da lettere, da acquistarsi alla mensa del campo, recava in testa, oltre alla dicitura 'Campo di concentramento di Ravensbruck', le norme riguardanti lo scambio epistolare delle prigioniere con il mondo esterno.

  Una carta speciale con le scritte in rosso era destinata alle 'vecchie' politiche che erano state internate prima dello scoppio della guerra e avevano il permesso  di scrivere sedici righe due volte al mese; un'altra carta speciale era destinata alle Testimoni di Geova e accanto e accanto alle norme usuali recava la seguente scritta in lettere verdi : 'Io sono tuttora Testimone di Geova!' e poteva contenere solo un testo di cinque righe".

           

 

Anche una nipote del generale francese Charles de Gaulle, dopo essere stata liberata, scrisse a proposito delle 500 o più fedeli Testimoni rinchiuse a Ravensbrück:

  “Provo vera ammirazione per loro. Erano di diverse nazionalità: tedesche, polacche, russe e ceche, e hanno sopportato terribili sofferenze per le loro convinzioni. . . . Mostrarono tutte grandissimo coraggio e con il loro comportamento si guadagnarono infine anche il rispetto delle SS. Avrebbero potuto essere liberate immediatamente se avessero rinnegato la loro fede. Ma, al contrario, continuarono a resistere, riuscendo perfino a introdurre nel campo libri e volantini”.

 

I testimoni di Geova, non erano costretti a soffrire e morire. Potevano scegliere. Veniva offerta loro una via d’uscita. Bastava che firmassero il documento in cui rinnegavano la loro fede e potevano tornare in libertà. Nella stragrande maggioranza dei casi essi scelsero di non firmare. Il nazismo cercò invano di appropriarsi della fede dei testimoni di Geova con la violenza. Le S.S. cercarono, senza riuscirci, di omologare le coscienze dei triangoli viola.    Costoro furono vittoriosi di fronte alla morte, e ancora oggi il loro esempio di integrità cristiana merita la nostra ammirazione.