Leggere
i segni dei tempi. Europa Culture e Religioni
SUMMIT LIGHTHOUSE
40° Sessione di Formazione Ecumenica
SAE Segretariato delle Attività Ecumeniche
Tema: Leggere i segni dei tempi.
Europa, culture, religioni
Matteo, 15,35 -37; 16,1-4; 16,17
Autore: Laura Petreccia Sintesi: La meditazione è sul testo di
Matteo 16,1-4: ‘Non sapete distinguere i segni dei tempi?
Qual è l’atteggiamento degli uomini di fronte ai segni,
che Dio con generosità ‘moltiplica’ sotto i nostri
occhi.
“Non c’è nulla di male a chiedere o cercare segni
dal cielo – tuttavia spesso, come per i farisei e sadducei,
ciò accade perché non riusciamo a vedere quelli che
ci sono già dati, dal momento che attendiamo segni che corrispondano
all’idea che noi ci siamo fatta di Dio ed al modo con cui
abbiamo ‘pianificato’ il suo modo di agire”.
Siamo perciò responsabili e colpevoli
“se ci limitiamo a ‘leggere il tempo atmosferico’
e non il tempo metastorico, salvifico; se ci limitiamo a discernere
i segni dei tempi, senza leggerli alla luce dell’unico solo
segno: la Morte e Resurrezione di Cristo. Infatti, solo una fede
autentica in Lui, segno per eccellenza, ci rende capaci di individuare
i numerosi ‘segni’ come molteplici irradiazioni da quest’unica
fonte. Inoltre, se sapremo esaudire la volontà di Gesù
morente: “che siano uno”, noi stessi diverremo “segno
dei tempi” per gli uomini di oggi”.
“Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù
prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li
dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. Tutti
mangiarono e furono saziati”. Mt 15,35-37
“I farisei e i sadducei
si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse
loro un segno dal cielo. Ma egli rispose: “Quando si fa sera,
voi dite: Bel tempo perché il tempo rosseggia; e al mattino:
Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete
dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere
i segni dei tempi? Una generazione perversa e adultera cerca un
segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona.
E lasciatili, se ne andò.” Mt, 16,1-4
“E
Gesù: “beato te, Simone figlio di Giona, perché
né la carne né il sangue te l’hanno rivelato,
ma il Padre mio che sta nei cieli.”Mt 16,17
Introduzione al testo:
Domanda di un segno dal cielo (16,1-4)
Questo brano è collegato strettamente con quello seguente.
L’espressione “farisei e sadducei” ricorre quattro
volte nel brano 1-12, conferendo unità letteraria e tematica
alla composizione. Il termine “segno” costituisce il
leit-motiv della pericope 1-4, dove è usato cinque volte.
I miracoli strepitosi operati da Gesù non bastavano per convincere
i suoi nemici. Essi esigono come sfida “un segno dal cielo”,
cioè un miracolo che dimostri l’inequivocabile di Dio,
pretendono una prova immediata, a loro piacimento, in modo spettacolare.
Gesù aveva già respinto questo tipo di messianismo
nel deserto, all’inizio del suo ministero. Non rientrava affatto
nel progetto salvifico di Dio l’esibizione della sua potenza.
Egli non vuole costringere l’uomo all’adesione di fede,
ma intende soccorrerlo facendosi solidale con lui, offrendo come
prova d’amore disinteressato la propria vita.
n.b. Ai farisei Mt aggiunge i sadducei appartenenti alla classe
sacerdotale, dominante a Gerusalemme. Benché nemici dei farisei,
che erano dei laici rigoristi, i sadducei ora si uniscono ad essi
per complottare contro Gesù, il cui messianismo contrastava
con le loro attese mondane e soprattutto si contrapponeva ai loro
interessi materiali.La lettura dei versi di Mt 16,1-4 pone delle
domande e dei problemi che per semplicità ho suddiviso in
tre linee guida. Quindi prendiamo questi primi tre punti come una
sorta di preambolo alla riflessione stessa. Una specie di nota applicativa,
di sommario che ci aiuti a vedere i nodi tematici, le domande che
il testo pone in modo che poi seguiremo con agilità lo svolgersi
del testo.
Il primo passaggio che sollecita la domanda
è questa relazione tra chiedere un segno e leggere i segni
dei tempi, quindi quale differenza c’è tra il chiedere
e il leggere, in che relazione sono.
La prima risposta che mi era venuta in mente è che in fondo,’
chiedere’, possiamo sempre e anche con insistenza e anche
la stessa cosa. ‘Leggere’, forse chiama in causa le
nostre responsabilità in modo più autorevole, dobbiamo
saper leggere i segni dei tempi per scoprire quale è la nostra
rivelazione dalla Sua rivelazione.
La
seconda domanda, la seconda tappa del percorso è la relazione
che c’è tra il segno, un segno e i segni dei tempi.
Viene chiesto un segno e non sappiamo che l’unico segno che
ci serve è ‘il segno’: Morte e Resurrezione.
Però sappiamo che questo dovrebbe bastarci ma non ci basta
in realtà.
Allora il Signore nella sua meravigliosa provvidente pedagogia è
come se spezzasse questo segno in tanti segni del nostro tempo,
inonda la storia del nostro tempo di tanti altri segni dei tempi
che sono un riflesso del segno. E allora questo segno divino si
fa storia umana ma siamo chiamati a discernere questi segni perché
in realtà c’è questo paradosso: noi i segni
li dobbiamo discernere ma alcuni li creiamo noi stessi.
Quindi ,la seconda parte è questa chiamata al discernimento.
La terza domanda deriva dalla difficoltà del leggere i segni
dei tempi.
“ …e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo”
Mt 16,1 ‘Dal cielo’: queste ultime parole non indicano
un segno che Gesù potrebbe mostrare nel cielo ma un segno
che viene dal cielo, concesso cioè da Dio per accreditare
Gesù agli occhi del suo popolo (cf Mc 8,11). Gesù
opera certo dei segni, ma non sono i segni che gli Ebrei, competenti
in materia potevano aspettare e riconoscere.
“I segni dei tempi” è un’espressione che
indica i segni propri dei giorni della venuta del Messia. In questo
contesto può riferirsi sia ai miracoli o segni compiuti da
Gesù (per es. le guarigioni e la moltiplicazione dei pani),
sia allo stesso Gesù quale segno per eccellenza.
Nei passi paralleli che sono Marco 8,11 e Luca 12,54 si avverte
l’urgenza della conversione: un appello a discernere i segni
presenti, la necessità di mettersi in regola prima del giudizio.
Allora sembra che Gesù non ci faccia la giustificazione se
non sappiamo leggere i segni dei tempi. In particolare il testo
di Luca mi ha fatto riflettere sulle differenze.
“Ipocriti”, dalla radice greca, chiama in causa la facoltà
di giudizio. Qual è la differenza tra giudizio e discernimento?
Il testo di Luca è interessante perché lui dice: “Sentite
lo scirocco e dite che fa caldo, vedete le nuvole e dite: pioverà.
E dite bene. Ipocriti!”
Allora possiamo dire bene ed essere ipocriti. Allora forse possiamo
fare dei giudizi ma senza discernimento, forse possiamo fare anche
dei giudizi veri e ciononostante sono giudizi che si fermano ad
una lettura che non si apre realmente alla dinamica dell’Assoluto,
dell’Incarnazione.
E questo è importante per noi, per il nostro dialogo perché
in realtà nel nostro dialogo Ecumenico e Interreligioso siamo
chiamati a fare anche dei giudizi positivi, anche a portare avanti
dei valori e nello stesso tempo non possiamo dimenticare il discernimento
di ciò che portiamo avanti.
E quindi questa è la terza linea di pensiero.
“Mangiarono tutti a sazietà”- Matteo 15,37 –
Al termine della narrazione dei ‘miracoli dei pesci e dei
pani’. Uno dei tanti miracoli del Signore. Miracolo è
un segno che non prova, destinato a parlare ai sensi, non chiama
in causa la fede. Se prima vedo il pane contato e poi del pane moltiplicato
non ho bisogno di appellarmi alla fede, sembrerebbe che io debba
credere per la forza avvolgente dei miei sensi. In realtà
ne vedono l’opposto, non tutti i segni, non tutti i miracoli
di fatto mi fanno credere. Allora, il miracolo è un segno
destinato a parlare ma non ai sensi, il miracolo che viene sotto
i miei occhi, proprio perché dovrei cedere all’evidenza
del fatto dei miei occhi, e invece posso no farlo, mi prova l’intrinseca
esistenza della trascendenza della persona umana sul mondo sensibile.
Il miracolo che avviene sotto i miei occhi e al quale non credo,
prova l’intrinseco accesso della persona umana all’Assoluto,
la resa della persona umana a ciò che è absoluto,
‘sciolto’ dalle logiche umane. Il miracolo che avviene
sotto i miei occhi che non convince prova l’intrinseco attingere
della persona umana all’essenza della libertà.
E allora il miracolo chiama in realtà la fede, non determina
essa, ma la chiama in causa.
Nella logica liberissima, vincolata, atemporale e presentissima,
(la parte misteriosa che avvolge la persona umana a Dio attraverso
la fede), il miracolo è un segno che il Creatore dà
perché la sua creatura mangi a sazietà. La nostra
vita di credenti, tutta percorsa da segni riconoscibili dell’amore
di Dio ci trova spesso sazi. Dopo aver ricevuto un dono e aver visto
come è buono Dio, aver constatato a sufficienza la sua mirabilia
come il miracolo dei pani e dei pesci, anche noi prendiamo e riempiamo
per tempi oscuri sette ceste piene di fiducia in Lui. Per lunghissimo
tempo, sazi come siamo, pensiamo, non avremo bisogno di alcun segno.
Ci fideremo di Lui, ci abbandoneremo a Lui sapendo che il suo è
un disegno di amore, qualunque esso sia. Pensiamo che permarremo
grati contemplando i prodigi del suo amore.
L’accusa più frequente che si muove a Dio è
che egli sia cattivo. Ma non è questo ciò che si dovrebbe
dirgli se lo si vuole criticare di qualcosa. Se vogliamo criticare
Dio dovremo dirgli che Lui è un giocatore d’azzardo
perché egli scommette e accetta che la persona sia libera.
Libera anche di metterlo alla prova.
Quando siamo sazi di segni possiamo anche incorrere in questa tentazione
che deriva da questa scommessa d’azzardo di Dio sulla persona
umana.
Cominciando a pensare Dio in un cero modo, non ad essere assimilati
per rivelazione alla sua conoscenza di sé ma per farci noi
un’idea di Lui. Cominciamo a ritenere di capire come funziona
la Grazia di Dio. Cominciamo a costruire una griglia di comprensione
dell’operato di Dio e come ogni griglia che si rispetti serve
per costruire u sistema, una teoria e poi anche per valutarla e
verificarla. E qui, non siamo poi tanto lontani da coloro che Dio
non lo conoscono nemmeno, perché qui a questo punto abbiamo
stabilizzato la fede, abbiamo indirizzato il futuro, abbiamo pianificato
la Grazia, e non ci resta che attendere che tutto si svolga secondo
quelli che noi abbiamo identificato essere i pensieri e le opere
di Dio. Se poi i conti non tornano allora abbiamo la nostra griglia
di verifica e lì non si scherza. Dio non ha scampo. I farisei
e i sadducei, ovvero noi, in queste circostanze, si avvicinarono
a Gesù per metterlo alla prova – si avvicinano, cioè
indica che gli sono lontani – con l’intenzione ben precisa,
non di ascoltarlo, non di capirlo, non di vederlo, non di incontrarlo,
ma di metterlo alla prova, di metterlo sul banco degli imputati.
Tipico di chi si crede vicino a Dio ma in realtà gli è
lontano.Tipico di chi si crede lontano da Dio ma in realtà
no può fare a meno di avvicinarsi a Lui anche se per criticarlo.
Tipico della natura umana.
I caducei e i farisei, ovvero noi, in queste circostanze, non fanno
il loro dovere – senz’altro avranno avuto moltissime
cose da fare – ma no, tralasciano il loro dovere per recarsi
apposta a sindacare ciò che loro ritengono essere il dovere
di Gesù. “ Se sei chi dici di essere, dacci un segno”.
E
credo che anche noi oggi, che magari dopo diversi avvenimenti tristi,
drammatici, e se ne vivono molti, udiamo levarsi lamentele e richieste
di spiegazioni a Dio quasi con imperiosità.
“Se sei un Dio buono, come mai permetti questo?” -“
Perché non dai un segno?” – “Tante ingiustizie,
tanto male, tante sofferenze, perché non impedisci tanta
carneficina?”
E badiamo bene, non si tratta di uno sconforto amorevole, fiducioso,
come quello degli apostoli: “ Signore, non t’importa
che moriamo?”, che leggiamo nella pericope della tempesta
in Marco 4,38. no, non sono lamenti, ma lamentele, è un sindacare
l’operato, un richiamare Dio al proprio dovere.
Abbiamo la griglia, ora ci dai un segno che
ci spieghi perché non ti sei comportato secondo la griglia.
E spesso queste lamentele assumono il vestito serio di giudizio
più o meno aggressivo di affermazioni tese a dimostrare l’assurdità
del comportamento di Dio.
“ Non è vero che soffriamo perchè Dio ci manda
le malattie e la morte?”- oppure – “ La religione
fa muovere guerra ai popoli” e altri giudizi simili.
Quando pronunciamo tali giudizi esercitiamo il potere di giudizio
nel circoscritto e angusto perimetro della nostra cattiva razionalità,
della nostra logica intramondana. Diventiamo abilissimi ad esercitare
la razionalità ma non comprendiamo,non capiamo, non cogliamo
veramente la realtà. Chiediamo un segno, certo, ma per giocarlo
contro Dio. Leggiamo e prevediamo il tempo atmosferico ma non sappiamo,
no cogliamo il senso profondo del tempo storico e metastorico. Del
Cielo capiamo solo che è il luogo delle nostre profezie,
delle nostre attese, non della manifestazione di Dio, della sua
Sovrana Volontà della sua Salvezza. Cerchiamo una rivelazione,
ma ignoriamo quella già avvenuta.
In questa situazione, ridotti come siamo all’afasia del nostro
corto giudizio, ce lo dice il Signore stesso che cosa dobbiamo aspettarci:
“ Niente, nessun’altro segno oltre quello di Giona che
è la sua Morte e Resurrezione. E nel segno di Giona, nella
Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, si innestano altri
segni che hanno segnato la storia della Chiesa: uomini e donne,
religiosi, laici che dedicano la propria vita a Dio, che vanno a
condividere la miseria nei luoghi di estrema povertà per
risollevare quegli esseri umani alla dignità di figli di
Dio. Cristiani che ancora oggi, in molti paesi vengono martirizzati
per il semplice fato di non avere abiurato alla propria fede in
Cristo Gesù.
Ecco questa dinamica di incarnazione, ecco il segno, la volontà
salvifica di Dio che nel dispiegarsi della storia diventa “segni”
perché si insinua in una storia fatta anche dagli esseri
umani. Ed è per questo che occorre, instancabilmente, cercare
questi segni dai segni del tempo metastorico per leggerli e sapervi
riconoscere la volontà di Dio; quella volontà che
scrive nella storia attraverso la mano della sua creatura, per saper
distinguere il tratto umano la grafia umana all’interno della
biografia di ciascuno, dalla storiografia del mondo dal tratto divino.
Gesù non dice che i
farisei o i sadducei non hanno capito nulla o non sanno giudicare
nulla delle mirabiliae Dei ; dovremo imparare che Dio non si lascia
vincere in misericordia, non si lascia inquadrare dall’intelletto
umano, non ha pensieri come i nostri, ha vie diverse dalle nostre.
Se riconosciamo questo, il giudizio sull’aspetto del Cielo
che è naturale e inevitabile e di cui, in realtà,
Gesù non rimprovera i sadducei e i farisei, diventa attesa
fiduciosa della manifestazione di Dio. Ma se non riconosciamo ciò,
fuori di queste condizioni c’è solo un inquadrare Dio
in termini angusti. Perciò non è di richiesta di segni
che siamo colpevoli giacchè la nostra natura è debole.
In fondo dopo la sazietà si ha ancora fame. In fondo la richiesta
di chiedere un segno a Cristo significa anche di rinnovare i prodigi
del suo amore che rihanno saziato in passato. E non è nemmeno
di giudicare il volto del Cielo che siamo colpevoli, in fondo lo
facciamo cercando di mettere la nostra capacità a frutto.
Credo che siamo colpevoli di chiedere nuovi segni che inchiodano
Dio alle sue responsabilità, di questo sì. Oggi noi
cristiani, troppo spesso , anche se persone colte, religiose, pie,
sagaci, intelligenti, di prestigio, potenti forse come potevano
esserlo quei farisei e sadducei che chiedevano al Signore il segno,
noi non capiamo molto dei segni. Invece di scorgere nella realtà
quei segni dei tempi che ci sussurrano dei miracoli di conversione
del cuore, perdono, rinnovamento che Dio sta operando tra di noi
di diverse confessioni e di diverse religioni, che ci parlano delle
meraviglie che ci uniscono a Lui e fra noi, di dialogo, di comprensione,
di culture, di apertura all’altro, di apprezzamento dell’altro
nell’integrità della sua fede, che ci offrono quello
sguardo metastorico che aiuta a perdonare la storia, riconciliare
le memorie, invece di scorgere tutto questo ci limitiamo a giudicarne
l’aspetto atmosferico. Che cosa capiamo del Cielo? Che domani
sarà bel tempo che oggi piove. Che cosa capiamo di Cristo?
Che si può cercare la Salvezza nella pratica indifferente
di tante religioni, magari insieme, sottolineo indifferente, vorrei
spiegarmi su questo punto perché la pretesa di Salvezza migliore
e vera parte del fatto religioso.
Se il religioso riguarda la sfera del rapporto con Dio, cioè
con l’Assoluto, con quanto di più importante ho nella
via, non posso ammettere che l’appartenenza all’una
o all’altra religione sia per me una persona cristiana, musulmana
induista, ebrea un fatto irrilevante, indifferente. Non devo fare
proselitismo, non devo pretendere l’esclusività dei
mezzi di salvezza nella mia religione, ma non posso affermare l’indifferenza
dell’appartenenza religiosa perché, immediatamente,
affermo indifferenza dell’Assoluto e ciò è contraddittorio.
Invece oggi cosa si legge nel Cielo? Che si può cercare la
Salvezza indifferentemente nella pratica anche di più religioni
insieme.
In un modo indulgente di rassicurante sincretismo fra religione
e superstizione, religione e folclore, in una tranquillizzante gestione
privata in televideoconferenza dalla poltrona di casa fra me e Dio,
in un radicale moralismo di sette gruppi più o meno chiusi,
nelle pacificata e tollerante acquiescenza alle mode di colori,
consolazioni di nuovi movimenti. La New Age, ad esempio, che è
la consumazione e la distruzione delle religioni. E le conseguenze
sono così ovvie, prevedibili che si insinuano nelle piaghe
della quotidianità. Che cosa ci accade di vedere?
Tra le tante proposte più
o meno inerenti la spiritualità , ci accontentiamo di una
foto di gruppo in cui Gesù Cristo è il terzo in alto
a destra o il secondo in basso da sinistra. Cristo non viene riconosciuto
dal suo popolo, viene misconosciuto, disconosciuto da noi, forse
i alcuni momenti della nostra vita. Usiamo, consumiamo, pratichiamo
parliamo ma non entriamo nel cuore della vera Salvezza. Con quattro
pennellate, con un ricevere passivamente segni dei tempi che sono
maldestri un po’ sdruciti cancelliamo di colpo l’avvolgente
forza della Parola di Dio, l’entusiasmo della predicazione,
la dirompente forza del suo messaggio, la liturgia e i suoi simboli.
Il sangue dei martiri, la confessione di fede in Cristo Gesù.
E per questo, concludendo con Simone col versetto 16,13 –
quella parte è agghiacciante e la risposta che diamo spesso
anche noi – “ Chi dite che io sia?
Alcuni rispondono: Giovanni Battista, altri :Elia, Geremia o no
sei un profeta…” Se non sai chi è Cristo non
sei di Cristo, davvero, ogni opinione è u mero giudizio non
un discernimento.
Una frase sul tempo atmosferico non sul Tempo della Salvezza. Solo
l’affermazione di Simone, figlio di Giona: “ Tu sei
il Cristo, figlio del Dio vivente” – Matteo 16,16 .
E’ la frase del credente, di chi non va cercando un segno.
La frase di chi è figlio di Giona, figlio dell’unico
segno che è dato come via e professione della divinità
in Cristo Gesù nello Spirito. E’ una affermazione per
cui noi credenti professiamo la nostra fede e per un cristiano ecumenico
diventa invita e impegno. Siamo cristiani uniti almeno nel ricordare
la frase di Gesù, la sua preghiera prima del suo sacrificio
supremo.
“ Che siano una cosa sola affinché il mondo creda”.
E’ stata la sua ultima volontà. Si soddisfa sempre
la volontà di un morituro, glielo dobbiamo perché
è Morto per noi e Risorto per noi.
Se riusciamo a rinnovare questo impulso, questa affermazione, da
essa trarremo nuova forza per discernere insieme i segni dei tempi.
E sarà anche un riconoscere un autentico segno dei tempi,
forse diventeremo noi stessi segno dei tempi e forse, così,
potremo preparare una nuova primavera spirituale, farla fiorire
perché non si possa dire di noi “generazione maligna
e perversa”.
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