Giovedì, 11 marzo 2010 

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LA PROFEZIA

Autore: Enzo Bianchi, priore di Bose
Fonte: Percorsi Ecumenici ed. Ancora

Introduzione

Venendo più da vicino al tema della mia relazione, occorre subito riconoscere che il tema della profezia è presente i tutta la rivelazione biblica – nell’Antico Testamento come nel Nuovo Testamento, nelle tradizioni giudaiche intertestamentarie e del primo rabbinismo, in quelle giudeo-cristiane e, di conseguenza, nella vita della chiesa delle origini. Solo a metà del II sec. D.C., in reazione al montanismo, il fenomeno della profezia subisce una battuta d’arresto, una gelata – come amava definirla H.U. von Balthasar-, una vera e propria scomparsa dal seno della “grande chiesa”. La panoramica è dunque estremamente vasta, impossibile da sintetizzare nel breve spazio di una relazione.

San Paolo

In questa sede mi limiterò a tracciare, consegnandole alla vostra riflessione, alcune significative pennellate sul tema che ci interessa. Partirò dall’esperienza profetica quale viene presentata nell’AT, per venire poi a un approfondimento della figura di Gesù di Nazaret quale profeta e, conseguentemente, ai fenomeni profetici nella chiesa nascente.
Ma è necessario fare prima una precisazione, mirante a rimuovere una comprensione fuorviante della profezia spesso presente in ambito cristiano. Quando noi cristiani cerchiamo di pensare in modo sintetico l’AT, immaginiamo che prima sia venuta la Torah, la “Legge”, quale asse portante della fede ebraica, poi i profeti. Tale concezione è figlia dell’interpretazione fornita dalla corrente farisaica, e divenuta poi tradizionale all’interno dell’ebraismo, ben sintetizzata dalla frase di apertura del trattato mishnaico Pirqè Avot:

Mosè ricevette la Torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè agli anziani, gli anziani ai profeti e i profeti la trasmisero agli uomini della grande assemblea.

I profeti sembrerebbero così un anello, e neanche il primo, della catena di trasmissione della Torah. Nella realtà dei fatti , al contrario la Torah cominciò a essere redatta durante l’esilio babilonese (metà del VI sec. a.C.), quando in Israele il fenomeno della profezia, dopo una parabola plurisecolare, era in via di spegnimento. Ne consegue che il fenomeno profetico precede la redazione della Torah come corpus scritto non ne è l’interprete! I profeti - afferma con ragione J.Asurmendi – sono stati e restano la voce che si pone e grida al di sopra e al di là della Legge. Occorre cambiare prospettiva, restituendo così alla profezia il suo pieno significato e la sua vera portata: essa precede la Torah scritta, sicchè “la Torah non è mai l’ultima istanza, il criterio definitivo e ultimo a partire dal quale i profeti intervengono, criticano, giudicano, condannano, oppure offrono una promessa di speranza. La profezia si situa non al di fuori della Legge, ma certamente al di là e al di sopra della Legge! Quando si utilizza l’espressione “la Legge e i profeti” attestata per la prima volta in scritti del II sec. a.C. (Prologo al Siracide; 2Mac 15,9) e presente anche nel NT (Lc 24,44), bisogna dunque guardarsi dall’intenderla come se i profeti fossero secondi alla Torah, al suo servizio.

Il profetiamo nell’AT

Va innanzitutto detto che, nel contesto del Vicino Oriente, il profetiamo pubblico non è una specificità solo israelitica. Quando si leggono le tavolette rinvenute negli archivi del regno amorreo di mari ( XVIII sec. a,C.) si constata la medesima struttura presente nei testi biblici: si parla, per esempio, di un inviato che deve trasmettere una parola al re, esattamente come Samuele presso Saul e Davide (cf 1Sam 9-12.16). La Bibbia stessa, d’altra parte, testimonia l’esistenza di profeti al di fuori di Israele: Balaam (Nm 22-24), i quattrocentocinquanta profeti di Baal cui si oppone Elia (1Re 18,20-40) ecc.
Il profetiamo è certamente un fenomeno diversificato, sicchè, alla domanda: “Chi è il profeta?” non è possibile rispondere delineando un profilo unico e univoco. Sono esistiti profeti che vivevano in gruppi e profeti solitari, uomini e donne, giovani e anziani, uomini vicini alla corte regale e uomini appartenenti al sacerdozio, uomini della città e uomini della campagna. Quale che invece pare assodato è che, almeno all’interno della storia di Israele, si diventa profeti no per ereditarietà, non perché si è percorso un itinerario preciso in grado di condurre a questa identità, non per appartenenza a una famiglia, ma perché a un certo momento, in una determinata situazione, c’è chi dice una parola, compie un gesto scrive un messaggio, e il suo agire è percepito come carico di autorevolezza da parte dei credenti nel Dio d’Israele. Essi possono accogliere o rifiutare i profeta, ma in ogni caso ne riconoscono l’autorità: “Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro” (Ez 2,5). Nella Bibbia la profezia è attestata a partire dalla figura di Samuele (fine XI sec.a.C.), in significativa coincidenza con la decisione degli anziani di Israele di eleggere un re (cf 1 Sam 8); da quel momento in poi i profeti accompagneranno Israele fino alla catastrofe dell’esilio babilonese per circa cinque secoli.
Pur nel quadro di un fenomeno plurale è possibile individuare alcune costanti che contraddistinguono la vocazione profetica.
Il profeta costituito tale dalla Parola di Dio. Non a caso il termine ebraico che designa il profeta, ‘navi’, può significare sia “colui che è chiamato” sia “colui che parla”: i questa ambiguità semantica è inscritto tutto il significato della missione del profeta, un chiamato che diventa u “porta-parola”, un servo della Parola di Dio. E in tal senso, riassumendo la descrizione dell’identità profetica data da A.Neher, possiamo definire il profeta “uomo che la Parola attraversa per raggiungere altri uomini”.
Il profeta è un uomo di ascolto. Può avvenire che una parola gli venga recata furtivamente e che il suo orecchio ne percepisca il lieve sussurro (cf Gb 4,12), oppure che questa parola sia per lui un fuoco divorante, tale da consumarlo e da costringerlo a parlare anche quando vorrebbe tacere (cf Ger 20,9). In breve: “Il Signore parla, chi può non essere profeta?”(cf Am 3,8).
Il profeta è il terzo tra Dio gli uomini. Egli è sempre intento a un movimento pendolare che lo porta a essere – secondo la bella definizione di C.Keller – “un traghettatore tra due rive”: dalla parte di Dio per parlate al popolo , dalla parte del popolo per intercedere preso Dio. E’ in tale compito sta tutta la difficoltà, il caro prezzo dell’essere profeta.
Il profeta tenta di narrare, in modo personalissimo, il suo rapporto con la Parola di Dio:
- può trattarsi di una bocca prestata da Dio al profeta (cf Es 4, 11-12)
- di una mano che grava pesantemente sul profeta (cf 1 re 18, 46; Ez 8,1);
- di una “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12),
- di una parola che buca l’orecchio (cf Is 50,4-5);
- di un libro da mangiare, dolcissimo al palato (c fEz 3,1-3);
- di una voce potente, come tromba squillante (cf Ap 1,10).
Quel che in ogni caso è importante cogliere come cifra sintetica, lo ripeto, è che il profeta è u uomo di ascolto, che ogni mattina fa attento il suo orecchio (cf Is 50,3). Alla radice del suo essere vi è il coraggio di ascoltare: per lui il dio invisibile diventa il Dio ascoltabile, e il profeta ascolta una chiamata che è sempre una missione, alla quale deve fare assoluta obbedienza, senza dilazione. Non importa se il chiamato è giovane, se è balbuziente, se è un peccatore. La vocazione dà la competenza. Sì, Dio attraverso la sua parola, la sua Mano, il suo Spirito, crea il profeta, lo abilita alla missione e lo accompagna. E il pathos di Dio, il suo sentire, la sua passione viscerale, vengono assunti dal profeta che con –soffre e condivide questo pathos: il profeta è un uomo di passione che esprime con tutta la sua vita la passione di Dio, il suo amore folle, la sua fedeltà paradossale, la sua tenerezza. Il profeta non è chiamato semplicemente a parlare di ciò, ma a viverlo in prima persona, prendendo in moglie una prostituta (Osea), soffrendo profondamente e restando celibe (Geremia), diventando muto (Ezechiele).
In tal modo il profeta diviene interprete del Dio che è Signore della storia, la storia di salvezza; si fa interprete dei segni dei tempi, del disegno di Dio, uno che in-segna, fa segno sul futuro che Dio prepara per il suo popolo e per tutta l’umanità. E tutto ciò, si comprenda bene, avviene nell’oggi. Il profeta legge l’oggi nella sua profondità, comprende il progetto nascosto di Dio, coglie l’attualità in prospettiva, e solo così traccia un orientamento per il futuro; egli non è un indovino, non predice il futuro come fanno i profeti delle genti,ma apre al futuro, il tempo in cui è certo “il giorno del Signore” (jom JHWH), l’ora dell’intervento decisivo di Dio. Quando il profeta proclama il suo oracolo è giunta l’ora cruciale, in cui occorre prendere posizione, in cui occorre reagire e scegliere tra la vita e la morte.
E nel suo ministero, nel suo servizio al Dio che viene, il profeta appare come “sentinella per la casa d’Israele” (Ez 3,16), colui che deve avvertire il popolo da parte del Signore (c fEz 3,17-21;33,7-20). Egli resta vigilante, di giorno e di notte, a lui è rivolto il grido: “Sentinella, a che punto è la notte? Sentinella, a che punto è la notte? (Is 21,11); ma il profeta può solo rispondere: “Viene il mattino poi ancora la notte. Se volete domandare, convertitevi, fate ritorno al Signore! ( Is 21,12). E’ una sentinella ricercata, desiderata nel pianto (Sal 74,9: “Non c’è più un profeta e non c’è tra di noi chi sappia fino a quando”), ma anche rifiutata, odiata, fino alla persecuzione e alla morte (Ger 26,11:”Una sentenza di morte merita quest’uomo, perché ha profetizzato contro questa città”).
Come si diceva sopra, il destino del profeta è quello di stare in mezzo, tra Dio e il popolo, senza mai potersi collocare da una sola parte: egli deve stare con Dio contro il popolo peccatore e, contemporaneamente, in piena solidarietà con il popolo peccatore, contro Dio.
Nella mekilta di R. Ishma’el si legge:

“Ci furono tre profeti: uno difese sia l’onore del Padre (Dio) sia l’onore del figlio (Israele); un altro difese l’onore del Padre contro quello del figlio; il terzo difese l’onore del figlio contro quello del Padre”.

Il testo continua identificando questi tre profeti rispettivamente con Geremia, Elia e Giona. Pur riconoscendo la verità di questa interpretazione, mi pare più corretto affermare che ogni profeta tenta sempre di difendere contemporaneamente l’onore di dio e d’Israele: egli infatti s’interpone a favore dei peccatori (cf Is 53,12; Am 7,1-6) e, quando Dio gli ordina di non intercedere più per il popolo (cf Ger 7,16; 11,14; 14,11), il profeta accetta il comando di Dio facendosi solidale coi peccatori! Nello stesso tempo, il profeta è sentinella che non cessa di interrogare e criticare il re, di denunciare i potenti, di difendere i poveri e i deboli, di condannare i sacerdoti e il culto che perde autenticità, di chiamare tutti a conversione: non a caso il suo imperativo preferito è quello del verbo ‘shuv’ che indica la conversione e il ritorno a Dio.
Ma questa esperienza, che si snoda lungo cinque secoli, conosce la sua fine negli anni successivi all’esilio babilonese, circostanza che ha segnato un’ora di oppressione terribile per il popolo d’Israele, di “grande tribolazione” (1Mac 9,27). Alla fine del VI secolo a.C. sembrano giungere i giorni annunciati da Amos: “Ecco verranno giorni- dice il Signore Dio- in cui manderò nel paese la fame d’ascoltare la Parola del Signore…ma non la si troverà!” (Am 8,11-12). La profezia è sparita? Lo Spirito santo si è esiliato? La Tosefta dichiara:

“Dopo la morte di Aggeo e Malachia, gli ultimi profeti, lo Spirito santo si è spento in Israele”.

E il Talmud significativamente aggiunge:

“Dal giorno della distruzione del Tempio l’ispirazione divina è stata tolta ai profeti e data ai sapienti”.
Forse proprio a causa di questa lettura fornita dai maestri d’Israele che nasce l’attesa di una resurrezione della profezia, sintetizzata nell’emblematica attesa del ritorno di Elia: “Ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”. (Ml 3,23)
E qual è il criterio per discernere l’autentico profeta? In verità non esiste un criterio netto e decisivo che agevoli la complessa operazione del discernimento; la teologia deuteronomista tenta di dare una risposta, interpretando la profezia come un’istituzione voluta da Dio accanto a quelle dei giudici, del Re Messia, dei sacerdoti, ma le difficoltà permangono. Non è infatti sufficiente quale criterio di autenticazione profetica il fatto che gli oracoli si realizzino o meno, perché molte profezie devono tuttora avverarsi! Ne è sufficiente che il profeta sia “profeta di sventura”, il cui compito è quello di minacciare il castigo, perchè talvolta il profeta autentico è colui che annuncia anche una buona notizia. Quanto poi alla fedeltà del profeta alla Legge, sovente il profeta si pone oltre la Legge o al di sopra della stessa; oppure, è profeta in un primo momento e successivamente diviene infedele. Il riconoscimento del vero profeta è dunque un processo lungo e faticoso, che abbisogna di molto tempo e riletture successive, tanto che mi pare corretto concludere che la valutazione della profezia può essere formulata solo a posteriori: sì, anche per distinguere il vero dal falso profeta occorre attendere “il giorno del Signore”, lo jom JHWH!

Gesù profeta e i profeti della chiesa nascente

Dopo i secoli dell’esilio della profezia, all’inzio del I secolo d.C. movimenti profetici e attese messianiche riemergono in Palestina: Giovanni il battezzatore sembra essere un personaggio di grande rilievo che verso la fine degli anni ’20 della nostra era, riporta in auge una predicazione di tipo profetico, chiamando i giudei alla conversione, un mutamento di vita suggellato da un’immersione nelle acque del Giordano. Giuseppe Flavio non riserva al Battista l’epiteto di profeta, ma la descrizione che ne fornisce sembra di fatto una riproposizione dell’azione degli antichi profeti. Le fonti neotestamentarie interpretano invece chiaramente l’agire di Giovanni come un riemergere della profezia dopo i secoli del silenzio, giungendo anche a vedere in lui il compimento della profezia di Malachia sul nuovo Elia; sembra inoltre che lo stesso Gesù abbia indicato in Giovanni “l’Elia che deve venire” (Mt 11, 14). L’intera vita di Giovanni è letta dai vangeli come esistenza profetica, dal suo concepimento alla sua passione e morte, e lo stesso abbigliamento del Battista (mantello di pelo, cintura di pelle: cf Mc 1,6) è quello tipico dei profeti (cf 1Re 19,19; 2 re 1,8; 2,13-14; Zc 13,4). In una parola per i vangeli Giovanni è il profeta degli ultimi tempi, il predicatore della conversione, l’annunciatore del giudizio.
Gesù è stato suo discepolo, dal momento che stava dietro a lui (opiso mou: Mc 1,7), con lui (hòs en meta sou: Gv 3,26), ma a un certo punto la missione di Gesù si distingue da quella del suo rabbi: “Giovanni annunciava all’alba, Gesù è colui attraverso il quale viene il giorno” (D. Marguerat). Dalla narrazione evangelica emerge chiaramente come Gesù sia stato considerato quale profeta, sia perché è parso un continuatore del ministero di Giovanni, sia, soprattutto, a causa della forma della sua vita e della sua predicazione: Gesù non era un rabbi, ma appariva come un profeta e come tale fu salutato dalla folla. Ciò appare chiaramente dalle seguenti affermazioni, tutte eco della lettura di Gesù fatta dal popolo:

“E un profeta, come uno dei profeti” (Mc 6,15)
“E’ il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea” (Mt 21,11)
“Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. (Lc 7,16).

D’altra parte ,gli evangelisti descrivono la vicenda di Gesù, dalla chiamata dei discepoli, ai miracoli, fino alla morte e resurrezione, con le strutture letterarie presenti nei libri profetici: Gesù agisce come Elia ed Eliseo, predica come Mosè, vive la passione come Geremia, è assunto in cielo come Elia. Gesù stesso sembra avere avuto la consapevolezza del suo essere profeta, come testimoniano queste sue affermazioni:
“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e a casa sua” (Mc 6,4).
“E’ necessario che io prosegua il mio cammino oggi, domani e il giorno seguente, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,33).

L’esegeta C.H.Dodd enumera quindici motivazioni per cui Gesù può essere considerato un profeta, e tuttavia non si trata di un’elenco esaustivo: Gesù è un profeta in toto, dalla sua nascita, alla sua investitura profetica nel battesimo, alla sua azione e predicazione, fino alla sua morte, resurrezione e ascensione in cielo.
Eppure questa definizione di Gesù non è parsa sufficiente ai credenti in lui per esprimere la sua identità complessiva. In altre parole, Gesù ha compiuto in sé la forma profetica, ma l’ha anche trascesa: “Ecco, ora qui c’è più di Giona!” (Mt 12,41). I tratti cristologici di Gesù-profeta sono completatti e trascesi in quelli di Gesù-Figlio di Dio; e, al contempo, resta pur sempre vero che, nella riflessione elaborata a posteriori sulla persona di Gesù, accanto alla sua messianicità e alla sua qualità sacerdotale sarà sempre mantenuta la sua identità profetica. E questo Gesù è stato storicamente un profeta, anzi il profeta escatologico, definitivo, promesso da Dio a Mosè: “Il Signore Dio susciterà un profeta pari a me; a lui darete ascolto”. (Dt 18,15).
Gesù aveva promesso che anche tra i suoi discepoli ci sarebbero stati dei profeti (cf Mt 23,34); ed ecco che a Pentecoste, grazie alla discesa dello Spirito santo, avviene la nascita di un’assemblea profetica (cf At 2,1-13), compimento della profezia di Gioele (cf Gl 3,1-5; At 2,14-21). Contemporaneamente nella comunità cristiana appaiono anche profeti singoli, in modo che la vocazione di tutti è attestata visibilmente da alcuni: proprio perché la chiesa nel suo insieme è profetica è necessario che alcuni siano testimonianza e memoria di questa vocazione. I nomi di questi profeti della Nuova Alleanza sono testimoniati soprattutto negli Atti degli Apostoli: Barnaba (At 11,24), Agabo (At 11,28), Giuda e Sila (At 15,22), le quattro figlie di Filippo (At 21,9) ecc. L’apostolo Paolo inserisce la profezia tra i charismata, i doni fatti dallo Spirito santo alla comunità, e colloca i profeti al secondo posto nell’ordine di priorità funzionale alla scompaginazione del corpo ecclesiale, dopo gli apostoli e prima dei didascali (cf 1Cor 12,28).
Sì, ci sono profeti anche nella chiesa, uomini e donne ispirati dallo Spirito santo che, soprattutto nel contesto dell’assemblea liturgica, comunicano e reinterpretano la Parola di Dio e quella di Gesù, il Kyrios. A volte essi proclamano un discorso, altre volte compiono gesti o mimi, altre volte ancora aprono il presente sul futuro: in ogni caso restano degli interpreti della Parola di Dio alla luce degli eventi e della storia loro contemporanea. Il ministero profetico consiste dunque nel ricondurre la Scrittura e l’evento all’hic et nunc, nel leggere i segreti del cuore umano, nell’entrare nella logica della necessitas passionis così da conoscere l’ostilità, la persecuzione, fino alla morte violenta: “Ecco,io vi invio dei profeti…e voi li ucciderete, li crocifiggerete, li flagellerete nelle vostre assemblee, li perseguiterete di città in città” (Mt 23,34).
Sembra che queste parole di Gesù possano essere applicate soprattutto alla storia delle chiese; occorrerebbe cioè interrogarsi su quale sia la causa del fatto che, a partire dalla metà del II secolo d.C., la presenza profetica è andata diminuendo, è stata sempre più rara, fino alla totale scomparsa nel III secolo d.C. Nel 160 ca. Giustino poteva ancora affermare:


 

“Noi cristiani abbiamo ancora oggi dei carismi profetici e ciò dovrebbe far capire a voi giudei che ciò che apparteneva al vostro popolo ora è passato a noi”.

Ebbene solo pochi decenni più tardi queste parole non avrebbero più potuto essere pronunciate! E da allora quasi sempre l’apparire di profeti coinciderà con l’ostilità, l’incomprensione, a volte addirittura con la condanna da parte delle chiese.

Con H.U. von Balthasar si può dunque affermare che, dopo la “gelata” abbattutasi sulla profezia a metà del II secolo d.C., non c’è più stata una vera e propria riapparizione del ministero profetico all’interno della chiesa. Eppure a volte, qua e là, dei profeti alzano la loro voce, testimoniando Cristo con l’intera loro vita, con la grazia di una parola carica di autorevolezza, di exousìa (cf Mc 1,22.27), con una sapienza nella quale appare l’autentico sensus fidei e il vero sensus ecclesiae. E, puntualmente, l’ostilità e a volte la persecuzione della chiesa vengono ad autenticare come un sigillo il profeta e il suo messaggio.

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