In questa sede mi limiterò a tracciare,
consegnandole alla vostra riflessione, alcune significative pennellate
sul tema che ci interessa. Partirò dall’esperienza
profetica quale viene presentata nell’AT, per venire poi a
un approfondimento della figura di Gesù di Nazaret quale
profeta e, conseguentemente, ai fenomeni profetici nella chiesa
nascente.
Ma è necessario fare prima una precisazione, mirante a rimuovere
una comprensione fuorviante della profezia spesso presente in ambito
cristiano. Quando noi cristiani cerchiamo di pensare in modo sintetico
l’AT, immaginiamo che prima sia venuta la Torah, la “Legge”,
quale asse portante della fede ebraica, poi i profeti. Tale concezione
è figlia dell’interpretazione fornita dalla corrente
farisaica, e divenuta poi tradizionale all’interno dell’ebraismo,
ben sintetizzata dalla frase di apertura del trattato mishnaico
Pirqè Avot:
Mosè ricevette la Torah dal
Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè agli anziani,
gli anziani ai profeti e i profeti la trasmisero agli uomini della
grande assemblea.
I profeti sembrerebbero così
un anello, e neanche il primo, della catena di trasmissione della
Torah. Nella realtà dei fatti , al contrario la Torah cominciò
a essere redatta durante l’esilio babilonese (metà
del VI sec. a.C.), quando in Israele il fenomeno della profezia,
dopo una parabola plurisecolare, era in via di spegnimento. Ne consegue
che il fenomeno profetico precede la redazione della Torah come
corpus scritto non ne è l’interprete! I profeti - afferma
con ragione J.Asurmendi – sono stati e restano la voce che
si pone e grida al di sopra e al di là della Legge. Occorre
cambiare prospettiva, restituendo così alla profezia il suo
pieno significato e la sua vera portata: essa precede la Torah scritta,
sicchè “la Torah non è mai l’ultima istanza,
il criterio definitivo e ultimo a partire dal quale i profeti intervengono,
criticano, giudicano, condannano, oppure offrono una promessa di
speranza. La profezia si situa non al di fuori della Legge, ma certamente
al di là e al di sopra della Legge! Quando si utilizza l’espressione
“la Legge e i profeti” attestata per la prima volta
in scritti del II sec. a.C. (Prologo al Siracide; 2Mac 15,9) e presente
anche nel NT (Lc 24,44), bisogna dunque guardarsi dall’intenderla
come se i profeti fossero secondi alla Torah, al suo servizio.
Il profetiamo nell’AT
Va innanzitutto detto che, nel contesto
del Vicino Oriente, il profetiamo pubblico non è una specificità
solo israelitica. Quando si leggono le tavolette rinvenute negli
archivi del regno amorreo di mari ( XVIII sec. a,C.) si constata
la medesima struttura presente nei testi biblici: si parla, per
esempio, di un inviato che deve trasmettere una parola al re, esattamente
come Samuele presso Saul e Davide (cf 1Sam 9-12.16). La Bibbia stessa,
d’altra parte, testimonia l’esistenza di profeti al
di fuori di Israele: Balaam (Nm 22-24), i quattrocentocinquanta
profeti di Baal cui si oppone Elia (1Re 18,20-40) ecc.
Il profetiamo è certamente un fenomeno diversificato, sicchè,
alla domanda: “Chi è il profeta?” non è
possibile rispondere delineando un profilo unico e univoco. Sono
esistiti profeti che vivevano in gruppi e profeti solitari, uomini
e donne, giovani e anziani, uomini vicini alla corte regale e uomini
appartenenti al sacerdozio, uomini della città e uomini della
campagna. Quale che invece pare assodato è che, almeno all’interno
della storia di Israele, si diventa profeti no per ereditarietà,
non perché si è percorso un itinerario preciso in
grado di condurre a questa identità, non per appartenenza
a una famiglia, ma perché a un certo momento, in una determinata
situazione, c’è chi dice una parola, compie un gesto
scrive un messaggio, e il suo agire è percepito come carico
di autorevolezza da parte dei credenti nel Dio d’Israele.
Essi possono accogliere o rifiutare i profeta, ma in ogni caso ne
riconoscono l’autorità: “Ascoltino o non ascoltino,
sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro” (Ez
2,5). Nella Bibbia la profezia è attestata a partire dalla
figura di Samuele (fine XI sec.a.C.), in significativa coincidenza
con la decisione degli anziani di Israele di eleggere un re (cf
1 Sam 8); da quel momento in poi i profeti accompagneranno Israele
fino alla catastrofe dell’esilio babilonese per circa cinque
secoli.
Pur nel quadro di un fenomeno plurale è possibile individuare
alcune costanti che contraddistinguono la vocazione profetica.
Il profeta costituito tale dalla Parola di Dio. Non a caso il termine
ebraico che designa il profeta, ‘navi’, può significare
sia “colui che è chiamato” sia “colui che
parla”: i questa ambiguità semantica è inscritto
tutto il significato della missione del profeta, un chiamato che
diventa u “porta-parola”, un servo della Parola di Dio.
E in tal senso, riassumendo la descrizione dell’identità
profetica data da A.Neher, possiamo definire il profeta “uomo
che la Parola attraversa per raggiungere altri uomini”.
Il profeta è un uomo di ascolto. Può avvenire che
una parola gli venga recata furtivamente e che il suo orecchio ne
percepisca il lieve sussurro (cf Gb 4,12), oppure che questa parola
sia per lui un fuoco divorante, tale da consumarlo e da costringerlo
a parlare anche quando vorrebbe tacere (cf Ger 20,9). In breve:
“Il Signore parla, chi può non essere profeta?”(cf
Am 3,8).
Il profeta è il terzo tra Dio gli uomini. Egli è sempre
intento a un movimento pendolare che lo porta a essere – secondo
la bella definizione di C.Keller – “un traghettatore
tra due rive”: dalla parte di Dio per parlate al popolo ,
dalla parte del popolo per intercedere preso Dio. E’ in tale
compito sta tutta la difficoltà, il caro prezzo dell’essere
profeta.
Il profeta tenta di narrare, in modo personalissimo, il suo rapporto
con la Parola di Dio:
- può trattarsi di una bocca prestata da Dio al profeta (cf
Es 4, 11-12)
- di una mano che grava pesantemente sul profeta (cf 1 re 18, 46;
Ez 8,1);
- di una “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12),
- di una parola che buca l’orecchio (cf Is 50,4-5);
- di un libro da mangiare, dolcissimo al palato (c fEz 3,1-3);
- di una voce potente, come tromba squillante (cf Ap 1,10).
Quel che in ogni caso è importante cogliere come cifra sintetica,
lo ripeto, è che il profeta è u uomo di ascolto, che
ogni mattina fa attento il suo orecchio (cf Is 50,3). Alla radice
del suo essere vi è il coraggio di ascoltare: per lui il
dio invisibile diventa il Dio ascoltabile, e il profeta ascolta
una chiamata che è sempre una missione, alla quale deve fare
assoluta obbedienza, senza dilazione. Non importa se il chiamato
è giovane, se è balbuziente, se è un peccatore.
La vocazione dà la competenza. Sì, Dio attraverso
la sua parola, la sua Mano, il suo Spirito, crea il profeta, lo
abilita alla missione e lo accompagna. E il pathos di Dio, il suo
sentire, la sua passione viscerale, vengono assunti dal profeta
che con –soffre e condivide questo pathos: il profeta è
un uomo di passione che esprime con tutta la sua vita la passione
di Dio, il suo amore folle, la sua fedeltà paradossale, la
sua tenerezza. Il profeta non è chiamato semplicemente a
parlare di ciò, ma a viverlo in prima persona, prendendo
in moglie una prostituta (Osea), soffrendo profondamente e restando
celibe (Geremia), diventando muto (Ezechiele).
In tal modo il profeta diviene interprete del Dio che è Signore
della storia, la storia di salvezza; si fa interprete dei segni
dei tempi, del disegno di Dio, uno che in-segna, fa segno sul futuro
che Dio prepara per il suo popolo e per tutta l’umanità.
E tutto ciò, si comprenda bene, avviene nell’oggi.
Il profeta legge l’oggi nella sua profondità, comprende
il progetto nascosto di Dio, coglie l’attualità in
prospettiva, e solo così traccia un orientamento per il futuro;
egli non è un indovino, non predice il futuro come fanno
i profeti delle genti,ma apre al futuro, il tempo in cui è
certo “il giorno del Signore” (jom JHWH), l’ora
dell’intervento decisivo di Dio. Quando il profeta proclama
il suo oracolo è giunta l’ora cruciale, in cui occorre
prendere posizione, in cui occorre reagire e scegliere tra la vita
e la morte.
E nel suo ministero, nel suo servizio al Dio che viene, il profeta
appare come “sentinella per la casa d’Israele”
(Ez 3,16), colui che deve avvertire il popolo da parte del Signore
(c fEz 3,17-21;33,7-20). Egli resta vigilante, di giorno e di notte,
a lui è rivolto il grido: “Sentinella, a che punto
è la notte? Sentinella, a che punto è la notte? (Is
21,11); ma il profeta può solo rispondere: “Viene il
mattino poi ancora la notte. Se volete domandare, convertitevi,
fate ritorno al Signore! ( Is 21,12). E’ una sentinella ricercata,
desiderata nel pianto (Sal 74,9: “Non c’è più
un profeta e non c’è tra di noi chi sappia fino a quando”),
ma anche rifiutata, odiata, fino alla persecuzione e alla morte
(Ger 26,11:”Una sentenza di morte merita quest’uomo,
perché ha profetizzato contro questa città”).
Come si diceva sopra, il destino del profeta è quello di
stare in mezzo, tra Dio e il popolo, senza mai potersi collocare
da una sola parte: egli deve stare con Dio contro il popolo peccatore
e, contemporaneamente, in piena solidarietà con il popolo
peccatore, contro Dio.
Nella mekilta di R. Ishma’el si legge:
“Ci furono tre profeti: uno
difese sia l’onore del Padre (Dio) sia l’onore del figlio
(Israele); un altro difese l’onore del Padre contro quello
del figlio; il terzo difese l’onore del figlio contro quello
del Padre”.
Il testo continua identificando questi
tre profeti rispettivamente con Geremia, Elia e Giona. Pur riconoscendo
la verità di questa interpretazione, mi pare più corretto
affermare che ogni profeta tenta sempre di difendere contemporaneamente
l’onore di dio e d’Israele: egli infatti s’interpone
a favore dei peccatori (cf Is 53,12; Am 7,1-6) e, quando Dio gli
ordina di non intercedere più per il popolo (cf Ger 7,16;
11,14; 14,11), il profeta accetta il comando di Dio facendosi solidale
coi peccatori! Nello stesso tempo, il profeta è sentinella
che non cessa di interrogare e criticare il re, di denunciare i
potenti, di difendere i poveri e i deboli, di condannare i sacerdoti
e il culto che perde autenticità, di chiamare tutti a conversione:
non a caso il suo imperativo preferito è quello del verbo
‘shuv’ che indica la conversione e il ritorno a Dio.
Ma questa esperienza, che si snoda lungo cinque secoli, conosce
la sua fine negli anni successivi all’esilio babilonese, circostanza
che ha segnato un’ora di oppressione terribile per il popolo
d’Israele, di “grande tribolazione” (1Mac 9,27).
Alla fine del VI secolo a.C. sembrano giungere i giorni annunciati
da Amos: “Ecco verranno giorni- dice il Signore Dio- in cui
manderò nel paese la fame d’ascoltare la Parola del
Signore…ma non la si troverà!” (Am 8,11-12).
La profezia è sparita? Lo Spirito santo si è esiliato?
La Tosefta dichiara:
“Dopo la morte di Aggeo e Malachia,
gli ultimi profeti, lo Spirito santo si è spento in Israele”.
E il Talmud significativamente aggiunge:
“Dal giorno della distruzione
del Tempio l’ispirazione divina è stata tolta ai profeti
e data ai sapienti”.
Forse proprio a causa di questa lettura fornita dai maestri d’Israele
che nasce l’attesa di una resurrezione della profezia, sintetizzata
nell’emblematica attesa del ritorno di Elia: “Ecco io
invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande
e terribile del Signore”. (Ml 3,23)
E qual è il criterio per discernere l’autentico profeta?
In verità non esiste un criterio netto e decisivo che agevoli
la complessa operazione del discernimento; la teologia deuteronomista
tenta di dare una risposta, interpretando la profezia come un’istituzione
voluta da Dio accanto a quelle dei giudici, del Re Messia, dei sacerdoti,
ma le difficoltà permangono. Non è infatti sufficiente
quale criterio di autenticazione profetica il fatto che gli oracoli
si realizzino o meno, perché molte profezie devono tuttora
avverarsi! Ne è sufficiente che il profeta sia “profeta
di sventura”, il cui compito è quello di minacciare
il castigo, perchè talvolta il profeta autentico è
colui che annuncia anche una buona notizia. Quanto poi alla fedeltà
del profeta alla Legge, sovente il profeta si pone oltre la Legge
o al di sopra della stessa; oppure, è profeta in un primo
momento e successivamente diviene infedele. Il riconoscimento del
vero profeta è dunque un processo lungo e faticoso, che abbisogna
di molto tempo e riletture successive, tanto che mi pare corretto
concludere che la valutazione della profezia può essere formulata
solo a posteriori: sì, anche per distinguere il vero dal
falso profeta occorre attendere “il giorno del Signore”,
lo jom JHWH!
Gesù profeta e i profeti della
chiesa nascente
Dopo i secoli dell’esilio della
profezia, all’inzio del I secolo d.C. movimenti profetici
e attese messianiche riemergono in Palestina: Giovanni il battezzatore
sembra essere un personaggio di grande rilievo che verso la fine
degli anni ’20 della nostra era, riporta in auge una predicazione
di tipo profetico, chiamando i giudei alla conversione, un mutamento
di vita suggellato da un’immersione nelle acque del Giordano.
Giuseppe Flavio non riserva al Battista l’epiteto di profeta,
ma la descrizione che ne fornisce sembra di fatto una riproposizione
dell’azione degli antichi profeti. Le fonti neotestamentarie
interpretano invece chiaramente l’agire di Giovanni come un
riemergere della profezia dopo i secoli del silenzio, giungendo
anche a vedere in lui il compimento della profezia di Malachia sul
nuovo Elia; sembra inoltre che lo stesso Gesù abbia indicato
in Giovanni “l’Elia che deve venire” (Mt 11, 14).
L’intera vita di Giovanni è letta dai vangeli come
esistenza profetica, dal suo concepimento alla sua passione e morte,
e lo stesso abbigliamento del Battista (mantello di pelo, cintura
di pelle: cf Mc 1,6) è quello tipico dei profeti (cf 1Re
19,19; 2 re 1,8; 2,13-14; Zc 13,4). In una parola per i vangeli
Giovanni è il profeta degli ultimi tempi, il predicatore
della conversione, l’annunciatore del giudizio.
Gesù è stato suo discepolo, dal momento che stava
dietro a lui (opiso mou: Mc 1,7), con lui (hòs en meta sou:
Gv 3,26), ma a un certo punto la missione di Gesù si distingue
da quella del suo rabbi: “Giovanni annunciava all’alba,
Gesù è colui attraverso il quale viene il giorno”
(D. Marguerat). Dalla narrazione evangelica emerge chiaramente come
Gesù sia stato considerato quale profeta, sia perché
è parso un continuatore del ministero di Giovanni, sia, soprattutto,
a causa della forma della sua vita e della sua predicazione: Gesù
non era un rabbi, ma appariva come un profeta e come tale fu salutato
dalla folla. Ciò appare chiaramente dalle seguenti affermazioni,
tutte eco della lettura di Gesù fatta dal popolo:
“E un profeta, come uno dei
profeti” (Mc 6,15)
“E’ il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”
(Mt 21,11)
“Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato
il suo popolo”. (Lc 7,16).
D’altra parte ,gli evangelisti
descrivono la vicenda di Gesù, dalla chiamata dei discepoli,
ai miracoli, fino alla morte e resurrezione, con le strutture letterarie
presenti nei libri profetici: Gesù agisce come Elia ed Eliseo,
predica come Mosè, vive la passione come Geremia, è
assunto in cielo come Elia. Gesù stesso sembra avere avuto
la consapevolezza del suo essere profeta, come testimoniano queste
sue affermazioni:
“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria,
tra i suoi parenti e a casa sua” (Mc 6,4).
“E’ necessario che io prosegua il mio cammino oggi,
domani e il giorno seguente, perché non è possibile
che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,33).
L’esegeta C.H.Dodd enumera
quindici motivazioni per cui Gesù può essere considerato
un profeta, e tuttavia non si trata di un’elenco esaustivo:
Gesù è un profeta in toto, dalla sua nascita, alla
sua investitura profetica nel battesimo, alla sua azione e predicazione,
fino alla sua morte, resurrezione e ascensione in cielo.
Eppure questa definizione di Gesù non è parsa sufficiente
ai credenti in lui per esprimere la sua identità complessiva.
In altre parole, Gesù ha compiuto in sé la forma profetica,
ma l’ha anche trascesa: “Ecco, ora qui c’è
più di Giona!” (Mt 12,41). I tratti cristologici di
Gesù-profeta sono completatti e trascesi in quelli di Gesù-Figlio
di Dio; e, al contempo, resta pur sempre vero che, nella riflessione
elaborata a posteriori sulla persona di Gesù, accanto alla
sua messianicità e alla sua qualità sacerdotale sarà
sempre mantenuta la sua identità profetica. E questo Gesù
è stato storicamente un profeta, anzi il profeta escatologico,
definitivo, promesso da Dio a Mosè: “Il Signore Dio
susciterà un profeta pari a me; a lui darete ascolto”.
(Dt 18,15).
Gesù aveva promesso che anche tra i suoi discepoli ci sarebbero
stati dei profeti (cf Mt 23,34); ed ecco che a Pentecoste, grazie
alla discesa dello Spirito santo, avviene la nascita di un’assemblea
profetica (cf At 2,1-13), compimento della profezia di Gioele (cf
Gl 3,1-5; At 2,14-21). Contemporaneamente nella comunità
cristiana appaiono anche profeti singoli, in modo che la vocazione
di tutti è attestata visibilmente da alcuni: proprio perché
la chiesa nel suo insieme è profetica è necessario
che alcuni siano testimonianza e memoria di questa vocazione. I
nomi di questi profeti della Nuova Alleanza sono testimoniati soprattutto
negli Atti degli Apostoli: Barnaba (At 11,24), Agabo (At 11,28),
Giuda e Sila (At 15,22), le quattro figlie di Filippo (At 21,9)
ecc. L’apostolo Paolo inserisce la profezia tra i charismata,
i doni fatti dallo Spirito santo alla comunità, e colloca
i profeti al secondo posto nell’ordine di priorità
funzionale alla scompaginazione del corpo ecclesiale, dopo gli apostoli
e prima dei didascali (cf 1Cor 12,28).
Sì, ci sono profeti anche nella chiesa, uomini e donne ispirati
dallo Spirito santo che, soprattutto nel contesto dell’assemblea
liturgica, comunicano e reinterpretano la Parola di Dio e quella
di Gesù, il Kyrios. A volte essi proclamano un discorso,
altre volte compiono gesti o mimi, altre volte ancora aprono il
presente sul futuro: in ogni caso restano degli interpreti della
Parola di Dio alla luce degli eventi e della storia loro contemporanea.
Il ministero profetico consiste dunque nel ricondurre la Scrittura
e l’evento all’hic et nunc, nel leggere i segreti del
cuore umano, nell’entrare nella logica della necessitas passionis
così da conoscere l’ostilità, la persecuzione,
fino alla morte violenta: “Ecco,io vi invio dei profeti…e
voi li ucciderete, li crocifiggerete, li flagellerete nelle vostre
assemblee, li perseguiterete di città in città”
(Mt 23,34).
Sembra che queste parole di Gesù possano essere applicate
soprattutto alla storia delle chiese; occorrerebbe cioè interrogarsi
su quale sia la causa del fatto che, a partire dalla metà
del II secolo d.C., la presenza profetica è andata diminuendo,
è stata sempre più rara, fino alla totale scomparsa
nel III secolo d.C. Nel 160 ca. Giustino poteva ancora affermare:
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